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Su Napolitano molti non hanno capito niente

12 Ottobre 2012

Pubblico l’articolo apparso oggi su “Il Tempo” a firma del suo direttore Mario Sechi per offrire al lettore un esempio di giornalismo inginocchiato e remissivo. Mi dispiace che tocchi a Mario Sechi, che molte volte ho apprezzato, ma a riguardo di Napolitano egli è stato ed è troppo accondiscendente.
Napolitano non è affatto il presidente illuminato e provvidenziale descritto da Sechi. Anzi, il suo settennato è stato caratterizzato negli ultimi anni da comportamenti e da silenzi assai discutibili, se non inquietanti. Ne ricordo alcuni: 1 – Silenzio sui comportamenti del presidente della Camera Gianfranco Fini, continuamente schierato contro il governo Berlusconi, ciò che non gli era e non gli è consentito dalla sua carica istituzionale. Un silenzio che ha avuto il sapore di una contiguità del colle con le esternazioni del presidente della camera. 2 – Adesione alle pressioni internazionali per la sostituzione di un governo eletto democraticamente con un governo del presidente, voluto in particolare dal cancelliere tedesco Angela Merkel. Il fatto ha significato non solo una forzatura costituzionale inaccettabile, ma anche il servaggio del nostro Paese ai diktat di Paesi stranieri, con l’umiliazione della nostra sovranità. 3 – La nomina, senza che ricorressero i meriti prescritti, di un burocrate quale è Mario Monti a senatore a vita e per di più in un momento di grave crisi economica che vede i cittadini sempre più vicini alla povertà, sui quali andranno a gravare i lauti emolumenti del laticlavio. 4 – La richiesta avanzata alla consulta sulla distruzione dei nastri che contengono le sue telefonate (quattro) con l’ex presidente del senato Nicola Mancino, implicato nel delicato processo della trattativa tra lo Stato italiano e la mafia. Stando al contenuto delle telefonate tra Loris D’Ambrosio e lo stesso Mancino, vi è il forte sospetto che le telefonate di Napolitano abbiano un contenuto “scottante”, ossia che Napolitano abbia cercato di intervenire a favore di Mancino, sospetto rafforzato dall’ostinazione di Napolitano di non chiarire la vicenda agli italiani.
Quelli che ho citato sono fatti. Sembra che Sechi, e con lui la stampa governativa, li abbia dimenticati o non li consideri importanti per misurare lo stato di salute delle nostre istituzioni. Se province e regioni stanno dando una pessima prova di sé, anche il Quirinale ha molto da recuperare per meritarsi di nuovo la stima e la fiducia di molti cittadini.

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Leggere anche qui.
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Partiti indegni del settennato di Napolitano
di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 12 ottobre 2012)

Il settennato di Giorgio Napolitano è vicino al giro di boa. Quando la storia avrà accumulato molta sabbia nella clessidra e fatto posare il polverone della quotidianità, emergerà l’importanza di questo Presidente della Repubblica. Figlio della democrazia dei partiti, cresciuto nel Partito comunista, leader di una corrente minoritaria in una formazione che ha trascorso gran parte della sua avventura all’opposizione, è toccato proprio a lui vedere la fine della Seconda Repubblica e provare a evitare il crac del sistema istituzionale. Ieri Napolitano ha fotografato, ancora una volta, lo stato dell’arte della politica: gli scandali nelle Regioni, l’occasione mancata dai partiti per fare le riforme, il tempo bruciato a discutere di cose inutili invece di fare le cose utili per il Paese. Il suo tono è quello di un uomo che non dà per persa la speranza, ma nelle ultime settimane è emerso anche un tratto di malinconia nelle sue parole. Il Quirinale è stato il regista di una soluzione che ha evitato il crac (economico e istituzionale) ma non è stata colta dai partiti come un momento unico per rinnovarsi e innovare lo Stato. Quando la legislatura sarà giunta alla fine, sarà ancora più lampante la dissipazione di un’occasione servita su un piatto d’argento dall’uomo del Colle. Un altro presidente – privo di coraggio e magari ostaggio dei partiti – avrebbe risolto la crisi del governo Berlusconi con un ricorso al voto anticipato, una soluzione al buio che avrebbe trascinato il Paese in una spirale di speculazione senza ritorno. Monti è arrivato a Palazzo Chigi in uno «stato d’eccezione » e ha messo in piedi – con la regia del Quirinale – l’unico governo possibile in quel momento. Con la collaborazione dei partiti – e di Berlusconi prima di tutti – ben consci del fatto che nessuno in quel momento aveva la bacchetta magica per tirare fuori l’Italia dal pantano creato dalla recessione, dalla speculazione e dalla mancanza di una maggioranza in grado di rispondere alle sollecitazioni che venivano dai mercati e dall’Unione Europea. Ma gli stessi partiti che favorivano quella soluzione – evitando accuratamente il ricorso alle urne – dovevano anche approfittare di quel momento per riformare e autoriformarsi. È andata a finire come sappiamo: hanno votato tutti i provvedimenti del governo tecnico, qualche volta hanno ottenuto delle modifiche – migliorando o peggiorando i contenuti – delle leggi, ma si sono astenuti dal fare chiarezza al proprio interno e non hanno usato il potere parlamentare per fare quello di cui il Paese ha bisogno: avviare una fase costituente da proseguire nella prossima legislatura. Questo ha dato all’antipolitica una spinta eccezionale e gli scandali ne sono la logica conseguenza. Così vent’anni dopo Mani Pulite, siamo al punto di partenza.


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Bart