Perché Leningrado non si arrese

di Enzo Passanisi
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 8 gennaio 1970]

Quasi un milione di lapidi nel cimitero di Leningra ­do ricordano una delle più spaventose tragedie del ­la seconda guerra mondiale: l’assedio delle armate hitle ­riane alla città da cui spriz ­zò la prima scintilla della rivoluzione bolscevica. E’ sta ­to il più lungo assedio del ­l’era moderna, novecento gior ­ni di sofferenze indicibili, di fame, di stragi, di gloria. Una lotta per la vita che accomunava i soldati dell’Ar ­mata rossa con due milioni e mezzo di abitanti della cit ­tà; un simbolo della incrol ­labile resistenza del popolo russo di fronte all’aggressio ­ne nazista.

Per molti anni tuttavia â— gli anni cupi della dittatu ­ra staliniana, e anche dopo â— la storia dell’assedio di Leningrado è stata coperta da un’impenetrabile cortina di silenzio stesa implacabil ­mente dal vertice. Stalingra ­do, la battaglia davanti a Mosca, le travolgenti avan ­zate verso il cuore della Ger ­mania, sono le pagine sulle quali punta l’agiografia uffi ­ciale: su Leningrado â— sul dramma della città, dei suoi abitanti, dei suoi soldati â—, nulla, o soltanto, nella lun ­ga parentesi buia, pochi ac ­cenni, quasi imbarazzati.

I motivi di questo silen ­zio, che fece conoscere ai so ­pravvissuti il sapore amaro dell’ingratitudine, costituisco ­no il contributo forse mag ­giore dell’imponente lavoro di ricerca che lo scrittore e gior ­nalista americano Harrison E. Salisbury ha dedicato all’as ­sedio con il suo I novecento giorni (ed. Bompiani, pp. 560, L. 6000).

Due motivi, ed entrambi le ­gati al gioco politico del dit ­tatore, a quell’equilibrio di forza e di terrore dal quale Stalin traeva la base del suo dominio. Il primo riguarda l’imprevidenza del despota, di fronte ai segni sempre più palesi dell’imminente attacco hitleriano e alle centinaia di avvertimenti, da un capo al ­l’altro del mondo: Churchill da Londra, la spia Sorge da Tokio, gli stessi avamposti di fron ­tiera davanti ai quali si am ­massavano i panzer dalla cro ­ce uncinata. Ma Stalin si cullò fino all’ultimo nell’illu ­sione che i tedeschi non avrebbero attaccato ed è di appena otto giorni prima del grande assalto una sua ma ­linconica nota nella quale si smentivano le voci di un im ­minente conflitto e si riaf ­fermavano i vincoli di ami ­cizia con il terzo Reich. Que ­sto mentre già i carri ar ­mati si preparavano a scal ­dare i motori e duecento di ­visioni tedesche erano schie ­rate per dilagare nelle pia ­nure russe.

Persino quando già comin ­ciarono a tuonare i canno ­ni, all’alba del 22 giugno 1941, e quando già la Luftwaffe aveva distrutto al suo ­lo buona parte dell’aviazio ­ne sovietica, a Mosca ci si chiedeva ancora se l’attacco non fosse soltanto una « pro ­vocazione » di pochi generali nazisti guerrafondai. Dopo, quando non fu più possibile dubitare, Stalin fu colto da una crisi di depressione così forte che per almeno tre set ­timane, le settimane crucia ­li, dovette lasciare nelle ma ­ni dei suoi luogotenenti gli affari politici e quelli mili ­tari. Una serie di imperdo ­nabili errori dei quali dovet ­tero fare le spese il popolo russo e soprattutto gli uomi ­ni di Leningrado.

La Venezia russa costituiva uno degli obiettivi primari dell’alto comando nazista, un obiettivo sul quale puntava ­no due armate e il più forte corpo corazzato della Wehrmacht, agli ordini del mare ­sciallo von Leeb, il generale che aveva conquistato la Maginot. Da Leningrado, i te ­deschi avrebbero poi puntato verso Sud, con un movimento a falce, per prendere alle spalle Mosca. I panzer avan ­zarono nel vuoto, travolgen ­do le inesperte truppe get ­tate nella fornace, le divisioni del popolo di operai e di ragazzi del Komsomol. A set ­tembre erano davanti a Le ­ningrado; una cintura di fer ­ro e di fuoco stretta attor ­no ai sobborghi.

La propaganda nazista ave ­va già annunciato l’imminen ­te caduta della seconda cit ­tà russa, ma proprio quando tutto sembrava perduto, sol ­dati e volontari del popolo, sulla linea dell’ultima resi ­stenza, riuscirono a compiere il miracolo, ad arginare la va ­langa. « Prenderemo Lenin ­grado per fame â— fu la ci ­nica risposta del comando te ­desco â—, inutile sprecare uo ­mini in un assalto frontale. E non ci saranno bocche da nutrire perché gli abitanti sa ­ranno tutti morti di inedia ».

Cominciò l’assedio dei no ­vecento giorni, l’epopea dei soldati, e dei cittadini, sotto il martellare dell’artiglieria, con le razioni sempre più scarse affidate ai precari ri ­fornimenti aerei e alla lun ­ga, infida pista tracciata fra i ghiacci del lago Ladoga. Un incubo senza fine che ri ­proponeva, moltiplicandoli, gli orrori dell’assedio di Parigi; i morti abbandonati per le strade, uomini e donne ridot ­ti a larve, gli episodi, per ­sino, dì cannibalismo. Quasi un milione le vittime â— non è stato mai possibile fare un bilancio preciso â— quando fi ­nalmente la morsa fu spez ­zata e l’invasore ricacciato.

Fu un gran giorno, nell’in ­credulità, quasi, di ritrovarsi vivi, ma presto venne l’oblio. Leningrado, l’isola rossa nel ­la marea nazista, non era stata una vittoria di Stalin. Era stata, almeno in parte, la vittoria di Zdanov, il se ­gretario del partito della cit ­tà, animatore della resisten ­za, già considerato il delfi ­no del dittatore. Ma Stalin non amava i vice che si met ­tessero troppo in luce. Ed ec ­co il secondo dei motivi del lungo silenzio sull’assedio: non si doveva parlare di Zda ­nov, non si doveva parlare di Leningrado. Fino al gior ­no della misteriosa â— e for ­se « organizzata » â— morte dell’ex-pupillo del despota, sul finire degli anni quaranta e anche dopo, fino al XX con ­gresso. L’oblio scese cosi sul milione di caduti della città di Lenin.

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