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STORIA: Storia di Berta: “Il cronista” di Berta di Toscana (14)

10 Luglio 2010

di Vincenzo Moneta

Capitolo VIII
LIUTPRANDO da Cremona
Liutprando visse alla corte di Ugo di Provenza, di Berengario II e di Ottone
I.

Di nobile famiglia longobarda, nacque a Pavia attorno all’anno 920.

Fu tre volte ambasciatore a Costantinopoli. Dal 961 fu   vescovo di Cremona.
Morì intorno all’anno 972.

Mortogli il padre, rimase affidato ad un patrigno. Questi lo fece educare
con ogni cura ed accogliere, nel 931, alla corte di Re Ugo di Provenza (re
926-945). Qui il giovane fu molto apprezzato per certe sue qualità canore
che attirarono prima l’attenzione, poi la benevolenza del sovrano. Questi
curò di farlo nominare in un primo tempo chierico ed in un secondo diacono
della chiesa pavese. Studiò lettere greche e latine alla scuola palatina di
Pavia.

Il favore di re Ugo fu mantenuto anche dal successore di lui Berengario II
(re dal 950-951 e, come vassallo di Ottone I dal   952-962), che lo volle
presso di sé come segretario particolare e lo investì di varie missioni di
fiducia, tra le quali quella di recarsi ambasciatore a Costantinopoli presso
l’imperatore Costantino VII Porfirogenito.

Che cosa di meglio che andare a perfezionare il greco in veste di
ambasciatore? Fu così che Liutprando, nel 949 partì, trentenne, per
Costantinopoli.
Costo dell’operazione? Nessuno, almeno per l’oculato sovrano del Regno
italico Berengario II. La famiglia di Liutprando dovette pagare il viaggio
di tasca propria, accontentandosi dell’onore che il giovane fosse
ambasciatore   e dell’opportunità di un soggiorno-studio alla corte
imperiale. Berengario risparmiò anche sui doni da portare all’imperatore: li
dovette cercare Liutprando e, al solito, pagarli lui. E, per essere sicuro
di non sbagliare, si procurò quattro eunuchi.
Di suo, Berengario ci mise solo una lettera a Costantino VII (913-959), “per
di più piena di menzogne”, ricorderà Liutprando anni dopo. Questo primo
soggiorno durò circa tre anni.

Al ritorno, Liutprando trovò tuttavia che la disposizione del sovrano nei
suoi riguardi era mutata. Fu spogliato dei beni e minacciato di mali
peggiori. Dovette riparare in Germania (952), alla corte di   Ottone I di
Sassonia. Qui si trasformò in violento avversario di re Berengario II.

Seguì Ottone I   nelle sue spedizioni e fu presente a Roma il 2 febbraio 962
all’incoronazione di Ottone I e della moglie Adelaide di Borgogna, da parte
di Papa Giovanni XII. Cominciò allora il periodo della sua maggiore attività
politico-diplomatica partecipando alle vicende dell’Italia e dell’Impero.

Nel 968 ripartì per Costantinopoli a capo della legazione inviata per
negoziare le nozze della principessa bizantina Teofania   con il figlio di
Ottone I , Ottone II (955- Roma 983, associato dal padre all’impero nel
967). Lo scopo di questo matrimonio era di   riunificare l’Impero d’Occidente,
restaurato dai sovrani germanici, con quello d’Oriente.
Altro importante motivo dell’ambasceria era   conoscere quale fosse la
situazione politica e l’efficienza militare del sovrano d’Oriente.

Ma l’avvedutissimo Niceforo si accorse di queste manovre e trattò l’ambasciatore
come una spia che andasse sorvegliata strettamente perché non vedesse più
del necessario.

L’imperatore bizantino Niceforo II Foca (963-969), successore di Costantino
VII, si considerava l’unico erede legittimo dell’Impero Romano e disse
sprezzante a Liutprando: “Voi non siete Romani, siete Longobardi”.
Liutprando si vendicò immortalando la bruttezza di Niceforo in spietate
descrizioni nella sua Relazione a Ottone e raccontando le liti, i
maltrattamenti subiti, la maleducazione degli ospiti.

L’esito, negativo, della spedizione è stato tramandato da Liutprando nella
sua Relatio de legatione constantinopolitana (Resoconto dell’ambasceria a
Costantinopoli).

Liutprando sarebbe tornato a Costantinopoli, per la sua terza missione, nel
971. L’imperatore Niceforo Foca era stato trucidato da una congiura di
palazzo e sul trono dei Porfirogeniti sedeva Giovanni I Zimisce (969-976).

Riuscì a concludere le trattative del matrimonio ed a scortare quella
principessa greca, che, dopo tanto pregare, veniva finalmente concessa in
matrimonio ad Ottone II. Ma da questo viaggio non sarebbe più ritornato a
Cremona. Morì nel 972.

Le nozze, che diedero luogo a grandi feste in città, fra Ottone II e la
principessa Teofania furono celebrate personalmente dal papa Giovanni XIII
il 14 aprile 972. La principessa Teofania ebbe anch’essa la corona dal
pontefice anche se non   vi fu alcuna dote territoriale da parte della sposa
quindi nessun ricongiungimento fra Oriente   e Occidente .

Le opere

 Fu alla corte di Ottone I, dove rimase per alcuni anni, che egli iniziò la
sua attività di cronista

Qui fece carriera e strinse amicizia con un chierico spagnolo, Recemondo,
cui il fatto di essere vescovo non impediva di fare l’ambasciatore al
califfo di Cordoba Abe-er-Rahman III.
Recemondo consigliò a Liutprando di dedicarsi alla storiografia: nacque
pertanto, nel 958 la prima delle sue opere pervenuteci,l’Antapodosis
(Restituzione), in cui rievoca le principali vicende d’Italia e d’Europa
dall’887 al 960 ca., in una cornice violentemente polemica contro Berengario
e sua moglie Willa.

Questi scritti sono un capolavoro di narrativa e possono essere
legittimamente letti come romanzi. Eccezionale, in particolare, è l’Antapodòsis,
opera intitolata con un grecismo che può tradursi “pan per focaccia” e
concepita da Liutprando per vendicarsi di Berengario II e insieme per
sdebitarsi verso tutti coloro che invece lo avevano aiutato.

In quest’opera mescola risentimento personale e gusto per aneddoti piccanti.
Dialoghi drammatici e siparietti divertenti. Prosa e poesia. Esclamazioni
raccolte per strada e citazioni raffinatissime di classici (in particolare
utilizza l’amato commediografo Terenzio). Lo sguardo come dominio in un
mondo dissennato, e la scrittura diventa rappresaglia.

Oltre all ‘Antapodòsis   altro principale scritto storico è il Liber de rebus
gestis Othonis Magni imperatoris concernente i primi anni di governo
italiano del nuovo imperatore sassone Ottone I, tra il 961 e il 964.

In questo scritto la sua penna passa   in adulazioni   usando   espressioni di
ordine, sia politico che autobiografico.

L’imperatore Ottone, commosso dai pianti e dalle lacrime, sollecito non dei
propri interessi, ma di quelli di Gesù Cristo, sua guida, questo piissimo
re, contrariamente alla consuetudine, proclamò re suo figlio omonimo, benché
ancora fanciullo; lo lasciò in Sassonia, raccolse l’esercito e si diresse
velocemente alla volta dell’Italia. Gli fu facile cacciare dal trono
Berengario e Adalberto dal momento in cui i santi apostoli Pietro e Paolo
combattevano dalla sua parte. Riunendo quanto era stato disperso e
restaurando quanto era stato infranto, questo re buono rese a ognuno il suo;
poi si mosse verso Roma per continuare l’opera.

Nella Relatio, scritta dopo il secondo viaggio a Costantinopoli, Liutprando
inquadra i perturbanti interni della casa e degli aspetti   dell’imperatore
stesso, Niceforo II Foca, dove ospite malvisse quattro mesi, per spalancarci
le porte del suo antico e ritornato disagio psicologico.

Le opere di Liutprando, infarcite di parole greche e ricche di citazioni dei
classici, sono un documento fondamentale per conoscere da vicino la corte
bizantina.

…Noi giungemmo il 4 giugno 968 a Costantinopoli, dove , per far oltraggio a
Voi, fummo ricevuti male e trattati,   poi, in modo assai sconcio: venimmo
rinchiusi in un palazzo grande e spazioso, quanto bastava perché non tenesse
lontano il freddo e non respingesse il caldo, e vi furono collocati a
custodirlo alcuni soldati armati che dovevano impedire a tutti i miei l’uscita,
e agli altri l’entrata.

La casa,a ccessibile solo a noi che vi eravamo rinchiusi, era tanto lontana
dal Palazzo, da mozzare il fiato a chi, ed era il nostro caso, non
cavalcava, ma andava a piedi. Successe ancora, per nostra disgrazia, che il
vino dei greci risultasse imbevibile, data la mescolanza in esso di pece,
resina e gesso. La casa, inoltre, era priva d’acqua, e non potevamo
estinguere la sete almeno con essa, che avremmo anche comprato con danaro
sonante.

A questo grande guaio ne va aggiunto un altro: il custode della nostra casa
che ci portava   gli acquisti quotidiani. Se ne avessi voluto trovare un
altro simile, non certo la terra lo avrebbe dato: forse l’inferno! Egli
infatti, simile a un torrente che straripa, riversò su di noi tutte le
disgrazie, le rapine, i danni, i dolori e le miserie che poté escogitare.

… Il 4 giugno come dinanzi ho scritto, giungemmo a Costantinopoli, dinanzi
alla Porta d’oro, e aspettammo coi cavalli, sotto una pioggia torrenziale,
fino all’ora undecima nella quale Niceforo, che non ci reputò degni di
cavalcare, ancorché fossimo ornati della vostra misericordia, ci comandò di
avanzare e fummo accompagnati in quella casa di marmo, della quale ho
parlato, odiosa, vasta e senz’acqua.

Il sei, poi, primo sabato di pentecoste, fui accompagnato al cospetto del
fratello di lui, Leone, prefetto di palazzo e logoteta[1], dove fummo
tartassati a lungo a causa della   vostra qualifica di imperatore. Egli
infatti non vi chiamava mai nella su lingua imperatore, cioè basileus, ma
per disprezzo, adoperando la nostra, rega,vale a dire , re. E, poiché io gli
dicevo che colui che veniva indicato rimaneva lo stesso, ancorché lo si
designasse in diversa     maniera, rispose che io ero venuto non per fare
opera pacificatrice, ma per litigare.

Sorse, anzi, in piedi, irato e, pieno di sdegno, ricevette le vostre lettere
non direttamente, ma per mezzo di un interprete. Egli è un uomo piuttosto
alto, di una falsa umiltà, capace di trapassarela mano di chi gli si
appoggiasse.

Il sette giugno 968, nel santo giorno della Pentecoste, fui accompagnato al
cospetto di Niceforo nella casa così detta Stefana, ossia Coronaria.

Niceforo è un uomo davvero mostruoso. Aveva una statura da     pigmeo,   con la
testa grossa, che sembra una talpa per la piccolezza degli occhi. Imbruttito
ancora da una barba corta, larga, folta, brizzolata. Deturpato da un collo
alto un dito, con una chioma prolissa e fitta che orna una faccia di porco.
Nero di pelle come un etiope, da far paura a chi lo avesse incontrato nell’oscurità
della notte. Grosso di ventre e magro di natiche. Lunghissimo di cosce
rispetto alla sua piccola statura, corto di gambe, coi piedi piatti. Vestito
con una veste di bisso[2] vecchissima e divenuta, per l’uso quotidiano,
fetida e ingiallita, con calzari alla moda di quelli di Sicione[3] Arrogante
nel parlare, volpe per l’ingegno, Ulisse per lo spergiuro e la menzogna!

 O miei augusti signori e imperatori che sempre ritenni belli, quanto da
questo luogo mi sembraste più belli! Quanto, per me sempre onorabili, mi
sembraste da qui più onorabili! Quanto, sempre potenti, mi pareste più
potenti! Quanto, sempre miti, mi sembraste più miti! Quanto, sempre pieni di
virtù, me ne pareste ancora più colmi!

… Nello stesso giorno mi ordinò di essere suo commensale. Ma dato che non mi
ritenne degno di antepormi a uno qualsiasi dei suoi maggiorenti, sedetti
quindici posti lontano da lui, in un seggio privo di tappeti e senza
tovagliolo.

Dei miei compagni di ambasceria, nessuno poté, non solo sedere alla nostra
mensa, ma neanche avvicinarsi al palazzo dove si teneva il banchetto.

Durante questo convito, abbastanza lungo, osceno, come suole essere tra
ubriachi, irrorato d’olio   si usò per condimento una orribile   salsa di
pesce.

Niceforo mi rivolse molte domande circa la vostra potenza, i vostri regni e
i vostri soldati. E poiché gli rispondevo conseguente e veritiero: “Tu
menti, – disse. – I soldati del tuo signore non sanno cavalcare e non
conoscono il combattimento a piedi: la grandezza degli scudi, il peso delle
armature e degli elmi, l’ingombro delle loro corazze, la lunghezza delle
spade, impediscono di combattere ai cavalieri come ai fanti”.

 E sogghignando aggiunse: “E poi li imbarazza il peso della loro pancia,
perché il ventre è il loro Dio. La loro audacia è la crapula; la loro forza
è l’ubriachezza; il loro digiuno la dissolutezza, ,il loro terrore   la
sobrietà.

Il tuo signore, poi, non ha sul mare un flotta consistente. Io solo ho la
forza dei naviganti, e perciò lo assalirò con le mie flotte. Distruggerò con
la guerra le sue città costiere, e ridurrò in cenere quelle che sono vicine
ai fiumi.

 E, dimmi, potrà poi resistermi sulla terra data la scarsità delle sue
milizie?

Il figlio, è vero, è con lui; non lo abbandonò la consorte: ebbe con sé i
sassoni, gli svevi, i bavari, gli italici tutti, ma poi che non seppero o
non poterono insignorirsi   di una sola cittaduzza che a essi si opponesse.

Come potranno dunque resistermi, se verrò in persona alla testa di una
armata, con tante schiere quanti messi ha il Gargaro[4], quanti grappoli ha
Metimna[5], quante stelle ha il cielo e quante onde ha il mare in tempesta?”

Avrei voluto ribattergli, rintuzzandone la vanità, ma non me lo permise.
Aggiunse però, in tono di disprezzo:

– “ Voi non siete dei Romani, siete dei Longobardi!”.

E voleva ancora parlare, facendomi segno con la mano di tacere, ma mi
infuriai e dissi:

                      -“Abbiamo appreso dalla storia di Roma che Romolo, da cui hanno
preso nome i Romani, altri non era che un infame e un criminale. Era figlio
di malafemmina e, non andando d’accordo con il fratello, bagnò le mani nel
suo sangue. I suoi compagni non erano meno viziosi di lui; ed egli li attirò
dietro di se: debitori insolvibili, schiavi fuggiaschi, assassini e
criminali; e, dopo aver riunito intorno a se gente simile, li chiamò Romani.

Da questa bella nobiltà sono derivati quelli che voi chiamate imperatori.
Ma noi, noi Longobardi, Sassoni, Franchi, Lotaringi, Bavari, Svevi e
Burgundi, li disprezziamo talmente che a un nostro avversario come somma
ingiuria non lanciamo altro che quell’epiteto: Romano, riassumendo in esso
tutto quello che di ignobile, di avidità, menzogna, impudicizia sia
concepibile. Quanto all’accusa secondo cui siamo inetti in guerra e poco
abili a cavallo, se per castigo dei peccati dei cristiani   tu continuerai in
questo atteggiamento ostile, le future guerre dimostreranno che gente siate
voi e quanto noi siamo bravi a combattere”.

Liutprando amò anche   molto soffermarsi sugli eunuchi, esprimendo quello
che, sempre, sarà l’atteggiamento degli occidentali nei loro confronti: l’eunuco
appare un elemento folcloristico, una nota di colore locale, un personaggio
ridicolo su cui scherzare con doppi sensi e battute. Sfugge l’importanza del
suo ruolo, ma soprattutto sfugge la vera essenza di una condizione che è più
tragica che comica[6].

Sprezzante verso gli “indegni eredi dell’antica gloria di Roma”, amante
della notizia scandalistica, Liutprando contribuì con i suoi testi a
tramandare ai posteri quello che fu chiamato il periodo della “pornocrazia
romana” coinvolgente le persone più altolocate dell’ambiente ecclesiastico e
laico della città dei papi; nondimeno egli fu consapevole della funzione
storica e della tradizione ideale di Roma, assegnando ai Sassoni la
continuità di tali compiti e la difesa dalle pretese dell’ “altra Roma”,
Bisanzio[7].

Come esempio delle capacità di Liutprando di Cremona, valga questa
riuscitissima scena dell’Antapodosis, IV, 12, davvero teatrale nell’allestimento
scenografico, nella presenza muta ma protagonista del corpo di Willa –
moglie di Bosone, fratello di re Ugo di Provenza (sec. X) – al centro della
scena, nella dinamica degli sguardi, nella battuta scurrile del servo.

“In pari tempo Bosone, fratello di re Ugo, ordì nuovi piani delittuosi
contro il re, e lo spingeva a tanto la cupidissima sua moglie Villa. Questa
macchinazione, però, non rimase nascosta a Ugo, che fece catturare Bosone e
lo rinchiuse in prigione.

Ed ecco cosa lo spinse al tradimento. Mentre Bosone occupava la marca di
Toscana, (dato che il fratello Lamberto era stato accecato) sua moglie Villa
cadde in preda a una cupidigia tale, che nessuna delle nobili dame di tutta
la Toscana osava ornarsi con monili di qual si sia prezzo.

Suo marito Bosone portava per la spada,   una cintura d’oro di straordinaria
lunghezza e larghezza, che brillava per lo splendore di molte e preziose
gemme. Quando Bosone fu catturato, il re comandò che, tra i tanti tesori di
lui, venisse principalmente rintracciata questa cintura. Ordinò ancora, dopo
aver incamerato le ricchezze di lui, che ne venisse ignominiosamente
scacciata dal regno la consorte ( la riteneva donna scellerata e autrice di
tutto lo scellerato piano) e condotta in Borgogna, donde proveniva. I messi
frattanto eseguivano le più accurate ricerche, ma non poterono trovare la
cintura e fecero ritorno da Ugo portando solo il resto.

Allora il re disse: “Tornate e rovesciate tutte le sue robe, anche la sella
sulla quale cavalca, e se neppure lì troverete la cintura, toglietele tutte
le vesti, perché non possa comunque nasconderla sopra di sé: io so bene
quanto quella donna sia astuta e avida”.

Quelli tornarono indietro per eseguire il comando del re; ma, nonostante
cercassero ovunque, non trovarono nulla e allora la denudarono.

Ed ecco l’azione turpe ed inaudita: tutte le persone dabbene volsero gli
occhi per non guardarla, ma uno dei servi, che le lanciò invece un’occhiata,
vide pendere la purpurea correggia sotto la rotondità delle natiche. Allora
impudentemente l’afferrò e sconciamente tirò a se la cintura, che uscì, in
questo modo, dalla parte più intima del corpo di lei.

 Non solo irrispettoso, ma reso ancora più allegro proprio da questa azione
turpe, il servo esclamò:

“Ah! Ah! Ah! O soldato, come sei esperto in ostetricia! La padrona di casa
ha partorito un figlio rosso, facciamo in modo che sopravviva. Mi riterrei
davvero fortunato se mia moglie mi favorisse un paio di figli di tal fatta.”

——————————————————————————–

[1] Logoteta: nell’impero bizantino, intendente, specie di ministro delle
Finanze o di cancelliere imperiale.

[2] Bisso, nei tempi classici, finissima tela di lino proveniente dall’India
e dall’Egitto. Si tingeva per lo più con la porpora e perciò talvolta è
detto bisso il colore purpureo.

[3] Sicione, antica città greca, sulla costa settentrionale del Peloponneso,
a breve distanza da Corinto. Dal IV sec. a. C. vi fiorirono la pittura, la
scultura e le industrie della ceramica e del bronzo. Fu anche centro
religioso, sede dei culti di Apollo e di Afrodite.

[4] Gàrgaro, una delle cime del monte Ida (1750) . Ida (oggi Kazdagh) gruppo
di monti dell’Asia Minore, alle cui falde sorgeva la città di Ilio (Troia)
immortalata da Omero. Sede di un famoso tempio della dea Cibale, ove,
secondo molti mitogafi, si svolse il giudizio di Paride.

[5] Metìmna, antica città sulla costa settentrionale di Mitilene   (Lesbo),
rivale della capitale dell’isola.

[6] Godoy Y., Magnani A. – “Eunuchi a corte” – “Il sesso degli angeli” “Un
longobardo alla corte di Bisanzio” pag. 58, sta in:   Medioevo,   anno III, n.
2 (25), febbraio 1999, Editore De Agostini Rizzoli Periodici, Milano.

[7] Le opere di Liutprando sono state edite da I.Becker nei “Monumenta
Germaniae Historica, Scriptores rerum Germanicarum”, Hannover, 1915.

Vincenzo Moneta
Via G.B. Giorgini, 195/B – San Vito
55100 – Lucca – cell. 3737144575 – 0583999358
www.vincenzomoneta.com
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Bart