Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Trattativa fallita, si va verso la crisi

4 Settembre 2013

di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 4 settembre 2013)

Lunedì dopo pranzo i figli di Berlusconi erano pronti a domandare la grazia per conto del genitore. L’avrebbero chiesta, con il plauso dell’azienda di famiglia, nel caso in cui Napolitano fosse stato disponibile a concedere una sorta di indulgenza plenaria.

Vale a dire, qualora il Capo dello Stato avesse avuto in animo di abbuonare non solo i 4 anni di carcere del Cavaliere (di cui tre sospesi dall’indulto), ma pure le pene accessorie, tra cui l’interdizione dai pubblici uffici con annessa incandidabilità. Per cui ad Arcore c’era un clima di trepida attesa.

Ma verso le dieci di sera l’illusione è svanita. Secondo ricostruzioni che filtrano da Arcore, il Quirinale avrebbe mandato a quell’ora segnali di netta chiusura sul punto che in questa fase più interessa a Silvio, vale a dire la cancellazione delle pene accessorie. Come massimo, così hanno riferito gli ambasciatori, Napolitano potrebbe risparmiare a Berlusconi la pena principale. Purché il condannato, come fu detto nella nota del 13 agosto, con umiltà incominci a scontare la sua pena.

E in ogni caso di restituirgli l’onore politico, compresa la possibilità di ricandidarsi e magari tornare un giorno al potere, non se ne parla nemmeno: la grazia sarebbe il «de profundis » del ventennio berlusconiano… Informato degli sviluppi, il Cavaliere è andato su di giri. Anche perché nei giorni scorsi si era fatto confezionare segretamente un dossier (lo studio dell’avvocato Ghedini stavolta non c’entra) da cui risulterebbe che in una dozzina di altri casi Napolitano aveva concesso la grazia, comprensiva di abbuono delle pene accessorie. «Perché agli altri sì e a me no? », è esploso Berlusconi, senza rendersi conto che il suo profilo pubblico è un tantino diverso.

Già dunque l’altra notte la trattativa, mai realmente decollata, poteva dirsi fallita. Nubi nere si addensavano sul governo. Poi ieri mattina di buon’ora, come suo solito, il Presidente della Repubblica ha sfogliato i quotidiani. E l’occhio dev’essergli caduto su un articolo a pagina 6 del «Giornale », dai toni particolarmente offensivi, nonché su un editoriale parecchio affilato del direttore Sallusti, perché Gianni Letta ha ricevuto subito dopo dal Colle una telefonata capace (secondo fonti super-attendibili) di sollevarlo da terra, segno che al Quirinale la misura è colma, nessuna «provocazione » verrà mai più tollerata.

Letta si è sentito ripetere che Berlusconi, se vuole clemenza, «non può illudersi di non pagare un prezzo politico. E di evitare tanto la decadenza, quanto le pene accessorie » che lo metterebbero fuori gioco. Intorno a mezzogiorno Verdini, regista dei cosiddetti «falchi », ha varcato il cancello di Arcore. Ne è uscito a sera canterellando, di magnifico umore: il che fa intuire com’è andata là dentro.

Berlusconi pare non veda l’ora di mandare a casa il governo per causare nuove elezioni e poter dire: «Nonostante la condanna, L’Italia mi ama… ». È il trionfo della linea Santanché, del cuore lanciato oltre l’ostacolo, e poco importa se Berlusconi tra poco più di un mese verrà chiuso a doppia mandata, con due carabinieri davanti all’uscio di casa.

La crisi potrebbe scoppiare in settimana, quando il premier tornerà dal G20, comunque prima che si riunisca la Giunta delle elezioni al Senato (9 settembre). Ambienti autorizzati a darne notizia ipotizzano le dimissioni dei ministri Pdl non appena Epifani avrà respinto l’ultimatum di Alfano. Il quale, piombato pure lui nel pomeriggio ad Arcore, ha chiesto perentoriamente al Pd di chiarire se da quelle parti intendono salvare o meno il Cavaliere con la seguente giustificazione: la legge Severino non sarebbe nel suo caso applicabile, in quanto la Convenzione europea e la Costituzione italiana escluderebbero la retroattività della decadenza. Stamane Gianni Letta cercherà un ultimo contatto con Napolitano, e poi partirà l’assalto.


Sondaggio Euromedia, Pdl al 29%, Pd al 25%, M5S al 19%
di Redazione
(da “Libero”, 4 settembre 2013)

L’abolizone dell’Imu rafforza il Pdl e manda in confusione il Pd. Secondo l’ultimo sondaggio Euromedia, il Pdl raggiunge la vetta del 29% mentre i democratici crollano al 25,5%. La bagarre sulla Service Tax e sulle coperture per l’Imu ha disorientato di più il centrosinistra, come racconta Alessandra Ghisleri su il Giornale: “Le riflessioni che abbiamo raccolto sono tipiche di persone incerte e questa incertezza è dovuta proprio alle soluzioni individuate dal governo per eliminare l’Imu”. Ma il centrosinistra è in calo anche per il nodo larghe intese. L’elettorato del Pd fatica di più a comprendere la coabitazione a palazzo Chigi di dem e azzurri. Così comincia ad andare giù la fiducia degli elettori del Pd nell’avventura di Letta premier. In calo pure Grillo che passa dal 20 al 19%.

“No ai senatori a vita” – Poi sempre socondo i dati Euromedia, gli italiani hanno detto “no, grazie” per la nomina dei senatori a vita. Gli italiani non hanno gradito il regalo di Giorgio Napolitano. Re Giorgio ha di fatto sfruttato il suo “Porcellum” personale per nominare quattro poltronisti per un eventuale ribaltone anti-Cav. L’operazione però ha suscitato non poche polemiche. I senatori, da Abbado a Piano, e dalla Cattaneo a Rubbia hanno un curriculum antiberlusconiano di lungo corso. In più la Cattaneo entra a palazzo Madama a soli 51 anni con un peso sulle casse dello Stato che durerà per almeno altri 40 anni, Abbado e Piano di fatto n Italia non hanno mai vissuto e sono stati contribuenti all’estero, in Svizzera il primo in Francia il secondo, e Rubbia è tra i “contestati” dal fisco. Insomma un profilo non proprio ideale per ambire alla poltrona eterna a palazzo Madama. Così, come racconta, gli italiani interpellati da Euromedia, non sono d’accordo con la scelta di Napolitano. La risposta più comune degli intervistati è: “Non doveva nominarli perchè per ora c’è la crisi”. Anche a sinistra si spaccano. Il 40% dell’elettorato rosso non ha gradito le scelte del “compagno” Giorgio. Mentre sul fronte centrodestra si ricompatta dietro al “no” ai sentori a vita il fronte Pdl-Lega.


Consulta, Amato in corsa per un posto
di (I.S.)
(da “Libero”, 4 settembre 2013)

Giuliano Amato, politicamente, non muore mai. Il suo nome è sempre in pole posotion per ogni tipo di carica istituzionale. Ora il “Dottor Sottile” è pronto per la Corte Costituzionale. Il suo nome a quanto pare è tra quelli che girano per la successione dell’attuale presidente Franco Gallo. Eletto lo scorso Gennaio, Gallo resterà in carica fino al 16 settembre, poi toccherà trovare un sostituto. Ed ecco che arriva Giuliano Amato. Il bottino è ghiotto. Per l'”amaro Giuliano” sarebbe la terza pensione su cui mettere le mani. Una volta eletto presidente della Consulta, dopo esserne diventato membro, potrebbe andare in pensione, come nel caso di Gallo, con una trattamento previdenziale da “presidente emerito”. La busta paga è pesante. I giudici della Consulta da tempo usano un tournover alla velocità della luce per assicurare a tutti la carica da presidente emerito. Quella poltrona vale oro. Nonostante la Costituzione preveda che l’elezione del presdente debba essere ogni 3 anni, la Consulta di fatto fa di testa propria. Ecco cosa prevede la Carta: “La Corte elegge tra i suoi componenti, secondo le norme stabilite dalla legge, il Presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile, fermi in ogni caso i termini di scadenza dall’ufficio di giudice”. Dunque secondo Costituzione il presidente dovrebbe cambiare ogni 3 anni, o quanto meno rieletto anche per un secondo mandato dopo 36 mesi. Le cose invece vanno in maniera completamente diversa. La poltrona da presidente con relativa pensione fa gola a tanti e allora bisogna accontentare tutti. Così dagli Anni Ottanta la norma è stata aggirata per un tornaconto personale.

Autoblu e indennità – Per consentire al maggior numero di membri di andare in pensione col titolo da presidente emerito, e fino al 2011 con tanto di auto blu a vita, si è deciso che il prescelto debba essere quello con il maggior numero di anni di servizio. Il principio di anzianità. Questo passaggio di consegne oltre a garantire una pensione più sostanziosa rispetto a quella di un semplice giudice costituzionale, offre anche un’indennità aggiuntiva in busta paga: “I giudici della Corte costituzionale hanno tutti ugualmente una retribuzione corrispondente al complessivo trattamento economico che viene percepito dal magistrato della giurisdizione ordinaria investito delle più alte funzioni. Al Presidente è inoltre attribuita una indennità di rappresentanza pari ad un quinto della retribuzione”, recita la legge 87/1953. Successivamente, il legislatore è intervenuto con legge 27 dicembre 2002, n. 289, sostituendo il primo periodo dell’originario art. 12, comma 1, della legge 87/1953 nei seguenti termini: “I giudici della Corte costituzionale hanno tutti egualmente una retribuzione corrispondente al più elevato livello tabellare che sia stato raggiunto dal magistrato della giurisdizione ordinaria investito delle più alte funzioni, aumentato della metà”. Resta ferma l’attribuzione dell’indennità di rappresentanza per il Presidente. Quella era intoccabile.

Presidenti solo per 3 mesi – Così ad esempio accade che Giovanni Maria Flick è stato presidente per soli 3 mesi, dal 14 novembre 2008 al 18 febbraio 2009. Flick si difese dicendo che quella “era ormai una prassi consolidata”. Già, consolidata in barba alla Carta Costituzionale che loro per primi dovrebbero rispettare. Gustavo Zagerblesky ad esempio è stato presidente per soli 7 mesi. Poi è stato il turno di Valerio Onida, presidente per 4 mesi dal 22 settembre 2004 al 30 maggio 2005. Ugo De Servio invece ha tenuto la poltrona dal 10 dicembre 2010 al 29 aprile 2011, 4 mesi anche per lui. Recordman invece Alfonso Quaranta che è stato in carica per un anno e sette mesi, dal 6 giugno 2011 al 27 gennaio 2012. Ora è il turno di Gallo che è rimasto in carica solo 9 mesi. Amato sarà ben lieto di prendere il suo posto. Quei 31 mila euro di pensione che percepisce mensilmente sono davvero pochi in tempo di crisi.


Perché il Pd non deve inchinarsi ai giudici con la solita scusa del Cav.
di Marco Valerio Lo Prete
(da “Il Foglio”, 4 settembre 2013)

Dopo vent’anni di “guerra civile fredda” e di immobilismo sul fronte della riforma della giustizia, la politica italiana ha adesso due possibilità per dimostrare la propria “non subalternità” all’ordine giudiziario: una è il dibattito parlamentare sulla “decadenza” di Silvio Berlusconi dal ruolo di senatore, l’altra sono i referendum radicali. Parola di Marco Boato, leader storico dei Verdi, movimento in cui tutt’ora milita seppure non da candidato, un passato in Lotta continua e nel Partito radicale, per cinque volte eletto nel Parlamento italiano. Boato, trentino d’adozione, è impegnato nella sua regione per le prossime elezioni locali, ma segue con attenzione questa fase convulsa della politica italiana, auspica che finalmente si affermi il principio della “legittimazione dell’avversario”, anche se l’avversario si chiama Silvio Berlusconi ed è condannato per evasione fiscale, e al Foglio racconta la sua sensazione di “déjà vu”: “Quindici anni fa ho vissuto in prima persona una situazione per molti versi simile a quella che sta attraversando ora Luciano Violante (già presidente della Camera, oggi dirigente del Pd, ndr), accusato d’intelligenza con il nemico per il solo fatto di aver detto che Berlusconi ha il diritto di difendersi, anche il prossimo 9 settembre, nella giunta del Senato su elezioni e immunità parlamentari”.

“Non un linciaggio, ma quasi”, commenta Boato, che poi ricorda: “Nel 1997-’98 fui il destinatario di appelli in cui si chiedeva la destituzione dal mio ruolo di relatore nella commissione Bicamerale per le riforme costituzionali, dove ero stato nominato da Massimo D’Alema, appelli firmati da decine di parlamentari dell’allora Pds”. La “colpa” era quella di essere relatore di una proposta di riforma della Costituzione che riguardava anche la giustizia, la “bozza Boato” poi votata da tutti i parlamentari della Bicamerale (eccezion fatta per Rifondazione). Oggi il sistema è “bloccato” dagli stessi due fattori, dice Boato: “Dallo scontro frontale, nella logica amico/nemico, tra centrosinistra e centrodestra. E poi dall’ostilità del sindacato dei magistrati, l’Associazione nazionale magistrati (Anm), a ogni riforma in materia di giustizia”. Qualche cambiamento c’è stato, rispetto alla fine degli anni 90, in meglio e in peggio.

Cos’è cambiato in meglio rispetto agli anni 90? “Allora, per esempio, non c’era un presidente della Repubblica che definiva la riforma della giustizia come un problema da affrontare con urgenza, come fa Giorgio Napolitano oggi. Anzi. Ricordo che il 29 gennaio 1998, cioè tre giorni dopo che erano iniziati in Aula i lavori sulle proposte della commissione Bicamerale, si tenne il Congresso dell’Anm. A quel Congresso decise di partecipare, caso unico nella storia, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Dopo la relazione dell’allora presidente dell’Anm, Elena Paciotti, che aveva sparato ad alzo zero contro la proposta di riforma, Scalfaro decise perfino di intervenire. Si alzò e disse che condivideva ‘parola per parola, anche nei dettagli’ la relazione del presidente dell’Anm. Ero presente e capii che quella era la dichiarazione di morte anticipata della Bicamerale. Risposi il giorno dopo in Aula, rivendicando l’autonomia e l’indipendenza del Parlamento”. Oggi il Quirinale è su posizioni diversissime. Rispetto agli anni 90, però, pesa il fatto che “in Parlamento, a sinistra, sono scomparsi quasi del tutto i garantisti”.

Soprattutto, Boato s’interroga su un paradosso dell’attuale governo di larghe intese tra centrosinistra e centrodestra: “Premetto che non mi piace l’espressione ‘pacificazione nazionale’, ha un ché di troppo enfatico e di consociativo. Eppure è indubbio che per avere una vita politica normale, e a maggior ragione una grande coalizione, è necessaria la legittimazione reciproca dei due schieramenti. Questo lo deve avere chiaro anche Berlusconi, ma oggi è evidentemente un problema soprattutto per la sinistra. Del leader del centrodestra sono sempre stato un avversario, ma gli riconosco infatti il merito di essere stato sostenitore di un governo di larghe intese subito dopo il voto. D’altronde già nel 1998 aveva ipotizzato un percorso simile”. “Oggi però non vige il principio della normale alternatività tra maggioranza e opposizione, quello che vediamo all’opera nel confronto elettorale tra Cdu e Spd in Germania per esempio. L’altra sera ho visto tutto il duello televisivo tra Angela Merkel e Peer Steinbrück: sembra un altro mondo! Noi rimaniamo fermi a un antagonismo radicale – continua Boato – Si ragiona in termini di ‘devo eliminarti per poter governare’ e non di ‘devo batterti al voto’”. Un banco di prova per misurare l’auspicato cambiamento inizia il 9 settembre, quando si apriranno i lavori della giunta del Senato che deve decidere sulla decadenza di Berlusconi, condannato definitivamente per evasione fiscale: “L’idea che alcuni del centrosinistra hanno, cioè che questo passaggio parlamentare sia soltanto una presa d’atto, un gesto notarile, è totalmente sbagliata. E’ la Costituzione, all’articolo 66, a dire che le Camere ‘giudicano’. Ci sarà un’istruttoria, un contraddittorio e un diritto alla difesa da rispettare, se occorre anche la possibilità di attendere ulteriori giudizi da Corti europee o dalla Consulta. Bisognerà osservare, insomma, i principi del giusto processo. E personalmente trovo scandaloso che tanti membri della giunta, che ha funzione giurisdizionale, stiano già esternando sulle loro intenzioni di voto. Se si facesse la follia di attribuire al Parlamento una funzione meramente notarile, il potere politico dimostrerà ancora una volta la subalternità rispetto all’ordine giudiziario”.

Boato comunque non si attende chissà quale colpo di scena per le sorti di Berlusconi: “Prima o poi sarà costretto a uscire dal Parlamento, non subito il 9 settembre, magari qualche mese dopo”. Scusi però: a quel punto il problema della “legittimazione” dell’avversario non si porrà nemmeno, visto che in molti a sinistra auspicano di liberarsi di Berlusconi proprio sfruttando il decorso della vicenda giudiziaria, non trova? “La decadenza da senatore di Berlusconi non vuol dire che egli debba uscire dalla vita politica. Non ritengo che debba essere una vicenda giudiziaria a mettere la parola ‘fine’ allo scontro politico tra centrodestra e centrosinistra. Sarebbe una sconfitta per il centrosinistra”.
Il caso vuole, sostiene Boato, che presto si offrirà un secondo banco di prova per la politica, utile per capire se Berlusconi saprà rimanere in campo anche restando fuori dal Parlamento e se la sinistra lo legittimerà finalmente come avversario: i referendum radicali su cui, tra mille difficoltà, si stanno raccogliendo le firme. “I dodici referendum sono una mossa intelligente di Marco Pannella (che oggi dovrebbe vedere Enrico Letta, ndr), e firmarli tutti è stato un gesto intelligente da parte di Berlusconi. Che, va ricordato, fu il responsabile nel 1998 del fallimento della Bicamerale sulla riforma della Costituzione e quindi anche della giustizia. Ora però siamo nel 2013 e Berlusconi ha detto di aver firmato i quesiti, compresi quelli sui diritti civili con cui non è d’accordo, per dare agli italiani la possibilità di esprimersi in primavera con il loro voto. In questo modo, tra l’altro, per Berlusconi sarebbe un errore ancora più grave far cadere il governo, visto che questo confronto dovrebbe in quel caso essere rimandato. Tuttavia trovo terrificante l’idea che una parte della sinistra, della sua leadership e del suo popolo, come dimostrato per esempio dalla cacciata dei militanti radicali da una festa del Pd, sia disposta a non battersi per una serie di temi – alcuni dei quali storicamente le appartengono – soltanto perché anche Berlusconi ha deciso di firmare quegli stessi referendum. Sarebbe l’ennesima prova dell’erosione della cultura garantista a sinistra. Per usare la distinzione di Letta, si impedirebbe alla gente comune di dividersi sulla ‘politics’ mentre il governo si unisce su alcune ‘policies’. Insomma, tutto ciò equivarrebbe alla cancellazione di un confronto politico straordinario. Terrificante”.


La Costituzione dimenticata
di Sarina Biraghi
(da “Il Tempo”, 4 settembre 2013)

Sarà pure la Carta più bella del mondo, ma c’è chi la tradisce e non se ne preoccupa. Ha ragione l’ex presidente del Senato Schifani quando sottolinea l’incapacità di svolgere la funzione giurisdizionale assegnata dalla Costituzione ai membri della Giunta che dovranno votare la decadenza di Berlusconi da senatore.

Per questo Schifani ha chiesto al presidente del Senato Grasso di valutare la sostituzione di alcuni componenti della Giunta che hanno violato gli elementari principi di riservatezza anticipando sui giornali come voteranno malgrado la loro funzione obblighi al silenzio. Del resto si tratta di un voto segreto, di coscienza e non certo di «partito » come dimostrano gli ordini di scuderia lanciati da giorni. Al rifiuto netto di Grasso è arrivato l’ultimatum di Schifani: «Se il voto dovesse essere politico e quindi rispecchiare le distinzioni delle forze in campo la convivenza sarebbe impossibile. La legge Severino non è retroattiva. Chiederemo un voto di merito sulla non decadenza o in subordinata una devoluzione alla Corte costituzionale o alla Corte Europea ».

Il Pd, partito disunito su tutto, basta dare uno sguardo a Genova per rendersi conto di quello che sta succedendo o, peggio, di quello che succederà, non è stato mai così granitico (escluso Violante) sull’applicazione della legge Severino per mettere fuori dal Senato Berlusconi. Malgrado lo stesso ministro della Giustizia Cancellieri, abbia detto, proprio dalla festa del Pd, che la legge Severino merita una giusta riflessione dopo i rilievi fatti da troppi giuristi.
E non c’è convivenza nel governo che tenga. Neanche per grazia ricevuta.


I due doveri di Silvio Berlusconi
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 4 settembre 2013)

Tutto lascia credere che nel prossimo futuro un centrodestra deberlusconizzato per via giudiziaria da Silvio Berlusconi se la dovrà vedere con una sinistra definitivamente berlusconizzata dal leader carismatico, Matteo Renzi. Si calcola che da oggi al momento del confronto tra lo schieramento privato dai giudici della Cassazione del proprio leader storico e lo schieramento per la prima volta dopo Togliatti-Longo-Berlinguer tornato all’uomo solo al comando ci saranno un po’ di resistenze di vario genere. Dai tentativi del Pdl di prendere tempo sulla decadenza da senatore del Cavaliere alle ultime battaglie dei bersaniani contro l’avvento del “marziano” venuto dalla Dc al vertice della “ditta”.

Ma ben pochi mettono in dubbio l’esito del percorso. Che prevede la decadenza o le dimissioni da senatore di Berlusconi e la sua uscita dalla scena politica in cambio di una qualche grazia o commutazione di pena. L’elezione plebiscitaria di Renzi a segretario e a candidato leader della sinistra. E uno scontro elettorale dall’esito scontato visto che il centrodestra parteciperebbe senza leader con la sola speranza di contenere la sconfitta e la sinistra giocherebbe con un leader rampante e con la prospettiva non di vincere ma, addirittura, di stravincere.

Si può tentare di cambiare una prospettiva del genere? I venti di guerra che spirano nel Mediterraneo dicono che a breve non c’è alcuna possibilità di aprire una crisi di governo destinata a sfociare in elezioni anticipate entro la fine dell’anno. Berlusconi, tornato ad essere “falco”, potrebbe anche tentare una carta del genere. Ma dovrebbe mettere in conto non solo l’eventualità del Letta-bis con tutti quelli che lo vogliono vedere morto ma anche una ritorsione dei mercati sull’esempio di quanto avvenne nell’estate dello scorso anno e si è ripetuto nella settimana scorsa.

Si tratta, allora, di una prospettiva ineluttabile? Partendo dal presupposto che in politica nulla è ineluttabile come dimostrò a suo tempo la sorte della “gioiosa macchina da guerra” occhettiana, c’è da considerare un fattore che può stravolgere il percorso che sembra già segnato. Si tratta del “fattore Berlusconi”. Cioè del fatto che se per un verso il Cavaliere non può sottrarsi al dovere di subire le conseguenze della sentenza, per l’altro ha la possibilità di non sottrarsi al dovere politico di continuare a rappresentare quella massa di elettori che vedono in lui l’interprete delle proprie istanze e speranze. Ma come assolvere congiuntamente i due doveri subendo la sentenza ma non rinunciando alla leadership del centrodestra?

La risposta è nell’organizzazione del proprio schieramento e nella definizione del proprio ruolo. Cioè nel far partire congiuntamente non solo il progetto della nuova Forza Italia, ma anche quello del rassemblement o federazione di tutte le componenti dell’area della libertà e della solidarietà disposte a sfidare l’area del dirigismo populista di Matteo Renzi. Di ipotizzare per questo rassemblement un vertice collegiale formato dai responsabili delle diverse componenti. E, naturalmente, di conservare per sé una leadership politica che nessuna sentenza o altra persecuzione giudiziaria può azzerare. Mandela insegna!


Letto 1066 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart