Un paravento davanti a Porta Pia

di Leonardo Vergani
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 5 agosto 1970]

Con tutto quello che bolle in pentola, ci attende probabilmente un venti settembre molto in sordina. La data, in questo mo ­mento, è più scomoda che mai e se il calendario non avesse le sue esigenze è altrettanto probabile che ci si darebbe da fare per rimandarla ad epoca da destinarsi, tra l’indifferen ­za, del resto, della quasi tota ­lità degli italiani. Brontolino pure gli storici e i cultori delle patrie memorie â— si pensa da più parti â— che da decenni in ­naffiano la stenta pianticella di Roma capitale senza rendersi conto che, con tutti i guai di casa nostra, persino il ricordo della breccia di Porta Pia do ­vrebbe essere murato con una mano di cemento. Ci sono altre cose a cui pensare. E, visto che questo scomodissimo venti set ­tembre cadrà di domenica, c’è addirittura chi spera che il rap ­tus del fine settimana annebbi la ricorrenza. Questo benedetto giorno, insomma, non lo aspetta proprio nessuno, né i Palleschi né i Piagnoni, né i Capuleti né i Montecchi. Tutti pronti dun ­que a metterlo in soffitta, sotto naftalina, lasciando ai nipoti il compito di riesumarlo, ammesso che l’orizzonte nel Duemilaset ­tanta sia meno gravato dalle nubi della polemica.

Gli orpelli delle celebrazioni, diciamolo subito, danno fasti ­dio un po’ a tutti, anche perché il nostro Paese festeggia ad ogni piè sospinto centenari, bicente ­nari, tricentenari e così via e sempre sotto forma di paludatissimi discorsi, punteggiati da sba ­digli. Ma, ad un secolo da Porta Pia, qualche rimorso dovrebbe essere d’obbligo. Quel giorno tor ­mentato per la generazione dei nostri nonni, fu dissolto nell’iro ­nia che avvolgeva l’Italietta, la piccola Italia del trasformismo liberale e post-risorgimentale, da chi ci voleva far marciare a passo romano. Nel secondo dopoguerra non si trovò di me ­glio che scegliere la stessa data per spalancare le imposte di case troppo ospitali. Da destra e da sinistra ci si è dati attor ­no, in sostanza, per seppellire i riferimenti alla questione ro ­mana. Nessuno se n’è lamen ­tato.

Se invece nella storia recente ci fu un momento in cui il no ­stro Paese trovò una larga com ­pattezza d’intenti, un ideale co ­mune â— e non fu cosa facile in uno Stato-mosaico in cui il movimento unitario aveva la ­sciato una scia di sospetti e di indifferenze â— fu proprio quello che scoccò con l’entrata a Ro ­ma. L’adesione popolare fu to ­tale. Per informare i fogli di allora, i cui lettori erano affa ­mati di notizie, i giornalisti dovettero sudar sette camicie. Raffaele Cadorna, comandante le truppe, li odiava e proibì ad ­dirittura che i nostri lontani e illustri colleghi entrassero in città attraverso la breccia. Ed ­mondo De Amicis, Ugo Pesci e Carlo Arrivabene si intruppa ­rono tra i bersaglieri per varca ­re la soglia, beffando l’acciglia ­to generale. L’Italia era curiosa e voleva sapere. Per una volta tanto uscimmo dal torpore.

Roma capitale rappresentò una grossa ipoteca di speranza in un piccolo regno travagliato già dalle sue crisi. Fu una sta ­gione densa di promesse. Che queste siano state mantenute o no ha importanza fino ad un certo punto, e non giustifica chi vorrebbe dimenticare quelle giornate. A ricordarle e a com ­piere un bilancio dei cent’anni romani s’è impegnato Vittorio Gorresio che, nonostante la neb ­bia sonnolenta che dicevamo prima, s’è rimboccato le mani ­che e ha pubblicato un libro Roma Ieri e Oggi (1870-1970) (Rizzoli, pp. 115, L. 1800), nel quale alla serietà della docu ­mentazione si unisce una sor ­prendente vivacità. Gorresio racconta quale fu lo sgomento del giovane Stato italiano al momento di appropriarsi una capitale come Roma, i timori, le sorprese, le scoperte. Furono, i primi anni, un capolavoro di diplomazia che venivano a co ­ronare la paziente opera del tessitore ». Tutte le maledizio ­ni fulminate da Pio IX contro gli usurpatori figli di Satanas ­so, nipoti di Belial, rampollo di Achitofello, suonano come se fossero state pronunciate sol ­tanto per ragioni di principio. Vittorio Emanuele, accusato di essere uno scassinatore perché si servì del fabbro ferraio Gio ­vanni Capanna per entrare al Quirinale, preferiva non affac ­ciarsi alla finestra per non ve ­dere il Vaticano e immaginare « quel povero vecchio » al quale, diceva. « i l’hai già faine abastanza ». Furono gli anni del ­le « guerre dei cuscini » sui quali dovevano inginocchiarsi Umberto e Margherita alla mes ­sa di Santa Maria Maggiore e di mille altri episodi rivelatori di un’epoca.

Vittorio Gorresio racconta l’ingresso delle truppe â— quel ­l’ingresso che aveva scanda ­lizzato Gregorovius, quando im ­provvisamente cadde tutta la spocchia degli sbirri, caccialepri, zampitti, squadriglieri, antiboini, palatini, svizzeri che dove ­vano difendere il Papa â— ri ­corda con ironia anche i pro ­getti dei piemontesi (si pensò allora di costruire una ferrovia sopraelevata su tortili colonnet ­te di ghisa, che avrebbe dovuto andarsene, a cinque metri dal suolo, da piazza di Spagna alla stazione Termini, e di coprire il Colosseo per trasformarlo nel ­la camera dei deputati) e scova il bandolo della matassa della speculazione edilizia, i cui mi ­sfatti cominciarono quasi subi ­to. Ricorda la calata dei buz ­zurri e la massiccia immigra ­zione dal Meridione in una cit ­tà senza industrie che ancora odorava di cavoli bolliti come ai tempi del papato, i moti po ­polari dei disoccupati â— ancora nell’82 l’economista Vittorio Ellena raccomandava che si ali ­mentasse l’industria dei fiori finti come soluzione ai molti problemi â— e traccia così un efficacissimo itinerario che, dal ­la carica dei bersaglieri di Cammarano, arriva fino ai giorni nostri. Non è, la sua, una rico ­struzione laudativa. Si parla anche di affarismo e di corru ­zione, come è giusto.

Se ci aspetta un venti set ­tembre in sordina, i pochi libri su Roma capitale pubblicati quest’anno ci eviteranno rossori postumi di fronte a chi, un gior ­no, vorrà vedere come gli ita ­liani del 1970 si sono ricordati della data. Il libro di Vittorio Gorresio è uno di quelli da leggere e da mettere su uno scaffale. Ce ne sarebbero voluti molti di più. Ma con l’aria che tira, poteva essere anche peggio.

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