Anna Magnani fa senza autore (un esangue Anouilh)

di Mario Raimondo
[da “La Fiera Letteraria”, numero 1, giovedì 5 gennaio 1967]

Stagione di Medee, questa. Lau ­ra Adani si è appena porta ­ta via dal palcoscenico del ­la Cometala Medea di Corrado Al ­varo â— tutta impastata di dolore e di amore, di umano senso della persecuzione e di ansiosa vocazio ­ne al focolare, â— che Anna Ma ­gnani conduce sulla scena del Qui ­rino la Medea di Jean Anouilh, lu ­cida e torbida, legata al suo Giaso ­ne con i vincoli complicati del ses ­so e del cervello.

Sono casi, comunque, che non vanno sopravvalutati. Voglio dire che sarebbe abbastanza stolto con ­cludere da questo incontro di Me ­dee che una qualche necessità se ­greta lo abbia prodotto e che dob ­biamo, oggi, scoprirne il segno. Per quella di Alvaro, si trattava evi ­dentemente di una scelta giusta nel contesto dell’opera di uno scrit ­tore che il teatro italiano tardava a ritrovare; per quello di Anouilh era un appuntamento lungamente differito di una attrice con un per ­sonaggio che naturalmente l’attira ­va, per la forza del mito rappre ­sentante assai più. certamente, che non per le parole da cui è definito.

Ma lasciamo i confronti, che so ­no inutili e fastidiosi, e restiamo alla nostra occasione odierna, che è la Medea di Anouilh: e di Anna Magnani. Sono portato, come ve ­dete, a distinguere. E devo dire su ­bito che l’eroina di Anouilh mi è  assolutamente, completamente, in ­differente: non amo il suo verbo ­so atteggiarsi nei confronti del de ­stino, o della vita o della esisten ­za â— si tratta di scegliere, ed è fa ­cile scegliere in ogni caso la paro ­la giusta, data l’ambiguità dei suo autore. Non amo i lunghi discorsi di Giasone, povero eroe, vittima della normalità, alle prese con quel ­lo               che gli tocca chiamare « il nulla assurdo ». Mi infastidisce il buon senso dettato dalla vecchiaia e dal ­la stanchezza in cui si rotola il buon Creonte, re alle soglie della pensione. Detesto il luogo comune atrocemente offensivo della nutri ­ce e del soldato che aspirano sol ­tanto a campare la giornata e a passare la stagione.

E come Jean Anouilh, con in ­gredienti di questo genere alla ba ­se delle sue storie, sia riuscito a farsi assumere â— sia pare per un tempo limitato â— nella pattuglia dei drammaturghi dell’esistenziali ­smo, continua a restare, per me, un mistero insondabile.

Ma la Medea di Anna Magnani ha poco a che vedere con questa eroina gonfia di parole e di angoscie intellettuali. Rendiamo omag ­gio ad una attrice straordinaria: Anna Magnani ha preso il dramma di Anouilh e se lo è macinato con la mola di una personalità emozio ­nante, di un volto indimenticabi ­le, di una presenza inimitabile. La Medea esangue e torbida pensata da Anouilh, Anna Magnani se l’è ingoiata per restituire una donna tutta sangue, cuore, amore e dolo ­re. Sul palcoscenico vive una crea ­tura che è parente di quella scrit ­ta dall’autore soltanto nei dati ana ­grafici: nome, cognome, paternità e condizione.

C’è da scandalizzarsi per questo? Al contrario. 11 teatro vive anche di questa capacità dell’interprete di travolgere Io scrittore, dando ­gli il sangue che gli manca, la ve ­rità, la vita e l’umanità che egli ha invano cercato di rappresentare. Se non fosse così, che galleria noiosa e improbabile di ritratti d’autore sarebbe la storia del tea ­tro; che invece è, con buona pace dei pedanti, anche storia di istrioni capaci di inventare sulla scena ve ­rità sfolgoranti di vita quando sul ­la pagina non si rintracciano se non pallide celebrazioni dell’intel ­letto. Anna Magnani è di questa razza di interpreti. Non sono nep ­pure ben sicuro che oltre la sua stupefacente aggressività fisica ed emozionale, abbia particolari pos ­sibilità di disegno e di invenzione dei personaggi; se le ha, comun ­que, sono un di più. Non le servo ­no. Le basta accostarsi alla ragio ­ne prima dell’interpretazione e dar ­si al pubblico, con quel volto dise ­gnato dalla condizione di vivere, con quella voce incisa sul solco di un perenne turbamento interiore, con quella figura dura e tesa. Al ­lora le platee si muovono con lei verso la stessa commozione. Per questo Anna Magnani è quello che è, nel cuore del pubblico di tutto il mondo.

Così c’è riuscita anche questa volta. Aveva superato, con La lu ­pa, l’estetismo fastidioso della regìa di Zeffirelli; ha vinto, con Me ­dea, la freddezza dello spettacolo pensato da Giancarlo Menotti sulle scene enfatiche di Rouben Ter Arutanian. Le è stato facile, allora co ­me oggi: le è bastato ricorrere al ­la vibrazione profonda di una in ­sopprimibile umanità. Ma vi par poco? Gli altri attori scolorano, al suo fianco: Fosco Giachetti, diven ­ta un Creonte « gigante buono »; Cesarina Gheraldi una nutrice pe ­tulante; Osvaldo Ruggeri un Gia ­sone soltanto prestante (bisogna avvertirlo, Ruggeri, del rischio che corre di vedersi affidato sempre di più, e soltanto, ad una pur singo ­lare presenza fisica).

C’è davvero soltanto lei, Anna Magnani, a dipanare la vicenda di una eroina che vive oltre le paro ­le che dice, in una dimensione au ­tentica di rabbia e di dolore per un amore perduto. E le riesce per ­sino questo, di dare un cuore ad Anouilh.

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