di Franco Valsecchi
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 26 giugno 1968]
Ancora, a poca distanza dal la riedizione di Storici e Mae stri, un volume di Gioacchino Volpe; anzi, due volumi di Pa gine risorgimentali (ed. Volpe, Roma). Pagine nuove ed anti che, scritte in un arco di tem po che abbraccia più di mezzo secolo, dal primo decennio del Novecento a questi nostri anni sessanta.
Meno impegnative, le nuove: rapide sintesi giornalistiche, co me la serie d’articoli su «L’Italia e la sua unità », che rive lano, nel «taglio », in qualche sicuro, acuto, penetrante scor cio, la tempra dello storico di razza. Le più vive di queste pa gine nuove, bisogna, direi, cer carle nei saggi su l’estrema si nistra risorgimentale: Pisacane, l’uomo Pisacane e la sua dot trina sociale: confusa, approssimativa dottrina, ma, a suo modo, interprete di un’esigen za, di un anelito, che già era no, in quel tempo, nell’aria.
Interpretazioni, comunque, prospettive: non ricerche siste maticamente condotte, proble mi sistematicamente indagati: spunti suggestivi, poco più che abbozzati: articoli, per lo più, di quotidiani.
Diverso, invece, il carattere delle pagine più antiche, quelle – per segnare un periodo – che precedono la seconda guer ra mondiale: il periodo del Vol pe più maturo, nel meriggio del la sua attività di storico.
Qui, ricerche e problemi. Pro blemi soprattutto, e problemi di fondo a cominciare da quello, allora all’ordine del giorno, de gli studi risorgimentali: le ori gini del Risorgimento. All’or dine del giorno, per il signifi cato, per il contenuto che gli si attribuiva. Nella ricerca delle origini, era l’originalità del Ri sorgimento, che si voleva riven dicare, la sua originarietà, la sua «autoctonia », come si di ceva: l’emancipazione da ogni influenza straniera. Alla tesi «straniera » della rivoluzione francese come matrice del Ri sorgimento, si contrappone la tesi «nazionale » di un rinnovamento che sgorga, nel corso del Settecento, dalla stessa sto ria italiana.
Una tesi che poteva facil mente scivolare nella falsa lo gica di una dimostrazione a priori, o nella banale retorica del patriottismo di maniera. Volpe si tien lontano dall’una e dall’altra. Considera concre tamente il problema, al di fuo ri di ogni astrazione. Nel Set tecento – dice – prima, ben prima della rivoluzione france se, l’Italia comincia a risorgere. Sin dall’alba del secolo, la poli tica italiana si rimette in movi mento, l’assetto italiano esce dall’immobilità, muta, si evolve: si affermano in primo piano sul la scena politica italiana – chiaro presagio dell’avvenire – i Savoia. Sin dall’alba del secolo, i segni di una nuova cul tura: «l’evanescente Italia dei letterati acquista un contenuto », esce dalla letteratura per entrare nella vita; si pone i problemi della vita, politici, giu ridici, sociali, economici; acqui sta nuova coscienza di sé: di già, una coscienza nazionale. Sorge, si afferma, coi «lumi del secolo », una nuova concezione dello Stato e della società: si manifesta in uno spietato attac co contro le vecchie strutture: un «rifiuto globale », si direbbe oggi, del vecchio sistema. E in fine, le riforme: una trasforma zione, se non una demolizione, delle strutture; un rinnovamen to, se non un rovesciamento, del sistema. Non è la rivoluzione, non è ancora la rivolu zione; qualcosa che precorre la rivoluzione, e la svuota di con tenuto. La rivoluzione… Riprende, Volpe, l’argomento in un saggio posteriore, dedicato, ap punto, al «primo incontro con la rivoluzione », al primo incon tro dell’Italia con la rivoluzione di Francia. Una scossa – dice – una spinta, un impulso, «eser citato non tanto nel campo ideo logico, quanto dell’azione positi va ». Ma pur sempre, «sotto l’ondata francese, limo ita liano ».
Posizioni, certo, ed in certa misura, figlie dell’epoca, di una epoca portata ad accentuare, ad esasperare la polemica nazionale. Ma che Volpe traspor ta su di un piano che è quello dell’indagine, non della pole mica. Indagine che la storio grafia più recente ha prosegui to in altra direzione, e con al tro spirito, partendo da un al tro, e più aperto angolo visua le. La politica italiana si ri mette, nel Settecento, in movi mento: ma nel quadro e in funzione della politica europea. Come nel quadro e in funzione della politica europea avviene la ripresa sabauda, subito pa ralizzata quando la scena europea muta, nella seconda metà del secolo, e non le fornisce più la possibilità di gioco. La vita italiana si rinnova: ma questo rinnovamento non si concepi sce senza il rinnovamento d’Europa, senza la grande on data di rinnovamento spiritua le che, coi lumi del secolo, per vade, da Parigi, l’Europa. Le riforme mutano il volto della So cietà e dello Stato; ma è l’ini ziativa dei principi stranieri, dei figli delle grandi dinastie straniere trapiantate nella pe nisola, che dà modo al pensie ro, in Italia, di tradursi in azione.
Tutto questo rimane, nel sag gio sulle origini, nell’ombra. I rapporti Italia-Europa sono affrontati in un saggio posterio re, più volte ripreso e amplia to. I rapporti fra politica italiana e politica europea dal ven tennio rivoluzionario e napo leonico all’unificazione sono af frontati su di un piano posi tivo, concreto, seguiti nelle lo ro vicende: la vicenda esterna, insomma, come integrazione della vicenda interna. Integrazione, non mutamento di pro spettiva: l’Europa vista dall’an golo visuale del Risorgimento, non il Risorgimento visto dall’angolo visuale dell’Europa.
Ma, per la prima volta, il problema Italia-Europa, Risor gimento-Europa vien posto chiaramente come tale, nella sto riografia risorgimentistica: pro blema inusitato, allora, e nei suoi termini, al di fuori del quadro della storiografia uffi ciale.
Testimonianza, dunque, que ste «pagine risorgimentali », di una fase, di un periodo della storiografia italiana. Ma anche, apertura verso nuove prospetti ve; punto di partenza e non sol tanto punto d’arrivo.