Palestinità

di Virgilio Lilli
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 19 agosto 1970]

Beirut, agosto.
La parola non è delle più eufoniche ma è forse la sola che possa aiutarci a intende ­re uno degli aspetti più si ­gnificativi della intransigenza dei guerriglieri del Vicino Oriente nei confronti del ten ­tativo già in atto d’una solu ­zione negoziata del conflit ­to arabo-israeliano: « palestinità ». Il movimento che attua la guerriglia contro Israele, nonostante l’accettazione del piano Rogers da parte degli Stati belligeranti, difende in ­nanzitutto la « palestinità ». L’esistenza dello Stato di Israele â— secondo tale mo ­vimento â— distrugge la « pa ­lestinità »; perché la « pale ­stinità » sopravviva bisogna che Israele scompaia. E’ la difesa della « palestinità », dunque, che impone ai guer ­riglieri di non unirsi a Nasser, a Hussein e ad altri capi di Stato arabi nella accettazione del compromesso sovietico-americano.

Ma che cos’è la palestini ­tà? Se ponete la domanda a un militante qualificato di uno dei tanti movimenti della re ­sistenza palestinese, egli saprà dirvi più agevolmente che cosa essa non è. La palestinità â— vi spiegherà â— non è l’Islam; la palestinità non è un fatto politico; la palesti ­nità non è un capitolo del conflitto fra arabi e Israele. Non è l’Islam perché non so ­no stati i musulmani a dare vita alla Palestina, sono i pa ­lestinesi, i quali a loro volta sono musulmani, sono ebrei, sono cristiani. Non è un fat ­to politico perché è un fatto geografico, e come tale non costituisce un problema bensì una realtà indiscutibile, im ­mobile come è immobile la sua territorialità.

Oggi â— continuerà a spie ­garvi il militante della resi ­stenza palestinese â— nel con ­testo del conflitto arabo-israe ­liano si parla di Egitto, di Giordania, di Libano, d’Irak, di Siria, d’Algeria, di Maroc ­co, di Sudan e d’altro ma non si parla mai di Palestina. E tuttavia i presunti protago ­nisti della sanguinosa avven ­tura del Vicino Oriente sono estranei alla materia della contestazione, Stati arabi che operano in nome d’un mondo (esclusivamente arabo) ch’è al di fuori della lacerazione avvenuta nel tessuto del ter ­ritorio palestinese, il solo in gioco.

La palestinità rifiuta indirettamente, in questo senso, la « arabità »: una cosa sono gli arabi, altra i palestinesi. La palestinità è una naziona ­lità religiosa multilaterale, un fenomeno sacro composito ma allo stesso tempo unitario. Qualcosa di simile alla « svizzerità », se ci si consente il termine: la quale appunto è una nazionalità etnico-linguistico-religiosa plurima anche essa e unitaria insieme (coi tedeschi, i francesi, gli italia ­ni, non solo, ma coi prote ­stanti e i cattolici).

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Sotto questa luce â— vi dirà un poco paradossalmente il vostro interlocutore â— la Sviz ­zera non ha « fratelli euro ­pei » proprio per il fatto d’es ­sere così composita. Allo stes ­so modo la Palestina non può avere « fratelli arabi ». E’ vero che fino ad oggi i palestinesi hanno accettato queste prof ­ferte di fratellanza, ma lo hanno fatto per ragioni di convenienza. In realtà â— sem ­pre secondo i palestinesi â— gli arabi non hanno « diritti di parentela » con la Palesti ­na, giusto come i tedeschi, i francesi e gli italiani non han ­no diritti di parentela con gli svizzeri, gli Stati arabi non partecipando della palestinità allo stesso modo che Germa ­nia, Francia e Italia non par ­tecipano della « svizzerità ».

Sono le dissolvenze incro ­ciate di natura etnica e religiosa ad avere generato la palestinità. Alla sua origine è infatti la chimica razziale pre ­cristiana che ha già da tempi remoti messo in essere l’amal ­gama dei cananei, degli ittiti, dei filistei e altri i quali han ­no attraverso gli incroci modellato un protopalestinese ben definito, l’abitante della Palestina. L’arrivo degli ebrei un millennio e mezzo prima di Cristo, è stato un additivo a una combinazione già ben consolidata. Così l’arrivo di Cristo e dei cristiani, così l’ar ­rivo dei musulmani. Sulla massicciata precristiano-ebraica, si sono posati strati etnico-religiosi « recenti », appun ­to cristiani e musulmani. Ma ­nipolando gli ingredienti raz ­ziali e mentali i secoli hanno via via dato vita a qualcosa che non è strettamente precri ­stiano, né strettamente ebreo né strettamente cristiano, né musulmano, ma che ha di vol ­ta in volta una veste ebrea, musulmana o cristiana con forte prevalenza dei musulma ­ni, beninteso, l’Islam costituendo l’ultimo apporto e per ­tanto quello di più larga ado ­zione.

Il palestinese col quale vi troverete a parlare vi dirà che, in più, la palestinità è per certi versi simile alla hispanidad: un modo di appar ­tenere a una terra e alle sue vicende nel tempo sia in sen ­so etnico che religioso, ma anche un modo di sopravvivere a certe cancellazioni (proprio come la Spagna, per esempio, e per essa la hispanidad, ha sopravvissuto alle cancellazioni cartaginese, ro ­mana, musulmana).

In questo intreccio di dia ­lettiche (sia pure semplicisti ­che) c’è in fondo un rifiuto dell’occidente e un rifiuto del ­l’ebraismo, ma c’è senz’altro â— fenomeno per noi sorpren ­dente â— un rifiuto dell’arabi ­smo. La palestinità è essere musulmani senza essere arabi pur nel bel mezzo del mon ­do arabo; è essere ebrei sen ­za per questo essere sionisti, pur nel cuore del sionismo at ­tivo; è essere cristiani senza essere occidentali, pur dentro la culla dei Vangeli.

Nella sua intransigenza ideologica fatta di esclusioni che sono delle ammissioni (mu ­sulmani antiarabi, ebrei anti ­sionisti, cristiani antiocciden ­tali), il palestinese arriva a semplificazioni perentorie di natura giuridico-politica le quali trovano l’interlocutore piuttosto impreparato. E per esempio: gli obblighi determi ­nati dalla appartenenza a or ­ganismi internazionali, vinco ­lanti per i membri di tali or ­ganismi e inesistenti per il re ­sto del mondo: gli Stati arabi e Israele sono membri dell’ONU, essi sono dunque vincolati dalla Carta delle Nazioni Unite; non solo, ma so ­no tenuti ad adeguarsi alle de ­cisioni del Consiglio di sicu ­rezza, quali la risoluzione del 1967 (nei confronti del con ­flitto del Vicino Oriente) che ha ispirato il piano Rogers accettato appunto dai bellige ­ranti arabi e da Israele. Ma la Palestina non è membro dell’ONU, e le forze della resi ­stenza palestinese sono fuori del raggio d’azione dell’ONU. Se la guerra fra gli Stati arabi e Israele poteva essere consi ­derata illegale o almeno ille ­gittima dopo le decisioni del ­l’ONU, la guerriglia dei pa ­lestinesi contro Israele è pro ­prio per questo legale e le ­gittima.

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In tali condizioni l’iter psi ­cologico della resistenza pale ­stinese non può seguire altro tracciato che quello mirante alla distruzione di Israele Stato per così dire monoreligioso su una terra plurireligiosa per destinazione e costituzione; ma è pacifico che la accettazione da parte degli Stati arabi di una soluzione negoziata del conflitto con Israele (la quale consente la sopravvivenza, non soltanto ma il consolidamento dello Stato sionista in Palestina) presuppone da parte dei pa ­lestinesi una guerra anche con gli Stati arabi in quanto com ­plici di Israele nella negazio ­ne della palestinità. Sono enunciazioni, intendiamoci, su un piano meramente teorico. Ma sul piano pratico esse po ­trebbero materializzarsi in una guerriglia palestinese che coin ­volgesse nella sfera israeliana i paesi arabi, gli stessi che fino a ieri hanno fornito ai palestinesi la materia prima â— armi, danaro, sostegno in sede internazionale, solidarie ­tà psicologica e altro â— del ­la guerriglia antisionista.

Un fenomeno, del resto, che s’è già determinato. E per esempio ha preso consistenza nei confronti di quegli Stati arabi che per primi, e sia pu ­re per cause di forza maggio ­re, hanno dimostrato di non disdegnare una soluzione pa ­cifica della crisi determinata dalla apparizione di Israele. Vedi la Giordania, ove la re ­sistenza palestinese ha fatto la guerra contro lo Stato hasce ­mita (come nelle sanguinose giornate del giugno scorso) e vedi il Libano, dove i rappor ­ti dei « commandos » con lo Stato libanese sono di una « amichevole ostilità », alme ­no fino ad oggi, e dove le or ­ganizzazioni della resistenza costituiscono per Beirut un « sacro brigantaggio », tollera ­to e approvato, per ragioni di quieto vivere, a denti stretti.

Tutto ciò ha evidentemen ­te tutti i difetti delle impo ­stazioni teoriche instaurate su piattaforme storico-ideologiche da considerare ai nostri gior ­ni come inoperanti. E’ ovvio che i cananei, gli ittiti, i fi ­listei e simili sono ormai, per quanto si riferisce alla vita funzionale dei popoli del ventesimo secolo, delle mere proiezioni dialettiche prive di mordente determinante: ed è ovvio che, al contrario, l’involucro musulmano nel quale la più grande parte dei palestinesi è contenuta faccia di essi delle masse contigue alle masse degli Stati arabi, con parentele economiche, sociali e perfino del costume corrente, escludendo dagli interessi di tali masse taluni interessi tipici degli ebrei e dei cri ­stiani. E’ ovvio, insomma che la palestinità non sfugga a una certa congeniale aderen ­za con la « arabità », a pre ­ferenza della ebraicità e del ­la cristianità. Ma al fondo del ­la impostazione teorica è senz’altro il sintomo premoni ­tore di sviluppi psicologici e dinamici che oggi possono an ­cora sembrarci impossibili, ma che in avvenire potrebbero tradursi in realtà: la realtà d’una Palestina antiaraba non in quanto israeliana ma in quanto puramente e semplice ­mente palestinese.

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