Napoleone pubblicitario di se stesso

di Lorenzo Bocchi
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 23 giugno 1969]

Parigi, giugno.

L’editore Robert Laffont ha pubblicato la traduzione del fortunato libro di Dino Biondi La fabbrica del Duce. Era dif ­ficile trovare un equivalente francese di questo titolo che riassume i cent’anni impiegati dalla propaganda per « costrui ­re » Mussolini. L’ostacolo è sta ­to superato con disinvoltura. « Viva il Duce! Comment se fait un dictateur » si legge sulla copertina del nuovo volume. Jean-Francois Revel, l’autore del tanto discusso Pour l’Italie, ha scritto al riguardo: «Non avevo mai letto un libro che ricostruisse a tal punto l’atmo ­sfera eroicomica, un po’ folle, misteriosamente buffa e nello stesso tempo grandiosa dell’era mussoliniana. Ciò che colpisce nel libro di Biondi è l’abbon ­danza di documenti, di citazio ­ni, di discorsi, di articoli: c’è da chiedersi come tutto un popolo abbia potuto farsi stre ­gare e considerare sempre su ­blimi anche le manifestazioni più grottesche ».

La mostra allestita ora alla Biblioteca Nazionale di Parigi sulla leggenda napoleonica avrebbe potuto benissimo inti ­tolarsi â— fatte le debite distin ­zioni tra i due personaggi â— La fabbrica di Napoleone. La leggenda del petit caporal, qua ­le Napoleone stesso la concepì e la organizzò e quale fu per ­petuata dai suoi ammiratori, è infatti ricostituita attraverso documenti di ogni genere, stam ­pe, cimeli, quadri, manoscritti, libri, oggetti.

I più ne fanno risalire l’origine alla partenza dell’imperatore per Sant’Elena o alla pubblicazione del Memoriale di Las Cases. Ma essa cominciò a prendere forma sin da quando Bonaparte era impegnato nella campagna d’Italia. Precisamente dal 15 novembre 1796, data della battaglia d’Arcole. Fu Angereau a racco ­gliere la bandiera e a piantarla all’altra estremità del ponte. Ma Bonaparte fece eliminare Angereau da tutte le stampe concernenti quell’episodio e finì per considerare Arcole una del ­le sue più grandi vittorie, « un canto dell’Iliade ».

Il grande stratega e l’irresi ­stibile trascinatore di uomini era anche un abile regista. Ad Aiaccio i compagni lo avevano soprannominato Rabulione, cioè « quello che si immischia di tutto ». Il difetto doveva diven ­tare una straordinaria qualità. Seppe sfruttare in pieno tutti gli strumenti d’informazione. A poco a poco si assicurò il con ­trollo quasi totale della stam ­pa francese, ridotta nel 1800 a tredici giornali che prende ­vano tutti il « là » dall’ufficio ­so Moniteur Universal. Orga ­nizzò una rigorosa censura sui libri e sul teatro. Non amava i giornalisti ma era cosciente della loro irresistibile potenza. In Italia, in Egitto, e più tardi in Germania e in Austria creò, non appena arrivato, dei gior ­nali di cui faceva spedire co ­pia in Francia, per sostenere il morale dei francesi, a volte per ingannare i nemici, ma soprattutto al fine di plasmare, per il presente e per l’avvenire, l’immagine che la gente doveva farsi di lui.

Il grande regista si rese su ­bito conto anche dell’importan ­za dell’immagine. Sin dalla campagna d’Italia diede un nuo ­vo impulso al servizio del Dépòt de la Guerre che riuniva tutti i documenti e le testimo ­nianze, e che impartiva preci ­se istruzioni, persino agli acquarellisti circa il numero di centimetri da riservare, nelle loro opere, ad ogni personag ­gio. Dal 1800 G. P. Bagetti era incaricato di disegnare sul po ­sto le battaglie del Primo Con ­sole e poi Imperatore. I nume ­rosissimi ritratti di Napoleone (soltanto dal 1800 al 1812 ne furono esposti più di ottanta al Salon) vennero tutti esegui ­ti secondo precise disposizioni. Nella prima sala dell’esposizio ­ne c’è quello dipinto nel 1797 dal milanese Appiani che sarà poi chiamato a Parigi, nomi ­nato peintre de l’Empereur e ricordato nel testamento di Sant’Elena.

Napoleone comprese l’impor ­tanza della rapidità dell’infor ­mazione. Ordinò la stampa e la pubblicazione delle incisioni immediatamente dopo la divulgazione della notizia. Alla mostra parigina vediamo una in ­cisione che rappresenta il re di Roma vegliato da un’aquila. Fu messa in circolazione a Pa ­rigi il 23 marzo 1811, tre giorni dopo la nascita dell’Aiglon. L’in ­cisore evidentemente l’aveva già preparata in attesa del fausto evento. Fu terminata, però, completamente il matti ­no del 20, quando si seppe che l’imperatrice Maria Luisa ave ­va dato alla luce un maschio (se fosse stata una femmina al posto del re di Roma avrem ­mo avuto la principessa di Ve ­nezia). A volte la propaganda precedeva l’avvenimento, come è dimostrato dalla stampa che rappresenta l’ingresso di Na ­poleone a Mosca. Fu messa in circolazione due giorni dopo la conquista della città. Quel 16 settembre 1812 Parigi non po ­teva ancora conoscere la gran ­de notizia.

Le stampe popolari celebra ­vano le grandi manifestazioni imperiali ma erano soprattutto destinate a consolidare la leggenda del conquistatore, del ­l’uomo di Stato, del riforma ­tore, del sovrano semplice, de ­mocratico, adorato dai più umi ­li, dotato di una prodigiosa po ­tenza di lavoro: Napoleone e la madre del granatiere, Na ­poleone e la sentinella addor ­mentata, Napoleone che ha il diritto di fermare il sole, la festa di San Napoleone istituita nel 1805, un Saint Néapoljs trovato nei martirologio…

Dopo Waterloo, e una volta conosciuta la notizia della par ­tenza dell’imperatore, la leg ­genda, radicata nel cuore dei francesi, diede i suoi frutti. Cominciarono a circolare, spe ­cialmente nelle campagne, le voci più sorprendenti. Napoleo ­ne non è partito. Aspetta la sua ora. E’ riuscito ad evadere. Sta per tornare. Viene dagli Stati Uniti con una flotta ame ­ricana. Arriva dal Piemonte con il principe Eugenio. Gli alleati che avevano occupato la Fran ­cia e i governi francesi che fra ­ternizzavano con loro contribui ­rono senza volerlo alla diffusio ­ne della nuova religione. L’ese ­cuzione di Ney, gli assassini di Brune e di La Bédoyère le procurarono i suoi martiri. Le rivincite che si presero i monarchici provocarono amari risentimenti. Il patriottismo de ­luso si nutriva sempre più di ricordi napoleonici. Gli oggetti « sediziosi » â— stampe, busti, medaglioni, aquilotti, pipe, bic ­chieri, piatti di ispirazione na ­poleonica â— pullulavano anche se i mercanti e i loro clienti rischiavano la prigione. La no ­tizia della morte di Napoleone nel 1821 (in una bacheca c’è la traduzione dell’ode manzonia ­na Cinque maggio pubblicata in quello stesso anno a Parigi) non cambiò nulla. «Dopo il despotismo della sua persona – si lamentò il solito Chateaubriand – dobbiamo subire ancora il dispotismo della sua memoria ». Il culto diventò delirio, facendo di Napoleone l’e ­rede della rivoluzione, colui che ne aveva salvaguardato i prin ­cipi, aveva diffuso in tutta l’Eu ­ropa l’idea della libertà, aveva spezzato le barriere sociali, ave ­va riportato la concordia tra i francesi.

Tutti i poeti romantici, ec ­cettuato Lamartine, furono sen ­sibili al mito, al quale i versi di Béranger avevano dato nuovo vigore in occasione della morte del re di Roma, dell’inaugura ­zione dell’Arco di Trionfo, del ritorno delle ceneri da Sant’Ele ­na, dell’avvento del secondo im ­pero e del risveglio nazionali ­sta della fine del XIX secolo. L’esposizione arriva fino alle ombre cinesi sull’epopea napo ­leonica presentate da Caran d’Ache nel 1888 allo Chat Noir, al manifesto inviato nel 1895 da Toulouse-Lautrec al concor ­so di Nuova York per il lancio del « Napoleone » di W. Milligan Sloane, al trionfo di Sarah Bernhardt ne L’Aiglon di Rostand, nel 1900. Avrebbe potuto benissimo concludersi con la fo ­tografia scattata l’altra domeni ­ca a Epernay, con la folla in coda per ammirare il cappello di Napoleone acquistato da una marca di champagne alla ven ­dita all’asta di cimeli svoltasi il mese scorso sul France du ­rante la « crociera imperiale », una coda simile a quella che ogni mattina si forma sulla Piazza Rossa di Mosca, davanti al mausoleo di Lenin.

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