di Alberto Bevilacqua
[dal “Corriere della Sera”, domenica 11 gennaio 1970]
Il teatro provocò a Sade l’ultima, drammatica rovina: nell’anno ottavo della Rivoluzio ne francese, quel libello nemmeno tanto maligno e diffamatorio, solo pettegolo, che è Zoloé et ses deux acolythes òu Quelques décades de la vie de trois jolies femmes, gli procurò l’internamento a Sainte-Peélagie e, com’è noto, nell’ospizio per alienati di Charenton lo scrittore morirà. Eppure, firmata par un contemporain e stampata a Torino, la commedia Zoloé quasi certamente non è di Sade. Nei suoi personaggi si riconobbero Bonaparte (nella figura di D’Orsec), Barras (in Sabar), Giuseppina Beauharnais (in Zoloé, appunto), Lau- réda e Volsange (nelle signore Tallien e Visconti); ma questi personaggi, deboli e maldestri nella sferza politico-erotica che pretendono di usare, escono dal lo stile del «divino marchese » e soprattutto dal mordente che, contro il Direttorio e la sua ba raonda, avrebbe comunque in velenito il vecchio scrittore, il quale aveva prestato alla Rivo luzione non solo le sue speran ze, ma anche una vera e pro pria attività politica, svolta nel la sezione parigina delle Pic che.
Falso nell’attribuzione e falso nella sua beffa antinapoleonica â— del tutto apparente, in quan to Napoleone è già prospettato tra le righe come l’uomo del destino â— Zoloé è compresa, con il valore di curiosità, nel Teatro di Sade, stampato ora da Sugar (Collana Olimpo Ne ro, pp. 223, L. 2000) e che com prende anche la nota Oxtiern o le sventure del libertinaggio, il Dialogo tra un prete e un moribondo, Il sedicente filosofo e due Opuscoli che l’autore ha dedicato al proprio lavoro tea trale. Come si vede, un mate riale scarso rispetto alle dicias sette pièces ancora totalmente inedite e che sono conservate negli archivi del marchese Xa vier de Sade (e Luigi Bàccolo, nella sua bella quanto impieto sa introduzione al volume di Sugar, dichiara, con un pessi mismo che può essere scambiato come augurio, che dormiran no in quegli archivi fino alla consumazione dei secoli).
Già queste parziali letture, comunque, sono sufficienti a di mostrare che l’opera teatrale, nel nero cosmo sadiano, è fat ta di pochissime stelle (una, due) e di molti corpi spenti o semispenti, resi celesti soltan to dall’amore testardo, ingenuo, velleitario che muoveva lo scrit tore verso il palcoscenico; pro va ne sia lo stesso scritto po sto in appendice al volume (Let tera ad alcuni direttori di tea tro, 1795) che, a ben guardare, è l’inedito più toccante e ne cessario, pur nella nebulosità patetica che ne offusca la sin cerità. Sade supplica il cittadi no direttore di rappresentargli dodici nuove opere («onorate dall’approvazione delle ammi nistrazioni particolari dei pri mi teatri di Parigi, mi hanno valso per molto tempo l’ingres so libero ai loro spettacoli… »), chiede scusa e fiducia confon dendosi come un maldestro ar rivista, si dichiara pronto a sot tomettersi da novellino a un esaminatore o censore, compila il testo scrupoloso di un con tratto, chiamiamolo così, del tutto campato in aria e in base al quale il cittadino direttore potrebbe diventare proprietario delle opere per la modica cifra di cinquecento franchi a titolo.
Nell’elenco risulta anche Le Comte Oxtiern ou les Dangers du libertinage, nel quale Sade vedeva il capolavoro; indubbiamente si tratta del testo che, con Philosophie dans le bou doir, riesce a strappare a favo re della scena qualcosa della torbida grandezza che lo scrit tore iniettava nei romanzi filo sofici, pronto a pubblicare ano nimi questi ultimi e accanito invece nel ricercare la gloria delle grandi rappresentazioni mondane, delle prime acclama te: un povero mito destinato a diventare squallido, patolo gico in chi troverà il suo vero pubblico solo alla fine e nella più allucinante prospettiva, cioè di fronte al palcoscenico filo drammatico del manicomio di Charenton. « Regnano sovrani il terrore e le fosche tinte », so steneva Sade di Oxtiern, che fu rappresentato senza fortuna il 22 ottobre 1791 al Teatro Mo lière di Parigi, e replicato con esito meno negativo il 4 no vembre dello stesso anno. Eppure, nella sua sete di succes so, il « divino marchese » non aveva esitato a pregare il notaio Gaufridy di pregare a sua vol ta il buon Dio, in una lettera che rimane un test assoluta mente sconcertante. Rimesso sul palcoscenico a Versailles, il 13 dicembre 1799, Oxtiern avrà tra gli interpreti lo stesso auto re, nei panni di Fabrizio.
A ragione, Bàccolo definisce Sade ostinato nel vizio teatrale come nell’erotico, al punto da far supporre che i romanzi neri che gli hanno procurato fama e infamia, siano stati un reme dium concupiscentiae del suc cesso sulle scene. L’intuizione è di estremo interesse. Nati da una febbre di revanche dopo l’umiliazione del silenzio e il carcere, questi fervori teatrali soffrono di quella mancanza di senso critico che è propria del l’ossessione: ma prima che sul terreno poetico, l’ossessione an drebbe analizzata sul terreno psicanalitico, laddove, proprio nel caso di psicologie sconvolte dai contrasti giganteschi, l’in genuità può aprirsi come una crepa, fino al patetico. Fino ad essere segno dell’io che si divi de nelle sue contraddizioni alle soglie della schizofrenia, della follia: nel caso pre e postartistico di Sade, da un lato con l’urlo, dall’altro con il lamento capriccioso di un bambino.