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STORIA: Fascisti di ieri e di oggi

9 Aprile 2010

di Paolo Buchignani

[Storico e scrittore, Paolo Buchignani √® uno studioso del ‘900 italiano, con particolare riferimento al periodo compreso tra le due guerre.
Collaboratore di “Nuova Storia Contemporanea”, ha pubblicato numerosi saggi sulle avanguardie e sul fascismo. Tra i suoi libri: Marcello Gallian. La battaglia antiborghese di un fascista anarchico, Bonacci, 1984; Un fascismo impossibile. L’eresia di Berto Ricci nella cultura del ventennio, Il Mulino, 1994 (Premio Luigi Russo, ’94); Fascisti rossi, Mondadori, 1998 (poi in Oscar Mondadori, 2007); La rivoluzione in camicia nera. Dalle origini al 25 luglio 1943, Mondadori, 2006 (poi in Oscar Mondadori 2007).
Come narratore, segnalato da Romano Bilenchi e Geno Pampaloni, Buchignani ha esordito col libro di racconti L’orma d’Orlando (1992), a cui √® seguito il romanzo Santa Maria dei Colli (1996). Di prossima pubblicazione Solleone di guerra, racconti, prefazione di Carlo Lizzani, Firenze, Pagliai Polistampa, 2008.]

Riflessioni in margine all’iniziativa Fascismo, guerra, violenza. Lucca 1943-44, tenutasi a Palazzo Ducale venerd√¨ 19 febbraio 2010

Disprezzo per la libert√†, la democrazia, il pluralismo, il civile confronto tra le idee: di conseguenza rifiuto dello Stato liberale e delle istituzioni parlamentari in nome di una rivoluzione palingenetica e violenta che avrebbe dovuto sovvertire quello Stato e la civilt√† ‚Äúborghese‚ÄĚ di cui veniva ritenuto espressione, per fondare uno Stato nuovo, una nuova civilt√† e dar vita ad un ‚Äúuomo nuovo‚ÄĚ.

¬† ¬† ¬† ¬† Questo pensavano, per questo si battevano le √©lites intellettuali del primo Novecento, come ha ben spiegato lo storico Emilio Gentile: futuristi, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari, socialisti massimalisti. Tutti avevano una mentalit√† totalitaria (basti pensare alle violenze squadristiche, precorritrici di quelle fasciste, della campagna interventista: il neutralista non √® un avversario con cui discutere, ma un nemico da distruggere); tutti, a destra e a sinistra, ¬† compreso il Mussolini ancora socialista ¬† e poi interventista, compresi D’Annunzio, Marinetti e, pi√Ļ in generale, gli istigatori alla violenza che pullulavano in un ceto medio declassato e privo di rappresentanza politica.

        Sono costoro che preparano la guerra e poi il fascismo, nato dalla guerra, fondato sulla stessa logica totalitaria della guerra (chi non è fascista non è italiano: gli ebrei e gli antifascisti non sono italiani e vanno perseguitati)

¬† ¬† ¬† ¬† Questi sono i fascisti di San Seplocro, i precursori e i fondatori, figli di una cultura radical-nazionale, irrazionalistica e antidemocratica, che li conduce a quella scelta: una cultura, allora molto diffusa in Italia e in Europa. Diffusa e rafforzatasi pi√Ļ che mai nel dopoguerra, quando molti pensano che dal conflitto debba nascere un mondo radicalmente nuovo, che ognuno confusamente riempie delle sue aspirazioni e dei suoi miti: per la sinistra rivoluzionaria sar√† il bolscevismo sovietico; per i fascisti italiani una sorta di terza via rivoluzionaria tra capitalismo e comunismo.

¬† ¬† ¬† ¬† Il mito della rivoluzione √® una chiave fondamentale per comprendere il consenso di cui il fascismo gode specialmente fra i giovani, gli intellettuali e una parte delle classi lavoratrici. Esso si presenta come ‚Äúnuovo‚ÄĚ, come un’alternativa al vecchio e vituperato Stato liberale.

¬† ¬† ¬† ¬† Negli anni ’20, quando il regime, per consolidarsi, √® sostanzialmente appiattito sulle posizioni e gli interessi della grande borghesia, della monarchia, delle classi dirigenti tradizionali, che gli hanno aperto la strada del potere, quel mito sopravvive specialmente nella cultura, e lo stesso Mussolini si preoccupa di alimentarlo e di presentare quella fase (il ‚Äútempo secondo‚ÄĚ) come provvisoria. E in effetti, con la crisi del ’29, letta non solo in Italia, come crisi irreversibile della civilt√† liberale, borghese e capitalistica, il mito della rivoluzione fascista (e della terza via corporativa) torna in auge pi√Ļ prepotente che mai, per iniziativa del duce e di autorevoli gerarchi come Giuseppe Bottai. Quel mito galvanizza le giovani generazioni, formatesi nel regime, convinte che spetti a loro, non contaminate dalla ‚Äúdeleteria‚ÄĚ cultura liberale, di fondare la nuova civilt√†. Non a caso gli anni Trenta, come sostiene De Felice, sono quelli del massimo consenso per il regime. Ma questi sono anche gli anni in cui il fascismo si fa sempre pi√Ļ totalitario: per smantellare ulteriormente lo Stato liberale e svincolarsi dalla borghesia (ma sul piano economico-sociale ci√≤ non avviene) ha bisogno di pi√Ļ dittatura, di pi√Ļ violenza e intolleranza: abbiamo il Minculpop, nel ’38 le famigerate leggi razziali, nel ’39 la fascistissima riforma della scuola di Bottai e la nascita della Camera dei Fasci e delle corporazioni. Una china che porter√† l’Italia al mortale abbraccio con la Germania nazista e al disastro della guerra, interpretata dai fascisti rivoluzionari come uno strumento di rivoluzione antiborghese. Guerra e rivoluzione, in questa visione, coincidono. Coincidono anche per molti giovanissimi militanti di Sal√≤, educati fin dalla tenera et√†, al culto del duce e ai miti violenti e totalitari del regime.

¬† ¬† ¬† ¬† Insomma, l’adesione al fascismo storico e salotino pu√≤ trovare una sua spiegazione e, perfino, una giustificazione, nel clima in cui i giovani di allora furono condannati a vivere, gi√† prima della Grande guerra, ma soprattutto negli anni del regime; che √® stato, sia chiaro, una dittatura, e soltanto questo basta per condannarlo, perch√® dittatura significa mancanza di libert√†, di pluralismo, di rispetto dei pi√Ļ elementari diritti umani. E dittatura violenta e sanguinaria, √® stata, a maggior ragione, la Repubblica sociale italiana.

        Si chiedono gli odierni simpatizzanti del fascismo e di Utimperger che cosa sarebbe accaduto se invece degli anglo-americani e dei partigiani (certo non esenti da errori e, talvolta da orrori, come sempre accade in guerra) avessero vinto i repubblichini alleati di Hitler? Alleati di colui che aveva concepito il folle criminale disegno di stabilire il dominio assoluto della Germania sul mondo (e sterminare o schiavizzare tutti gli altri) e quel disegno aveva appena cominciato a realizzare?

¬† ¬† ¬† ¬† Allora fu una cultura antidemocratica, violenta, animata dal mito totalitario della rivoluzione palingenetica (comune anche, per molti versi, al comunismo: il ‚Äė900 √® stato il secolo dei totalitarismi) a generare il fascismo ed a sedurre i suoi adepti. Ma oggi? Che cosa spinge oggi alcuni giovani nelle file del neo-fascismo? Che cosa li porta a innamorarsi di Mussolini, Pavolini, Utimperger? Le ragioni credo siano molteplici, non ultima una debolezza psicologica che trova compensazione nella pratica della violenza, nell’individuazione di un nemico, nell’adesione fanatica ad un gruppo cementato da un’idea. Ma credo che al fascismo giovanile di oggi (cos√¨ come a certo sovversivismo di estrema sinistra) non sia estraneo quel mito della rivoluzione che ha attraversato tutto il XX secolo, dalla GrandeGuerra ai regimi totalitari, al terrorismo rosso e nero degli anni ’70, non ancora del tutto estinto.

¬† ¬† ¬† ¬† Deve rimanere tutto com’√®, dunque? Nulla deve cambiare? Niente affatto. Viviamo in un mondo profondamente ingiusto ed √® nostro dovere, in primis √® dovere dei giovani, intervenire per renderlo migliore. Ma sempre con la consapevolezza della relativit√† e dei limiti di ogni intervento politico, senza mai trasformare la politica in fanatica religione (e quindi in totalitarismo), come √® accaduto in un tragico, non lontano passato. C’√® bisogno di una progettualit√† alta, di una lotta anche dura, ma sempre democratica e civile, fondata sulla libert√† e sul dialogo.

        Libertà, umanità: valori non negoziabili e non sacrificabili su nessun altare, valori da non subordinare a nessuna ideologia, a nessun mito.

¬† ¬† ¬† ¬† Penso che le istituzioni, a partire dalla scuola, debbano promuovere con molta forza, lo studio della storia e dell’educazione civica. Far capire ai ragazzi che la storia non √® qualcosa di cartaceo e di astratto, ma √® fatta di carne e sangue. Far toccare con mano il fatto (e lo si pu√≤ fare in tanti modi) che non √® la stessa cosa vivere sotto una dittatura oppure in una democrazia liberale, dove i diritti fondamentali sono rispettati ed ognuno √® libero di esprimersi liberamene; dove si pu√≤ votare scegliendo il partito preferito, dove non si perde il lavoro o si √® cacciati da scuola perch√® ebrei; dove esistono avversari con cui confrontarsi e non nemici da distruggere, dove italiani siamo tutti e non solo quelli che indossano la camicia nera.


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1 commento

  1. Commento by BrunoTomasich — 21 Aprile 2010 @ 09:30

    E’ una valutazione semplice, o meglio semplicistica, del Fascismo. Invito l’autore ¬† a fare una ricerca storica seria prima di esprimere dei giudizi cos√¨ allineati al pensiero unico antifascista. Scrivo ci√≤ in piena coscienza dopo aver letto l’invidiabile curriculum del Buchignani. Geno Pampaloni suo mentore ha avuto, per propria :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen: :idea: :idea: :idea: :idea: ammissione, il suo gabinetto Viesseux ¬† nell’Istituto di Cultura Fascista; ci pensi. Per quanto mi riguarda ho l’et√† che mi ha permesso di vedere abbastanza e posso spiegarle bene l’altra Storia.

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