Hitler invade la Polonia

di Paolo Monelli
[dal “Corriere della Sera”, domenica 31 agosto 1969]

Il primo settembre del 1939, quando si seppe che i tedeschi avevano passato in armi la frontiera polacca, ero in va ­canza a Brioni. La più raffi ­nata villeggiatura che ci fos ­se allora da noi, un’isola in ­cantevole a poca distanza dalla costa istriana, disabi ­tata salvi gli ospiti di un grande albergo con cinque bar e di alcune ville; dalla quale era bandito ogni gene ­re di veicoli a motore, per le stradette di terra battuta non si andava che a piedi o in bicicletta; un eremo avvol ­to da un silenzio profondo e dai forti aromi dei pini dei lauri dei lentischi. L’albergo aveva una clientela interna ­zionale, di artisti, principi del sangue e dell’ingegno, ban ­chieri e industriali, diploma ­tici, campioni di polo, pro ­prietari di panfili, di dame corrispondenti a tali catego ­rie; per bagnarsi bastava ac ­caparrarsi una delle innume ­revoli piccole cale serrate dal bosco, ove immergersi in fe ­lice segreta nudità.

«Fantastici furori »

In questo ambiente squisi ­to di belle époque in ritardo di decenni, la notizia che or ­mai era in corso la seconda guerra mondiale scoppiò inat ­tesa, paurosa, sconvolgente. (Nessuno s’illudeva che il conflitto restasse limitato, si sapeva che Francia e Inghil ­terra s’erano fatte paladine della Polonia e avrebbero di ­chiarato guerra alla Germa ­nia, come fecero due gior ­ni più tardi, che già « l’avan ­zata tedesca in Polonia è tra ­volgente », scrisse Ciano nel suo diario sotto quella data). E fu subito una precipitosa diaspora degli ospiti stranie ­ri; e un po’ meno frettolosa degli italiani, appena sep ­pero che il consiglio dei mi ­nistri sotto la presidenza di Mussolini aveva annunciato che l’Italia « non avrebbe preso iniziativa alcuna di operazioni militari ».

Inattesa e sconvolgente la notizia anche per me, che pure avrei dovuto saperne più degli altri per il mio mestie ­re. Ero stato i primi di giu ­gno di quell’anno in Polonia, avevo descritto ai miei lettori i « fantastici furori » di quel popolo generoso e malaccorto. « Ci sentiamo forti contro i tedeschi », mi diceva un giornalista, «se pensano che faremo come i cèchi si sbagliano della grossa ». Ed un giovane architetto declamante in una trattoria notturna fra colleghi e studenti, « signore, prego â— mi ripeteva â—, non solo siamo pronti a fare la guerra ma desideriamo che venga »; e « desideriamo che venga presto, prego, signore », ribadiva una fanciulla dagli occhi fanatici, « non abbia ­mo paura dei tedeschi, li abbiamo sempre battuti ». E viaggiando una notte da Var ­savia a Cracovia il conduttore della vettura letti mi por ­tò in una carrozza di terza classe a parlare con un gruppo di contadini, me ne traduceva le parole, « bisogna farla subito la guerra, se no i tedeschi, che non hanno da mangiare, verranno a farla loro quando gli farà più co ­modo ».

Ma fuori di questi improvvidi e illusi polacchi, viag ­giando quell’estate in Italia e in Francia, conversando con uo ­mini politici, con diplomatici, non ricordo di aver trovato alcuno che non fosse fidu ­cioso che la guerra l’avremmo scapolata; con tutte le richie ­ste di compensi coloniali dell’Italia alla Francia, con tut ­te le pretese dei tedeschi di riavere Danzica e di costruire un’autostrada extraterritoriale traverso il corridoio della Pomerania, e nonostante incalzanti azioni di prepoten ­za, l’entrata dei tedeschi a Praga il 15 marzo, e una set ­timana più tardi il ratto del territorio lituano di Memel, e l’occupazione dell’Albania da parte nostra il mese di aprile.

Il 10 maggio parlando in piazza a Torino Mussolini af ­fermò: « Non vi sono attual ­mente in Europa questioni di ampiezza e acutezza tale da giustificare una guerra che da europea diverrebbe per logico sviluppo di eventi universa ­le ». Ma pochi giorni prima aveva concluso conla Germaniaun’alleanza militare (il 19 marzo aveva detto a Ciano: « E’ impossibile pre ­sentare in questo momento all’Italia un’alleanza con i te ­deschi, si rivolterebbero le pietre »): il fatale patto di acciaio, che sulle prime aveva battezzato « patto di sangue ». Ma anche quando il patto fu solennemente firmato il 22 maggio a Berlino, negli am ­bienti diplomatici si volle con ­siderarlo un elemento di ot ­timismo, « soltanto uno spau ­racchio per tenere a badala Francia ».

Ero andato a trovare Cia ­no i primi di agosto, m’aveva detto che il ministro degli esteri Ribbentrop l’aveva più volte assicurato chela Germaniaaveva bisogno di un lungo periodo di pace, alme ­no di tre anni: « Non dia ret ­ta a quella cassandra di Attolico (nostro ambasciatore a Berlino) che mi ciurla nel manico e preannuncia un colpo di testa di Hitler per il 15 agosto ».

Avevo incontrato a Vene ­zia in quegli stessi giorni il ministro della propaganda Goebbels venuto ad assistere alla mostra del cinema, che doveva pur sapere che cosa bollisse in pentola a Berli ­no; lo vidi due o tre volte, parlava come si fosse all’ini ­zio di una pace perpetua: in ­vitò scrittori ed editori a Berlino per l’autunno ad una mostra del libro italiano, con ­giunta ad un convegno di poesia. Mi disse la mattina dell’11 all’ombra di un capanno al Lido: « Chi avrebbe potuto prevedere qualche anno fa lo svolgimento degli at ­tuali avvenimenti politici sen ­za definirli disastrosi? Vedete invece come sono andate le cose, e nulla è successo delle temute catastrofi. Un secolo e mezzo fa la rivoluzione li ­berale della Francia le dette il predominio sull’Europa dell’Ottocento; oggi la rivoluzio ­ne delle nazioni totalitarie dà loro il diritto a tale predomi ­nio per il corrente secolo. Ci fu in Francia per quel rivol ­gimento un feroce bagno di sangue. Non credo che ce ne sarà bisogno, da noi. E non abbiamo fretta. Anzi più i regimi democratici ci avversano più ci stimolano a migliori cose ».

Illusioni francesi

Anche nelle Memorie di Raffaele Guariglia, allora no ­stro ambasciatore a Parigi, si legge che ai princìpi di luglio nessuno in Italia credeva « che un vero e proprio conflitto ge ­nerale potesse avere luogo a breve scadenza, e tanto me ­no ad una scadenza di due mesi, come poi avvenne ». Narra Guariglia che soltanto il 23 agosto, quando giunse notizia della firma del patto russo-tedesco che dava liber ­tà alla Germania, libertà di azione in occidente, e lascia ­va alla sua mercéla Polonia, solo allora a Parigi si comin ­ciò a temere il peggio. Ma erano così poco informati, o così poco preoccupati i poli ­tici francesi che quello stes ­so 23 agosto il presidente del Consiglio Daladier negava la possibilità di un accordo fra russi e tedeschi per spartirsila Polonia.

Alla fine di luglio Mussoli ­ni, che ormai s’era persuaso che le condizioni dell’esercito e la penuria delle materie prime non gli permettevano assolutamente di entrare in guerra, propose ad Hitler di incontrarsi al Brennero il 4 agosto per studiare il modo di farsi « protagonisti di una pratica pace » convocando una conferenza internazionale a cui partecipassero Italia, Ger ­mania, Francia, Gran Breta ­gna, Spagna e Polonia. Insomma, « una seconda Monaco, ma più grande e migliore ». Proprio così. Ciò che gli era riuscito a Monaco il 30 set ­tembre dell’anno precedente, di fermare Hitler un quarto d’ora prima del termine sta ­bilito per l’attacco alla Ce ­coslovacchia, ora vagheggia ­va di rifarlo; vittima di due errori di giudizio, che la Ger ­mania non volesse la guerra subito, e che egli, Mussolini, sarebbe stato capace di arre ­stare all’ultima ora il corso degli avvenimenti con la sua volontà e la sua autorità. (Si vedano le citate Memorie di Guariglia).

Volontà implacabile

Ma aveva un bell’illudersi Mussolini a proporre incon ­tri e negoziati; Hitler di me ­diazione non voleva nemme ­no sentire parlare; e tanto meno da parte di colui che continuava a celebrare co ­me il suo grande ed unico amico, ma al quale non per ­donava di averlo messo nel sacco a Monaco.

Salta il convegno del 4 ago ­sto al Brennero. Ma Mussoli ­ni non si arrende; spedisce Ciano in Germania per un ultimo tentativo; deve prova ­re ai tedeschi con documenti alla mano che una guerra in quel momento sarebbe una follia; occorre risolvere le questioni che turbano perico ­losamente la vita europea co ­modi a tavolino. Appena arri ­vato a Salisburgo Ciano sente che presso i tedeschi la vo ­lontà del combattimento è implacabile. Glielo dice Ribbentrop, freddo, brutale. Glielo conferma Hitler, cordiale, calmo, ma ugualmente reci ­so. Ciano rientra a Roma disgustato della Germania dei suoi capi, del loro modo di agire. Mussolini borbotta che l’onore gli impone di marciare conla Germania, costi quel ­lo che costi; e vuole la sua parte di bottino in Croazia e in Dalmazia.

Si illude ancora il dittatore in seconda, di aver voce in capitolo. Il 23 agosto presen ­ta all’ambasciatore britannico più o meno lo stesso piano che voleva sottoporre ad Hitler al mancato incontro del Brenne ­ro; persuaderela Poloniaa restituire Danzica alla Ger ­mania, poi trattative, e una grande conferenza della pa ­ce; e Percy Lorraine è cosi commosso che sviene tra le braccia di Ciano. E continua ­no ad illudersi Francia ed In ­ghilterra; e chissà che cosa spera lo stesso Hitler da un accordo conchiuso conla Rus ­sia lo stesso 23 agosto (e di cui dà notizia a Mussolini solo il 25); il fatto sta che l’a ­vanzata oltre la frontiera po ­lacca stabilita per il 25 lu ­glio la rimanda ad altra da ­ta; ed offre inopinatamente, anche questo all’insaputa del ­l’Italia, una specie di alleanza all’Inghilterra, pur che egli possa risolvere rapidamente il problema di Danzica e del corridoio. Il 29 agosto l’In ­ghilterra, non aliena da un accordo, fa controproposte: tutta la giornata del 30, tutta la giornata del 31 passano in concitati colloqui, scambi di telefonate urgenti e un assiduo fare la spola di messag ­geri fra Parigi, Londra, Var ­savia, Berlino; finché l’alto comando militare tedesco rompe gli indugi e ordina l’i ­nizio delle operazioni milita ­ri alle 4.45 del mattino se ­guente.

Mussolini, ormai estromes ­so, ha passato giornate ango ­sciose, di nervi tesi, di decla ­mazioni, di propositi bellicosi. Ancora il 31 agosto propone ai governi di Francia e di Gran Bretagna di indire una conferenza per il 5 settembre « per rivedere quelle clausole del trattato di Versailles che turbano la vita europea ». Vi ­sto che non può giocare alla guerra vera, si sfoga con or ­dini di richiami alle armi, con requisizioni, con allarmi ae ­rei, con l’oscuramento della capitale. Tutta la giornata la trascorre nell’attesa d’una ri ­sposta da Parigi e da Londra. Alle venti e trenta Ciano va a dirgli che Londra ha taglia ­to le comunicazioni telefoniche. « E‘ la guerra », com ­menta. « Ad ogni modo â— ag ­giunge â— domani dichiarerò al consiglio dei ministri che noi non marciamo ». Ma do ­mani può essere troppo tardi; e se intanto gli anglo-francesi facessero un gesto irreparabi ­le? D’accordo con il suo ca ­po Ciano manda a chiamare l’ambasciatore britannico, e fingendo una indiscrezione, « uno scatto del cuore », gli versa nel seno la confidenza che mai e poi mai l’Italia fa ­rà guerra alla Gran Bretagna e alla Francia. E al buon Per ­cy Lorraine si riempiono gli occhi di lacrime. Intanto, ri ­masto solo, Mussolini dà ordine che siano riaccese le luci nella città.

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