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STORIA: I MAESTRI: Una guerra persa nel 1919

18 Dicembre 2011

di Vittorio Frosini
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 5 marzo 1969]

Cinquant’anni or sono, nel clima ancora febbrile di pas ¬≠sioni e di sacrifici dell’imme ¬≠diato dopoguerra, l’Italia af ¬≠frontava il cammino della ri ¬≠presa d’una vita civile ordina ¬≠ta, mentre i reduci riaffluiva ¬≠no alle loro case, le fabbriche e le organizzazioni sorte per i fini bellici smobilitavano, la lotta politica riprendeva al ¬≠l’aperto sulle piazze. Fu in quell’anno, che nello stato d’animo di depressione dopo uno sfor ¬≠zo a lungo durato, e di fru ¬≠strazione per lo sconvolgimen ¬≠to subito e non ancora risana ¬≠to, venne coniata e immessa nella circolazione culturale una formula, escogitata da Gabriele d’Annunzio: la ¬ę vittoria mu ¬≠tilata ¬Ľ. L’immagine, che il poe ¬≠ta derivava da uno dei suoi miti prediletti, quello della statua di antica bellezza dis ¬≠sepolta e ritrovata offesa dalla violenza subita dai tempi di trascuratezza e barbarie, venne adattata alla situazione politi ¬≠ca del momento.

L’Italia, che aveva combat ¬≠tuto una guerra sanguinosa e vittoriosa, appariva defraudata nelle sue aspettative di com ¬≠penso e di conquista al tavolo della pace di Versailles, per opera degli antichi alleati e delle nuove nazionalit√† indipendenti. Si apriva cos√¨ allora quel processo di revisionismo dell’equilibrio politico europeo, che sboccher√† nel secondo con ¬≠flitto mondiale, in cui l’Italia si ritrover√† accanto agli eredi degli Imperi Centrali √Ę‚ÄĒ Ger ¬≠mania ed Austria-Ungheria √Ę‚ÄĒ controla Francia, l’Inghilter ¬≠ra, gli Stati Uniti d’America.

E’ lecito chiedersi oggi in che cosa consistesse l’origine di un risentimento politico, che avrebbe portato alla conseguen ¬≠za di un totale rovesciamento di fronte dell’Italia in Euro ¬≠pa; e la risposta non va pi√Ļ cercata, ovviamente, in quei motivi di propaganda politica e di polemica spicciola, che ali ¬≠mentarono per vent’anni la pubblicistica dell’epoca fascista. Che la vittoria fosse ¬ę mutila ¬≠ta ¬Ľ per la mancata annessione di Fiume, poi acquisita all’Ita ¬≠lia, o per le limitate conces ¬≠sioni territoriali in Dalmazia, o per l’esclusione dell’Italia dalla spartizione coloniale, non √® argomentazione sufficiente a giustificare lo spirito di pro ¬≠fonda insoddisfazione e di au ¬≠tentico rancore, che indubbia ¬≠mente si diffuse in Italia verso le potenze dell’Intesa, fino al punto di superare l’ostilit√† nei confronti di paesi ex-nemici. Tali questioni di politica este ¬≠ra, in quel periodo di grande rivolgimento sociale, non pote ¬≠vano far presa sul sentimento comune di una nazione, che aveva da poco tempo raggiunta una difficile unificazione, e aveva conosciuto un’esperien ¬≠za poco entusiasmante e red ¬≠ditizia di espansione coloniale. Bisogna perci√≤ volgersi alle condizioni della vita economica e sociale, per rendersi meglio conto della suggestione eserci ¬≠tata dalla formula della ¬ę vit ¬≠toria mutilata ¬Ľ.

Nella sua relazione su ¬ę La grande guerra e la crisi econo ¬≠mica dell’Europa ¬Ľ, tenuta al congresso di storia del risor ¬≠gimento a Trieste nello scorso novembre, e ora pubblicata nella Rassegna Economica di ¬≠retta da Epicarmo Corbino (1968, n. 6), lo storico dell’eco ¬≠nomia Luigi De Rosa apporta alcuni elementi davvero chiari ¬≠ficatori di quel travagliato pe ¬≠riodo. Dalla sua analisi infatti risulta, che a termine della pri ¬≠ma guerra mondiale l’Italia do ¬≠veva considerarsi, dal punto di vista economico, non gi√† fra i paesi vincitori, ma bens√¨ fra i paesi vinti, ai quali cio√® la guerra aveva lasciato uno stra ¬≠scico terribile di passivit√†. Mentrela Francia ripar√≤ le per ¬≠dite economiche della guerra nel giro di tre anni, ed anzi richie ¬≠se in quello stesso periodo, tra il 1919 e il 1921, l’aiuto di mano d’opera di lavoratori im ¬≠migrati dalla Spagna e dall’Ita ¬≠lia stessa; mentre in Gran Bre ¬≠tagna le industrie, convertite alla produzione di pace, furono sommerse da ordinativi e as ¬≠sorbirono rapidamente i com ¬≠battenti smobilitati; mentrela Cecoslovacchia,la Romania, perfinola Jugoslavia (partico ¬≠larmente esposta alle distruzio ¬≠ni) traevano in varia misura benefici dalla vittoria; l’Italia invece veniva a trovarsi in una situazione assai simile a quella della Germania, dell’Austria, dell’Ungheria.

Basteranno alcuni cenni. La differenza della bilancia dei pagamenti era passata da un saldo attivo di 299 milioni di lire nel1914 aun passivo di 10.600 milioni di lire nel 1918. Se prima della guerra le spese statali venivano coperte per il 94% dalle entrate effettive, la percentuale si ridusse dopo la guerra al 30%. La svalutazione della lira, parallela all’aumento dei prezzi, fece volatilizzare tutto il risparmio monetario. E intanto, le industrie di guer ¬≠ra, prodotto artificiale dell’eco ¬≠nomia bellica, che avevano as ¬≠sorbito circa un milione di la ¬≠voratori, dovevano ormai chiu ¬≠dere, gettando sul lastrico gli operai disoccupati; mentre il bracciantato agricolo dell’Italia meridionale era costretto a ri ¬≠prendere la via dell’emigrazio ¬≠ne, che raggiunse rapidamente oltre le 600.000 unit√† nel 1920, segnando una perdita di forze lavorative pari a quella dei ca ¬≠duti nella guerra.

Il prestito di guerra, con ¬≠tratto con gli ex-alleati, am ¬≠montava ormai a 3.600 milioni di dollari. Questo quadro √® sta ¬≠to riassunto da uno studioso oggi scomparso, Rodolfo Morandi, nella frase che ¬ę il quinquen ¬≠nio successivo alla guerra segn√≤ il contraccolpo inevitabile, pro ¬≠dotto dalla rottura repentina e violenta dell’equilibrio che gi√† esisteva ¬Ľ; si potrebbe dire, nei termini nuovi dell’analisi econo ¬≠mica, che l’Italia sub√¨ un brusco decollo industriale e una pre ¬≠cipitosa ricaduta. Sotto il pro ¬≠filo politico, lo sbocco della crisi fu la dittatura fascista, risultato ultimo d’una ¬ę contestazione ¬Ľ giovanile del regime parlamentare, operata dalla ge ¬≠nerazione formatasi nel duro clima della lotta armata, della disciplina militare, della stasi della discussione politica duran ¬≠te la guerra.

Il 1919 fu, insomma, un anno fatale per l’Italia, in cui le difficolt√† economiche vennero accresciute e intensificate da quelle d’ordine sociale, conse ¬≠guenti al processo di riassesta ¬≠mento di grandi masse, mobili ¬≠tate per la guerra in una mi ¬≠sura veramente spettacolare per il nostro paese. Si aggiunga che il fanatismo ideologico conta ¬≠giato dalla rivoluzione sovieti ¬≠ca e la mancanza di realismo politico e di cultura economica dei quadri dirigenti socialisti e sindacali crearono le condizio ¬≠ni per l’acuirsi di una tensione sociale, che si manifest√≤ in for ¬≠me di convulsione collettiva e si risolse in una grave scon ¬≠fitta delle forze democratiche; in questo senso, per le masse popolari, che avevano combat ¬≠tuto e sofferto nella speranza di un domani migliore, di una patria libera e prospera, quella di Vittorio Veneto divenne dav ¬≠vero una ¬ę vittoria mutilata ¬Ľ, e la pace apparve una pace perduta,

A cinquant’anni di distanza, in una situazione storica certo profondamente mutata, gli eventi del 1919 conservano per√≤ il loro valore di m√≤nito: non si pu√≤ giocare alla rivoluzione, senza correre il rischio di per ¬≠dere la posta della libert√†, an ¬≠che se ad esigere il pagamento del pegno si presenti stavolta la forza massiccia di un nuo ¬≠vo collettivismo, interessato al cambiamento di fronte interna ¬≠zionale, che sospingerebbe l’Italia sulla via di nuove sventure.


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Bart