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STORIA: I MAESTRI: La settimana rossa

19 Settembre 2014

di Ivan Palermo
[da “La fiera letteraria”, numero 33, giovedì, 15 agosto 1968]

Nel cortile della caserma “Cialdini” di Bologna; erano schierate le truppe che quella mattina stessa dovevano partire per la Libia. Con il fucile in spalla e in posizione di riposo, gli uomini aspettavano l’arrivo del comandante. Era il 30 ottobre 1911. Il colonnello Stroppa giunse dopo pochi minuti e un giovane sotto-tenente ordinò l’attenti.

In fondo alla fila si verificò uno sbandamento: un soldato uscì dalle righe gridando «Viva l’anarchia, abbasso la guerra”. E prima che qualcuno avesse avuto il tempo di fermarlo aveva imbracciato il fucile e sparato contro il comandante. Il colonnello, ferito a una spalla, cadde a terra privo di sensi, mentre il soldato, gettato in un angolo il moschetto, si lasciava arrestare docilmente.

Era un ragazzo coi capelli biondi e ricciuti, due occhi scuri che si aprivano su una faccia piccola e aguzza, un fisico robusto che dava un’aria di solidità a tutta la persona: era un muratore di San Giovanni in Persiceto, Augusto Masetti, che i suoi compagni d’armi descrivevano come un ragazzo generoso, cordiale e riflessivo, ma intransigente nella sua fede anarchica. L’idea della guerra lo ossessionava e non sapeva rassegnarsi a tradire le sue convinzioni pacifiste. Il giorno prima si era recato a salutare i familiari e alla sorella aveva detto: “Domani sarà forse il mio ultimo giorno. Non ho ancora deciso quello che farò. Ci penserò tutta questa notte. Ä– certo però che ucciderò o mi farò uccidere. Ma per Tripoli, non partirò a nessun patto. Non voglio portare la strage fra gli arabi che non mi hanno fatto nessun male. Questo sarebbe contro la mia coscienza: il solo pensarlo mi mette orrore”.

Per evitare i rischi della pubblicità, i militari preferirono dichiarare pazzo Masetti e farlo rinchiudere in un manicomio criminale, piuttosto che portarlo di fronte a una corte per un regolare processo. Ma per gli anarchici, repubblicani e socialisti, quell’oscuro soldato emiliano divenne il simbolo e il portabandiera dell’antimilitarismo. Dovunque nacquero i “Comitati pro Masetti” e su ogni piazza Errico Malatesta e Armando Borghi rievocarono il suo caso, chiedendo la liberazione del condannato: Masetti non era stato mai pazzo â— era la loro tesi â— e se lo fosse stato ora era guarito, quindi doveva tornare in libertà. Sotto la pressione delle masse il governo si mosse ordinando il trasferimento di Masetti in un manicomio civile: era un primo successo, per lo meno ora il giovane anarchico non avrebbe avuto più intorno carcerieri ma medici e infermieri. “La piazza ha vinto”, scrisse Malatesta su Volontà, “ma c’è un’altra battaglia urgente da combattere. C’è da additare al mondo gli orrori delle compagnie di disciplina, c’è da scendere un’altra volta in piazza per imporre al governo che questi orrori cessino”.

La lotta riprese e il 9 maggio 1914 la Camera del lavoro di Ancona lanciò un appello a tutti i partiti rivoluzionari e ai sindacati per proclamare il 7 giugno, anniversario della festa dello Statuto, una giornata nazionale di protesta e “reclamare la liberazione di Masetti e di tutte le vittime del militarismo”. “Il sacro giorno ai fasti della monarchia dovrà, per volontà di popolo, trasformarsi in giorno di protesta contro il maggiore, l’unico sostegno della monarchia: il militarismo”, scrisse Malatesta.

Era un vero e proprio atto di sfida. Il governo, preoccupato dalle imprevedibili ripercussioni di un moto di piazza su vasta scala, decise di correre subito ai ripari, ordinando a prefetti e questori di impedire ogni manifestazione pubblica antimilitarista: l’appello della Camera del lavoro di Ancona e gli incitamenti di Malatesta sembravano destinati a non avere seguito. La mattina del 7 giugno in tutte le città italiane le celebrazioni ufficiali dello Statuto si svolsero regolarmente, al suono delle fanfare militari e fra uno sventolare di tricolori e stemmi sabaudi. Solo in qualche città del centro-nord le cerimonie furono sospese: ma fu per il maltempo e gli improvvisi scrosci di pioggia che caratterizzarono quella mattina.

Anche ad Ancona piovve e il generale Baratieri non poté passare in rivista le truppe. Per le strade imbandierate della città, sfilò soltanto il 93 ° reggimento di fanteria, ma fu costretto a ritornare subito in caserma a causa di un violento temporale. Il pubblico non era numeroso e nessuno tentò di intralciare la brevissima cerimonia. Gli anarchici e i socialisti erano rimasti a casa: sarebbero usciti nel pomeriggio per recarsi a Villa Rossa, la sede del partito repubblicano in via Torroni, dove alle cinque era indetta una riunione privata in sostituzione del grande comizio che Salandra aveva proibito. All’appuntamento giunsero in cinquecento circa, e si sistemarono in un ampio salone al primo piano per ascoltare i discorsi dei vari oratori. Parlarono Menni per i repubblicani, Malatesta per gli anarchici, Ercole per i socialisti, Pelizza per la Camera del lavoro, Ciardi per i ferrovieri.

 

LA CITTí€ SEMBRA UN CADAVERE

 

Gli incidenti esplosero quando dalla sede del partito repubblicano uscirono circa duecento persone, cantando a squarciagola l’inno dei lavoratori. Mazza, il commissario di pubblica sicurezza che dirigeva il servizio d’ordine, temette che gli uomini volessero formare un corteo e raggiungere piazza Roma, dove si esibiva la banda militare che proprio in quel momento aveva attaccato le note della marcia reale. Ordinò agli agenti di disporsi su quattro file e di respingere i dimostranti. Incalzati dalla polizia, questi tornarono sui propri passi: alcuni riuscirono a rientrare a Villa Rossa, altri cercarono di mettersi in salvo risalendo la stretta e ripida via Torroni per disperdersi nella vicina campagna o fuggire per la scalinata. Ma all’altezza di via Ad Alto si trovarono la strada bloccata dai carabinieri: i dimostranti si sentirono in trappola, presi tra due fuochi, senza molte possibilità di difesa.

L’unica via di scampo era Villa Rossa e tutti di corsa cercarono di raggiungerla, pigiandosi disordinatamente davanti all’ingresso, in una ressa spaventosa mentre carabinieri e agenti caricavano dai due lati della strada. Fu in quel momento che si compì la tragedia. Dalle terrazze della villa vennero lanciati sassi, pezzi di mattone, vasi pieni di terra, bastoni di legno. Questa volta furono gli agenti a sbandarsi e uno di essi rimase isolato in mezzo alla massa dei dimostranti. Per tenerli lontani tirò fuori la pistola ed esplose un paio di colpi in aria. I carabinieri, che erano una cinquantina di metri più sopra, udirono le detonazioni e credettero che i colpi fossero stati esplosi da qualche anarchico. Impugnarono le armi e aprirono il fuoco: furono in dodici a sparare e la strada fu invasa dal caos. Quasi subito giunsero il commissario Mazza e un ufficiale che ordinarono di riporre le armi. Ma erano arrivati troppo tardi. Sette “rivoltosi”, raggiunti in pieno dai proiettili, erano rimasti per terra: cinque feriti e due uccisi sul colpo. Erano l’anarchico Attilio Giambrignoni e il repubblicano Antonio Casaccia, due giovani lavoratori di 22 e 24 anni. Durante la notte morì un terzo dimostrante: Nello Budini, un ragazzo di appena 17 anni.

Subito la notizia della strage si diffuse ad Ancona. Le strade si svuotarono, la banda ritornò in caserma, i bar si affrettarono ad abbassare le saracinesche, i cinema sospesero le proiezioni, i tram rientrarono ai depositi. Dopo neppure un’ora la Camera del lavoro aveva annunciato lo sciopero generale di protesta.

“La città sembra un cadavere”, scrisse il corrispondente anconitano del Giornale d’Italia, “tanto è inerte, chiusa, pallida sotto il sole velato; tutto è chiuso, persino le case sembrano senza aria tanto sono ermeticamente serrate. Le masse operaie occupano tumultuosamente il centro della città. I quartieri lontani sono squallidi, deserti”. Poco prima che cadesse la notte, il viceprefetto Cossu diede ordine al questore di Ancona di rendere esecutivo il piano di emergenza: la città venne divisa in cinque zone e ciascuna affidata a reparti misti di soldati, carabinieri e polizia. Ma le truppe presenti â— soltanto novecento uomini â— non sarebbero state in grado di fronteggiare un grande moto di piazza e d’altra parte gli animi della popolazione erano tanto eccitati, che le autorità, per evitare altri incidenti, ordinarono ai loro uomini di restare in caserma e di uscire solo in caso di necessità. Per alcune ore i dimostranti furono padroni incontrastati della città.

A Roma, le prime notizie dei tragici fatti di Ancona giunsero dopo alcune ore. Alla direzione del partito socialista c’era soltanto Velia che cercò di mettersi subito in contatto con Mussolini a Milano: all’Avanti! non c’era (si era recato a Forlì per una conferenza su Marat) e Velia parlò con il giornalista Giuliani, raccomandandogli la massima prudenza: “Entreremo nella clausola dello sciopero generale in caso di eccidio”, gli disse. “Ma non vi compromettete perché in questo momento sono solo e non posso prendere nessuna deliberazione”. Mussolini tornò in redazione appena in tempo per scrivere un breve articolo e, attenendosi alle indicazioni di Velia, cercò di non compromettersi e di non parlare di sciopero. “Assassinio premeditato, assassinio che non ha attenuanti”, scrisse sull’Avanti! dell’8 giugno. “Da tempo bisognava punire Ancona, covo dei ribelli. La lezione di sangue era nelle intenzioni, nella necessità di stato degli uomini d’ordine. Malatesta, il Sindacato, la sede del Congresso socialista, i gruppi repubblicani: troppa cronaca sovversiva aveva prodotto in questi ultimi tempi la città adriatica (…) Domani, quando la notizia sarà nota in tutti i centri d’Italia, nelle città e nelle campagne, verrà su spontanea la risposta alla provocazione. Noi non precorriamo gli avvenimenti né ci sentiamo autorizzati a tracciarne il corso; ma certamente, quali questi potranno essere, noi avremo il dovere di fiancheggiarli e di secondarli”. Una posizione abbastanza moderata e non priva di equivoci, dalla quale, al di là delle parole e della retorica, risultava con chiarezza che il partito socialista non solo non pensava di trasformare la protesta per l’eccidio di Ancona in un moto rivoluzionario per abbattere lo stato borghese, ma che ancora una volta i suoi dirigenti si erano lasciati cogliere di sorpresa dagli avvenimenti, tanto da non avere neanche il coraggio di indicare esplicitamente alle masse lavoratrici la strada dello sciopero generale. La decisione dello sciopero venne adottata soltanto la mattina successiva, e anche questa volta fra equivoci e tentennamenti. Parlando per telefono con Rigola, segretario della Confederazione generale del lavoro, Velia propose uno sciopero limitato: “Noialtri vorremmo decidere oggi, per non farci prendere la mano dai sindacalisti (…) vogliamo deliberare lo sciopero di ventiquattro ore per mercoledì, in modo che noi domani faremo l’ultimo deliberato”. Ma di fronte alla direzione socialista, Velia assunse un atteggiamento più deciso, proponendo lo sciopero a oltranza a partire dal giorno successivo.

 

CAVALLI CONTRO LA FOLLA

 

L’annuncio dello sciopero superò di fatto le incertezze dimostrate dal sindacato e dai socialisti e la manifestazione assunse sin dall’inizio un significato chiaramente rivoluzionario: ma la mancanza di coordinamento e di direzione politica unitaria condannò all’insuccesso il movimento che, dopo la prima ondata di entusiasmo, si andò progressivamente sgonfiando fino a essere neutralizzato dalla polizia. La prima reazione alla strage di Ancona si ebbe a Roma, dove la Camera del lavoro di propria iniziativa, la mattina dell’8 giugno, aveva proclamato lo sciopero. Nel pomeriggio tremila operai, dopo aver partecipato a un comizio al Foro Traiano, vennero affrontati in via dei Serpenti da reparti di agenti e poi dispersi dalla carica di uno squadrone di cavalleria lanciato al galoppo sulla folla. Poco più tardi altri incidenti al Tritone e piazza Colonna.

 

SIGARI E SIGARETTE IN FIAMME

 

L’indomani gli scontri a Roma ripresero con maggiore violenza: a piazza del Popolo un corteo con un migliaio di scioperanti venne caricato dai carabinieri e duecento persone furono arrestate; in via del Tritone un altro gruppo tentò di dare l’assalto al Messaggero; in altri punti della città incidenti di minor rilievo. Erano solo le prime avvisaglie della drammatica situazione che sarebbe esplosa nel pomeriggio, quando al termine del comizio della Camera del lavoro, i dimostranti furono caricati da due plotoni di carabinieri a cavallo. Era la seconda volta, nel giro di poche ore, che il governo faceva ricorso alla cavalleria per affrontare la piazza. Superato il primo sbandamento, gli operai si raccolsero nei pressi della salita del Grillo, innalzando barricate con carretti, tavoli e banchi di un vicino mercato. I carabinieri a cavallo, investiti da una fitta sassaiola, furono costretti a fermarsi e a lasciare il passo alla truppa appiedata, che caricò sparando salve di moschetto e mulinando i fucili come clave. Ne nacque una mischia selvaggia che si concluse solo con le prime ombre della sera quando, distrutte le barricate, tornò in azione la cavalleria. Altre duecento persone furono arrestate.

Ma la maggioranza della città rimase estranea alla lotta e anzi molto spesso dimostrò la propria simpatia alla polizia, salutando con lunghi applausi le truppe e incitandole a far uso delle armi. Le stesse manifestazioni si ripeterono in Liguria, nel Veneto, in Umbria e nelle altre regioni. A Milano dodicimila scioperanti si radunarono all’Arena per un comizio. “Ä– tempo che si torni al diretto contatto della massa, che ci stringiamo in un sol fascio per colpire un unico bersaglio”, disse Mussolini. “Allora converrà armarci, avere la voluttà del pericolo, spingerci in guerra per vendicare le vittime di oggi di ieri e scalzare questo regime sociale basato sull’ingiustizia e l’iniquità”. “Noi diciamo forte che il proletariato di Milano e d’Italia non tornerà al lavoro fino a quando Casa Savoia non sarà rimandata in Sardegna”, incalzò Filippo Corridoni.

Alla fine del comizio si formò un corteo che si diresse verso piazza del Duomo. Due drappelli di carabinieri, che cercavano di disperderli, furono costretti a battere in ritirata. Intervenne la cavalleria: ma a piccoli gruppi i dimostranti riuscirono a passare. In via Broletto un carro carico di damigiane di alcool fu dato alle fiamme, poco più avanti un camion di carbone fu incendiato, qualche negozio preso d’assalto. A piazza del Duomo altri scontri: Corridoni, che cercava di arrampicarsi sul monumento di Vittorio Emanuele, fu arrestato, Mussolini ferito alla testa da un colpo di sfollagente.

Tesa fino all’esasperazione la situazione a Torino, dove, fin dalle prime notizie dei fatti di Ancona, gli operai avevano autonomamente proclamato lo sciopero in alcune fabbriche. Il 9 la città era paralizzata e il prefetto temeva di non riuscire a mantenere il controllo con le poche forze a sua disposizione: duemilaseicento uomini a piedi, quattrocento a cavallo, duecentocinquanta carabinieri e trecento metropolitani. “Un numero inadeguato”, telegrafò allarmato a Roma, “se paragonato all’enorme massa di lavoratori (80.000) inquinata da elementi anarchici e barabbeschi”. Nelle prime ore del mattino trentamila operai erano raccolti davanti alla sede della Camera del lavoro. Al termine di un comizio si recarono in municipio per chiedere la bandiera abbrunata. Al rifiuto del sindaco nacquero i primi incidenti, ma la goccia che fece traboccare la situazione venne dopo pochi minuti: nonostante lo sciopero generale, la direzione delle Manifatture tabacchi ordinò di far uscire due carri carichi di casse di sigari e sigarette per rifornire le rivendite.

Gli scioperanti li presero d’assalto e li incendiarono, mentre uno squadrone di lancieri al galoppo si avventava sulla folla, tentando di disperderla. In breve vennero innalzate barricate e in tutta la città esplosero mille incidenti: 15 mila persone dettero l’assalto alle stazioni ferroviarie di Porta Nuova e Porta Susa; in corso Vittorio Emanuele un maresciallo di Pubblica Sicurezza e due agenti furono sequestrati da un gruppo di operai e soltanto dopo l’intervento pacificatore degli onorevoli Quaglino e Sciorati, rimessi in libertà; l’officina Carte e Valori fu investita da una pioggia di sassi, mentre un gruppo di giovani armati di bastoni e spranghe di ferro cercava di sfondare il portone.

 

RISPONDERE COL PIOMBO AL PIOMBO

 

A Piazza Castello, invece, ci fu un nuovo bagno di sangue: per più di due ore scontri di inaudita violenza si svolsero nella piazza e nelle strade adiacenti; la polizia sparò ripetutamente e otto operai rimasero a terra: tre uccisi e cinque feriti. Altri sei morti a Napoli e Firenze. In ogni città incidenti con la polizia. Alla fine delle agitazioni il bilancio sarà di sedici morti. Ma dove la situazione assunse un carattere chiaramente insurrezionale fu nelle Marche e in Romagna. Ancona era una polveriera: la mattina dell’8 giugno, cioè all’indomani dell’eccidio, tremila persone si erano raccolte davanti alla Camera del lavoro per un comizio di protesta. “Ä– una scena infernale”, telefonò il corrispondente del Messaggero. “Malatesta sta incitando alla ribellione la popolazione contro la forza pubblica. Un delegato che voleva interromperlo è stato bastonato e ha dovuto ritirarsi. Sono cose dell’altro mondo”. “Ora i dimostranti si sono recati in prefettura urlando e fischiando, poi in comune perché sia esposta la bandiera abbrunata”, scrisse il Giornale d’Italia.

Da Roma intanto era partito l’ispettore Alongi ed erano stati spediti duemila soldati di rinforzo. Ma nonostante la tensione la mattinata trascorse calma: il vice-prefetto si incontrò con una delegazione composta da Malatesta, De Ambris, Marinelli e Pedrini, dando assicurazione che i funerali delle vittime avrebbero potuto svolgersi liberamente e che la polizia sarebbe rimasta in caserma. Al termine del colloquio il funzionario era ottimista e si affrettò a inviare un rassicurante telegramma al ministero degli Interni. Ma proprio in quel momento scoppiarono gli incidenti. Nei pressi della dogana tre guardie di finanza furono assalite dalla folla e solo a stento riuscirono a mettersi in salvo in caserma; a Porta Pia sedici agenti, che erano appena giunti in città come rinforzo, vennero investiti da una fitta sassaiola: per aprirsi la strada i poliziotti impugnarono le armi e spararono in alto, ma uno di essi tirò dritto sulla folla ferendo due operai.

La notizia della nuova sparatoria corse di bocca in bocca e in pochi minuti aveva fatto il giro della città, diventando sempre più gigantesca e allarmante: si parlava di due morti, numerosi feriti e conflitti a fuoco in vari punti della città. Gli scioperanti presero d’assalto due negozi d’armi in corso Mazzini e piazza Roma: prima che la polizia riuscisse a disperderli, 280 pistole, cinque fucili e quindici pugnali erano scomparsi.

I dirigenti dei partiti operai lanciarono un nuovo appello alla calma. Lo stesso Malatesta, l’acceso leader degli anarchici, invitò alla prudenza: “Se voi saprete preparare i mezzi necessari per rispondere col piombo al piombo, con l’acciaio all’acciaio, sarete liberi di sfogare il vostro dolore e di reclamare la completa libertà. Voi però avete il torto di non averci pensato prima, per cui oggi dovete restare calmi e questo vi consiglio ad evitare un nuovo eccidio. Mettetevi dunque in stato di difendere la vostra libertà e noi stessi provocheremo quel momento (…) La rivoluzione ci vuole e verrà se voi, stando sempre pronti, saprete approfittare dell’occasione. Stiano gli operai a braccia conserte, non camminino i treni che trasportano i soldati, e chissà che la cosa non possa avvenire”.

Ma gli inviti alla calma non furono sufficienti e nel pomeriggio, durante i funerali delle tre vittime di Villa Rossa, si svolsero nuovi incidenti, nati questa volta spontaneamente a causa dell’atmosfera di tensione che regnava in città. Bastò la voce incontrollata di un imminente attacco della polizia per scatenare la folla e tentare un assalto al palazzo dei telefoni. Chiarito l’equivoco, il corteo funebre si ricompose e raggiunse disciplinatamente il cimitero, all’estrema periferia della città. Ma in prefettura la notizia dei nuovi incidenti venne interpretata come l’inizio di un piano insurrezionale preordinato, e il vice prefetto Cossu, in preda al panico e ormai incapace di controllare le proprie reazioni, decise di passare tutti i poteri al generale Baratieri.

Invece proprio in quel momento ad Ancona il pericolo era diminuito perché quella sera stessa cominciarono ad arrivare i primi rinforzi di bersaglieri, fanti e cavalleria; e l’indomani mattina addirittura la quarta squadra navale dell’ammiraglio Cagni, con tre incrociatori e tre cacciatorpediniere. Ma la ventata di protesta si era spostata nelle campagne e ora aveva investito la provincia marchigiana e la Romagna, dove i moti andavano assumendo un carattere apertamente insurrezionale. A Fabriano la mattina del 9 venne subito occupata la stazione e interrotto il traffico, prima ancora che i ferrovieri proclamassero lo sciopero; tutte le chiese furono chiuse e impedita ogni funzione religiosa. I carabinieri, sopraffatti, furono costretti a rinchiudersi in caserma e lasciare la città in mano ai “rivoltosi”. L’11 giunse un reparto di centocinquanta bersaglieri, molti dei quali fecero causa comune con la popolazione. Un violento conflitto si accese con una pattuglia di carabinieri: un brigadiere fu gravemente ferito a pugnalate e due operai uccisi. La stessa tensione a Chiaravalle, Jesi e Loreto. A Senigallia gli scioperanti eressero alte barricate alle porte della città, preparandosi a respingere le truppe inviate da Roma.

Ma l’epicentro della rivolta fu il Ravennate. La situazione precipitò il 10 dopo l’arrivo delle notizie incontrollate di nuovi morti ad Ancona, dell’insurrezione della Toscana, della nascita della repubblica a Milano e degli scontri di Roma. Un’ondata di entusiasmo si diffuse fra i dimostranti che spontaneamente si mossero, credendo giunto il giorno della rivoluzione. Non era presente nessuno dei loro capi (erano tutti a Roma, impegnati nel dibattito alla Camera, sperando di ottenere le dimissioni di Salandra) e nessuno agiva secondo un piano prestabilito: ma tutti pervasi dalla stessa passione fecero la loro rivoluzione sperando in un’impossibile vittoria.

 

SVENTOLA LA BANDIERA NERA

 

Per più di tre giorni molti paesi e le campagne furono nelle mani dei rivoluzionari e lo stesso capoluogo rimase isolato dal resto del Paese: interrotte le linee telefoniche, inservibile il telegrafo, le strade nazionali e provinciali controllate da posti di blocco degli scioperanti, la ferrovia paralizzata dallo sciopero. A Ravenna la mattina del 10 si svolse un comizio con dodicimila persone (convenute in gran parte dalla provincia) che tentarono di dare l’assalto alla prefettura dopo un violento scontro con i carabinieri: un commissario di pubblica sicurezza fu ucciso con una bottigliata in testa e un colonnello dei carabinieri ferito a colpi di bastone.

Per gli scioperanti è il momento più fortunato. I carabinieri, privi dei loro comandanti, si sbandano e per circa mezz’ora la folla ha il controllo della situazione: il tempo necessario per tagliare i fili del telegrafo e innalzare barricate. Gli scontri sono violenti e soltanto dopo ore di mischia accanita uno squadrone di cavalleria riesce a sgombrare la piazza e disperdere i dimostranti. La maggior parte si allontana per i campi e torna ai propri paesi per portare la notizia che la rivoluzione è scoppiata. E mentre in città torna una relativa calma, nelle campagne la rivolta esplode con un’incredibile violenza. Ad Alfonsine il circolo monarchico, la stazione ferroviaria e la chiesa vengono devastati, le comunicazioni interrotte, il municipio e la pretura incendiati, il ponte ferroviario sul fiume Savio distrutto, i binari divelti. A Mezzano e Glotie incendiati i magazzini e i carri ferroviari; a Voltana distrutto il ponte sul fiume Santerno. A Imola, San Bernardino, Sant’Agata, Lavezzola, Bagnocavallo, Villanova, Fusignano, Conselice, Massalombarda tagliate le linee telegrafiche, bruciate le chiese, presi d’assalto i municipi, e bloccate le strade di accesso. Su molti paesi sventola la bandiera nera anarchica.

Il moto si è esteso come una macchia d’olio ed i rivoltosi sono padroni assoluti delle campagne marchigiane e romagnole: ma non esistono collegamenti, non c’è un piano d’azione comune, ognuno agisce di propria iniziativa, in un caos indescrivibile, che consentì all’esercito e alla polizia di riprendere il controllo della situazione. In alcune province la situazione è meno preoccupante, ma ugualmente grave: a Forlimpopoli, Savignano, Castelbolognese e Faenza le stazioni ferroviarie sono nelle mani dei dimostranti. A Rimini, dopo una lunga battaglia con la polizia, la stazione è occupata, due treni dati alle fiamme, le traversine e i binari divelti; poi viene attaccata la sede del dazio e i dimostranti si impadroniscono delle armi che vi trovano, altre se le procurano in un negozio e infine tentano di incendiare il Duomo.

Ma l’episodio più grave, quello che finirà poi per diventare il simbolo della “Settimana Rossa”, avviene ancora nel Ravennate: un generale e sei ufficiali vengono catturati dagli insorti. Ä– la sera del 10 giugno: lo sciopero ha raggiunto la massima ampiezza e anche i ferrovieri hanno sospeso il lavoro, le campagne delle Marche e della Romagna sono in mano ai rivoltosi, a Torino, Milano, Firenze, Roma, Napoli si susseguono gli scontri con la polizia. Dappertutto si comincia a sperare nella rivoluzione, quando improvviso giunge l’ordine di sospendere lo sciopero. A tutte le Camere del lavoro, attraverso l’agenzia di stampa Stefani, viene trasmesso questo telegramma: “Urgente. Segretario confederazione generale del lavoro Rigola dirama circolare a tutte le Camere del lavoro confederali per cessazione entro mezzanotte dello sciopero”. Il prefetto di Ravenna viene informato subito e spera che la situazione torni rapidamente alla normalità.

Ä– tranquillo e l’indomani mattina quando il generale Agliardi (che per due giorni è stato bloccato dallo sciopero a Ravenna) gli comunica che vuole tornare a Forlì, gli dà assicurazioni che in tutta la zona è tornata la calma e che le strade sono libere. Agliardi e i suoi ufficiali di ordinanza â— due maggiori, un capitano di corvetta, un tenente di vascello e due capitani â— salgono su due automobili e si avviano verso Cesenatico. Ma sul fiume Savio c’è un posto di blocco e le automobili sono costrette a fermarsi: il generale e i suoi accompagnatori stanno per essere catturati. Gli ufficiali vorrebbero impugnare le pistole ma Agliardi, per evitare un inutile spargimento di sangue, ordina ai suoi uomini di consegnare le armi agli insorti e lui stesso sfila la sciabola e la consegna agli scioperanti. Per un esercito come quello italiano educato all’esaltazione della retorica e pronto ad applaudire i Bava Beccaris, il gesto di Agliardi viene considerato un’onta che sarà lavata soltanto con la brusca fine della carriera del bravo generale.

La notizia dell’arresto di Agliardi arriva nella stessa mattinata a Ravenna, insieme alle altre che danno la campagna ravennate sotto l’assoluto controllo degli insorti. Il prefetto passa i poteri alle autorità militari. Il generale Ciancio agisce con rapidità: piazza due mitragliatrici alle porte della città, circonda la Casa del popolo impedendo agli scioperanti che vi si erano raccolti di uscire, divide la città in settori che affida a ufficiali superiori, ordina di sparare per disperdere la folla e invia uno squadrone di cavalleria per liberare Agliardi.

 

LA RIVOLUZIONE È FALLITA

 

A Savio, intanto, gli scioperanti si stanno preparando a resistere alle truppe: lo scontro sembra inevitabile. Ma è ancora una volta Agliardi che riesce a salvare la situazione: convince la folla a lasciarlo libero ed egli stesso va incontro ai cavalleggeri per fermarli e ordinar loro di tornare indietro. Contemporaneamente arriva un dirigente socialista che fa il giro dei vari paesi per confermare la fine dello sciopero.

La rivoluzione è finita: il “tradimento” della Confederazione generale e l’affrettata conclusione dello sciopero danno il colpo decisivo ai sogni della gran massa di lavoratori: lentamente gli uomini ritornano alle loro case e i paesi e le campagne si popolano di polizia e reparti dell’esercito. Cominciano gli arresti.

Ancona è l’ultima a cadere. Il 12, dopo una giornata abbastanza calma, Malatesta, incoraggiato dalle favorevoli notizie della Romagna e della provincia marchigiana, spera ancora in un successo e lancia il suo appello infuocato alla popolazione: “Non sappiamo se vinceremo ma è certo che la rivoluzione è scoppiata e va propagandosi. La Romagna è in fiamme; in tutta la regione da Terni ad Ancona il popolo è padrone della situazione. A Parma, a Milano, a Torino, a Firenze, a Napoli agitazione e conflitti. La monarchia è condannata. Cadrà oggi, cadrà domani, ma cadrà sicuramente e presto (…) Poiché lo sciopero di protesta si è sviluppato in rivoluzione si deve provvedere alle prime necessità della rivoluzione: la difesa armata e l’alimentazione del popolo. Ciascuno faccia quello che può: non si sciupi roba, né pane né munizioni”.

E in aperta polemica con la Confederazione che ha ordinato la fine dello sciopero, Malatesta proclama: “Ora non si tratta più di sciopero ma di rivoluzione. Il movimento comincia adesso e ci vengono a dire di cessarlo. Abbasso gli addormentatori! Abbasso i traditori! Evviva la rivoluzione”.

Per poche ore tutta Ancona segue l’incitamento del vecchio e instancabile leader anarchico. La Camera del lavoro si incarica di regolamentare la macellazione dei bovini e di far raccolta di grano, gli scioperanti continuano a occupare le strade. Ma a sera, invece delle notizie attese, il deputato repubblicano Chiesa porta da Roma la conferma che lo sciopero è cessato e che la rivoluzione non è scoppiata. Gli anarchici non vogliono arrendersi. Piccolo di statura, due grandi occhi scuri fiammeggianti in una faccia contornata da una folta barba nera, Errico Malatesta arringa di nuovo la folla: dobbiamo continuare lo sciopero finché in Romagna si combatte, dice. E ancora una volta il suo parere prevale.

Ma poco dopo torna ad Ancona Nenni, portando la notizia che anche in Romagna il movimento è in fase di riflusso e che quasi dovunque è tornata la calma. Ä– la fine di ogni speranza. Il sindacato ferrovieri ordina la ripresa del lavoro, la Camera del lavoro sanziona la fine dello sciopero, in città ritorna l’ordine di una volta. Gli scioperanti lasciano le strade e disillusi tornano alle loro case. Malatesta, fra il carcere e l’esilio, sceglie la via dell’esilio. Le bandiere nere dell’anarchia vengono ammainate: il potere dello Stato ha ripreso dovunque il sopravvento. La rivoluzione è fallita, la “Settimana Rossa è finita.”

 


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Bart