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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Sono stato onesto?

22 Ottobre 2008

di Carlo Capone

Anche quel giorno il Professor Soprani si destò all’alba, prima che la sveglia suonasse.
Tirò la coltre, depose i piedi e puntuale gli comparve Imma Topazio. La ignorò, prendendo a massaggiarsi per il corpo, una sequenza di frizioni che arrossò il pellame. Svanito l’assillo della mente schizzò al guardaroba, cavò una vestaglia in seta e l’avvolse sul maschio. Che conservava nudo nella notte, di mattino esaminandone la saldezza. E perciò: ceffoncelli su guance e petto, svelte flessioni su ginocchia, esame del cipiglio ad uno specchio e nulla osta per abluzione in vasca.
Il complesso di liturgie si svolse in un silenzio di messa. Quella mattina però calzava ciabatte nuove, dono di compleanno delle figlie. La resa acustica gli riuscì sgradita. Per definizione odiava tutto ciò che divenisse. “Meglio le vecchie”, sentenziò, scalciandole per aria.
“Infame!” , latrò un’ombra dal baldacchino.
Lui, nel frattempo, armeggiava coi rubinetti della vasca, un sarcofago in marmo al centro del locale. Attese si colmasse di acqua mista, condì con balsamo di cocco e s’immerse, adagiando la nuca sul ciglio in ottone. Era al colmo dell’estasi, già emetteva sospiri, quando, di colpo e con sadismo, toccò alla rossa
Imma Topazio era grossa, grondava carne e seni alla sua faccia. Allora, come in sogno, rivisse la scena della sera prima. Vide l’albergo alla stazione, la carta data e subito ritratta, e il portiere col sorriso di gatto. Sentì i tonfi sulle scale, appena attutiti dal velluto vecchio. Vecchio lui e tarda la rossa, avanti lei e dietro lui, come un toro spompato a seguito di vacca.
“E levati, che pesi, mi fai male!”, aveva imprecato Imma a fine acchiappo. Un bue, un manzo orfano di mucca, così s’era sentito Decio Soprani. Il voto della Topazio era mutato in fissa, una posta al rialzo gestita con astuzia. “Ne voglio di più, non mi soddisfi!”, esigeva. Lui non capiva se alludesse ai soldi o a dell’altro. Inclinava ai primi, l’altro ponendosi per definizione. Nel dubbio, tuttavia, avrebbe continuato a darle tutto, purché una volta si mostrasse sazia!
“Imma, pupetta mia, mettiamoci insieme”, la supplicava. “Saprei donarti il meglio di me stesso”.
“Faccio le notti a domicilio, mica la gran signora!”, lo zittiva lei.
Il quale domicilio era di una mandria di tori in declino, ma il dubbio era una categoria ignota al professor Soprani. Si era perciò illuso che accudisse malati terminali.
Quel giorno – un’inquietante alba di tarli e cogitazioni – fu però sfiorato. Fantasticava ancora sulla Topazio quando ebbe un tremore, che penetrò la nuca e punse il pomo di Caino.
“Mi sono innamorato di una troia!”, bisbigliò stecchito. “Sei vecchio!”, sghignazzò l’ombra dal baldacchino.
Durò un attimo, il battito d’ali di un calabrone, che pestò sul marmo delle certezze. Tuffò il capo nella spuma, stette in apnea e ripassò la lista degli impegni. Ne annotò orario, durata e coefficiente di interesse, senza scordarne uno. Un punto d’onore – al pari del maschio – la sua fucina di pensieri, uno schedario dove c’era di tutto: debolezze dei sottoposti – una marea – , date di morte e genetliaci di parenti –una schiatta-, attenzioni per amici – mai nessuna. La segretaria? Poco più di un ornamento, al pari di un ficus o di un benjamino. “Di lei potrei fare anche a meno, Cristina”, le confidava spesso, “del suo culo no, mi creda”.
Pari attenzione riservava ai dipendenti, per loro disgrazia sforniti anche di chiappe e perciò soggetti a sincero disprezzo. “C’ho tutto qui, la vedete questa?”, li ammoniva, battendosi una chiazza sulla fronte. Colpa del fegato, quella macchia, a detta dei testi. Lo sapeva anche lui, ma si illudeva, al pari delle faccende con la Topazio.
Era un clinico affermato, erede di un imperio avuto per diritto. I suoi medici, tenuti al laccio del ricatto, l’ossequiavano come i giudei Javhé. Ed ebrei erano gli azionisti di un’accorsata clinica napoletana, l’opificio chirurgico che Decio Soprani dirigeva su procura.
“Sei un animale,”, per questo usava provocarlo la moglie Marina, “uno splendido animale da carriera. Avessi frainteso ?”

“Marina!”
Il gemito produsse bolle d’acqua. Riemerse soffiando come un getto boracifero. “Mariiina!”, invocò al cielo, i pugni stretti e la nausea da bagnoschiuma a digiuno. “Oggi è il tuo anniversario!”. La spuma mutò in colpa al catrame.
“La mia memoria”, sussurrò atterrito, coprendo il viso con le dita. “Che diavolo mi succede!”.
La reazione fu adeguata a un produttore di razza. “T’aggiusto io”, minacciò a se stesso, o forse al muro o, chissà, all’inferno intero. Schizzò fuori, infilò un accappatoio e irruppe nel talamo solitario. “Così presto?”, sbuffò l’ombra sul trespolo. Se ne infischiò. Andò a lunghi balzi alla porta, afferrò la maniglia e si irrigidì in un pensiero: dimenticato le ciabatte! E solo allora, in quel fatale istante, Decio Soprani si scoprì un vil mortale.
Il telefono era in studio in fondo a un corridoio. Che consumò a piedi scalzi, a guisa di papero nell’ombra del mattino, più volte rischiando ruzzoloni e più riacquistando erezione. Stava per planare, con lo schedario e tutto il resto, quando uncinò un pomo. Dischiuse: o mio diletto! Davanti luccicava il pavimento, un trionfo in maiolica di ricami aurei in campo azzurro. Per evitarne ingiuria si levò sulle punte e zompettò leggero.
Ma il ballo fu insidioso, lo scrittoio Luigi Filippo era dall’altra parte del salone. Spiccò un salto, poi un altro, e un altro ancora, fin che artigliò il bordo della scrivania. E fu allora, nel ribadire la presa, che sentì il cuore: un muscolo come tanti che pulsava. Lo ammutolì sdegnato (“Decio Soprani non conosce insulti!”) e levò la cornetta. Compose, stette e si guardò a una specchiera. Che riflesse un lugubre demonio, aria truce di pugile suonato e accappatoio senza annodatura. Poi i capelli. Rivoli scuri ne chiarivano l’inganno, solcavano il volto tumefacendone gli occhi, e da qui gocciolavano sui capezzoli flosci. Più in basso lumeggiavano le fette: turgide, paonazze, dei peperoni.
Attimi frementi, riapparvero due figure. Che scacciò come a dire ‘via o vi strozzo!’. Riemergeva il demonio quando accusò ricezione. Attaccò subito, senza presentarsi.
“Ascoltami bene, imbecille. Noooo! per favore, inutile che interrompi. Tu ora corri al camposanto, parli con l’addetto e gli dici di allestire il loculo per mia moglie. Va bene? è chiaro? Sono stato onesto?”.
“Ma chi è?”, si sentì rispondere in dialetto
“Come, chi è?, sono il professore!”, scattò Decio Soprani. “E oggi è l’anniversario di mia moglie Marina, animale!”
“Professò! Siete voi? Scusate assai. A quest’ora mi fischiano le recchie”.
Dall’altro verso, silenzio di sepolcro.
“La povera donna Mara!”, proseguì l’altro, “eggià, l’anniversario”.
Al solo udire Decio Soprani avvelenò le furie.
“Eggià, l’anniversario – gli fece il verso- Madonna, cosa non ci farei a stu beduino!”
Passò mano alla fronte, che sentì umidiccia. Qui realizzò l’immagine di prima. Quel cornuto di barbiere si era sbagliato con la tintura.
Ripigliò con foga:
“Dunque, ascoltami bene …” .
“E io che ho fatto, non vi ho ascoltato?”
“Ci senti! allora volevi sfottere! guarda, Gigiò, questa non è giornata. Statti accorto”.
“P’ammore e ddio, oscellenza, voi che dite? io veramente ce li ho i sordiglii, mai mi permettessi”.
“No, tu ti permetti, tu osi eccome, sei un viscido cretino, ti conosco”. Si riguardò allo specchio. ‘Sei un animale, un viscido demonio’, alitò l’ombra di Marina. Che soppresse bisbigliando un ave Maria.
“Pron-tooo– si intromise Gigione- tutt’apposto?”
“Chi, io? Eccerto! ma tu vedi un poco, anche preso in giro da un beduino, ma che dico, un idropéne, un idropene saturo, ecco chi sei!”
“Uno con le pene? ma che andate dicendo ? Io non vi capisco”
“Vado dicendo che sei un cazzo pieno d’acqua, egregio beduino, un idropène saturo con le orecchie otturate. Hai inteso adesso? sono stato chiaro? Sono stato onesto?”.
“Come no, chiarissimo”
“Ma quale chiaro e chiaro! Quando mai capisci! cafone eri e fesso rimani”, strillò Soprani, “ma lasciamo stare e torniamo a noi. Dunque, tu adesso vai da Canzanella… lo conosci Canzanella?”
“Chi, lo schiattamuorto?”
“Certo, il necroforo, come si dice? Il becchino”.
“E io che ho detto? Lo schiattamorto. Ma perdonate ancora, perché dovrei andarci ?
“Perchèèè?”
Il cappio alla gola scatenò un turbine di eventi. Due donne si agitarono allo specchio, un tanfo di morto soffiò dal baldacchino, e l’accappatoio scoprì l’oggetto delle pene. Alla cui vista ravvisò i segni di un complotto.
“Perché oggi è il giorno dell’esumazione !!”, sbraitò, il cuore che pompava sangue a litri, non capì se a causa del fallo di memoria, di quello riflesso e oggetto degli strazi o per via delle donne che lo insultavano via talamo e specchiera.
“Già, l’esumazione”, convenne Caiazzo. “E dovrei andarci ora, da Canzanella?”.
“Ora, subito, adesso”, lo investì Soprani. “Dobbiamo sistemare tutto per domani!”
“Ma professore, sono appena le sei. Starà ancora dormendo. Cosa gli dico, alzati e cammina?”
Accoglienza zero.
“Lo sapete bene”, implorò Gigione Caiazzo, “per tale lavoro ci vogliono tre addetti, come li trova oggi stesso? Vi sarà sfuggito, per carità, gli impegni …ma qui, don Decio mio, ci vuole una settimana di preavviso. Ve ne siete scordato?”.
Sì, se ne era dimenticato, punto e a capo, una strisciata sulla necrosi del fallo. Soprani ne avvertì tutto il bruciore. “Sei vecchio, fatti una cura”, si accanì lo specchio. Lo pena assunse i toni della tragedia.
“Io scordato di mia moglie?”, sbraitò ancora, le vene del collo come tralci, “ per chi mi hai preso, per un rincoglionito? basta, Gigiò, la misura è piena, sono stufo. Non le sopporto più le tue menzogne, le furbizie, le insubordinazioni, tu meriti una punizione. E sai che faccio? Domani vengo in paese e ti denuncio. Va bene? è chiaro? sono stato onesto? ”
A Gigione salì il sangue al naso.
“Non ho capito, voi denunciate a me? Dopo tutto quello cheee…dopo tutte le schifezze che voi ….? ”.
“Dopo tutto, sì! dopo tutto quello che fai tu ”
“Iiiio? No professò, guardate, questo è troppo, io!….io ci vado dai carabinieri ! Altro che voi”
“ Ma addò vai, idropène! ti sei visto quanto sei brutto e cafone? secondo te i carabinieri credono a te contro la parola mia? Gigiò, guarda che ti dico, se non sistemi il loculo io ti rovino”.
Delinquente! Gigione Caiazzo, l’ultimo, il più fedele e sottomesso di una genìa di coloni dei Soprani, raspò la barba, corrugò la fronte e rivisse.
Ora io non dico che il Professore sia un cattivo padrone. Sui conti del raccolto, per esempio, gli dava carta bianca. E a essere sinceri, sulle creste che gli faceva non aveva mai trovato da ridire. Però nella vita c’è sempre un ma. Per dirne una, chi si prendeva cura dei frutteti? E chi aggiustava le strade dentro i boschi? E chi s’era scomodato, avanti, chi c’era andato dai carabinieri a dire bugie sulla schifezza? Il Professore? Hai voglia! quei bidoni arrivavano pure la notte, col furgone dove c’era scritto ‘Villa Ginestra’, la clinica di Soprani. E chi andava a scaricarli nella selva degli ontani? Lui, Gigione Caiazzo! Ma questo è niente. Se l’era fatta addosso, sopra ai carabinieri: “Brigadiere mio! uno come voi che va appresso alle fessarie? È letame, caro maresciallo, concime animalo, ve lo giuro sopra ai figli, viene dalle stalle di don Soprani. Li conoscete i Soprani? Eeeh, gran signori, su loro mai niente da dire. E voi sapete che ci faccio? Scarico tutto nella proprietà che tengono a San Liborio, e così gli concimo le piante”.
Si, e’ piante e’ chi t’è muort! Se le ricordava le parole del professore, a fronte di tante sue esitazioni. Di che si trattava, in fondo? – gli aveva detto – quattro scarti di vacca, due pellecchie. Una bugia innocente, nient’altro, mica si trattava di veleno? Che lui sapesse – l’esimio professore- quattr’ossa e un po’ di corna non hanno mai fatto male a nessuno.
Sull’intera faccenda Caiazzo nutriva seri dubbi. Primo perché le corna ce l’aveva il professore: tante vacche da macellare non gli risultavano. E poi perché lui sputava l’anima di chi t’è stravivo quando svuotava quei fusti. Non era roba di scarto, nossignori! Una poltiglia rossa, un grumo di sangue e pustole che puzzava di morto. Morto, dico bene! Una volta pure gli occhi aveva visto. “La devi smettere col vino, che poi vedi i monacielli”, s’era sentito dire dalla moglie. Io bevo quanto mi pare e piace, e se non la finisci ti abboffo di mazzate Erano occhi cristiani, quelli, altro che vacca! ne capiva lui di bestie.

Due occhi infernali lo fissarono cattivi, appartenevano al Professore. Li esorcizzò con una supplica:
“Professò, abbiate pazienza ancora, noi Caiazzo vi serviamo da sempre, stiamo a disposizione. Ma mettevi pure nei miei panni. Io Canzanella lo conosco, tiene la capa tosta, sui morti non fa sconti a nessuno”.
Gli occhi ebbero uno scarto, divennero orbite di embrione. Li accecò con l’acido della ragione.
“Ma pure ammesso, oscellenza, mi dite che differenza passa tra oggi o una settimana? La legge parla chiaro. La cosa va fatta almeno un anno dopo – gli occhi divennero fessure – anzi, più il corpo resta in terra e meglio viene la pulizia”.
Gli occhi schizzarono dalle casse, s’era dannato senza nemmeno i denari. Il Professore scandì: “E io dovrei sopportare che mia moglie stia sotto terra un giorno più del necessario? io dovrei subire per la mia Marina l’onta dei vermi perché il signor Caiazzo non vuole andare dal becchino? – pausa, bastevole a imprimere la svolta – domani vado dai carabinieri e ti denuncio. Gli dico che hai trasformato i miei boschi in una discarica della camorra. Va bene?”.
“Basta , don Decio, va bene, mi precipito ”.
“E poi mi telefoni, in ufficio…”
“Domani?”
“Oggi pomeriggio. Domani mattina deve essere tutto pronto”.
“Farò il possibile”.
“Devi”, intimò il demonio. E riattaccò.
“La pulizia!”. Sfregò le mani sulle guance, stirandole sul pellame. “Neanche si trattasse di un prosciutto!”. L’occhio grigiastro accecò quell’ira: “Tu non sai, tu non immagini nemmeno quanto ti detesti”.
Invano. Era già ad una porta finestra. Divaricate le ante sbirciò dalla persiana. Lontano, fra due palazzi umbertini, c’era un giardino tropicale. Salici e palme si ubriacavano di brezza. Siepi ruffiane ospitavano cacce. Un ardito sileno, curvo nel gesto di ghermire, si dimenava all’atto della presa. Sul bordo di un’aiuola un pugno d’ossa prese ad animarsi. Le ossa incarnarono, appena un velo, diedero consistenza a una figura. Riconobbe Marina.
“Tu non sei un animale, tu sei stupido e basta”, gli aveva rinfacciato.
C’era rimasto. “Cosa c’entra con noi due?”
Lei aveva scosso la testa, le spalle nude e la spina nitida sotto traccia:
“Possibile non te ne sia mai accorto?”
“No. E visto che sei perspicace, dimmelo tu: sono stupido io”
Gli aveva offerto uno sguardo al vetriolo. ‘Non lo sai. Non immagini nemmeno quanto mi disgusti’.
“Possibile non ti sia entrato in testa?”, aveva nascosto il viso nelle mani, “che almeno una volta, una!, non ti sia venuto il dubbio? avremmo potuto essere felici, Decio, come nostro diritto! E ce lo siamo impedito, come fessi. Fatti tuoi, io ci ho provato”.
Uuuh madonna mia, quant’è scocciante! Ma mi spiegate cosa, quale astrale segreto ci sia? Lui aveva eseguito come prescritto dalle regole di famiglia: ‘Fredda, elegante, attenta alle forme ‘.
“Frigida!”, ringhiò alla persiana.
Frigida, ma pur sempre all’altezza. Con accorto dosaggio si era prima sgravata di Gaia, e dopo cinque anni di Livia, risparmiandogli noie educative. ‘Le femmine devono crescere con le madri!’, gli era stato inculcato. “Che ai maschi ci pensa il padre”, sospirò a fauni e palmizi. “Se li avessi almeno avuti”

Nessuno saprà se tali furono i suoi pensieri quel mattino. Né se davvero li ebbe. Di certo volle sottilizzare, preso com’era dal rito mortuario. Forse la smania fu un semplice pretesto, un inganno per scansare il bilancio, oppure un marchingegno dilatorio. Una cosa è chiara: l’avrebbe affrontato il rendiconto, Decio Soprani non temeva. Ma non quel giorno, il santo anniversario della dipartita di Marina.


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4 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 22 Ottobre 2008 @ 20:28

    Racconto moderno che si avvale di una costruzione spigliata della frase, regalando situazioni e dialoghi di una concretezza, atta a catturare e ad avvincere. Direi che il realismo narrativo ed il suo ritmo incalzante divengano proprio autentico momento visivo e raffigurativo della trama. I personaggi, specie il protagonista, emergono nella loro schiettezza senza mezze misure, apparendo nella poliedricità che li contraddistingue. Il tono intelligentemente ironico (ironia a volte anche amara) e il gioco delle parti, frutto di una visione lucida, matura, intensa e di una capacità riflessiva e di indagine offrono un contenuto emotivo di spessore. Preziosi e naturali i felici innesti dialettali
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 22 Ottobre 2008 @ 21:23

    Permittimi di dire, ancora una volta, Gian Gabriele, che avere un tuo commento, sempre preciso e puntuale, è un punto di forza della rivista. Grazie.

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 22 Ottobre 2008 @ 22:28

    Grazie a te, Bartolomeo, per le tue belle parole di apprezzamento nei miei confronti.
    Ti abbraccio
    Gian Gabriele

  4. Commento by Carlo Capone — 23 Ottobre 2008 @ 11:11

    Concordo con Bartolomeo, i commenti di Gian Gabriele scavano nello scritto e lo illustrano. Grazie a una felicità espressiva e a una profondità di intuito non comuni.

    Carlo

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