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STORIA: I MAESTRI: Un secolo da Porta Pia

29 Giugno 2011

di Manlio Lupinacci
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 3 giugno 1970]

Siamo alla vigilia del centenario della Breccia di Porta Pia: chi se ne ac ¬≠corge? Ben poco tempo rima ¬≠ne, prima che ritorni il gior ¬≠no commemorativo e questo poco √® ancora rattrappito dal ¬≠lo sdraiarsi in esso dell’esta ¬≠te, stagione pigra da per tut ¬≠to, ma in Roma addirittura di catalessi. Dovrebbe manife ¬≠starsi intorno a noi, e in noi, tutto un fervore di propositi, di suggerimenti; dovremmo sobbalzare, vedendo come si sfoglia rapido il calendario, e dirci preoccupati: ma che si fa, che si attende; e invece non si fa nulla, e l’attesa si √® addormentata. Anche l’am ¬≠nistia, ecco che se l’√® confi ¬≠scata la demagogia togliendo ¬≠le quella dignit√† che pur avrebbe potuto fingerle il pa ¬≠ludamento dell’onoranza pa ¬≠triottica.

Il governo e il municipio sono in tutt’altre faccende af ¬≠faccendati, che non a organizzare fra tanta disorganizzazione politica e amministrava e sindacale almeno una Festa: una girandola, una luminaria, un carosello a Piazza di Siena, e la solita adunata di no ¬≠toriet√† accademiche e protocollari nella sala degli Orazi e Curiazi, con l’orazione di un illustre e la presenza di un ministro. Il carducciano ¬ęzitte, zitte ¬Ľ dell’Italia grande e una rivolto alle oche del Campidoglio perch√© non facessero chiasso al suo arrivo a Roma qualche giustificazione in fin dei conti poteva pur averla: quella di ¬ę tener la debita osservanza √Ę‚ÄĒ In certi passi ¬Ľ e di non amareggiare ancor di pi√Ļ la decaduta gran potest√† del cardinale Antonelli; ma qui oggi non c’√® bisogno di zittire nessuno, perch√© nessuno parla e nemmeno bi ¬≠sbiglia di Venti Settembre, di Italia grande e una, del di ¬≠lemma ¬ę o Roma o morte ¬Ľ finalmente risolto nel modo migliore. Se si continua cos√¨, possiamo andare incontro al ¬≠la bella sorpresa che il Venti Settembre lo celebri il succes ¬≠sore di Pio IX con un solen ¬≠ne ¬ę Te Deum ¬Ľ in San Pie ¬≠tro, per ringraziare la Prov ¬≠videnza di aver liberato la Chiesa dall’ingombro e dalle tentazioni del potere tempo ¬≠rale.

Poche anche le pubblicazio ¬≠ni. rari i libri che abbiano colto l’occasione del Centena ¬≠rio per avanzarsi a fargli omaggio di ricerche approfon ¬≠dite, di considerazioni medi ¬≠tate. Un po’ di colore: gli zuavi e i bersaglieri, le scia ¬≠rade di Pio IX, buzzurri e caccialepri, e i portoni serrati del patriziato nero e quelli spalancati del patriziato bian ¬≠co; un po’ di polemichetta sociale: l’organizzarsi della speculazione edilizia; e un po’ di malumore artistico: i nuo ¬≠vi quartieri, i nuovi monu ¬≠menti; ma un bilancio, un consuntivo di questo secolo di coabitazione della capitale ita ¬≠liana e della metropoli univer ¬≠sale, una critica finalmente serena dei motivi e delle ne ¬≠cessit√† che ci portarono a Roma, non si pu√≤ dire che ci sia dato di leggerne in quan ¬≠tit√†. Forse verranno, e voglia ¬≠mo aver fiducia che sar√† per pi√Ļ tardi.

*

Intanto ecco almeno un’eccezione, cui auguriamo di essere avanguardia: questo libro: ¬ę Un secolo da Porta Pia ¬Ľ, edito dalla casa editrice Guida, appena uscito in distribuzione. Lo ha curato, con passione pari alla libert√† mentale, Piero Piovani.

In esso quindici storici e scrittori si sono diviso il compito di offrirci un esame rapido, ma penetrante, di quanto fu preparazione, consumazione e conseguenza, negli spiriti e nelle leggi, di un avvenimento nel quale si in ¬≠trecciarono, e parve spesso inestricabilmente, spicciole cir ¬≠costanze di politica cancellieresca e curiale e magnanime ispirazioni dei valori spiritua ¬≠li sommi: la religione e la li ¬≠bert√†. Sono quindici autori di origine diversa, di orientamen ¬≠to diverso, e tali diversit√† si riflettono nello svolgimento del tema da ciascuno prescel ¬≠to; ma √® proprio questo suo aspetto a dar valore alle poco pi√Ļ che trecento pagine del volume, che ne assume la ro ¬≠bustezza e la densit√† di un modello vigorosamente trac ¬≠ciato per quella che dovreb ¬≠be essere la fioritura della cul ¬≠tura italiana sotto l’arco di Porta Pia.

Citare quindici autori √® difficile: a farne i nomi sen ¬≠za ometterne nessuno c’√® da cadere nello stile dell’elenco dei telefoni; a citarne alcuni omettendone altri, c’√® da ca ¬≠dere in quello delle cronache mondane con il loro lusinghie ¬≠ro ¬ę notati fra i presenti ¬Ľ e il loro irriguardoso: ¬ę e molti altri di cui ci sfugge il no ¬≠me ¬Ľ; una formula che in questo caso sarebbe oltre tut ¬≠to inesatta, giacch√© nessuno dei nomi compresi fra quelli di Jemolo e Spadolini al prin ¬≠cipio, di Margiotta-Broglio e Piovani alla fine, pu√≤ a let ¬≠tura conclusa sfuggire alla memoria del lettore. Dobbia ¬≠mo perci√≤ accontentarci di tributare alle loro ugualmen ¬≠te intelligenti fatiche l’omaggio comune di una testimonianza dell’attenzione e delle meditazioni che da esse sono imposte.

Rincrescer√† forse loro (me ¬≠no che a uno, mi par di intuire) che la mia testimo ¬≠nianza sia fatta soprattutto di malinconia. A ripercorrere le vicende che ci portarono a Ro ¬≠ma e i sentimenti e le passioni che ad essi diedero cos√¨ pal ¬≠pitante contenuto, a me √® sem ¬≠brato di percorrere le lande di un pianeta spento, del quale ben pochi di noi, per qualche riserva di calore superstite nelle nostre membra, possono il ¬≠ludersi di non avvertire il gelo totale: ma se per poco si guar ¬≠dino intorno si avvedono che troppi altri alzano i baveri e si allontanano in fretta alla ricerca di zolle pi√Ļ vive e cal ¬≠de, magari coltivate a erbacce. E’ che nessuna delle due cit ¬≠t√† che allora si affrontarono, e si confrontarono si presenta a questo nuovo confronto del centenario come erede delle pretese allora sostenute: non

la Roma italiana, convinta al ¬≠lora della missione di rappre ¬≠sentare il trionfo ¬ę dei lumi ¬Ľ, e di schiudere nel suo nome grandi ritorni agli italiani; non la Roma papale, capitale vene ¬≠randa dello Stato antichissimo cui la denominazione di Pa ¬≠trimonio di San Pietro rimasto ai suoi ultimi brandelli rivendicava l’originario compito re ¬≠ligioso. A quel loro passato, tanto la Roma che fa capo al Quirinale quanto l’altra rinser ¬≠rata nell’angustia delle Mura Vaticane, non appartengono pi√Ļ. Entrambe sembrano due grandi cimiteri di illusioni. Oh, con questo non vogliamo dire che siano anche cimiteri di speranze: tutt’altro; ma sol ¬≠tanto che quanto era vivo al ¬≠l’epoca di quel loro confronto √® ormai morto. Dall’humus di queste dissoluzioni certamente √® legittimo, anzi doveroso, an ¬≠nunciare nuovi rigogli; ma non senza prima essersi rasse ¬≠gnati ad accendere pie lampa ¬≠de sulle tombe.

*

La retorica dei rostri, delle triremi, delle legioni invitte, che fatalmente doveva germo ¬≠gliare, e non manc√≤ chi seppe prevederlo, all’ombra delle grandiose rovine, ce ne ha por ¬≠tate tante altre, di rovine, che vi si potrebbe trovare un mo ¬≠tivo di pi√Ļ all’avversione di tanti italiani per la capitale, se ad accendere le faci di quel ¬≠la retorica non fossero stati italiani di ogni regione, tranne proprio i romani. Oggi il no ¬≠me di Roma non dice pi√Ļ nul ¬≠la agli smagati italiani di quel che diceva un secolo fa: evoca burocrazia, intralci, disordine, rinvii: tre milioni di abitanti non riescono a farne una me ¬≠tropoli; e i famosi ¬ę lumi ¬Ľ vi fanno luce fioca. Cos√¨, quando si rileggono i nobili accenti che bandivano da Torino o da Firenze la fatalit√† di Roma capitale, quando si ripensano fermenti che conducevano a cadere a Mentana e a Villa Glori, viene da arrossire an ¬≠che a datare da Roma una cartolina di saluti.
La Roma papale? Conser ¬≠vata nella formula ¬ędatum Romae ¬Ľ che mantiene al nome glorioso la qualit√† di capitale cattolica pur nell’angustia del nome diplomatico di Citt√† del Vaticano, non ha pi√Ļ nulla di ci√≤ che costituiva allora la sua severa grandezza. Pi√Ļ grande, se volete, oggi: pi√Ļ ricca di avvenire, a malgrado o forse a cagione dei turbamenti e delle inquietudini che l’assalgono; ma insomma √® un’altra cosa. Appartengo al numero dei po ¬≠chissimi cui dei Patti Lateranensi spiacque per lo Stato italiano il Concordato; ma spiacque anche il Trattato: per la Chiesa e per Roma. Esso mi parve una abdicazione di diritti la cui rivendicazione al ¬≠tera non faceva male a nessu ¬≠no, oramai, ma onorava la continuit√† di mille anni. Pre ¬≠ferivo che Roma fosse oggetto di contesa piuttosto che di scambio. Poesia, si dir√†, e for ¬≠se ancora retorica: pu√≤ essere: ma se gli avvenimenti di cento anni or sono hanno grandezza, questa √® in quella rivendicazione, in quella protesta del ¬ę non possumus ¬Ľ la cui intransigenza dava alla nostra impresa la sua misura e la sua dignit√†.


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Bart