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Due articoli

29 Marzo 2012

Tensioni tra Monti e i partiti: ora il Professore pensa alla fiducia
di Francesco Verderami
(dal “Corriere della Sera”, 29 marzo 2012)

Il primo gancio l’avevano assorbito, anche se dopo la citazione andreottiana i leader della «strana maggioranza » si erano interrogati sulle reali intenzioni di Monti. E durante il vertice per le riforme, l’altro ieri, erano nate due scuole di pensiero.
C’era chi sosteneva che il premier avesse voluto mandare un avvertimento ai partiti, che avesse voluto cioè solo spronarli per farli riallineare alla linea del governo. E c’era invece chi riteneva che il Professore – con l’approssimarsi della fase economica più difficile per gli italiani – avesse iniziato a scaricare le tensioni sulle forze politiche. Tutti comunque immaginavano che Monti non sarebbe andato oltre, nessuno pensava all’uno-due. Perciò l’uppercut di ieri li ha colti di sorpresa.

Ma c’è un motivo se l’Abc della politica ha reagito in modo diverso all’affondo del premier contro i partiti, se l’ex ministro Brunetta – incontrando Alfano – l’ha consigliato a tenere il Pdl fuori dal ring della polemica: «Tanto Monti non ce l’ha con noi ma con il Pd ». È il provvedimento sul mercato del lavoro al centro dello scontro, e il Professore – che si è sentito politicamente e istituzionalmente «abbandonato » – non intende cedere né fare passi indietro rispetto all’impianto della riforma.
E poco importa se le tensioni provocate hanno incrinato anche i rapporti con il Colle. Il premier ne fa una questione di principio e una di merito. Intanto non accetta di esser stato chiamato a far «l’aggiustatore » per poi essere scaricato alla bisogna. L’idea poi di venir additato come una sorta di dittatore al soldo dei mercati e di mancare di rispetto alle prerogative del Parlamento, lo rende meno sobrio anche nel linguaggio. È pronto infatti alla mediazione sull’articolo 18, nel senso che è pronto a discutere una diversa formulazione della norma, ed è disposto – come è successo già per altri provvedimenti – ad accettare una «soluzione alternativa che sia confacente ». Se così non fosse, però, presenterebbe il testo redatto dal governo, lo sigillerebbe con il voto di fiducia, e a quel punto «ognuno ne trarrebbe le conseguenze ».

Il progetto è chiaro, e per Monti anche obbligato. Il fatto è che il suo percorso entra in rotta di collisione con il Pd, dove il profilo del Professore inizia ad assomigliare a quello del Cavaliere, e non perché il premier cita i sondaggi per tenersi a debita distanza dal giudizio che i cittadini hanno nei riguardi dei partiti. Bersani non intende cedere perché altrimenti vedrebbe minacciati gli «interessi della ditta ». Ed è in quel nome che non desiste, anzi rilancia: nelle parole del presidente del Consiglio scorge una «minaccia », «così si aprono dei varchi pericolosi all’anti-politica ».

Di pensierini andreottiani ne fanno anche al quartier generale dei Democrat, dove c’è chi immagina addirittura una manovra internazionale tesa a impedire che il Pd possa andare a palazzo Chigi. Non è dato sapere se il segretario condivida questa analisi, è certo che Bersani non accetta di fare il cireneo e di venire anche flagellato: «Ci è stato detto che l’emergenza economica imponeva di non disturbare più di tanto il manovratore. Ma poi la gente ferma me per strada… ».

Ed è questo il punto. Dopo quattro mesi di governo, i provvedimenti lacrime e sangue varati da Monti iniziano ad impattare sul Paese: in questi giorni l’addizionale regionale Irpef sta alleggerendo le buste paga dei lavoratori; prima dell’estate l’Imu appesantirà le dichiarazioni dei redditi dei possessori di case; in autunno il secondo aumento dell’Iva farà galoppare ancor di più i prezzi… Il rischio per i partiti è che si realizzi la profezia di Bossi, quel «finché la gente non s’incazza » che è vissuto come un incubo da chi oggi sostiene l’esecutivo tecnico. Il rischio aggiuntivo per Bersani è che «l’opinione pubblica possa iniziare a pensare come si stava bene prima », cioè con Berlusconi…

Così nella «strana maggioranza » è iniziata una manovra degna di un equilibrista: stare con il Professore e tenersene però a distanza, appoggiare il governo senza tuttavia assecondarlo. Il gioco si è disvelato al crocevia della riforma sul mercato del lavoro ed è così che gli equilibri sono saltati. Persino Casini – che si era sempre schierato dalla parte del premier «senza se e senza ma » – nei giorni dello scontro tra palazzo Chigi e i sindacati si è defilato, prima dicendo che «ad una nuova legge noi preferiamo un buon accordo », poi avvisando che «il Parlamento non sarà un passacarte ». E ieri, dopo le parole pronunciate da Monti in Estremo Oriente, ha criticato il linguaggio del Professore, definendolo un «errore di comunicazione ».

Non si era mai visto in effetti un capo di governo che attacca così la propria maggioranza, per quanto «strana ». Il fallo di reazione è stato commesso da chi si è reso conto di non avere più nemmeno la totale copertura del Colle. Il problema è che anche Napolitano ora ha pochi margini di manovra, dato che il Quirinale si è trasformato a sua volta in un parafulmini. Nel braccio di ferro tra il premier e il Pd, viene lambita infatti anche la figura del capo dello Stato, che ieri aveva invitato a rinviare il giudizio sulla riforma del mercato del lavoro «quando sarà presentato il testo ». Bersani invece il giudizio l’ha dato, eccome, ravvisando «elementi di incostituzionalità » nel provvedimento. Il leader democratico ha ripreso la tesi sostenuta in Consiglio dei ministri dal titolare della Salute, Balduzzi, e definita dal Pdl «un’interpretazione sovietica del diritto ».

Si attende il rientro di Monti per cercare un compromesso tra le ragioni dei tecnici e quelle dei politici. Nel frattempo ieri lo spread è risalito a quota 327.


L’intesa è l’ABC della fregatura
di Fausto Carioti
(da “Libero”, 29 marzo 2012)

Da qualunque parte lo si voglia guardare, l’accordo per le riforme raggiunto dai vertici di Pdl, Pd e Udc puzza di fregatura per gli elettori. Il problema non è il fatto che esso difficilmente riusci ­rà a trasformarsi in una legge co ­stituzionale e in una nuova legge elettorale, né sono i contorni dell’intesa, ancora alquanto va ­ghi. Il problema è che quel poco di concreto che si sa basta e avanza a far capire che i partiti della mag ­gioranza dicono una cosa, ma in realtà puntano ad ottenere l’esat ­to opposto. E questo vale per ogni aspetto della riforma.

L’indicazione del premier. L’accordo prevede la istituziona ­lizzazione dei candidati alla pre ­miership: ogni partito avrà il pro ­prio, e sarà indicato nella scheda. Così gli elettori voteranno per mandare il leader del Pdl, del Pd, del Terzo Polo o della Lega a pa ­lazzo Chigi. Bello, no? In teoria, sì. In pratica, è una presa in giro. Per ­ché una simile indicazione ha senso solo se il partito che vince ha la certezza di controllare alme ­no un ramo del Parlamento, co ­me avviene con il premio di maggioranza attuale, che garantisce alla coalizione vincente il 55% dei seggi di Montecitorio. Ma con la nuova legge non ci sarà più nulla di simile. Scompaiono le coalizio ­ni e il primo partito sarà sovrarappresentato, ma è da escludere che possa avere la maggioranza an ­che in una sola delle due Camere. Così, se si votasse oggi conta nuo ­va legge, il meccanismo elettora ­le, che aumenta il peso parlamen ­tare dei partiti più grandi, e il mi ­ni-premio di seggi da assegnare al vincitore, potrebbero tutt’al più far arrivare il Pd, presunto primo partito con il 27% dei voti attribui ­tigli dai sondaggi, attorno al 38 ­39% dei seggi. Insufficienti per go ­vernare. Il Pd dovrà quindi allearsi con altri partiti. I quali porranno le loro condizioni su tutto. Incluso, se vogliono, il nome del premier. In parole povere, a riforma varata il presidente del Consiglio non lo decideranno gli elettori con il vo ­to, mai partiti dopo di esso.
La bugia, peraltro, ha le gambe molto corte. Quelli che hanno scritto l’intesa sono gli stessi se ­condo i quali, anche dopo le pros ­sime elezioni politiche, il premier dovrebbe o potrebbe essere Ma ­rio Monti. Cioè uno il cui nome non apparirà su nessuna scheda. Più chiara di così, la beffa non potrebbe essere.

Il taglio dei parlamentari. Ricordate? I più spiritosi tra i poli ­tici, nel bel mezzo del furore anti ­casta, parlavano di dimezzare il numero di deputati e senatori. Poi si parlò di ridurli di un terzo. Ora l’intesa prevede di contrarre il nu ­mero dei parlamentari dagli at ­tuali 945 (315 senatori elettivi e 630 deputati) a 762 (254 senatori e 508 deputati). Calcolatrice alla mano, è un taglio de119%.
Ma ci sono buoni motivi per credere che nemmeno questo sa ­rà fatto. Il numero dei parlamen ­tari, infatti, è fissato dalla Costitu ­zione (articoli 56 e 57). Quindi, per ridurlo, non basta cambiare la legge elettorale, che è una norma ordinaria, ma bisogna riformare la carta costituzionale. Operazio ­ne molto più lunga, difficilissima da condurre in porto nel poco tempo rimasto alla legislatura. Così, anche se cambia la legge elettorale, è molto probabile che il numero dei parlamentari resti lo stesso.

La soglia. L’intesa prevede una soglia di sbarramento del 4 o de15%, che in teoria dovrebbe im ­pedire la proliferazione parla ­mentare dei piccoli partiti. L’im ­portante è non prenderla sul se ­rio: ai piccoli, come hanno già fatto tante volte, basterà aggregarsi in “liste farlocche”, cioè presen ­tarsi agli elettori sotto un unico simbolo, mettendo i candidati in lista in base al Cencelli. Tre partiti, ognuno dei quali vale meno del 2%, avranno così la garanzia di su ­perare la soglia e sbarcare in Par ­lamento. Poi, una volta eletti, ognuno per conto proprio.

Le preferenze. Dicevano che, ammazzato il Porcellum, sa ­rebbero tornate le preferenze. Al ­tra bugia. Metà dei deputati sarà eletta in collegi maggioritari uni ­nominali: quindi, nessuna prefe ­renza. L’altra metà dei seggi sarà assegnata in numerosi piccoli collegi proporzionali, sul modello spagnolo. Ogni partito presenterà una piccola lista. Che sarà blocca ­ta, come avviene oggi: avranno più probabilità di essere eletti quelli che i partiti avranno collo ­cato più in alto nella lista. Il mitico «collegamento con il territorio » consisterebbe nel fatto che, es ­sendo i collegi uninominali o co ­munque molto piccoli, i partiti preferirebbero candidare perso ­naggi vicini agli elettori. Ma la sto ­ria insegna che, quando scelgono le segreterie, i candidati paraca ­dutati fioccano ovunque. E l’uni ­ca scelta che rimane all’elettore è la mano con cui turarsi il naso.

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“Omaggio all’amico Emilio: grande nel bene e nel male” di Vittorio Feltri. Qui.

“L’ex direttore Emilio Fede: “Vi racconto la verità sul mio addio al Tg4” di Stefano Zurlo. Qui.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart