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Tagli senza trucchi

10 Maggio 2013

di Massimo Fracaro e Nicola Saldutti
(dal “Corriere della Sera”, 10 maggio 2013)

La scelta di rinviare la decisione sull’Imu potrebbe avere più ragioni. Di certo, la necessità, evidenziata da molti, di rendere la tregua fiscale più chiara; l’obiettiva complessità della materia che rende il provvedimento non facile; il fatto che l’Europa, in qualche modo, abbia lasciato intendere di volere più rassicurazioni sulla copertura. Sicuramente, però, un iniziale segnale di tregua fiscale nei confronti dei contribuenti la prossima settimana arriverà. Dopo molto tempo.
A giudicare dalle prime ipotesi, restano penalizzate le imprese, che proprio in questa fase avrebbero bisogno di maggiore attenzione. La possibile proroga di tre mesi dell’acconto dell’imposta municipale previsto per il 17 giugno vale solo per l’abitazione principale. Ma non sono, al momento, previsti sconti per chi possiede seconde case, negozi, uffici, capannoni, stabilimenti produttivi. Per questi immobili l’acconto andrà versato lo stesso: troppo alta la falla che si sarebbe aperta nei conti pubblici.

Risolvere il rebus dell’Imu è difficile. L’imposta ha preso la ribalta più di altre voci del Fisco che pure meriterebbero attenzione. Più della pesantissima Irpef, dell’insostenibile Irap, più del cuneo fiscale che zavorra la competitività delle imprese e frena le nuove assunzioni.

Nulla si sa su come il governo intenderà riformare (o annullare) l’imposta. Ma la battaglia dell’Imu può fornire l’occasione per ripensare nel suo complesso la delicata questione delle imposte sugli immobili. L’attenzione si è concentrata sull’abitazione principale. Un aspetto socialmente importante.
L’Imu sulle prime case vale 4 miliardi sui 24 di gettito complessivo. Ma gli altri 20 derivano da tasse sulle seconde case, negozi e uffici (6 miliardi, più o meno). Soprattutto dall’Imu sugli immobili d’impresa: oltre 11 miliardi. Quest’anno, poi, per una modifica dei moltiplicatori, per l’aumento della quota di gettito che finirà nelle casse dello Stato costringendo quasi tutti i Comuni a portare l’aliquota sui capannoni al livello massimo dell’1,06%, il prelievo sulle imprese è destinato a salire ulteriormente.

A soffrire, come sempre, saranno soprattutto i piccoli. L’Imu si è aggiunta nel 2012 a una selva di imposte che, per gli onesti, porta la pressione fiscale al 56%. Come dire che un piccolo artigiano e un piccolo commerciante devono lavorare per pagare il Fisco, patrimoniale sugli immobili compresa, fino a luglio inoltrato.

Se il governo deciderà che l’Imu sull’abitazione principale è inutile, che vale la pena spendere 4 miliardi per abolirla (e non, ad esempio, per ridurre il cuneo fiscale, aumentare le detrazioni Irpef, favorire l’assunzione di giovani), lo faccia. Ma senza partite di giro e senza trasferire l’onere su altri contribuenti. Il gettito va recuperato non tagliando una tassa per aumentarne un’altra. Magari intervenendo sulla spesa. E in tre mesi, studiando, si può fare molto.


Fli, la diaspora della destra e il futuro
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 10 maggio 2013)

È stata una uscita di scena decisamente mesta quella che è toccata, dopo anni ed anni passati da protagonista, a Gianfranco Fini. L’Assemblea Nazionale di Futuro e Libertà non si è limitata ad accettare le dimissioni del proprio leader, ma ha rilevato che la sconfitta elettorale di Fli è dipesa dalla mancanza di «capacità politica » e ha dato mandato al coordinatore nazionale Roberto Menia di avviare un dialogo con tutti i soggetti interessati ad avviare una nuova fase costituente della destra italiana. Futuro e Libertà, in pratica, ha condannato in maniera inappellabile Gianfranco Fini alla uscita dalla politica per palese incapacità.

E, soprattutto, ha deciso di invertire radicalmente la rotta che l’ex Presidente della Camera aveva perseguito prima delle elezioni collocando il partito fuori dalla sua area tradizionale. Da adesso in poi, liberatosi dai condizionamenti personalistici del suo ex padre-padrone, Futuro e Libertà tornerà ad essere una componente della destra italiana collaborando agli sforzi in atto per porre fine alla sua diaspora. La decisione dell’Assemblea Nazionale di Fli è sicuramente positiva. Ma rischia di essere tardiva. Perché, grazie soprattutto ai personalismi funambolici di Fini ed alla singolare passività con cui il gruppo dirigente di Fli li ha subiti, la destra si è frantumata in mille pezzi. Alcuni dei quali si sono lasciati fagocitare dal Pdl, altri hanno tentato di recuperare un minimo di autonomia , come nel caso di Fratelli d’Italia, ed altri ancora si sono polverizzati in tanti gruppi troppo ridotti per poter esercitare un qualche ruolo politico di rilievo.

In queste condizioni il progetto di una costituente di destra capace di ricostruire, magari con un nome diverso, la vecchia Alleanza Nazionale, appare estremamente difficile da realizzare. Non solo perché non è facile ricomporre divisioni che proprio la polverizzazione in micro-gruppi tende ad esaltare piuttosto che a ridurre e comporre. Ma perché il semplice ritorno al passato con condizioni politiche del tutto nuove appare una operazione destinata ad avere scarso respiro. Ricreare Alleanza Nazionale, sempre che l’impresa possa riuscire superando a fatica i rancori accumulati in tanti anni, può essere un progetto che può accontentare una vecchia guardia alla ricerca di una collocazione e di una sicurezza perse nel passato recente e più remoto. Ma quale attrattiva può avere nei confronti delle giovani generazioni e, soprattutto, in quella parte di elettorato del centro destra che deluso dai suoi leader si è rivolto in disperazione all’astensione o alla protesta sterile di Grillo? Per i tanti soggetti della diaspora di destra, in sostanza, è molto alto il rischio di non riuscire nell’impresa del ritorno al passato o, peggio, di dare vita ad un mini-partito destinato ad rinchiudersi nel ghetto di una opposizione di sistema per recuperare la propria vecchia identità.

Serve un progetto nuovo, che tenga conto con realismo delle particolari condizioni politiche del momento, e che sia l’espressione di una visione più aperta e più ampia del ruolo di uno schieramento votato naturalmente alla responsabilità di guidare il paese. Il problema, allora, non è quello di ritrovare l’antica identità per ricreare il vecchio ma di elaborare una identità nuova che sappia tenere insieme uno schieramento ampio ed articolato capace di rappresentare i valori della libertà, dell’interesse nazionale e della prospettiva di una Unione Europea più politica e più democratica. Uno schieramento che sappia tenere in campo e partecipare da protagonista alla democrazia dell’alternanza, quella che seguirà naturalmente la fase della consociazione emergenziale, anche quando i leader attuali saranno tramontati. Più che un partito vecchio, quindi, c’è da dare vita ad un rassemblement nuovo.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart