Il dissidente Cattaneo

di Franco Valsecchi
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 6 febbraio 1969]

Cento anni, oggi, dalla mor ­te di Carlo Cattaneo: 6 febbraio 1869. Un dimenticato? No, certo. Ma non così vivo e presente, nella memoria e nel cuore degli italiani, come il suo grande rivale, Mazzi ­ni. Sono, Cattaneo e Mazzini, i due volti opposti della « si ­nistra » risorgimentale. L’em ­pito romantico, Mazzini, la « carica » interiore del Risor ­gimento, l’anelito morale. Cat ­taneo… Cattaneo è un « progressista » nel senso moderno della parola. Il problema italiano, che per Mazzini è pro ­blema di educazione, di mo ­rale, per lui è problema di progresso civile, politico, so ­ciale, economico, scientifico: problema di adeguamento ai tempi, di « aggiornamento » dell’Italia al livello delle più progredite nazioni. Il primo positivista italiano, fu e non a torto.

Un positivismo istintivo, più che dottrinario. Il suo maestro non è Comte, è Romagnosi. Questo intellettuale, che ha esordito negli studi come insegnante di gramma ­tica latina e di « umanità », sente il bisogno di muoversi su un terreno solido e positi ­vo. In una Italia ancora in ­trisa di letteratura, è l’economia, è la statistica che lo interessano: il dato e il fatto concreto. Scrive della Lombardia: e sono « Le notizie naturali e civili della Lom ­bardia », l’oggetto della sua ricerca. Scrive degli Ebrei: ed è l’aspetto giuridico, eco ­nomico, sociale dell’argomen ­to che lo attrae: « Ricerche economiche sulle interdizioni imposte dalla legge agli israe ­liti ». Fonda una rivista: e già il titolo è eloquente: « Il Politecnico ». Non è una del ­le solite riviste in cui la po ­litica si mescola alla letteratura: è, si definisce, un « re ­pertorio di studi applicati al ­la cultura e alla prosperità sociale ».

*

In una Italia che si rivol ­ge ancora al passato, come esempio, e modello, e fonte di ispirazione, il suo ideale è la modernità: tenere il pas ­so coi tempi. In piena età ro ­mantica (le « Interdizioni » sono del ’35, il « Politecni ­co » del ’59, le « Notizie » del ‘43) anticipa le nuove parole del secolo. E’ uno dei primi â—- e uno dei pochi â— tra i protagonisti del Risorgimento a cogliere, nell’in ­treccio dei motivi della nuo ­va storia, insieme alla nota economica, la nota sociale, e a coglierla nei suoi accenti più moderni e attuali. Repub ­blicano, il suo repubblicane ­simo non è quello della tra ­dizione. Nulla dell’enfasi gia ­cobina; nulla dell’eredità letteraria; nessuna traccia della retorica d’uso. E’ repubblica ­no, perché vede nella Repubblica l’unica autentica forma di democrazia, non solo, ma anche la forma di governo più aggiornata, più risponden ­ti alle esigenze dei tempi nuovi, interprete più adeguata della nuova realtà politica e sociale. Federalista, il suo federalismo non è soltanto, non è tanto una « deduzio ­ne » storica â— la soluzione federale come il naturale sboc ­co di tutto il corso della sto ­ria d’Italia â— quanto una petizione di principio. La fe ­derazione â— la salvaguardia delle autonomie locali che la federazione comporta â— è, per lui, la più forte, e sicura, e « organica » garanzia di li ­bertà. L’unità â— il grande sogno mazziniano dell’unita â— è, invece, un pericolo da combattere: è l’incarnazione del centralismo, è il Moloch livellatore che soffoca ogni spontaneo germe di libertà, che uniforma nel suo grigiore la ricca varietà della vita ita ­liana.
Sempre, in Cattaneo, un procedimento logico lineare, che procede diritto, con ine ­sorabile coerenza. Il proble ­ma italiano, lo vede, lo sen ­te, sì, come problema nazio ­nale; ma ancor più come problema europeo, come parte, aspetto del problema europeo. « La guerra d’Italia â— scrive nel 1848 â— fa parte della guerra civile d’Europa… L’Italia non può essere libera che nel seno di una Europa libe ­ra ». E ancora: « Le nazioni d’Europa devono unirsi con ben altro legame che l’unità materiale: devono unirsi nel principio morale dell’egua ­glianza e della libertà ». E conclude: « Noi avremo pace solo quando avremo gli Stati Uniti d’Europa ».

*

Nazionalità, dunque; ma nazionalità in quanto egua ­glianza e libertà. Il punto di partenza, per lui, è la demo ­crazia: la nazionalità è il punto d’arrivo: una conse ­guenza, non una premessa. E’ noto il drammatico con ­trasto che lo mise di fronte a Mazzini, all’indomani del ­le Cinque Giornate. Mazzini, il rivoluzionario Mazzini, è pronto a subordinare â— al ­meno nell’attuazione â— l’ideale democratico all’ideale nazionale: se il mezzo per raggiungere l’indipendenza e l’unità è la monarchia, si ac ­cetti la monarchia come mez ­zo a quel fine. « Fate l’Ita ­lia, e sarò con voi ». Cat ­taneo no.
Per Cattaneo, la liberazio ­ne dall’Austria ha un signifi ­cato, se è liberazione non sol ­tanto dallo straniero, ma an ­che da ogni vincolo, da ogni intralcio che ostacola il pro ­gresso. La monarchia, sia pu ­re vestita di vesti costituzionali, gli appare, per sua na ­tura, conservatrice, per sua natura, antirivoluzionaria: un ostacolo sulla via del rinno ­vamento integrale. Non vale, quindi, liberarsi dall’impero austriaco per cadere nelle braccia del regno sardo. Per Cattaneo, Carlo Alberto co ­stituisce un pericolo non mi ­nore di quello rappresentato da Radetzky. Carlo Alberto – scrive – « non poteva che supplire all’ufficio che la vacillante Austria non so ­steneva ormai più, di proteg ­gere e puntellare le opinioni stantìe »: l’intervento piemon ­tese significava « la sconfitta delle Cinque Giornate »: un travestimento dell’antico regime, con l’etichetta piemon ­tese anziché austriaca. « Noi siamo circondati dalle baio ­nette austriache e piemontesi – dichiara; â— ebbene, accu ­satemi di empietà, ma io vi dico che preferisco vedere il ritorno degli austriaci piutto ­sto che vedere Carlo Alberto alla testa della Lombardia ».

*

Ancora, sempre, il rigore di una logica, che non cono ­sce transazioni con la realtà. E la realtà, in quel momen ­to, la viva, la vera, la pro ­fonda realtà, senza la quale il ’48 italiano avrebbe per ­duto ogni vigore e nerbo ed impulso, era la patria, era il sentimento nazionale, che so ­lo dava un’anima al moto, e travolgeva in una ondata irre ­sistibile i cuori. Mazzini, l’i ­dealista Mazzini, il sognatore Mazzini, sente questa realtà, e la interpreta; Cattaneo, il positivista, il « realista » Cat ­taneo, si astrae nel rigore di un ragionamento, che perde ogni contatto con il mondo reale.
Si prenda la sua « Insurrezione di Milano », le sue «Considerazioni sul ’48 ». Non si ferma, Cattaneo, al cliché patriottico: guarda più a fondo, al gioco degli interessi delle forze sociali. La sua lucida analisi sulla politica del Governo Provvisorio, dei « notabili » del Governo Provvisorio, ha senza dubbio pagine acute, e sotto molti aspetti penetranti. Da una parte, nei notabili milanesi, la preoccu ­pazione di non spingere le cose a fondo, il timore che la piazza prenda la mano, la paura della piazza: onde la tendenza a trattare con le au ­torità austriache, ad ottenere lo scopo con le trattative, sen ­za lanciare troppa libertà d’a ­zione alle barricate; e, insie ­me, il desiderio di affrettare l’intervento piemontese, che rappresenta l’ordine, l’autori ­tà, il freno al dominio della piazza: l’intervento piemonte ­se come antidoto alla rivolu ­zione. Dall’altra parte, la preoccupazione di porre del ­le condizioni ai « liberatori » di assicurarsi delle garanzie, di salvaguardare l’autonomia lombarda, di non mutare la liberazione in una conquista.

Una lucida analisi, acuita, aguzzata dalla passione di parte. Lui, Cattaneo, è per la rivoluzione integrale; nel Comitato di Guerra, durante le Cinque Giornate, è per la lotta ad oltranza. E nel plebiscito che segue, per l’annes ­sione al Piemonte, è per il no, anche se il suo no non rac ­coglie consensi. E al suo no rimane sempre fedele, con in ­crollabile coerenza.

Al no del 1848 a Carlo Al ­berto segue il no del 1859 a Vittorio Emanuele. Anche se, in quel momento, Vittorio Emanuele è l’Italia; anche se, in quel momento, la politica piemontese significa l’indipen ­denza, sta per significare l’u ­nità d’Italia. La guerra di Lombardia è guerra imperia ­le, è guerra regia: e quella ch’egli vuole è la guerra rivo ­luzionaria. Che il Piemonte, poi, rappresenti l’unità, la so ­luzione unitaria è per lui, fe ­deralista, una ragione di più di opposizione. Quando, nel ’60, con Garibaldi, con i Mil ­le, l’iniziativa passa alla ri ­voluzione, alle forze rivoluzio ­narie, di cui le camicie rosse sono l’incarnazione, le sue speranze si riaccendono. So ­gna di fare del Sud garibaldi ­no il contraltare del Nord sa ­baudo, la roccaforte della cau ­sa federale: propugna, non l’annessione al Piemonte, ma un vincolo federale, che per ­metta di salvaguardare il pre ­zioso patrimonio di libertà rappresentato dalle autonomie locali.

Il dissidente Cattaneo non si piega agli eventi. Lo eleg ­gono, nel 1861, nel nuovo re ­gno unito d’Italia, deputato in tre collegi; lo rieleggono, an ­cora, nel 1867. Accetta il man ­dato, ma rifiuta il giuramento: il giuramento significa il compromesso, ed egli non vuol scendere a compromessi.

E’ un intellettuale, che se ­gue il filo di una sua coeren ­za interiore; ed è, ad un tem ­po, un uomo di fede, per cui l’ideale si identifica col reale. Il suo vero campo d’azione è quello delle idee. Fonda un nuovo Politecnico. Precorre, con il mirabile saggio su la « Psicologia delle menti as ­sociate » la moderna sociolo ­gia. Il suo compito è quello di un’avanguardia: iniziatore, precursore, stimolo, sprone. O, come egli stesso ama defi ­nirsi, un « suggeritore ». La sua parola conserva, a distan ­za di un secolo, una singolare potenza di suggestione; rima ­ne, a distanza di un secolo, come la suggestiva testimo ­nianza di una delle più ricche e intense esperienze interiori del Risorgimento.

Visto 11 volte, 1 visite odierne.