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STORIA: I MAESTRI: Un paravento davanti a Porta Pia

31 Ottobre 2011

di Leonardo Vergani
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 5 agosto 1970]

Con tutto quello che bolle in pentola, ci attende probabilmente un venti settembre molto in sordina. La data, in questo mo ¬≠mento, √® pi√Ļ scomoda che mai e se il calendario non avesse le sue esigenze √® altrettanto probabile che ci si darebbe da fare per rimandarla ad epoca da destinarsi, tra l’indifferen ¬≠za, del resto, della quasi tota ¬≠lit√† degli italiani. Brontolino pure gli storici e i cultori delle patrie memorie √Ę‚ÄĒ si pensa da pi√Ļ parti √Ę‚ÄĒ che da decenni in ¬≠naffiano la stenta pianticella di Roma capitale senza rendersi conto che, con tutti i guai di casa nostra, persino il ricordo della breccia di Porta Pia do ¬≠vrebbe essere murato con una mano di cemento. Ci sono altre cose a cui pensare. E, visto che questo scomodissimo venti set ¬≠tembre cadr√† di domenica, c’√® addirittura chi spera che il rap ¬≠tus del fine settimana annebbi la ricorrenza. Questo benedetto giorno, insomma, non lo aspetta proprio nessuno, n√© i Palleschi n√© i Piagnoni, n√© i Capuleti n√© i Montecchi. Tutti pronti dun ¬≠que a metterlo in soffitta, sotto naftalina, lasciando ai nipoti il compito di riesumarlo, ammesso che l’orizzonte nel Duemilaset ¬≠tanta sia meno gravato dalle nubi della polemica.

Gli orpelli delle celebrazioni, diciamolo subito, danno fasti ¬≠dio un po’ a tutti, anche perch√© il nostro Paese festeggia ad ogni pi√® sospinto centenari, bicente ¬≠nari, tricentenari e cos√¨ via e sempre sotto forma di paludatissimi discorsi, punteggiati da sba ¬≠digli. Ma, ad un secolo da Porta Pia, qualche rimorso dovrebbe essere d’obbligo. Quel giorno tor ¬≠mentato per la generazione dei nostri nonni, fu dissolto nell’iro ¬≠nia che avvolgeva l’Italietta, la piccola Italia del trasformismo liberale e post-risorgimentale, da chi ci voleva far marciare a passo romano. Nel secondo dopoguerra non si trov√≤ di me ¬≠glio che scegliere la stessa data per spalancare le imposte di case troppo ospitali. Da destra e da sinistra ci si √® dati attor ¬≠no, in sostanza, per seppellire i riferimenti alla questione ro ¬≠mana. Nessuno se n’√® lamen ¬≠tato.

Se invece nella storia recente ci fu un momento in cui il no ¬≠stro Paese trov√≤ una larga com ¬≠pattezza d’intenti, un ideale co ¬≠mune √Ę‚ÄĒ e non fu cosa facile in uno Stato-mosaico in cui il movimento unitario aveva la ¬≠sciato una scia di sospetti e di indifferenze √Ę‚ÄĒ fu proprio quello che scocc√≤ con l’entrata a Ro ¬≠ma. L’adesione popolare fu to ¬≠tale. Per informare i fogli di allora, i cui lettori erano affa ¬≠mati di notizie, i giornalisti dovettero sudar sette camicie. Raffaele Cadorna, comandante le truppe, li odiava e proib√¨ ad ¬≠dirittura che i nostri lontani e illustri colleghi entrassero in citt√† attraverso la breccia. Ed ¬≠mondo De Amicis, Ugo Pesci e Carlo Arrivabene si intruppa ¬≠rono tra i bersaglieri per varca ¬≠re la soglia, beffando l’acciglia ¬≠to generale. L’Italia era curiosa e voleva sapere. Per una volta tanto uscimmo dal torpore.

Roma capitale rappresent√≤ una grossa ipoteca di speranza in un piccolo regno travagliato gi√† dalle sue crisi. Fu una sta ¬≠gione densa di promesse. Che queste siano state mantenute o no ha importanza fino ad un certo punto, e non giustifica chi vorrebbe dimenticare quelle giornate. A ricordarle e a com ¬≠piere un bilancio dei cent’anni romani s’√® impegnato Vittorio Gorresio che, nonostante la neb ¬≠bia sonnolenta che dicevamo prima, s’√® rimboccato le mani ¬≠che e ha pubblicato un libro Roma Ieri e Oggi (1870-1970) (Rizzoli, pp. 115, L. 1800), nel quale alla seriet√† della docu ¬≠mentazione si unisce una sor ¬≠prendente vivacit√†. Gorresio racconta quale fu lo sgomento del giovane Stato italiano al momento di appropriarsi una capitale come Roma, i timori, le sorprese, le scoperte. Furono, i primi anni, un capolavoro di diplomazia che venivano a co ¬≠ronare la paziente opera del tessitore ¬Ľ. Tutte le maledizio ¬≠ni fulminate da Pio IX contro gli usurpatori figli di Satanas ¬≠so, nipoti di Belial, rampollo di Achitofello, suonano come se fossero state pronunciate sol ¬≠tanto per ragioni di principio. Vittorio Emanuele, accusato di essere uno scassinatore perch√© si serv√¨ del fabbro ferraio Gio ¬≠vanni Capanna per entrare al Quirinale, preferiva non affac ¬≠ciarsi alla finestra per non ve ¬≠dere il Vaticano e immaginare ¬ę quel povero vecchio ¬Ľ al quale, diceva. ¬ę i l’hai gi√† faine abastanza ¬Ľ. Furono gli anni del ¬≠le ¬ę guerre dei cuscini ¬Ľ sui quali dovevano inginocchiarsi Umberto e Margherita alla mes ¬≠sa di Santa Maria Maggiore e di mille altri episodi rivelatori di un’epoca.

Vittorio Gorresio racconta l’ingresso delle truppe √Ę‚ÄĒ quel ¬≠l’ingresso che aveva scanda ¬≠lizzato Gregorovius, quando im ¬≠provvisamente cadde tutta la spocchia degli sbirri, caccialepri, zampitti, squadriglieri, antiboini, palatini, svizzeri che dove ¬≠vano difendere il Papa √Ę‚ÄĒ ri ¬≠corda con ironia anche i pro ¬≠getti dei piemontesi (si pens√≤ allora di costruire una ferrovia sopraelevata su tortili colonnet ¬≠te di ghisa, che avrebbe dovuto andarsene, a cinque metri dal suolo, da piazza di Spagna alla stazione Termini, e di coprire il Colosseo per trasformarlo nel ¬≠la camera dei deputati) e scova il bandolo della matassa della speculazione edilizia, i cui mi ¬≠sfatti cominciarono quasi subi ¬≠to. Ricorda la calata dei buz ¬≠zurri e la massiccia immigra ¬≠zione dal Meridione in una cit ¬≠t√† senza industrie che ancora odorava di cavoli bolliti come ai tempi del papato, i moti po ¬≠polari dei disoccupati √Ę‚ÄĒ ancora nell’82 l’economista Vittorio Ellena raccomandava che si ali ¬≠mentasse l’industria dei fiori finti come soluzione ai molti problemi √Ę‚ÄĒ e traccia cos√¨ un efficacissimo itinerario che, dal ¬≠la carica dei bersaglieri di Cammarano, arriva fino ai giorni nostri. Non √®, la sua, una rico ¬≠struzione laudativa. Si parla anche di affarismo e di corru ¬≠zione, come √® giusto.

Se ci aspetta un venti set ¬≠tembre in sordina, i pochi libri su Roma capitale pubblicati quest’anno ci eviteranno rossori postumi di fronte a chi, un gior ¬≠no, vorr√† vedere come gli ita ¬≠liani del 1970 si sono ricordati della data. Il libro di Vittorio Gorresio √® uno di quelli da leggere e da mettere su uno scaffale. Ce ne sarebbero voluti molti di pi√Ļ. Ma con l’aria che tira, poteva essere anche peggio.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart