di Arturo Colombo
[dal “Corriere della Sera”, domenica 23 febbraio 1970]
Francesco Crispi aveva una barba dura, ispida e monumentale, che lo costringe va a dettar lettere, ricevere amici e dare istruzioni ai se gretari, standosene con la faccia insaponata sotto il ra soio di un barbiere paziente e taciturno. La sua barba, in somma, « ricorda l’aneddoto del diavolo quando vestito da forestiero andò dal barbiere, che si era fatto beffe di lui e gli porse la guancia. Il bar biere gli disfece la barba da una parte, poi cominciò dal l’altra. Senoncbé finita que sta, trovò che dall’altra parte era ricresciuta subito. E cosi via, finché il barbiere scappò facendosi il segno di croce ».
L’episodio lo racconta Car lo Dossi in una delle sue gu stosissime « note azzurre » e si riferisce al 1877, quando Crispi era presidente della Camera e si preparava a com pletare quella singolare pa rabola politica che da ribel le iconoclasta ne avrebbe fat to un rivoluzionario conver tito, pronto a diventare il capo di un governo forte, una specie di Bismarck all’italia na.
Sulla discussa figura dello statista siciliano, descritto da alcuni come il coraggioso e sfortunato alfiere di una « nuova Italia » e da altri condannato addirittura come un inconscio precursore del fascismo, ci offre adesso una equilibrata biografia Massi mo Grillandi nella collana diretta da Nino Valeri: Fran cesco Crispi (Utet, pp. 588, L. 6.500); una biografia che, fuori dalle polemiche di par te, ci restituisce il lungo iti nerario politico crispino, fi no al tragico epilogo dopo il disastro di Adua, quando il parlamento in tumulto (il 5 dicembre 1896) accoglie la notizia delle dimissioni.
Crispi aveva esordito fa cendosi subito la fama (co me si direbbe oggi) di con testatore. Tant’è vero che fin da ragazzo, quando a dieci anni lo avevano mandato a Palermo in seminario, non solo era entrato senza inchi narsi davanti a un’immagine sacra, dicendo che erano tut te superstizioni, ma presto aveva rincarato la dose, scandalizzando anche lo zio vescovo, col dire chiaro e ton do che una delle grosse cau se della miseria in Sicilia era l’accentramento delle ricchezze nelle mani dei pre ti.
Non fa meraviglia che un tipo simile, lasciati presto gli studi in teologia, si desse al la politica attiva, entrando in contatto con quel variopinto ambiente di patrioti, esuli e cospiratori, che riempirà le pagine del nostro risorgimen to. E infatti, il più battaglie ro a spingere Garibaldi al l’impresa dei mille è proprio Crispi, il «don Ciccio » che diventerà « segretario di sta to » nel maggio del ’60, poco dopo Calatafimi.
Ma all’esperienza fra le ca micie rosse seguirà la «svol ta » moderata di Crispi di lì a pochi anni e la polemica con Mazzini, che non gli per dona di aver abbandonato la fede repubblicana per far da puntello ai Savoia e vagheg giare chissà quale modello di « stato forte ». Di carattere difficile, spesso sospettoso, insofferente alle critiche, sempre impulsivo (aveva la virtù massima della « celeri tà » e il massimo difetto del la « fretta », dirà con la soli ta graffiante ironia Carlo Dossi: una fonte che Grillan di non mi sembra abbia sfruttato nella sua ricca aned dotica), Crispi dapprima sa rà una delle «colonne » a fianco di Depretis, poi gli si metterà in urto, attaccando la politica del trasformismo.
Proprio a Depretis succede rà nel 1887, a capo di un go verno dove vorrà tenere per sé anche due dicasteri (gli interni e gli esteri), che gli attireranno l’accusa di esse re « un dittatore », di volere « la maniera forte », di guar dare solo a Bismarck come stratega della Realpolitik. (un’accusa, questa, che accre sciuta dalla sua francofobia in politica estera e dalla sua aperta ostilità verso le forze operaie e socialiste in cam po interno, doveva segnare ancora di più le tappe della completa «involuzione » crispina e accrescergli intorno le critiche e il malcontento (di cui fu patologica espres sione l’attentato dell’anar chico Lega nel ’94).
Ma è nel fallimento di una politica coloniale, promossa con l’illusoria prospettiva di fare dell’Italia una « grande potenza », che si misura l’am bizione (sbagliata) dell’ulti mo Crispi, sempre più in transigente nel portare avan ti, con la guerra d’Abissinia, un disegno mal preparato e peggio diretto, che attirerà sull’opera di Crispi i giudizi più contrastanti e renderà tanto difficile una serena ri costruzione storica. Carducci ne parlerà come dello sta tista che « ha il concetto più alto e forte dell’unità ita liana »; Cavallotti lo descri verà come « il vecchio che per i suoi gusti butta nella voragine la patria ». A quasi settant’anni dalla sua scom parsa (morì l’11agosto 1901) la polemica continua ancora. E questo libro di Grillandi la registra puntualmente.
Commenti
Una risposta a “Francesco Crispi: il Bismarck all’italiana”
d’accordo, manca però l’episodio in cui sparò sui contadini siciliani …