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Sto con “il Fatto Quotidiano”

24 Giugno 2012

Sarà perché lo schieramento che si è subito allertato in difesa del presidente Napolitano è troppo ampio tale da destare sospetti di una solidarietà pelosa (del tipo: Chi non ha peccato scagli la prima pietra), ma io sto dalla parte del Fatto, almeno fino a che Napolitano non si deciderà a dirci la verità. Visto che il suo silenzio autorizza inquietanti interrogativi.

Oggi il quotidiano diretto da Antonio Padellaro ricostruisce la storia delle indagini sulla trattativa Stato-mafia e si apprende che il coordinamento tra le procure era già stato deciso e applicato mediante il protocollo d’intesa tra le procure inquirenti datato 28 aprile 2011, quindi più di un anno fa, tanto è vero che sollecitato dal Quirinale a fare questo coordinamento con la recente lettera fatta conoscere dallo stesso Quirinale, il procuratore antimafia Pietro Grasso il 19 aprile 2012 risponde “di non aver registrato violazioni del protocollo del 28 aprile 2011, tali da poter fondare un intervento di avocazione a norma dell’art. 371-bis ccp.

Perché, dunque, quella lettera? Quale presunzione di onnipotenza ho portato il capo dello Stato ad intervenire in quel modo? Non sapeva il Quirinale che il coordinamento tra le procure era già in atto da oltre un anno e affidato a Pietro Grasso? Sì, lo sapeva. Infatti, fu proprio il Quirinale a trasmettere nel febbraio 2011 al Csm, “su imput di Grasso”, una nota in cui si evidenziava la necessità di provvedere ad un coordinamento tra le varie procure inquirenti.

Dunque, deve essere escluso che Napolitano non ne sapesse nulla, né lui né i suoi collaboratori. Pertanto, proprio a causa di ciò, la recente lettera del Quirinale assume un altro significato, di quelli che già il Csm aveva nel passato stigmatizzato come colpevoli. Ne riporta alcuni stralci il Fatto di oggi. Cito il primo: “Quando l’intromissione nell’attività giudiziaria di altro magistrato viene realizzata in ragione dei propri uffici, e cioè per motivi attinenti l’esercizio della propria giurisdizione, si rimane nell’ambito delle regole processuali e deontologiche, quando non si eserciti, anzi, un dovere o una facoltà previste dalla stessa normativa processuale. Quando invece l’intromissione non dipende dall’esercizio legittimo di attività giurisdizionale o non è affatto connessa all’esercizio delle funzioni giudiziarie, essa è sempre ingiustificata.

Riepiloghiamo: il coordinamento era già in atto da un anno almeno, e di ciò il Quirinale era al corrente, avendolo sollecitato esso stesso nel febbraio 2011.
Mancino telefona in continuazione al Quirinale preoccupato dell’accusa di falsa testimonianza che la procura di Palermo gli ha imputato, poiché non ha creduto alla sua versione dei fatti ma a quella di Claudio Martelli.
A Mancino viene suggerito dal Quirinale di incontrarsi con Martelli per concordare una versione comune (fatto gravissimo che, se provato, implica il reato di tentativo di inquinamento delle prove). Parte poi la lettera per sollecitare un coordinamento che già esiste, al punto che il 19 aprile 2012 la risposta del procuratore antimafia Pietro Grasso, surriportata, appare perentoria e piccata.

A mio avviso, non v’è dubbio che l’intervento di Napolitano, non affatto necessario se non per favorire Mancino, rientra nella specie di quelli censurati dal Csm, come è evidente nello stralcio già riportato: “Quando invece l’intromissione non dipende dall’esercizio legittimo di attività giurisdizionale o non è affatto connessa all’esercizio delle funzioni giudiziarie, essa è sempre ingiustificata.

Non è un caso che proprio oggi il Fatto riporti un articolo dei due giornalisti Carl Bernstein e Bob Woodward che scoprirono lo scandalo cosiddetto Watergate, dal nome dell’hotel in cui accadde.
Ricorre infatti il 40mo da quel 1972 che segnò la fine della carriera di Richard Nixon. I due giornalisti ne approfittano per ricordare gli avvenimenti e aggiornarli e ampliarli con i risultati delle loro ultime ricerche.

Ho ricordato il nome dei due giornalisti, poiché essi furono i soli a persistere nello scandaglio dei fatti e dovettero superare per questo una forte resistenza e un pericoloso isolamento. Ma alla fine riuscirono a far emergere la verità, che costrinse il presidente americano alle dimissioni.

Oggi, ho l’impressione che ci troviamo in una situazione abbastanza simile. I giornalisti de il Fatto si trovano a fronteggiare un muro di resistenza davvero poderoso e tale da incutere paura. Tutta la casta e i giornali che la sostengono si sentono attaccati da queste indagini che potrebbe aprire una falla di proporzioni gigantesche nel loro fortino di privilegi e protezioni, e gridano al complotto, proprio come fece in principio il presidente americano. Il quale poi fu costretto, dalla caparbietà dei due straordinari eroi (è proprio il caso di chiamarli così), a confessare la verità.

Allo stato attuale, non so se realmente Napolitano sia incorso in questo grave infortunio, ma il consiglio che posso dargli è di fare in fretta a dire ai cittadini come stanno le cose, e di evitare di comportarsi come Gianfranco Fini. Quella lettera fatta pervenire ai giornali non serve a nulla, se non a ingenerare altri sospetti. La mancata risposta, poi, alle domande dei giornalisti del Fatto non fa altro che alimentare il dubbio che si voglia nascondere la verità, schierando una potente difesa tale da riuscire a prevalere sui due disarmati giornalisti, i quali, come Carl Bernstein e Bob Woodward, hanno solo la penna per difendersi.

Troppo poco, la penna? Vedremo, con l’augurio che presto si possano dissipare le ombre che avvolgono il Colle. Altrimenti davvero si dovrà concordare con il fratello di Borsellino, Salvatore, il quale ha chiesto l’impeachment del presidente Napolitano incolpandolo di intralciare le indagini per il raggiungimento della verità.

Qui, troverete la trascrizione integrale (56 pagine da far scorrere nel riquadro) delle telefonate tra Mancino e il portavoce del Quirinale Loris D’Ambrosio. Da queste intercettazioni, appare che Napolitano si è interessato attivamente della faccenda. Si vedano, come primo esempio, le pagg. 33, 34, 40, 53 e ovviamente altre ancora. In altre parole: qualcuno ha delle gravi responsabilità: Napolitano, se in realtà ha voluto intervenire, come sembra, in favore di Mancino; D’Ambrosio, se ha parlato in nome di Napolitano non essendone autorizzato; o Grasso, se ha mancato al suo dovere di coordinamento.

Qui un articolo di Vittorio Feltri.


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Bart