Trattativa, ecco i documenti sul presunto patto fra lo Stato e Cosa nostra

di Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”, 27 giugno 2012)

Questa è la storia di una  trattativa  iniziata con una lettera dei  familiari dei boss  in cui si parla di mutande e biancheria per far calare le braghe allo Stato. Una trattativa che la pubblicistica in voga vorrebbe sia stata chiusa dall’allora ministro  Giovanni Conso  con il rilascio di 334 mafiosi, usciti dal regime dell’isolamento nel novembre del 1993 e che invece potrebbe essere ancora aperta, come dimostra la storia di una strage mancata durante una partita di calcio:  Roma-Udinese  del 23 gennaio 1994.

Oggi pubblichiamo i  documenti  che dovrebbero aprire e chiudere le danze della partita a scacchi tra istituzioni e corleonesi, cioè la lettera dei familiari dei detenuti nelle  supercarceri  spedita nel febbraio 1993 e l’elenco dei ‘graziati’ di Conso del novembre 1993 più altri documenti disponibili sul sito internet  di  ilfattoquotidiano.it  (guarda in fondo all’articolo)  che scandiscono i momenti cruciali di quel periodo in cui la storia della  mafia  e quella della Repubblica si sono intrecciate inscindibilmente.

Il punto di rottura degli equilibri decennali tra Stato e mafia è il 31 gennaio del 1992, quando la  Cassazione  infligge migliaia di anni di carcere ai boss mafiosi imputati al  maxi-processo. Il 12 marzo  Cosa Nostra  uccide  Salvo Lima. Il 23 maggio salta in aria la staffetta della scorta di  Giovanni Falcone  e l’onda d’urto travolge anche l’auto blindata che ospita il giudice e la sua compagna. I  boss fanno circolare un  elenco di vittime  possibili, tra queste spiccano gli ex ministri  Salvo Andò  e  Calogero Mannino. I Carabinieri del  Ros, guidati dal generale  Angelo Subranni, avviano i contatti con il Consigliori dei corleonesi,  Vito Ciancimino.

Paolo Borsellino, secondo le testimonianze più recenti in qualche modo è informato. Di certo, dicono tutti i suoi colleghi e amici, si sarebbe opposto con tutta la sua forza a qualsiasi forma di cedimento alla mafia. Secondo i giudici di  Caltanissetta, Borsellino sapeva che lo Stato stava scendendo a patti con Cosa Nostra e anche per questa ragione, in quanto si sarebbe opposto, è stato ucciso il 19 luglio del 1992 a  via D’Amelio. Cosa Nostra però non si ferma e porta il suo attacco nel “continente”. Il 14 maggio del 1993 c’è l’attentato a  Maurizio Costanzo  a Roma. Il 27 maggio le stragi di  Firenze  e  Milano  e il 28 luglio l’attentato contro le  chiese a  Roma.

Prima dell’avvio di questa seconda ondata di bombe però era arrivato un segnale che solo recentemente è stato valorizzato grazie al libro di  Sebastiano Ardita, magistrato di grande esperienza, oggi procuratore aggiunto a Messina e per molti anni al  Dipartimento amministrazione penitenziaria, il Dap.  Nel libro  Ricatto allo Stato, Ardita racconta che nel febbraio 1993 arriva una strana  lettera al presidente della Repubblica  Oscar Luigi Scalfaro: “Siamo un gruppo di familiari di detenuti che sdegnati e amareggiati da tante disavventure” è l’incipit(leggi il documento integrale). I familiari chiedono al presidente: “Quante volte in una settimana Lei cambia la biancheria intima? Quante volte cambia le lenzuola? Lo sa quanta biancheria in un mese noi possiamo  portare al nostro congiunto? Soli cinque kg”.  Poi si lamentano dei secondini di  Pianosa, definiti “sciacalli” e chiedono di “togliere gli squadristi del dittatore Amato”,  Nicolò Amato, direttore del Dap allora  (leggi l’appunto di Amato sul 41 bis).

A impressionare sono gli indirizzi a cui la lettera al presidente, che non si trova negli archivi del Quirinale secondo quello che dice al telefono mentre è intercettato,  il consigliere del Capo di Stato,  Loris D’Ambrosio, è spedita: il  Papa, il  Vescovo di Firenze  e, tra gli altri,  Maurizio Costanzo, oltre a  Vittorio Sgarbi  e ad altre istituzioni. L’elenco impressiona perché i destinatari sembrano altrettanti messaggi in codice decrittati poi dalle bombe contro Costanzo prima, a Firenze poi e infine davanti al Vicariato di Roma. Lo Stato cede: già nel giugno del 1992 il nuovo capo del Dap  Adalberto Capriotti  (Amato è sostituito come chiedevano implicitamente i familiari  ) chiede al capo di gabinetto del  ministro della Giustizia  di non prorogare i decreti per il  41 bis  a centinaia di detenuti per i quali il trattamento di isolamento era in scadenza.

A novembre del 1993, con una scelta della quale si è assunto la responsabilità davanti ai magistrati, l’allora ministro Giovanni Conso lascia decadere il 41 bis per ben 334 detenuti  (leggi l’elenco completo). Tra questi boss del calibro di  Vito Vitale  di Partinico e  Giuseppe Farinella  che poi insieme ad altri 50 detenuti torneranno negli anni successivi al regime che gli spettava.

Queste carte mostrano un segmento importante della sequenza, ma da sole non bastano a spiegare quello che è successo nel braccio di ferro tra mafia e Stato. Non è un caso se nella contestazione del reato di  minacce a corpo dello Stato  contro il senatore del Pdl  Marcello Dell’Utri  (stessa accusa contestata anche per  Calogero Mannino, all’ex capo del Ros dei Carabinieri Antonio Subranni, al suo vice dell’epoca  Mario Mori  e all’allora capitano  Giuseppe De Donno) non sia definito dalla  Procura di Palermo  il momento in cui sarebbe terminata la cosiddetta trattativa,  che sarebbe meglio definire minaccia allo Stato.

Che la partita a scacchi sia rimasta aperta anche dopo la resa  di Conso nel novembre 1993, lo dimostra proprio un’altra partita, stavolta di calcio, ignorata dai giornali di destra e dai politici del  Pdl  che vorrebbero attribuire la responsabilità del cedimento scellerato dello Stato (che pure per la Procura di Palermo ci fu) solo e soltanto all’ex ministro Conso,  governo Ciampi, quindi uomo del centrosinistra.

La partita che fa saltare questo  schema è Roma-Udinese del 23 gennaio 1994. Quel giorno, come ha raccontato  Gaspare Spatuzza  al  processo Dell’Utri, dovevano saltare in aria un centinaio di carabinieri. Per fortuna il telecomando non funzionò, ma quel tentativo di strage dimostra che la mafia non era affatto soddisfatta dei 334 detenuti ‘liberati’ dal 41 bis. La trattativa non si chiude a novembre del 1993 e forse non si è chiusa ancora oggi.

Da Il Fatto Quotidiano del 26 giugno 2012  

SPECIALE – I DOCUMENTI DELL’INCHIESTA SULLA TRATTATIVA

Trattativa, i documenti/1. L’elenco dei boss “alleggeriti” dal 41 bis nel 1993

Trattativa, i documenti/2. La lettera dei familiari dei boss al presidente Scalfaro

Trattativa, i documenti/3. Le carte del ministero della Giustizia


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