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Tasse “belle” o “rozze”. Ma serve una riforma

1 Aprile 2012

di Mario Sechi
(da “Il Tempo”, 1 aprile 2012)

Monti prepara l’Armageddon fiscale e innova i dizionari di Scienza delle Finanze. Siamo passati dalla celebrazione delle «tasse belle », così come le definiva lo scomparso ministro dell’Economia del governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, all’esternazione autobiografica di SuperMario sugli aumenti fiscali, qualificati «rozzi » ma necessari, a suo dire, per non farci fare la fine della Grecia. È l’ultimo capitolo del racconto di un’Italia che dalle gabelle è divisa tra «Guelfi e Ghibellini », metafora usata ieri da Attilio Befera, direttore generale dell’Agenzia delle Entrate. È in atto uno scontro, alimentato dalla politica a corto di consenso e dall’antipolitica senza idee, sul tema dell’evasione. È una piaga enorme che va combattuta, fonte di ingiustizie, disparità, ma è anche un terreno minato. Monti ha gli strumenti per stanare furboni e furbetti, ma credo che a questo punto sia ora di dare agli italiani onesti un Fisco dal volto umano. Ci sono ipocrisie che vanno smascherate e comode «parole d’ordine » della politica che nascondono l’assenza di alternative a una ricetta economica recessiva. Il linguaggio, come sempre, è la cartina di tornasole di una certa «visione del mondo », di un modo di essere e di agire. Quando il presidente del Consiglio dice che per fare la lotta all’evasione «non serve il consenso » perché quello delle parti interessate «non ci sarà mai », tradisce una visione parziale (e distorta) del problema.

L’evasione non è tutta uguale, la natura e la qualità dell’attore e del fatto non sono un dettaglio. Faccio un esempio concreto: sono forse uguali l’evasore totale, la grande azienda dedita all’elusione e il piccolo-medio imprenditore che nasconde una quota di utili al Fisco per ragioni di sopravvivenza? Penso di no. Perché l’evasore totale non darà mai il suo consenso e cercherà di stare sommerso finchè potrà, l’elusore ha un livello di sofisticazione e mezzi tali per cui la dissuasione è solo un problema di chiarezza di norme e controlli, l’evasore per necessità ha invece bisogno di una riforma fiscale che lo aiuti a pagare senza rischiare la chiusura. È su quest’ultima fascia, enorme, che lo Stato può ottenere il consenso dando prova di voler aiutare le imprese a emergere, trattando i contribuenti come parte attiva e preziosa e non come avversario. Quando il ministro dello Sviluppo Corrado Passera evoca una «sanzione sociale » contro gli evasori, può strappare un titolo di giornale, ma se vuole alimentare un civile e maturo dibattito pubblico, occorre qualche slogan in meno e due o tre riflessioni in più. È meglio un sistema punitivo, che alimenta l’odio sociale, o è più saggio creare un clima positivo, un sistema fiscale che premia il contribuente virtuoso? L’Agenzia delle Entrate dispone di raffinati strumenti di controllo, inimmaginabili fino a poco tempo fa. Il monitoraggio dei dati può essere pervasivo al punto da creare seri interrogativi sui suoi limiti, come sottolineato dal Garante della Privacy, Francesco Pizzetti, nella sua ultima relazione. Puoi sapere tutto delle abitudini del prossimo, ma è davvero lungimirante spaccare di fatto la società italiana tra quelli che hanno il prelievo diretto in busta paga (i dipendenti) e il sistema delle imprese grandi e piccole che sostituiscono lo Stato come esattore? Bisogna stare attenti ad appiccicare etichette e bollini, specialmente in Italia. In un Paese dove i furbi abbondano e vivono alle spalle di pochi fessi, la catalogazione della società in buoni e cattivi rischia di diventare un boomerang. Mai pensato di dare un’occhiata a quanti nei ministeri incassano lo stipendio pubblico e contemporaneamente esercitano altre attività in nero? Ai fini statistici sono contribuenti buoni, ma in realtà spesso sono cattivi due volte.

Conosco economisti di chiara fama che potrebbero fornire interessanti valutazioni in merito. Il doppiolavorismo senza tassazione non è episodico, è un altro aspetto poco esplorato dell’evasione. Con il manicheismo non si va da nessuna parte, anzi in molti casi si ottiene il brillante risultato di dare un bollino da virtuoso a chi di giorno paga le tasse su un lavoro che non svolge bene e di notte froda il Fisco con la vera attività prevalente. È un esempio tra tanti, potrei continuare all’infinito e Passera, avendo fatto banca al più alto livello, sa bene di cosa scrivo. Il Fisco è materia incandescente, nitroglicerina. Se qualcuno non ne è convinto, può fare un salto in libreria e comprare «For Good and Evil. L’influsso della tassazione sulla storia dell’umanità » di Charles Adams, un libro edito da Liberilibri che merita una certa attenzione. Nel presentarlo, Aldo Canovari, fondatore della casa editrice, fa risuonare un memento di rara efficacia e fa notare come i cittadini di una nazione si dividono in due categorie fondamentali: «I Consumatori di tasse (tax consumers) e i Pagatori di tasse (tax payers). I primi rappresentano una minoranza composta dai parlamentari, consiglieri regionali e loro clientele, alti burocrati, vertici degli organi istituzionali, amministratori di aziende e agenzie pubbliche e para-pubbliche, di società partecipate. Il loro numero può essere stimato in un ordine di grandezza di 500.000 individui (circa l’1% dei contribuenti) ».

L’Italia, mi dispiace, è infestata dai Consumatori di tasse. Questi ultimi, associati agli evasori incalliti, rappresentano la piaga del nostro Paese, ma per curarla occorre che i Consumatori di tasse (cioè un pezzo importante della classe politica e non solo) si mettano al servizio del pubblico e non nella posizione dei serviti dal pubblico. Monti si è finora dimostrato un abile negoziatore con i partiti e un uomo rispettato dalla comunità internazionale, ma questo potrebbe non bastargli se non apre subito una stagione riformatrice sul Fisco. Per almeno due motivi: rinnovare il patto di convivenza tra italiani e agire sulla crescita prima che sia troppo tardi. Quando il premier dice di assumersi la responsabilità di «aumenti fiscali rozzi » dimostra coraggio, ma se fa il paragone tra l’Italia e la Grecia sbaglia, mostra la sua appartenenza alla scuola dogmatica «berlinese », la cui ricetta ha portato la Germania a crescere, ma il resto d’Europa alla recessione. Di questa politica, il caso drammatico di Atene è un paradigma. La Grecia non sarebbe dovuta entrare nell’Euro, ammise di aver falsificato i bilanci e nessuno, né a Francoforte né a Bruxelles, si pose il problema della permanenza nell’Eurozona di uno Stato spendi, trucca e spandi. Anzi, la politica suicida negli anni seguenti è stata incoraggiata perché nel porto del Pireo ormeggiavano le navi-pirata della finanza agli anabolizzanti e sul Partenone s’aggiravano i procacciatori di contratti militari per la difesa tedesca e francese. Atene è carnefice e vittima, ha subito un esproprio di sovranità inimmaginabile per l’Italia che è di certo un gigante debole, ma resta pur sempre la terza economia d’Europa con un livello di benessere che ora – sottolineo, ora – si sta erodendo per effetto della recessione, dell’assenza di produzione di ricchezza e posti di lavoro, mentre il debito sale a causa del crollo del Pil. Fare i blitz a Cortina, Roma, Courmayeur e Firenze ha una sua logica di marketing e comunicazione. Mette tutti di fronte a un fatto: lo Stato ha cominciato a macinare i dati antievasione, a fare controlli incrociati e passare al setaccio il territorio. Per quelli che sul «tanto non succede niente » ci marciavano, è una sveglia salutare. Per quelli che soffiano al contribuente onesto agevolazioni in base al reddito a cui non hanno diritto, è il gong che dovrebbe consigliare di finirla. Ma il rovescio della medaglia è da tenere in seria considerazione: fare impresa in Italia è molto difficile, la burocrazia è un drago vorace e se i controlli vengono accompagnati da un sentimento punitivo e da liste di proscrizione, se al rigore del bilancio e al controllo dell’Erario non si accompagna la riforma delle tasse, avremo solo un micidiale effetto: la depressione da pressione fiscale.


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Bart