di Leonardo Sciascia
[dal “Corriere della Sera”, 6 maggio 1969]
In via Albergheria doman diamo a una donna dov’è la via Matteo Lo Vecchio. Ri sponde che dev’essere un po’ più avanti, a sinistra. Per dar ci più sicura indicazione, gri dando domanda a una vicina se la via di Mattiu ‘u Viecchiu non è più avanti, a sini stra. La vicina ripete il no me, ci pensa su un momento, conferma. Pronunciato in dia letto, con quel di possessivo e con una inflessione in cui ci pare di cogliere lontano ti more e disprezzo, quel nome fa uno strano effetto: come stessimo cercando una perso na viva, nel quartiere ben co nosciuta ma indesiderata.
La via è poi un vicolo cor to e stretto, fatto di tristissime case; e una piuttosto antica, forse appunto quella del Lo Vecchio. Meno oscuro, però, di quello vicino intitolato a Cagliostro: il vicolo in cui Goethe entrò in un pomerig gio di aprile del 1787, per in gannare la vecchia madre del grande avventuriero.
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Con la bolla Quia propter prudentiam tuam, nel 1097 Urbano II conferiva a Rug gero il normanno e ai suoi successori il potere della Legazia Apostolica sulla Sicilia ap pena « liberata » dagli arabi. Tale potere consisteva nella giurisdizione sulle cose eccle siastiche da parte dei re di Si cilia: e veniva esercitato, su premamente, attraverso un tri bunale detto della Regia Mo narchia (denominazione in cui si affermava e ribadiva la dop pia potestà, temporale e spiri tuale, del re: sia nell’interpre tazione di Monarchia come contrapposto a diarchia, sia nel significato medioevale di diocesi). Unito al potere di nominare i vescovi, quello della Legazia, anche se non entrava nelle questioni di fede, faceva dei re siciliani quasi dei papi (o quasi degli antipapi): e perciò più volte, nel corso dei secoli, la Curia Romana aveva tentato di negare l’autenticità della bolla o di darne interpretazioni limitati- ve; ma in difesa del privilegio si era formata in Sicilia una scuola giuridica talmente agguerrita, intransigente e sottile che la bolla « aveva aspetto e sostanza di un vero e proprio contratto non rescindibile unilateralmen te ». La bolla insomma era considerata dai giuristi sici liani come oggi, rovesciandosi le parti, alcuni giuristi catto lici pare vogliano considerare il concordato del 1929.
Sul punto, il conflitto più violento tra Curia Romana e Regno di Sicilia esplose il 22 gennaio del 1711. E per un pugno di ceci che due guardie annonarie del comune di Li pari (i cui nomi â— Giambat tista Tesorero e Giacomo Cri sto â— dai brevi pontifici sono stati tramandati alla storia) prelevarono come tassa da un bottegaio che per conto del vescovo li teneva in vendita. Era vescovo di Lipari monsi gnor Nicolò Teleschi, di recen te nomina. E appena appresa la notizia di quella esazione, secondo lui illegittima, si ac cese « di sì vehemente furo re, che divenendo Mongibello di eccidi, eruttar parea fiam me di orrende minacce ». A placarlo, le autorità comunali di Lipari ordinarono alle due guardie di restituire gli otto cento grammi di ceci. Ma a monsignore non bastava la re stituzione: voleva che le au torità dichiarassero illegittima l’azione delle guardie e gli rivolgessero pubbliche scuse. Al rifiuto, fulminò sulle due guar die, quali violatori delle im munità ecclesiastiche, la sco munica maggiore.
Il Tribunale della Regia Monarchia, cui le guardie fe cero ricorso, sospese il prov vedimento di scomunica. Il ve scovo corse a Roma: e otten ne piena approvazione al suo operato, una lettera che dichia rava incompetente il Tribuna le della Regia Monarchia ed un’altra, diretta all’episcopato siculo e con ordine di render la pubblica, che ribadiva la stessa tesi. Ma per rendere pubblica la lettera, i vescovi avevano bisogno dell’approva zione di quel Tribunale stesso che la lettera attaccava. Alcu ni vescovi la chiesero (e natu ralmente non l’ebbero), altri fecero presente alla Santa Se de le conseguenze che la pub blicazione della lettera poteva portare (i più ingenui: poiché la Santa Sede appunto le ave va calcolate); i vescovi di Ca tania, Girgenti e Mazara la pubblicarono senz’altro. A questo punto, il viceré Carlo Antonio Spinola domandò al clero siciliano più qualificato per dottrina un parere sulla controversia. Cinquantanove maestri teologi dichiararono legittima l’azione del Tribunale e illegittime le pretese della Santa Sede. Stampata e diffusa la dichiarazione, il viceré fece seguire un bando in cui si dicevano nulli tutti gli atti di provenienza estera non approvati dall’autorità regia. Il vescovo di Catania reagì immediatamente: dichiarò nullo il bando del viceré e la dottrina in esso contenuta « temera ria, orrida, scandalosa e perni ciosa ». Il viceré ordinò l’e spulsione dal Regno del vesco vo di Catania; e subito dopo quella dei vescovi di Girgenti e Messina. Partendo, i tre ve scovi decretarono l’interdetto sulle loro diocesi e lanciarono scomuniche contro giudici e ufficiali di polizia.
Intanto, per il trattato di Utrecht, Filippo V di Spagna cedeva a Vittorio Amedeo II di Savoia il Regno di Sicilia. Il nuovo re cercò di trattare con la Santa Sede una soluzio ne del conflitto soddisfacente per entrambe le parti. La San ta Sede fu irremovibile: voleva la fine del privilegio. Il con flitto si fece allora più violen to. Nella sola diocesi di Gir genti vennero a mancare (per arresto, espulsione e latitan za) settecentodiciannove eccle siastici. Il clero era ormai di viso in « curialisti » e « regalisti », si parlava di « scisma si ciliano ». Nelle diocesi in interdizione nascite, matrimoni e morti non avevano più sacra menti: e la gente si ci rassegnava.
Forse perché più acuto del lo Spinola, forse perché favo rito dal sommuoversi di spe ranze e di energia che in Si cilia provocano i mutamenti di vertice, il viceré conte Maffei portò la difesa del privilegio da un piano puramente giuridi co a un piano culturale e ri voluzionario. Vennero fuori « uomini nuovi », una vera e propria classe dirigente qua le mai la Sicilia aveva avu to (e mai, purtroppo fino ad oggi, avrà). Corsero venature gianseniste, si ebbero più stret ti rapporti con la cultura fran cese. Un clero che credeva in Dio e propugnava il diritto dello Stato contro la tempora lità della Chiesa veniva affer mandosi contro il vecchio cle ro isolano, sostanzialmente ateo, avido di benefici, intento a scrutare e ad avallare prodigi e superstizioni.
Ad eseguire mandati di arresto o di deportazione contro il clero più riottoso, ci voleva un ufficiale di polizia particolarmente zelante e particolarmente refrattario, per temperamento o per convinzione, alle scomuniche. E così venne fuori Matteo Lo Vecchio: forse dai ranghi della polizia or dinaria chiamato alla fiducia del giudice Antonio Nigrì. Fi ducia bene accordata: ché Matteo Lo Vecchio fu infles sibile esecutore, affrontando scomuniche, esecrazione, im popolarità. Il canonico Mongitore, del partito « curialista », afferma che facilmente i pre ti lo corrompevano e scansava no l’arresto: ma il numero stesso dei preti arrestati con traddice l’affermazione, e l’o dio di cui il Mongitore lo gra tifica, e la vendetta di cui fu vittima.
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Nel giugno del 1718, in vio lazione del trattato di Utrecht, gli spagnoli tornavano a im padronirsi della Sicilia. Tor nando alla vecchia politica, la Spagna, che nel 1711 non aveva ceduto alla Santa Sede, nel 1719 ne accettava le con dizioni. Per pacificare gli ani mi, ma più per riparare agli errori, gradualmente venivano revocati gli interdetti, ritirate le scomuniche. Ma molti uo mini di cultura erano già emi grati a Torino. Quelli rimasti in Sicilia venivano allontana ti o si allontanavano dalla vi ta pubblica. Ultimo ad essere assolto dalla scomunica fu Matteo Lo Vecchio. Ma non dalla vendetta: e due colpi di archibugio mettevano fine alla sua vita la sera del 21 giugno, davanti la cattedrale.
Alla data 22 giugno 1719, il canonico Mongitore annota nel suo diario che al funerale, pagato da don Antonio Nigrì, popolani e ragazzi « si posero dietro il cadavere con fischi e dispreggi, crocitando e riden do », sicché fu abbandonato in strada. Prelevato da alcuni facchini, fu lasciato dietro la chiesa di Sant’Antonino: ma i frati dell’attiguo convento usci rono armati di bastone, inse guirono i facchini, ne raggiun sero uno solo e costui costrin sero a caricarsi del cadavere. Facchino e frati cercarono di scaricarlo al cimitero dei po veri, ma il romito che lo cu stodiva rifiutò di accoglierlo: « onde i portatori, salito il mu ro dietro la chiesa, lo porta rono ivi; e vedendo in tal luo go un pozzo secco, in esso de nudato gettarono il cadavere ». E conclude: « Fu da tutti am mirata la divina giustizia con tro un dispreggiatore della Chiesa e ordine ecclesiastico ».
Ma non da noi. E mentre guardiamo la casa che forse fu sua ricordiamo lo strazian te racconto di Faulkner che si intitola Una rosa per Emily: di miss Emily che per anni dorme accanto al cadavere dell’uomo amato. Una rosa per Matteo Lo Vecchio: per questo cadavere che esattamente da un secolo e mezzo giace, in fondo al pozzo secco, accanto al cadavere dello Stato.