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Diciamo a Marianna che i cittadini sono importanti più di suo padre

28 Giugno 2012

Marianna, la figlia dell’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, si lamenta che si avanzino insinuazioni su suo padre ora che è morto e quindi non può dire la sua, e ricorda quel suo “Io non ci sto”, con il quale si liberava perentoriamente di ogni sospetto che stava accumulandosi sulla sua persona in relazione alla trattativa tra Stato e mafia, che in questi giorni sta lambendo anche l’attuale inquilino del Colle per un suo intervento che parrebbe in favore dell’ex presidente del Senato Nicola Mancino e in cui, potrebbe configurarsi anche un tentativo di inquinamento delle prove.

Marianna Scalfaro invita la giornalista del Corriere della Sera, Fiorenza Sarzanini, ad essere più prudente in futuro nel riferire su questa materia, vedendosi altrimenti costretta ad adire le vie legali a difesa della memoria del padre.
Marzio Breda, collega della Sarzanini, raccoglie subito l’invito, con una celerità piuttosto untuosa, e ricorda ciò che Scalfaro dichiarò al Corriere della Sera a sua difesa in un’intervista del 23 luglio 2009.

È noto che non ho mai avuto simpatia per Oscar Luigi Scalfaro, che considero il peggior presidente della Repubblica italiano, sempre pronto ad intrigare per contrastare il governo Berlusconi, nonostante che fosse stato scelto dagli elettori alla guida del Paese.
Umberto Bossi confessò in un suo libro che il ritiro del sostegno della Lega Nord al governo Berlusconi nel 1994 fu caldeggiato da Scalfaro in un incontro con il leader della Lega Nord, in cui lo avvertiva che il famoso avviso di garanzia a carico di Berlusconi avrebbe pregiudicato anche i partiti che sostenevano il suo governo.

Il fatto fu di per sé così grave che da solo basterebbe a a far capire di quale scadente qualità fu la presidenza scalfariana.
Poi ce ne furono altri, altrettanto offensivi della dignità del presidente del Consiglio Berlusconi, come, ad esempio, la pretesa che egli firmasse prima del giuramento l’impegno ad assicurare la democrazia nel nostro Paese.
Fossi stato Berlusconi mi sarei rifiutato  di adempiere ad una richiesta che non stava né in cielo né in terra, bastando le parole che ogni ministro, e quindi anche il premier, pronuncia davanti al capo dello Stato al momento del’insediamento.

In realtà, Oscar Luigi Scalfaro ha lasciato dietro di sé più di un punto interrogativo e credo che gli storici avranno materia su cui impegnarsi. E ha lasciato più di un dubbio anche sulla trattativa Stato-mafia, che si avviò proprio con una lettera che le spose dei mafiosi gli indirizzarono per invitarlo (si fa per dire, giacché le bombe stavano scoppiando in varie parti del Paese come avvertimento inequivocabile) ad alleggerire il carcere duro a più di trecento mafiosi.

Di questa lettera presso l’archivio della presidenza non vi è più traccia, come ha rivelato in una delle sue recenti telefonate con Mancino, il portavoce di Napolitano, Loris D’Ambrosio.
Ma siccome i destinatari di quella lettera furono anche altre personalità, tra cui il Papa, il Fatto Quotidiano è riuscito ad averne copia e a pubblicarla qui.

Sta di fatto che di lì a pochi giorni ci furono trasferimenti di incarichi abbastanza repentini ed immotivati, come quelli di Vincenzo Scotti e di Nicolò Amato, noti per non voler allentare il carcere duro. Al posto di Nicolò Amato venne nominato un amico di Scalfaro, Adalberto Capriotti, e di lì a qualche mese si ebbe il decreto con il quale si abrogava il carcere duro per oltre trecento mafiosi.
Scalfaro, di fronte ai sospetti sulla sua persona, in un discorso televisivo agli italiani, pronunciò quel famoso “Io non ci sto”, passato alla storia (si nutrivano sospetti che fondi neri del Sisde fossero finiti nella sua disponibilità), con il quale tuttavia i dubbi che ancora oggi accerchiano la trattativa Stato-mafia non furono risolti.

Se la figlia di Scalfaro, Marianna, ricorda le disavventure giudiziarie di Silvio Berlusconi, tanto odiato dal padre, ricorderà anche che i pubblici ministeri avevano coniato il teorema secondo il quale chi sta al vertice di un’azienda non può non sapere ciò che in essa accade e quindi è parimenti responsabile con gli altri indagati degli eventuali reati commessi.
Ciò dovrebbe valere, mi pare, anche per il capo dello Stato, al vertice di un’azienda pubblica, lo Stato appunto, del cui regolare funzionamento egli è il massimo garante.
Lo stesso vale per Carlo Azeglio Ciampi che, a quel tempo, ricopriva la carica di presidente del Consiglio.

La domanda lapalissiana che vorrei fare a chi ritiene di avere solo certezze a difesa del comportamento di questi due personaggi servitori dello Stato, è se sia mai possibile supporre che Oscar Luigi Scalfaro, ad esempio, dopo aver ricevuto una lettera mafiosa, dal contenuto così sottilmente ricattatorio, l’abbia stracciata disinteressandosene poi completamente. E che i fatti successivi, collimanti in modo preciso con le richieste contenute nella lettera, siano accaduti per una specie di talento divinatorio posseduto dai suoi collaboratori.

Non è possibile. La ragione rifiuta una ipotesi del genere. La ragione indica che quella lettera ha circolato e la realizzazione della richiesta è stata sollecitata. Da chi? Non vi è dubbio che il presidente Scalfaro non può non rientrare nella rosa dei sospettati, visto anche che alcuni uomini a lui sgraditi sono stati immediatamente rimossi, come Vincenzo Scotti e Nicolò Amato. La signora Marianna consentirà che se i quotidiani, come ad esempio il Fatto e il Corriere della Sera, attraverso la giornalista Fiorenza Sarzanini, cercano di diradare le ombre, ciò non solo è legittimo, ma è necessario nei confronti della verità dovuta ai cittadini che, in una democrazia, contano assai più di suo padre.

La vicenda si è svolta, come i fatti stanno dimostrando, in un modo talmente oscuro che nessuno potrà mai prescindere, in una indagine giornalistica seria, dal fare il nome di Oscar Luigi Scalfaro, a cui quella lettera mafiosa fu indirizzata e che provocò immediate ripercussioni nell’avvicendamento di alcune posizioni chiave nell’apparato della Giustizia.
Quell’ “Io non ci sto”, dunque, non significa un bel nulla, e a contare saranno le testimonianze e gli atti che verranno raccolti dalla procura di Palermo.

Anche Napolitano ha pronunciato, sempre su questa trattativa, il suo “Io non ci sto”, rifiutando di dare chiarimenti all’opinione pubblica e chiudendosi in un silenzio che autorizza a considerare che il suo intervento presso le autorità giudiziarie sollecitato da Nicola Mancino abbia in sé qualcosa di indicibile che, se svelato o scoperto, potrebbe condurre alle dimissioni del capo dello Stato.

Dunque, il mio augurio, più volte espresso, è quello che in Italia giornalisti coraggiosi ed eroici, al pari di quelli che scoprirono il Watergate, non si facciano impaurire da dirette o velate intimidazioni e tirino avanti nella ricerca della verità su uno degli episodi più neri della nostra Storia.

Qui, un’intervista a Nicolò Amato.
Qui, un’intervista a Salvatore Baiardo.


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2 Comments

  1. Commento by Giuseppe — 28 Giugno 2012 @ 12:20

    Non c’è da stupirsi. Si tratta della stessa signora (il minuscolo è voluto) che, a settennio presidenziale abbondantemente scaduto, rivendicava per sè (oltrechè per il padre divenuto ope legis senatore a vita) l’auto blu con tanto di scorta.

    E’, semplicemente, senza vergogna!

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 28 Giugno 2012 @ 15:28

    Non sapevo. Interessante, grazie, Giuseppe.

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