di Leonardo Sciascia
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 2 aprile 1969]

« Scrivo dunque di cose che non ho vedute, né ho sapute da altri, che non sono, e non potrebbero mai essere: e pe ­rò i lettori non ne debbono credere niente »: così Luciano di Samosata attaccando a raccontare la sua storia vera. Le cose che stiamo per rac ­contare le vediamo invece, mentre scriviamo, in una ven ­tina di fotografie; le abbia ­mo lette nelle pagine di cro ­naca cittadina dei due quoti ­diani palermitani; e benché siano di quelle che non po ­trebbero mai essere, e mai dovrebbero essere credute, sono accadute e speriamo sia ­no credute da coloro che leg ­geranno questa breve rela ­zione.

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Il 2 ottobre del 1965, sabato, giornata calda come di piena estate e appena appannata dallo scirocco, Palermo bruscamente si scrollò dalla sonnolenza della controra per precipitare, ad occhi aperti, in un incubo. Le strade, qua ­si vuote in quell’ora, furono improvvisamente corse dagli urlanti automezzi della poli ­zia, dei carabinieri, dei vigili del fuoco. Nelle case squilla ­rono disperatamente i telefo ­ni. Da un balcone all’altro, da una porta all’altra, allar ­me e panico si diffusero nei quartieri popolari. Era una notizia spaventosa, ma susci ­tava uno stato d’animo in cui la curiosità prevaleva sullo spavento e vi si insinuava come la soddisfazione di un evento, previsto anche se te ­muto, che finalmente si rea ­lizzava: i marziani erano ca ­lati a Palermo, e per di più accompagnati da mostri.

Le persone che seguendo la scia delle sirene si avvici ­navano al luogo in cui l’even ­to si compiva, una piazza in ­titolata a san Giovanni Bosco, coglievano notizie sempre più precise e allarmanti: i marzia ­ni non erano appena calati, ma si trovavano a Palermo già da tempo, e facevano casa in quelle grotte che si aprivano dietro la piazza: e gli animali erano dinosauri, addomesticati ai marziani come i cani agli uomini. Ma che fossero più di uno, marziani e dinosauri, era una illazione:  in realtà era stato visto un solo marziano, tutto vestito di nero e con baffi, che si tirava a guinzaglio un animale grande come un cane, testa grossa e coda lunghissima, tutto co ­perto di scaglie.

La piazza san Giovanni Bosco era incordonata dalle forze di polizia in assetto di guerra. La folla premeva dal ­le strade adiacenti. Nella piaz ­za stavano le autobotti, le camionette, il furgone della te ­levisione, carabinieri, guardie in borghese armate di mitra ­gliatori, fotografi, giornalisti. Il marziano e il mostro erano scomparsi nella grotta. Non si sapeva che fare. Avventurarsi dentro? Tra cittadini e forza pubblica i volontari non mancavano. Furono auto ­rizzati a entrare; ma tornaro ­no subito dicendo che il mar ­ziano c’era certamente, aveva ­no notato impronte di un pie ­de che sembrava umano sem ­brava: solo che, confidò un carabiniere a un giornalista, nell’impronta non c’era trac ­cia del mignolo. Fu presa la decisione di gassare il marziano e il mostro (i marziani, i mostri). Erano anche arriva ­te le autoambulanze, stavano col motore acceso. Prima di attaccare coi gas qualcuno propose di mobilitare i cac ­ciatori della città, che venissero coi loro cani e i loro fu ­cili. Ma calava la sera, non c’era tempo da perdere. Fu ­rono lanciati i gas. Fucili e sifoni di autobotti e obiettivi furono puntati sull’imbocco della grotta. Agli spasmi della tensione, dell’attesa contratta sulle armi, le pompe, i moto ­ri, le levette di scatto, si ag ­giunsero gli effetti del gas che la grotta rigurgitava.

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I bambini che avevano visto il marziano entrare nella grot ­ta col dinosauro al guinzaglio erano lì, un po’ in disparte, giustamente protetti dalla irru ­zione, prevedibilmente selvaggia, di marziani e mostri dalla caverna. Quando fu evidente che i marziani nella caverna o non c’erano o che erano del tutto refrattari ai gas lacrimo ­geni, qualcuno pensò di tor ­nare ad interrogarli. Ma pro ­prio in quel momento il caso ebbe una svolta drammatica e risolutiva: il marziano era fuori, tra la gente, subdolamente si era fatto spettatore degli sforzi che forza pubblica e zelanti cittadini facevano per snidarlo e catturarlo. I bambini lo indicarono improvvisamente, senza esitazione Sembrava uno come gli altri, era vestito come gli altri; e non aveva baffi. Le sue parole e i suoi gesti di protesta, a vedersi indicato come marzia ­no, furono quelli di un palermitano autentico: lo vediamo in una fotografia mentre agita le dita raccolte a pigna, nel gesto tipico dei comici meridionali (irresistibile in Totò)             quando senza parla ­re chiedono che cosa mai vo ­lete, e fatevi gli affari vostri, e non scocciate, e se per caso non vi ha dato di volta il cer ­vello. Ma nessuno era disposto a farsi prendere in giro da un marziano perfettamente mi ­metizzato in palermitano: chi sa da quanto tempo stava a Palermo (risorgeva nella memoria la leggenda di quel co ­lonnello americano che per tutta la durata della guerra era stato a fingersi commerciante, e all’arrivo di Patton era ve ­nuto fuori in divisa) e poi non per niente era marziano, si sa quali capacità inventive e mi ­metiche hanno i marziani.

Le sue proteste dunque non valsero: fu caricato su una camionetta e portato in ca ­serma: dove, dice il cronista, per qualche ora fu intratte ­nuto e interrogato. In camicia com’era, probabilmente non aveva un documento che di ­mostrasse la sua identità: e anche se l’avesse avuto, in quel momento non sarebbe ba ­stato (anche il colonnello americano l’aveva). Forse fu ­rono fatti accertamenti nel quartiere dove il marziano di ­ceva di abitare, forse furono chiamati a riconoscerlo fami ­liari ed amici. O ad un certo punto qualcuno, tra le auto ­rità, fu assalito dal sospetto che tutto fosse fantasia e scherzo dei bambini: quei due terribili bambini che già in mezzo a quel trambusto, a quel furore e a quella paura, si facevano fotografare e in ­tervistare sorridendo e am ­miccando, scambiandosi gomi ­tate d’intesa e parlandosi di tanto in tanto all’orecchio. Fat ­to sta che quel povero ope ­raio, unico al mondo ad avere affrontata l’accusa di essere un marziano allevatore di di ­nosauri, fu rilasciato in serata. Ma del rilascio, e che tutto era stato uno scherzo, la città seppe l’indomani dai giornali. Seppe anche come ai bambi ­ni era venuta l’idea dello scherzo: avevano visto il gior ­no prima, in televisione, il film Il risveglio del dinosauro; e avevano ridotto il mostro alle proporzioni di un cane, lo ave ­vano addomesticato a un mar ­ziano, del marziano si erano detti amici, e che andavano ogni pomeriggio a trovarlo in quelle grotte di cui era favola Palermo come luogo di riunione della setta dei « Beati Paoli » (che era poi, secondo un romanzo popolare, la setta dei franco-muratori: e ne era capo quel Francesco Paolo di Blasi che come giacobino fu decapitato nel 1795). Ma i bambini non pensavano di poter giuocare un’intera città, con la storia del marziano: volevano soltanto impressio ­nare altri bambini, le mamme,

qualche passante. Forse nemmeno la donna o l’uomo che avvertì i carabinieri aveva creduto al marziano: sospettava e si preoccupava che qualcuno tentasse di adescare i bambini. Ma passando da una bocca all’altra, da un ufficio all’altro, la storia perse di inve ­rosimiglianza e fu accettata alla lettera. Seicentomila abi ­tanti, la questura, la legione dei carabinieri, i vigili urba ­ni e i vigili del fuoco, le redazioni dei giornali, della radio, della televisione: per cinque o sei ore tutti credet ­tero che nelle grotte dei « Bea ­ti Paoli » si nascondesse la minaccia di una apocalisse.

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Una grande città, abbastan ­za moderna anche se piena di contraddizioni e di remore, nel pomeriggio del 2 ottobre di quattro anni fa, realizzò una specie di enorme parodia dell’Ispettore di Gogol. E potremmo metterci in fantasia anche noi: il falso marziano catturato, i seicentomila abitanti che se ne vanno a letto rasserenati, rassicurati; ed ec ­co che nella piazza solitaria, dalla grotta dei « Beati Paoli », vien fuori il marziano vero col suo dinosauro al guinzaglio. Veloce come un turbine si avvia a palazzo d’Orleans, sede del governo regionale: tutte le luci del palazzo si accendono; il rumore delle carpette che si aprono, dei documenti che si sfogliano, si amplifica nelle sale vuote, rim ­bomba tra le vecchie mura, esplode nella città. E’ l’ispe ­zione. Quella vera, finalmente.

Ma si può trovare alla fa ­vola una morale meno « so ­prannaturale ». E potrebbero essere queste battute, di una cronaca più recente: « Presi ­dente: Non sa che cosa sia questa organizzazione che vie ­ne chiamata mafia? Imputato: Non ne ho idea, so che esiste perché l’ho letto sui giornali. Presidente: La mafia è una organizzazione di mutua assistenza, una specie di massoneria di cui si parlava fin dai tempi di Garibaldi… Imputato: Lo sto sapendo da lei, io di queste cose non mi intendo ».

Più lontana del marziano col dinosauro al guinzaglio. Più inverosimile.

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