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Stato-mafia, Napolitano al telefono con Mancino. Che cosa si saranno detti?

17 Luglio 2012

di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 17 luglio 2012)

Cos’avrà mai detto Napolitano nelle due telefonate intercettate sull’utenza di Mancino? Impossibile saperlo: le conversazioni sono stralciate, segretate e destinate quasi certamente alla distruzione, e il Presidente si è ben guardato dal renderle pubbliche. Ora però la mossa inedita e clamorosa del conflitto contro i pm alla Consulta non fa che ingigantire i sospetti di chi pensa che quei nastri top secret contengano condotte scorrette: dal punto di vista non penale (i pm le ritengono “irrilevanti”), ma etico-politico-istituzionale. L’antefatto è noto, almeno per i lettori del Fatto: il 4 novembre 2011 il gip di Palermo Riccardo Ricciardi accoglie la richiesta della Procura di intercettare gli ex ministri Mancino e Conso e altri personaggi coinvolti nelle indagini sulle trattative Stato-mafia perché “è verosimile che gli stessi possano entrare in contatto tra loro o con altri soggetti che in quel medesimo arco temporale rivestivano cariche di rilevante importanza, per riferire elementi utili alle indagini (…) se non addirittura per concordare tra loro ‘versioni di comodo’ in vista degli imminenti interrogatori”. Infatti, appena gli inquirenti iniziano ad ascoltare Mancino, scoprono che sta cercando di intralciare le indagini financo con l’aiuto del Quirinale, che arriva addirittura a suggerirgli di concordare una versione di comodo con Martelli (che giura di averlo informato dei colloqui Ros-Ciancimino). Se infatti ignoriamo le parole di Napolitano, sappiamo tutto quello che il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio raccontava a Mancino sulla frenetica attività del Presidente in suo favore. Tutto vero o D’Ambrosio spendeva il nome di Napolitano millantando interventi mai avvenuti? Nella seconda ipotesi, Napolitano l’avrebbe già sconfessato e licenziato: invece D’Ambrosio, un mese dopo la diffusione delle sue telefonate (depositate dai pm agli avvocati degli indagati, dunque non più segrete ), è ancora al suo posto. Ergo diceva la verità.

Dicembre 2011. Mancino viene sentito come teste dalla Procura di Palermo, poi si lamenta dei pm con D’Ambrosio e rivendica il suo “diritto a una tutela”. Prima di Natale, si lagna anche col procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che però risponde di non avere “poteri di avocazione”. Mancino replica: “Ma poteri di coordinamento sì”. D’Ambrosio lo rassicura: “Si faccia il Natale tranquillo, tanto questi non arriveranno a niente, stanno facendo solo confusione”.

Febbraio 2012. Mancino, sentito come teste anche al processo Mori, si allarma perché il pm Nino Di Matteo dichiara che “qualcuno nelle istituzioni mente”. Teme di finire indagato per falsa testimonianza. Richiama D’Ambrosio e questi gli promette di intervenire su Grasso.

Marzo 2012. Mancino tempesta D’Ambrosio. Si dice “messo in un angolo”, “emarginato”, “distrutto”, “perfino nel Pd nessuno mi parla”. E sputa il rospo: “Vorrei evitare che venisse accolta l’istanza di un ulteriore confronto con Martelli che dice colossali bugie”. Il 5 D’Ambrosio tira in ballo Napolitano.

D: Posso parlare col Presidente, perché se l’ha presa a cuore, se l’aveva presa a cuore la questione (…).

M: L’unico che può dire qualche cosa è Messineo. L’altro che può dire qualche cosa è Grasso.

D:E va bene adesso sento il Presidente (…) Intervenire sul collegio (del processo Mori, ndr) è una cosa molto delicata (…). Provo a chiamare Grasso.

Il 12 marzo D’Ambrosio informa Mancino che ha parlato con Napolitano e con Grasso e preannuncia che il Presidente parlerà direttamente con Grasso. Ma anche il Pg della Cassazione, Vitaliano Esposito, preposto al controllo sulla Procura nazionale, per costringere Grasso a fare qualcosa sebbene abbia ripetuto di non poter fare nulla. Anche perché il “coordinamento” fra Procure è già assicurato da un protocollo approvato da Grasso e dalle tre Procure il 28 aprile 2011 e ratificato dal Csm (presieduto da Napolitano) il 27 luglio 2011, che ora il Presidente finge di dimenticare.

D: Io ho parlato col Presidente e ho parlato anche con Grasso. Ma noi non vediamo molti spazi purtroppo (…) ma adesso probabilmente il Presidente parlerà con Grasso nuovamente… eh… vediamo un attimo anche di vedere con Esposito… qualche cosa… ma la vediamo difficile la cosa ecco.

M: Oh… ma visto che Grasso coordina Caltanissetta, non può coordinare tutte e due le procure?

D: Ma io gliel’ho detto pure oggi a Grasso. Grasso mi ha risposto: ‘Va bene, ma io in realtà, il Csm mi ha fatto una normativa, però non mi serve niente’. In realtà è lui che non vuole fare (…) Per adesso mi ha detto il Presidente di parlare con Grasso, di vederlo… vediamo un po’.

M: Eh, vedo che Macaluso batte sulla tesi dell’unicità dell’indagine.

D: Sì, sì, ma questo gliel’ho detto al Presidente… l’ho visto.

M: Eh, perché non è che anche sul 41 bis indaga Caltanissetta, che fa? Caltanissetta va in una direzione e quelli possono andare in un’altra? Ma non lo so se c’è serietà (…).

D: Ripeto, dopo aver parlato col Presidente riparlo anche con Grasso e vediamo un po’… lo vedrò nei prossimi giorni. Però, lui… proprio oggi dopo parlandogli, mi ha detto: ‘Ma sai, lo so, non posso intervenire’… Capito? Quindi mi sembra orientato a non intervenire. Tant’è che il Presidente parlava di… come la Procura nazionale sta dentro la Procura generale (della Cassazione, ndr), di vedere un secondo con Esposito (…). Ma io comunque riparlerò con Grasso perché il Presidente mi ha detto di risentirlo (…). Insomma, noi, parlando col Presidente, se Grasso non fa qualcosa, la vediamo proprio difficile qualunque cosa. Adesso lo possiamo rivedere, magari lo vede il Presidente un giorno di questi (…) M: Lei veda un po’ se Grasso ha intenzione anche di ascoltare me… sia pure in maniera riservatissima. Che nessuno ne sappia niente.

D: Va bene, tanto io lo devo sentire Grasso e lo sento domani. Va bene? D’Ambrosio confida a Mancino che Napolitano gli suggerisce di concordare una versione di comodo (dunque falsa: la verità non si concorda) con Martelli per appianare le divergenze. D: Qui il problema che si pone è il contrasto di posizione oggi ribadito pure da Martelli… e non so se mi sono spiegato (…) la posizione di Martelli… tant’è che il Presidente ha detto: “Ma lei ha parlato con Martelli?”… eh… indipendentemente dal processo diciamo così.

M: Ma io non è che posso parlare io con Martelli… che fa?

D: No no… dico no… io ho detto: “Guardi non credo, signor Presidente, comunque non lo so. A me aveva detto che aveva parlato con Amato giusto… e anche con Scalfaro…”.

Aprile 2012. Il giorno 3 Mancino scrive una lettera al Quirinale. D’Ambrosio: “Stiamo ragionando, ma il Presidente è orientato a fare qualcosa (…) ma per ora non le posso dire nulla (…). Sto elaborando un pochino le cose… però la decisione l’abbiamo già presa… Adesso il Presidente è in Giordania, quando torna si decide insieme… faccio la mia proposta e vediamo un attimino”. Poi anticipa a Mancino che il Quirinale girerà la lettera a Esposito con una richiesta precisa: “Il coordinamento consiste anche nell’utilizzare una strategia comune, nel compiere atti insieme (…) Tutto questo non sta accadendo”.

Il 4 il segretario generale del Quirinale, Donato Marra, trasmette la lettera a Esposito accompagnata da una nota con i desiderata di Napolitano, cioè di Mancino: “Illustre Presidente, per incarico del Presidente della Repubblica trasmetto la lettera con la quale il Senatore Nicola Mancino (che non è più senatore dal 2006, ndr) si duole del fatto che non siano state fin qui adottate forme di coordinamento delle attività svolte da più uffici giudiziari sulla cd. ‘trattativa’ che si assume intervenuta fra soggetti istituzionali ed esponenti della criminalità organizzata a ridosso delle stragi del 1992-‘93. (…) Il Capo dello Stato auspica possano essere prontamente adottate iniziative che assicurino la conformità di indirizzo delle procedure ai sensi degli strumenti che il nostro ordinamento prevede (…); e ciò specie al fine di dissipare le perplessità che derivano dalla percezione di gestioni non unitarie delle indagini collegate, i cui esiti possono anche incidere sulla coerenza dei successivi percorsi processuali. Il Presidente Napolitano le sarà grato di ogni consentita notizia”.

L’indomani, giorno 5, nessuno sa (né saprebbe mai, se a metà giugno non venissero pubblicate le intercettazioni) della lettera del Colle al Pg. Nessuno tranne Mancino, subito informato da D’Ambrosio, che gliela legge e gli confida che l’ha voluta Napolitano in persona, concordandola preventivamente col nuovo Pg Gianfranco Ciani e col sostituto Pasquale Ciccolo. D: Ho parlato pure, abbiamo parlato pure con Ciani. (…). Ho parlato sia con Ciccola che con Ciani: han voluto la lettera così fatta per sentirsi più forti (…) C’era una situazione che il Presidente aveva già detto all’Adunanza (del Csm, ndr), ha rilevato e percepisce questa mancanza di coordinamento e ti dice: esercita questi tuoi poteri anche nei confronti di Grasso. Qui il problema vero… Grasso si copre, questa è la verità, con la storia dell’avocazione, no? Perché è una gran cretinata l’avocazione, perché lui la cosa a cui deve pensare è il coordinamento (…).

M: Esatto, esatto.

D: Perché il minimo del coordinamento è questo, adesso vediamo come lo risolverà Ciani (…) noi non abbiamo mandato lei allo sbaraglio (…) Adesso lei lo sa, quando uscirà quello che il Presidente auspica, tra l’altro il Presidente l’ha letta prima di mandarla, eh non è una cosa solo di Marra. Lei può dire che ha saputo della lettera che le è stata mandata, è stato informato che la lettera è stata mandata al Pg. Poi ha saputo che era ai fini di un coordinamento investigativo, lei lo può dire parlando informalmente con il Presidente, perché no? (…). Lui sa tutto. E che, non lo sa? L’ha detto lui: “Io voglio che la lettera venga inviata, ma anche con la mia condivisione”.

Ciani, “più forte” grazie alla lettera del Colle, convoca segretamente il Pna Grasso il 19 aprile per parlare sia di avocare l’inchiesta di Palermo, sia di “coordinarla” con Caltanissetta e Firenze. Grasso respinge entrambe le proposte indecenti e se le fa mettere per iscritto. Recita il verbale della riunione: “Il Pna precisa di non avere registrato violazioni del protocollo del 28 aprile 2011 tali da poter fondare un intervento di avocazione. Il Pna rimetterà al Pg un’informativa scritta”.

Cioè ogni mossa del Quirinale pro Mancino è destituita di ogni fondamento: Grasso non ha né i poteri né i presupposti per fare ciò che gli viene chiesto: le indagini di Palermo sono regolarmente “coordinate” con quelle delle altre Procure da un anno. Resta da capire in base a quali norme o poteri o prerogative il Quirinale abbia tentato per mesi di condizionare, intralciare, deviare un’indagine in corso su richiesta di un potente ma privato cittadino, coinvolto in veste di testimone e prossimo indagato per falsa testimonianza. E in base a quali norme Napolitano pretenda ora che le sue telefonate vengano subito distrutte, trascinando alla Consulta i pm che obbediscono alla legge anziché a lui. Un abuso di potere per coprirne un altro.


Trattativa: le rassicurazioni del Quirinale a Mancino, ecco le telefonate
di Marco Lillo
(da Il Fatto Quotidiano del 20 giugno 2012)

Avocazione. La parola che configura giuridicamente l’incubo di ogni pm, cioé lo scippo di un’inchiesta al titolare da parte del suo superiore, compare su un verbale del1 9 aprile 2012 della Procura generale della Cassazione e riguarda l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Quel documento, composto di tre pagine, dimostra che le manovre del Quirinale per mettere sotto tutela i pm Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene nel loro duro lavoro sulla trattativa Stato-mafia del 1992-93 non erano solo millanterie di un consigliere giuridico del capo dello stato, come Loris D’Ambrosio, o vagheggiamenti di un politico in pensione, come Nicola Mancino. Il documento del 19 aprile è il verbale della riunione che si è tenuta quel giorno nel palazzo di piazza Cavour. Alla riunione partecipano quattro persone, oltre al procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani, e al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, ci sono i due segretari generali, Antonio Mura e Carmelo Sgroi. Il passaggio chiave del verbale che pubblichiamo è: “Il Procuratore nazionale (il capo della Dna Piero Grasso, ndr) evidenzia la diversità dei vari filoni d’indagine (su stragi a Palermo e Firenze e sulla trattativa a Palermo, ndr) e la loro complessità (accentuata anche dalla contemporanea pendenza di processi in fase dibattimentale).

Precisa (sempre Grasso, ndr) “di non avere registrato violazioni del protocollo del 28 aprile 2011, tali da poter fondare un intervento di avocazione a norma dell’art. 371-bis cpp”. Piero Grasso insomma dice al procuratore generale Ciani, suo superiore,che dopo avere fatto una prima riunione con le tre procure su questo tema il 28 aprile 2011, nella quale aveva fissato dei paletti, non ha nessuna intenzione di avocare l’indagine sulla trattativa, togliendone il coordinamento alla Procura di Palermo. L’unica cosa che Grasso si impegna a fare è una relazione: “Il Procuratore nazionale antimafia rimetterà al Procuratore generale un’informativa scritta”.La riunione verbalizzata è il frutto delle insistenti telefonate dell’ex presidente del Senato al consigliere giuridico del Capo dello Stato Loris D’Ambrosio e del lavorio di quest’ultimo su Giorgio Napolitano. Il presidente però, stando a quanto dice D’Ambrosio al telefono, condivide integralmente la sua impostazione gradita a Mancino e segue passo passo il tentativo di intervenire – tramite il Pg della Cassazione e il procuratore nazionale Piero Grasso – sulla Procura di Palermo, proprio come voleva Mancino. Per capire il clima è utile riportare la telefonata del 12 marzo tra Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino. D’Ambrosio afferma che il presidente si interessa personalmente della questione al punto che parlerà con Grasso personalmente . Alle ore 18 e 49 Mancino (M) chiama D’Ambrosio (D).

D: eccomi presidente… io ho parlato con il presidente e ho parlato anche con Grasso
M: si
D: Ma noi non vediamo molti spazi purtroppo, perché no… ma adesso probabilmente il presidente parlerà con Grasso nuovamente… eh… vediamo un attimo anche di vedere con Esposito… qualche cosa… ma non…. la vediamo difficile insomma la cosa ecco
M: oh… ma visto che Grasso coordina Caltanissetta, non può coordinare tutte e due le procure?
D: ma io glie l’ho detto pure oggi a Grasso. Grasso mi ha risposto va bene. Ma io in realtà, il consiglio superiore mi ha fatto una normativa,però non mi serve niente. Questa è il… in realtà è lui che non vuole fare…
M: eh… ho capito
D: è chiaro?
M: e io non lo so dove vogliono andare a finire… 20 anni, 25 anni, 3… non lo so insomma
D: per adesso, dunque, mi ha detto il presidente di parlare con Grasso di vederlo eh… e vediamo un po’
M: eh, perché io vedo che per Macaluso (Emanuele, direttore del Riformista, molto vicino a Napolitano, ndr)batte sulla tesi dell’unicità dell’indagine
D: si, si, ma questo gliel’ho detto al Presidente… l’ho visto
M: eh, perché non è che anche sul 41 bis indaga Caltanissetta, che fa? Caltanissetta va in una direzione e quelli possono andare in un’altra direzione? Ma non lo so se c’è serietà… poi da questo punto di vista, ecco…
D: ma, io riesco, guardi, io adesso ripeto, dopo aver parlato col presidente riparlo anche con Grasso e vediamo un po’… lo vedrò nei prossimi giorni, vediamo un po’. Però, lui… lui proprio oggi dopo parlandogli, mi ha detto: ma sai lo so non posso intervenire… capito, quindi mi sembra orientato a non intervenire. Tant’è che il presidente parlava di… come la procura nazionale sta dentro la procura generale, di vedere un secondo con Esposito (procuratore generale della Cassazione uscente ndr).
D: Certo. Ma io comunque riparlerò con Grasso perché il presidente mi ha detto di risentirlo. Però io non lo so… francamente… lui è ancora orientato a non fare niente questa è la verità
M: No perché poi la mia preoccupazione e che… ritenere che dal confronto con Martelli… Martelli ha ragione e io ho torto e mi carico implicazione sul piano, diciamo, sul piano processuale
D: ecco, io insomma, noi, ecco, parlando col presidente se Grasso non fa qualcosa, la vediamo proprio difficile qualunque cosa. Adesso lo possiamo, lo possiamo rivedere magari lo vede il presidente un giorno di questi, più di questo non… (….)
D: qui il problema che si pone è il contrasto di posizione oggi ribadito pure da Martelli… e non so se mi sono spiegato, per cui diventa tutto cioè… la posizione di Martelli…. tant’è che il presidente ha detto: ma lei ha parlato con Martelli… eh… indipendentemente dal processo diciamo, così…
M: ma io non è che posso parlare io con Martelli… che fa
D: no no… dico no… io ho detto guardi non credo…ho detto signor Presidente, comunque non lo so. A me aveva detto che aveva parlato con Amato (presidente del consiglio all’epoca dei fatti, Ndr)giusto…e anche con Scalfaro… (….)

Grasso al Fatto precisa: “Ho incontrato il Presidente Napolitano solo in occasioni ufficiali, l’ultima volta il 23 maggio a Palermo e non mi ha mai parlato di Mancino. Come ho già detto me ne ha parlato D’Ambrosio e io ho sempre risposto sul piano giuridico spiegando che ho poteri di avocazione delle indagini ma nel caso in questione non sussistevano i requisiti perché il coordinamento tra Procure si era svolto secondo regole”. Quanto al verbale della riunione del 19 aprile, alla domanda del Fatto se fosse stato lui a parlare di avocazione o se ci fosse stata una richiesta del pg Ciani in tal senso, Grasso replica: “Nessuna richiesta palese. Mi chiesero come esercitavo i poteri di coordinamento. Mi sono limitato a ribadire che non vi erano i requisiti per un’avocazione e che il coordinamento si era svolto secondo le regole”.


Solo ora Napolitano capisce
di Alessandro Sallusti
(dal “Giornale”, 17 luglio 2012)

Napolitano ha denunciato la Procura di Palermo per attentato alla Costi ­tuzione che garantisce riservatezza assoluta alle conversazioni telefoni ­che del capo dello Stato. La vicenda riguarda la complessa e antica questione della presunta trattativa tra Stato e mafia per allentare la carce ­razione dura ai boss in cambio di una sospensio ­ne degli attentati che in quegli anni, primi anni Novanta, insanguinavano l’Italia. Napolitano ne avrebbe parlato, appunto al telefono, in alme ­no due occasioni, con un ministro dell’epoca, Nicola Mancino, che preoccupato di essere tra ­scinato dentro uno scandalo chiedeva protezio ­ne a destra e a manca. Quelle intercettazioni (sotto controllo era il telefono di Mancino) anda ­vano distrutte a norma di Costituzione, ma così non è stato. Sono custodite in una cassaforte di Palermo e presto o tardi le leggeremo da qual ­che parte. Cosa illegale, esattamente come le conversazioni carpite a Silvio Berlusconi senza l’autorizzazione del Parlamento. E qui sta il pun ­to.

Napolitano sta subendo lo stesso trattamen ­to criminale fino a ieri riservato dai pm all’ex pre ­mier. La sua denuncia sarebbe più credibile se come custode della Costituzione e capo del Csm, il capo dello Stato fosse intervenuto negli anni e nei mesi scorsi a difesa dei diritti del presi ­dente del Consiglio, non certo inferiore ai suoi. Invece se ne è stato zitto, dando forza a pm im ­broglioni e permettendo un linciaggio mediati ­co senza precedenti. Le conversazioni private di Berlusconi finirono sceneggiate in prima se ­rata sulla Rai, perché mai quelle di Napolitano dovrebbero essere cancellate per sempre? Per ­ché quando Berlusconi denunciava l’uso politi ­co delle intercettazioni veniva deriso e ora Na ­politano dovrebbe essere preso sul serio?

E co ­me la mettono Bersani, Casini e soci che ora non è il Cavaliere ma il capo dello Stato a sostenere che ci sono pm mascalzoni? Che fanno, portano in piazza il popolo viola con la costituzione in mano a difesa della magistratura perché «se non ora quando »? Perché il Csm non si è ribella ­to all’interferenza del Quirinale? Domande inutili, per tutte la risposta è una. Siamo circondati da una banda di ipocriti che usano la giustizia per fini politici. Godono delle disgrazie degli avversari anche se c’è il trucco e piangono come femminucce quando tocca a lo ­ro o ai loro amici. Noi, almeno, non cambiamo idea per convenienza e una volta tanto stiamo con Napolitano coda di paglia. Cioè dalla parte di un Paese civile.


Napolitano, tra segreti e conflitto ad personam
di Daniela Gaudenzi
(da “il Fatto Quotidiano”, 17 luglio 2012)

Il ventennale della strage di Via D’Amelio, dopo i giorni delle accuse, degli attacchi, delle delegittimazioni istituzionali ai magistrati di Palermo che conducono l’inchiesta sulla trattativa Stato-Cosa Nostra, non poteva essere “celebrato” in modo più inimmaginabile: e cioè con il decreto sul conflitto di attribuzione stilato da Napolitano nei confronti della procura palermitana.

Secondo il ministro della Giustizia Paola Severino, paladina dell’assoluta segretezza delle conversazioni, si tratta del percorso più lineare che poteva essere intrapreso dal Capo dello Stato e di un’occasione per chiarire ed integrare da parte della Corte Costituzionale una disciplina giuridica “lacunosa” in materia materia di intercettazioni indirette, quando a sollevare la cornetta sia un’alta carica dello Stato.

Può darsi che sotto il profilo tecnico ed in un’ottica di giurisprudenza costituzionale sticto sensu, si tratti di un’occasione di chiarimento.

Ma sotto il profilo politico e del rapporto, mai così compromesso tra cittadini ed istituzioni, la mossa della presidenza della Repubblica, motivata dall’intento dichiarato di tenere “la facoltà immune da qualsiasi incrinatura” nello spirito di Einaudi, suona come la rivendicazione esibita di assoluto arbitrio ed intangibilità.

L’articolo 90 della Costituzione a cui fa riferimento esplicito (unitamente all’art.7 della legge 219 del 1989) il decreto sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato contro il presunto abuso della procura di Palermo, rea di non aver interrotto e/o distrutto immediatamente le intercettazioni intercorse tra Nicola Mancino ed il Quirinale, stabilisce che “Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”.

Sembrerebbe lecito e pertinente domandarsi se, accanto e parallelamente alla rete di telefonate intercorse tra il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino, tutte tese a rassicurare l’indagato per falsa testimonianza e ad attivarsi in tal senso, anche le due dirette tra l’ex ministro ed il presidente della Repubblica debbano essere considerate tra “gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni”.

A prescindere del fatto fondamentale che si tratta di intercettazioni “casuali ed indirette” come ha ribadito il procuratore Messineo e che i magistrati si sono attenuti alla procedura in vigore, è un delitto di lesa maestà chiedersi se nelle funzioni del capo dello Stato, tra l’altro garante della Costituzione e presidente dell’organo di autogoverno dei magistrati, rientrino le cure e gli imput per tutelare un ex ministro che da testimone stava (consapevolmente) diventando imputato per false dichiarazioni ai Pm?

Sulla attendibilità delle dichiarazioni di Nicola Mancino si pronunceranno i magistrati; però noi comuni cittadini possiamo intanto liberamente valutare secondo il nostro buon senso se quello che va dicendo in TV o in contesti pubblici in merito alla trattativa, o come la si voglia chiamare, ha un fondamento o una parvenza di verità.

Poche ore fa nel dibattito con Mentana su La 7 a seguito de Il Divo, Nicola Mancino ha ribadito quanto ha testimoniato a Palermo e cioè che non ha incontrato privatamente Paolo Borsellino il 1 luglio del ’92, appena insediato al Viminale, che non si sono parlati e che comunque non lo ricorda dato che non sapeva che faccia avesse il magistrato più famoso d’Italia, dopo Giovanni Falcone. E a seguire ha negato di aver mai incontrato il generale Dalla Chiesa, di “essersi sempre sentito lontano dalla Sicilia” , di aver incontrato Calogero Mannino, massimo esponente siciliano della sinistra Dc di cui Mancino faceva parte, una sola una volta in Translatantico.

Infine, incredibile ma vero, ha citato Totò Riina come teste a discarico, contro la deposizione di Giovanni Brusca che nel processo Mori ha dichiarato che Mancino era a conoscenza del “canale aperto” dallo stesso Mori e uomini del Ros con Vito Ciancimino e delle richieste mafiose condensate nel “papello”.

Senza fare esercizio spericolato di fantasia e di dietrologia è quantomeno possibile identificare il perimetro degli argomenti che possono aver toccato l’ex ministro ed ex potente democristiano, ora semplice cittadino imputato, ed il Capo dello Stato nei momenti più calienti dell’inchiesta in quelle telefonate top secret.

Se come ha rivendicato Napolitano, elevando un conflitto di attribuzione con la magistratura, che non ha precedenti nella storia repubblicana (altra cosa quello con il ministro della giustizia in materia di grazia risolto con sentenza costituzionale n.200/2006), il bene tutelato sarebbe quello di tenere “la facoltà immune da qualsiasi incrinatura”, la strada maestra era quella di lasciar “piangere il telefono” o in subordine di dare in qualche modo conto ai cittadini del contenuto di quelle conversazioni.


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Bart