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STORIA: I MAESTRI: Il compagno imperatore

26 Novembre 2016

di Indro Montanelli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, sabato 27 settembre 1969]

Due anni or sono, proprio di questi tempi, un laconico comunicato dell’agenzia di Stato di Pechino annunzi√≤ la mor ¬≠te per cause naturali di Pu Yi, l’ultimo imperatore della Cina. Per molti lettori, sar√† stata una sorpresa. Ma come? In Cina, con tutto quello che vi era successo e seguitava a succedervi, c’era ancora un imperatore,, sia pure ex, in condizioni di morire nel suo letto o di ¬ę fare notizia ¬Ľ con la sua scomparsa?

Proprio cos√¨. Pu Yi non so ¬≠lo era sopravvissuto alla rivo ¬≠luzione comunista, ma anzi ne era diventato un militante, se ¬≠deva alla Camera come depu ¬≠tato, e la domenica teneva lun ¬≠ghi sermoni ai ¬ę Balilla ¬Ľ di Mao per istruirli sui malestri compiuti dai suoi antenati, sul loro malgoverno, sui loro so ¬≠prusi. Lo esibivano come il monumento della generosit√† del regime, e lui ne recitava la parte con coscienzioso zelo, mostrandosi a tutti i ricevi ¬≠menti degli alti gerarchi e con ¬≠cedendo interviste ai giornali ¬≠sti stranieri. Era, dicono, un brav’uomo di poco cervello. Sar√†. Ma almeno come ¬ę gal ¬≠leggiante ¬Ľ quest’uomo di po ¬≠co cervello era un genio.

Era diventato imperatore nel 1908, come ultimo erede dei Ching. I Ching non erano cinesi. Erano una dinastia mancese che tre secoli prima aveva conquistato il trono di Pechino, ma aveva finito per cinesizzarsi. L’ultimo suo gran ¬≠de campione era stato una donna, Tzu Hsi, dispotica, avi ¬≠da, viziosa, sospettosa, crudele e scaltrissima. I sudditi non l’avevano mai vista. Essa li governava, o per meglio dire li teneva in soggezione di die ¬≠tro le mura della ¬ę Citt√† Proi ¬≠bita ¬Ľ, il Quirinale di Pechi ¬≠no, piastrellato di giallo e ac ¬≠cudito da tremila eunuchi. Pri ¬≠ma di morire, fece flagellare a morte l’ultimo dei suoi favo ¬≠riti, che avevano fatto tutti la stessa fine, e design√≤ alla suc ¬≠cessione il pronipote Pu Yi forse solo perch√© costui, aven ¬≠do appena due anni, non ave ¬≠va fatto in tempo a incorrere nelle sue collere.

Pu Yi rimase imperatore fi ¬≠no a cinque anni. Poi discese dal trono con la stessa docili ¬≠t√† con cui vi era salito, poich√© frattanto la rivoluzione di Sun Yat-sen aveva liquidato la mo ¬≠narchia e istaurato la repub ¬≠blica. il cambio della guardia per√≤ era avvenuto in maniera molto cinese. Pu Yi era dichia ¬≠rato decaduto, manteneva il suo titolo, ma la Repubblica gli passava quattro milioni di dollari all’anno, due miliardi e mezzo di lire, perch√© conti ¬≠nuasse a giuocare all’imperatore, dentro la Citt√† Proibita e fosse in grado di mantenere la sua corte e i suoi tremila eunuchi.

Forse fu in questo periodo ch’egli si allen√≤ a fare l’amico dei nemici. I grandi personaggi del nuovo regime, e specialmente i “signori della guerra” che si spartivano i comandi militari, venivano a rendergli omaggio genuflettendosi. Nel ‚Äė17 lo rimisero anche sul trono, ma solo per pochi mesi. Pu Yi si lasciava fare. Riprendeva la corona quando gliela porgevano, la restituiva quando gliela richiedevano, e tutto con la stessa buona grazia.

*

Le cose cambiarono nell’25, quando Sun Yan-set mor√¨, e la lotta si radicalizz√≤ fra i nazionalisti di suo cognato Ciang Kai-scek e i comunisti che a quei tempi non erano ancora di Mao Tse-tung. Pu Yi cap√¨ che di questi nemici era pi√Ļ difficile fare l’amico, abbandon√≤ di nascosto la Citt√† Proibita e ripar√≤ a Tientsin mettendosi sotto la protezione dei giapponesi. Costoro, che si preparavano a invadere il paese, videro in lui un ideale quisling, lo spedirono al seguito delle loro truppe che sbarcavano a Shanghai, e lo nominarono prima capo del governo e poi imperatore del Manciuku√≤, lo Stato satellite che essi avevano inventato nel cuore della Cina. Cos√¨, seguitando a lasciarsi fare, Pu Yi riebbe un trono, sia pure pi√Ļ piccolo e meno glorioso. I giapponesi glielo avevano dato perch√© speravano che la presenza di un sovrano del loro sangue avrebbe rinsaldato l’indipendentismo dei mancesi. E Pu Yi secondo il piano dei suoi sostenitori. Ma costoro, a differenza dei repubblicani cinesi, non gli consentirono di fare l’amico dei nemici. L’obbligarono a controfirmare delle loro sciagurate iniziative militari, compresa quella di Pearl Harbor. Delle prede belliche che i sovietici fecero in Manciuria, l’unica regione industrialmente sviluppata, grazie agli impianti che i nipponici vi avevano installato, Pu Yi fu l’unica che essi restituirono alla Cina, quando divent√≤ comunista.

Sulla sorte dell’ex-Figlio del Cielo sembrava che non potessero esserci dubbi. Non soltanto egli incarnava quei valori di tradizione e quei privilegi di casta contro cui Mao aveva innalzato il vessillo della rivolta, ma era anche l’arcicollaborazionistia messosi al servizio dell’invasore. Nessun “caso” come il suo pareva prestarsi a uno di quegli spettacolari processi, con finale apoteosi sul patibolo, che rappresentano insieme le consacrazioni e i circenses messe della rivoluzione. Invece, nulla. Pu Yi fu condannato soltanto alla ¬ę rieducazione ¬Ľ nel carcere- modello di Fushun e tanto di ¬≠mostr√≤ di averne profittato, che nel ’59 lo rimisero in li ¬≠bert√†, gli diedero un posto di giardiniere all’Orto Botanico di Pechino, e dopo poco lo fe ¬≠cero anche deputato.

Le ultime sue pubbliche ap ¬≠parizioni fra gli alti dignitari del regime risalgono al ’66. Poi nessuno ne seppe pi√Ļ nul ¬≠la fino al laconico comunica ¬≠to che annunciava la sua mor ¬≠te. Era stata la declinante sa ¬≠lute a provocarne il ritiro, o non piuttosto la brusca svolta impressa dalla rivoluzione culturale col suo radicalismo insofferente di ogni compro ¬≠messo col passato? Non ci meraviglieremmo di apprendere un giorno che la sua malattia fu il manganello di una ¬ęguar ¬≠dia rossa ¬Ľ. Ma, dato il tipo, nemmeno ci stupiremmo di scoprire ch’egli era dalla par ¬≠te dei manganellatori, non dei manganellati. Comunque, Pu Yi aveva gi√† lanciato il suo canto del cigno con un’auto ¬≠biografia che, dopo essere sta ¬≠ta, in gara coi Pensieri di Mao, il pi√Ļ spettacoloso best seller della Cina comunista, compa ¬≠re ora in lingua italiana, gra ¬≠zie alla casa editrice Ferro (Il compagno Imperatore, pagg. 370, L. 2.500).

*

Togliamo subito a Cesare ci√≤ che non √® di Cesare. Non si tratta di una vera e propria biografia. Si tratta di un libro di propaganda, scritto su ordinazione, e forse nemmeno di mano dell’autore. Ma questo riguarda soprattutto l’ultimis ¬≠sima parte: quella dedicata al ¬≠l’esaltazione del nuovo regi ¬≠me, che infatti √® la pi√Ļ sca ¬≠dente, come sempre lo sono componimenti agiografici. Pu√≤ interessare solo come docu ¬≠mento psicologico, come re ¬≠ferto sui risultati del ¬ę lavag ¬≠gio di cervello ¬Ľ, quale si pra ¬≠tica in Cina. Ma i ricordi del ¬≠la ¬ę Citt√† Proibita ¬Ľ, che rap ¬≠presentano il grosso del volu ¬≠me, sono un bocconcino da non perdere.

Nella descrizione di questa Bisanzio durata fino a cinquantanni orsono, con le sue raffinatezze e efferatezze, coi suoi complicati rituali, coi suoi protagonisti da corte dei mira ¬≠coli, il servizievole Pu Yi avr√† anche calcato la mano per di ¬≠mostrare quanto fosse ese ¬≠cranda. Ma nei suoi tratti fon ¬≠damentali si sente che il qua ¬≠dro √® vero. Che l’autore lo ab ¬≠bia redatto di suo pugno o che lo abbia dettato a uno scriba pi√Ļ esperto di grammatica e di sintassi, ne risulta un docu ¬≠mento affascinante, sconcer ¬≠tante e rivelatore. Il mondo che fruscia nelle sue pantofole di raso fra i padiglioni della Citt√† Proibita, illeggiadriti da nomi come Sala dello Studio Solerte, Palazzo del Nutri ¬≠mento Spirituale, Torre del Cielo senza Nubi eccetera, √® ancora quello di Turandot. Le figure che vi dominano, riempiendolo di pettegolezzi, di tresche, di ventagli e di delit ¬≠ti, sono le Alte Consorti, ve ¬≠dove dei defunti imperatori, ognuno dei quali se ne lascia ¬≠va dietro un bello strascico, abituati com’erano a sposare a ottant’anni ragazze di diciot ¬≠to. Ma tutto questo non illu ¬≠mina solo il passato, ma anche il presente.

Della Cina d’oggi si sa sol ¬≠tanto una cosa: che nessuno ne sa nulla, la sinologia essen ¬≠do una scienza ancora pi√Ļ opi ¬≠nabile della cremlinologia, ed √® tutto dire. Direttamente neanche questo ce ne rivela granch√© perch√© la parte dedi ¬≠cata al nuovo regime √®, come ho detto, la pi√Ļ fasulla e pataccosa. Ma il flash back ci fa capire il perch√© dello scosso ¬≠ne e delle sue ricorrenti vio ¬≠lenze. Se la Russia era ferma a Pietro il Grande, la Cina era ferma a Marco Polo. Per in ¬≠serirsi nella civilt√† moderna, Dio sa di quante rivoluzioni culturali avr√† ancora bisogno. Lo diciamo per i maoisti no ¬≠strani che non diano fondo troppo presto alle loro ener ¬≠gie e non arrivino sfiatati allo sprint finale.

*

Un mistero per√≤ il libro non chiarisce: quello dell’au ¬≠tore. Che tipo fosse e come abbia fatto a sopravvivere a tante catastrofi quest’uomo al ¬≠levato in un serraglio di don ¬≠ne e eunuchi, rimasto fino a vent’anni privo di contatti col mondo di fuori, senz’altro ag ¬≠gancio con la modernit√† che un telefono e una bicicletta, queste pagine non spiegano. Ma credo che abbia ragione Giorgio Fattori, quando defi ¬≠nisce Pu Yi un ¬ę camaleonte sincero ¬Ľ. Ce ne sono, che cambiano non soltanto la pimentazione della pelle, ma an ¬≠che quella del sangue. Pu Yi non era il povero imbecille che credevano di vedere i genera ¬≠li giapponesi, probabilmente pi√Ļ imbecilli di lui. Ma non era nemmeno uno scaltro cal ¬≠colatore disposto a qualsiasi tradimento come devono averlo considerato i suoi fedeli ve ¬≠dendogli fare tutte quelle gi ¬≠ravolte. Era un re travicello, sempre pronto a adeguarsi. A tutto. Alla repubblica. All’in ¬≠vasore. A Marx. Non lo faceva n√© in buona n√© in cattiva fe ¬≠de per il semplice motivo che di fede non ne aveva nessuna, nemmeno nella dinastia e nel trono.

Mi dispiacerebbe se lo aves ¬≠sero ammazzato. In fondo, per l’esempio che aveva avuto in famiglia, specie dalla zia Tzu Hsi e per il modo con cui lo avevano tirato su, era riuscito abbastanza bene: quasi un ga ¬≠lantuomo.

 

 


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Bart