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Un accanimento che umilia il diritto

13 Dicembre 2012

di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 13 dicembre 2012)

Piove sul bagnato. Quando un uomo cade in disgrazia, c’è sempre qualcuno o qualcosa che gli impedisce di rialzarsi. Alessandro Sallusti, direttore del Giornale fino a ieri, oggi non lo è più: sospeso dall’Ordine dei giornalisti per motivi tecnico-giuridici. Quindi non può assumere la responsabilità di una qualsivoglia pubblicazione. Queste sono le norme, la cui interpretazione è affidata a persone non infallibili e talvolta, forse, in malafede. Ma non abbiamo più voglia di polemizzare, sorvoliamo sul diritto e veniamo alla sostanza.
A Sallusti, com’è noto, la giustizia ha riservato un trattamento particolare: una condanna a 14 mesi di reclusione per un articolo giudicato diffamatorio. La diffamazione a mezzo stampa è un reato molto diffuso, commesso spesso da qualunque direttore e da numerosi giornalisti. C’è chi ha una copiosa collezione di condanne. Eppure, nonostante la legge preveda la galera (da uno a sei anni), da quando esiste la Repubblica italiana solo una volta un collega è finito in carcere, nel 1954: Giovannino Guareschi, il creatore di don Camillo che ispirò una serie felice di film. Uno scrittore di destra, guarda caso.
Tutti gli altri gazzettieri, pur riconosciuti colpevoli dal tribunale, se la sono cavata a buon mercato a prescindere dal fatto che avessero o meno dei precedenti specifici. Perché? I giudici, riconoscendo l’eccessivo rigore della legge, per oltre mezzo secolo hanno trovato il modo di applicarla dolcemente: una multa e via andare. Se una regola crudele viene aggirata per anni è ovvio che vada cambiata, se non altro per evitare che un magistrato se ne serva per colpire un imputato in particolare, suscitando il sospetto di avercela con lui.
In effetti – sarà una coincidenza – il secondo dopo Guareschi a essere stato condannato alla prigione (e unico in Europa, anzi nel mondo occidentale) è stato Sallusti, considerato (nella sentenza della Cassazione) incline a delinquere. Insisto: come mai negli ultimi 58 anni soltanto due giornalisti, entrambi di destra, sono stati privati della libertà per uno straccio di articolo? Il Parlamento, accortosi dell’enormità del verdetto pronunciato contro il responsabile (da ieri ex) del Giornale, si era subito impegnato a modificare la legge per abolire il carcere e fissare le modalità che restituissero comunque l’onore al diffamato. Quando la soluzione sembrava essere stata trovata, il provvedimento (che avrebbe allineato l’Italia agli altri Paesi europei) invece di essere approvato è stato bocciato per volontà di parecchi senatori ignoranti in materia giornalistica.
Cosicché Sallusti non è stato salvato e tutti i suoi colleghi continuano a essere a rischio: il loro destino dipende dalle toghe chiamate a giudicare le cause di diffamazione in cui sono imputati. Fin qui la storia è abbastanza nota, meritevole tuttavia di essere ricostruita allo scopo di raccontarne gli ultimi sviluppi. Come se non bastasse che Alessandro si trovi da dieci giorni agli arresti domiciliari, i meccanismi della burocrazia corporativa (medievale) si sono avviati e lo hanno stritolato con la tipica indifferenza di ogni organismo avente funzioni disciplinari.
Uno ha perso la libertà ingiustamente? Non importa. Occorre anche punirlo con pene «accessorie » (ma gravi). Quali? L’Ordine dei giornalisti, nella sua spietata asetticità, ha osservato alla lettera le proprie pandette, le quali recitano che un iscritto bastonato giudiziariamente debba anche essere disoccupato, quindi senza stipendio. In altre parole: la sospensione dall’albo (per una durata imprecisata) vieta a chi l’ha subita di esercitare la professione in qualsiasi forma. E qui siamo nell’assurdità: tutti i cittadini possono scrivere (retribuiti o no) sui giornali, tranne i giornalisti sospesi o radiati dall’Ordine. La Costituzione ridotta a strame.
Sallusti agli arresti non ha diritto di svolgere il suo lavoro benché il giudice di sorveglianza avesse disposto il contrario, consentendogli di usare il computer e il telefono. Di mantenere la carica di direttore responsabile non se ne parla neanche. Zero. Se Alessandro non avesse soldi per comprarsi da mangiare, morirebbe di fame. Peggio per lui, la Corporazione non scherza. Per fortuna è stata abolita la tortura, altrimenti qualcuno non esiterebbe a invocarla: solo per l’ex direttore del Giornale, s’intende.
Da questo racconto si evince la necessità, e l’urgenza, di riforme autenticamente liberali: abolizione dell’Ordine professionale, che limita la libertà di manifestare il pensiero e di scrivere a chi desideri farlo senza lacci e lacciuoli; cancellazione immediata dal codice penale della detenzione per i reati di diffamazione e opinione; introduzione dell’obbligo di rettifica secondo un protocollo in cui non si trascurino i tempi e le modalità di pubblicazione; fissazione dei risarcimenti in base a criteri oggettivi.
Per quanto riguarda Sallusti, la sua vicenda si commenta da sé. Siamo di fronte a un accanimento che ripugna alla coscienza. Lasciate in pace questo nostro collega, tiratelo fuori dal cul-de-sac in cui l’avete infilato, e fatelo lavorare. Per lui il Giornale è ragione di vita.


L’ultimo oltraggio: vogliono impedirmi di fare il giornalista
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 13 dicembre 2012)

L’Ordine dei giornalisti di Milano mi ha sospeso dalla professione e, non contento, ha aperto pure un procedimento disciplinare con il malcelato intento di radiarmi dalla professione.
A memoria, nessun giornalista condannato in via definitiva per diffamazione è mai stato sottoposto a un simile trattamento.

L’Ordine, contraddicendo le dichiarazioni pubbliche dei giorni scorsi di totale solidarietà, si trincera dietro la necessità di rispettare atti dovuti, comportandosi così come il peggior burocrate di Stato. La cosa non mi stupisce, conoscendo l’aria politica che tira da quelle parti. Semmai mi domando a che titolo e con che scopo il presidente nazionale Iacopino fosse fisicamente al mio fianco pochi giorni fa al Tribunale di Milano durante la prima udienza del processo per la tentata evasione.

Sta di fatto che colleghi a me sconosciuti sono riusciti a fare ciò che neppure magistrati sciagurati hanno avuto il coraggio di osare: impedirmi di scrivere ed esercitare la professione. Se pensano di spaventarmi o intimorirmi si sbagliano di grosso. Non mi fanno paura. Semmai si coprono di ridicolo loro e trascinano nella vergogna l’intera categoria: giornalista espulso per un articolo mai scritto.

Come diceva Sciascia, al mondo gli uomini si classificano in: uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaraquà. Bene, io provo con forza a rimanere nella prima categoria. I colleghi dell’Ordine dei giornalisti, e non solo loro, si distribuiscano pure dove meglio credono. Affari loro. La mia libertà non è nella loro disponibilità.


Sul caso Sallusti anche qui.


Chi ha fatto scendere gli spread?
di PierGiorgio Gawronski
(da “il Fatto Quotidiano”, 12 dicembre 2012)

La domanda è importante perché – contrariamente a quanto sostiene  Silvio Berlusconi  â€“  gli spread  ci stavano divorando. (In realtà,  lo stanno ancora facendo, però  più lentamente: ma questo è un altro discorso). Sulla questione degli spread si misura una parte importante della valutazione delgoverno Monti, e delle strategie future proposte dai partiti.

Ho già illustrato  come le  politiche di austerità (con sorpresa di Monti)  abbiano peggiorato gli andamenti tendenziali 2012 e 2013 (stimati dal governo il 6/12/11 e il 19/4/12) di tutti gli indicatori economici:  deficit,  debito  pubblico,  Pil,  redditi,  disoccupazione, Pil potenziale (= crescita futura). Su tutte queste variabili ormai la discussione è chiusa: ci sono i dati. Perciò il Presidente del Consiglio si aggrappa al calo degli spread. Perché è vero: gli spread sono calati, dai massimi di Novembre 2011 e Luglio 2012. Se fosse merito di Monti, o delle sue politiche di austerità, non sarebbe poco.

Monti è arrivato: gli spread si sono fermati e, dieci mesi dopo, sono calati. Ma la causalità è tutta da dimostrare. In realtà, quando Monti ha varato le sue politiche gli spread non sono scesi: hanno continuato a salire! È successo a fine Novembre, mentre il Parlamento approvava la  manovra ‘salva Italia’, e di nuovo fra Aprile e Luglio, dopo le  ‘riforme strutturali’. È stato  Draghi  a piegare gli spread. Nel primo bimestre del 2012, la Bce inondò i mercati di liquidità: come avevo previsto, i risultati furono effimeri. In estate, Draghi utilizzò le parole (giuste) al posto dei soldi e, come avevo previsto, i risultati furono meno effimeri.

Monti ha avuto un ruolo non secondario nell’accordarsi con la Bce e – contrariamente a Berlusconi – nel rispettare i patti. Inoltre, ha fatto anche manovre ad di  finanza  pubblica  impatto differito. Potrebbe limitarsi a questo. Ma no! Monti vuole salvare l’idea dell’austerità, l’Agenda Monti, le regole balorde di un’Eurozona  da rifondare. I dati economici hanno confutato le sue previsioni? Dunque  le sue teorie  sono in frantumi? Persino il  Fmi certifica che l’austerità  hic et nunc  è  un errore madornale? Tanto che neppure la  Commissione  Europea  si azzarda a chiederci nuove manovre correttive (a fronte della debacle dei conti pubblici)?! Però ‘l’austerità almeno ha ridotto gli spread’. Ma è vero?

Dice Monti : ‘Se fosse solo merito della Bce, come mai in Agosto-Ottobre 2011 la Bce pur intervenendo non è riuscita a far calare gli spread, mentre in Gennaio-Marzo 2012 ci è riuscita?’ Risposta: nel primo caso la Bceha speso 200 Mld., nel secondo caso sei volte tanto. Ma aggiunge Monti, sottile: ‘Nel 2011 gli spread dell’Italia erano superiori a quelli della  Spagna, oggi sono inferiori. Eppure la Bce è sempre la stessa per i due paesi. Perciò al netto della Bce, almeno il miglioramento rispetto agli spread spagnoli è dovuto alle nostre politiche’. Eh sì. Sottile. Ma sofistico. Quale dei due paesi ha fatto la maggiore austerità? La Spagna. Se l’austerità riducesse gli spread, la Spagna avrebbe dovuto aumentare il suo vantaggio sul”Italia, non viceversa. Il ragionamento di Monti dimostra dunque il contrario di quello che il premier sostiene: l’austerità (in quanto  peggiora  le condizioni di finanza pubblica) fa salire gli spread (al netto della funzione di reazione della Bce).

Riassumendo, nella vicenda degli spread il governo Monti ha  due  meriti:  (1)  aver inflitto dosi di austerità inferiori, rispetto a Spagna e  Grecia;  (2)  aver ottenuto l’intervento della Bce. Ma quanto abbiamo osservato sui mercati finanziari non riabilita affatto le politiche di ‘austerità ad impatto immediato’ in depressione economica; né l’Agenda Monti; né la condizionalità pro-ciclica di Draghi.  E  allora, restano solo gli artifizi verbali del Presidente del Consiglio (parla di ‘rallentamento’ della crescita, quando è pura decrescita; si attribuisce meriti sugli spread superiori a quelli reali); la timidezza di Bersani  e  Hollande  e gli annunci di un avvenire migliore, sempre  rinviato.


La trappola del Cavaliere
di Claudio Sardo
(da “l’Unità”, 13 dicembre 2012)

Un Berlusconi disperato cerca di avvelenare i pozzi. Dopo aver detto che Monti ha provocato danni al Paese, aumentato inutilmente le tasse, ceduto ai diktat di Merkel e anche a quelli di Camusso, ieri ha annunciato nientemeno di essere pronto a ritirarsi in favore di Monti, se questi deciderà di candidarsi premier. Non solo. Dopo aver dichiarato guerra ai centristi, e scomunicato chi nel Pdl cercava sponde moderate, ieri è arrivato a dire che sarebbe disposto a rinunciare persino a favore di Luca di Montezemolo.

La verità è che il Cavaliere non sa più come arginare l’ondata di discredito e di sfiducia che lo sta travolgendo. I leader del Partito popolare europeo lo detestano e non vogliono più avere a che fare con lui: lo dicono pubblicamente, come mai finora era accaduto. I sondaggi, a differenza del passato, mostrano il declino del suo carisma e un gelido disinteresse per la nuova «discesa in campo ». E pure la Lega, la sponda populista che Berlusconi riteneva sicura, gli volta le spalle: è pronta ad applaudire la svolta anti-europea del Pdl ma pone la condizione che il Cavaliere non si faccia vedere, neppure in cartolina.

Berlusconi non sa come uscire dal vicolo cieco. L’atto politico che Mario Monti ha compiuto, marcando l’incompatibilità tra la svolta a destra del Pdl e la prospettiva europeista dell’Italia, ha privato Berlusconi non solo di una bussola ma anche di una legittimazione esterna. L’approdo nel Ppe fu alla fine degli anni 90 la leva della rimonta berlusconiana. Oggi la sua «espulsione » segna la fine ingloriosa del ciclo. Per questo nel Pdl c’è un fuggi fuggi.
Da qui la sortita di ieri. Dove la contraddizione politica rasenta il ridicolo. Monti sta dicendo al mondo che Berlusconi, dopo aver portato il Paese sull’orlo del baratro, ora cerca di impedirne il salvataggio. E Berlusconi, dopo aver sfidato esplicitamente il premier, tira fuori da un cilindro bucato la promessa del suo pieno sostegno. Se Monti, con l’annuncio delle dimissioni, ha delineato – come ieri scriveva Michele Prospero – un nuovo bipolarismo tra l’area della ricostruzione nazionale e i vari populisti anti-europei, il Cavaliere ha cercato ieri di mescolare le carte. Fuori tempo massimo ha provato a rilanciare il fallimentare bipolarismo della Seconda Repubblica: da un lato un centrodestra senza confini a destra, dall’altro un centrosinistra additato come irresponsabile e passatista. Visto che non può più farsi vedere in giro, prova a marchiare con le sue insegne un Monti o qualcun altro, sempreché stiano al gioco.

Ma è ragionevole pensare che non ci caschino. Se prima della ri-discesa in campo Berlusconi aveva avuto qualche contatto con Montezemolo, adesso le convenienze sembrano cambiate anche per mister Ferrari. È vero che il discorso per Monti può essere diverso: non perché sia più fesso di Montezemolo, ma perché è molto più forte e potrebbe pensare di candidarsi nonostante la zavorra del sostegno di Berlusconi. Potrebbe ritenere la propria credibilità internazionale in grado di annullare qualunque parola o gesto del Cavaliere.

Eppure sarebbe per Monti un gravissimo errore. Perché, anche se Berlusconi fosse davvero completamente irrilevante – e questo non è, come ha dimostrato lo stesso premier con le sue clamorose dimissioni – Monti sarebbe costretto a giocare nel campo disegnato da Berlusconi, quello della seconda Repubblica, vanificando di colpo la transizione avviata dal suo governo. Non sarebbe più Monti al centro di un’area europeista, composta dal centrosinistra e dai moderati, ma verrebbe sospinto in uno spazio dove convivono pulsioni populiste e antieuropee. E le conseguenze negative di una simile scelta rischierebbero di riprodurre anche nel campo avverso quell’inquinamento che le primarie invece sono riuscite a ripulire.

Monti è il premier di una transizione. Dell’avvio di una ricostruzione. Che ora ha bisogno di un nuovo impulso politico-elettorale. Farebbe un danno all’Italia se, candidandosi in prima persona, spezzasse quella preziosa convergenza che è riuscito a costruire. Darebbe comunque a Berlusconi una vittoria. Invece è nel lavoro comune degli europeisti fedeli ai valori della Costituzione che si deve andare avanti nel dopo Monti. Pensiamo che sia questa la vera vittoria politica del premier.


Ingroia: “Caro Bersani, farete piazza pulita delle leggi ad personam?”
di Antonio Ingroia
(da “MicroMega”, 13 dicembre 2012)

Caro Pierluigi Bersani,

leggo su tutti i giornali, da mesi ormai, la Sua probabile vittoria come premier candidato dal centrosinistra alle prossime, ormai imminenti, elezioni politiche, e non posso sinceramente che augurarglielo ed augurarmelo, specie a fronte del profilarsi all’orizzonte dell’ennesima candidatura di una vecchia e nefasta conoscenza degli italiani, Silvio Berlusconi, artefice del disastro economico-finanziario, politico-istituzionale e etico-morale in cui è precipitato il Paese in questi ultimi anni. Un sisma che ha divorato dall’interno l’economia, ma anche l’anima del Paese. Un Paese che rischia di restare per sempre senza anima e senza futuro, futuro che pertanto potrebbe essere fra qualche mese nelle Sue mani. Cosa che, da una parte, mi rasserena per i rischi che pesano sull’altro piatto della bilancia, ma che, dall’altra parte, non mi tranquillizzano del tutto.

E sa perché, pur avendo stima della Sua persona e pur essendo certo della Sua buona fede, non mi sento né tranquillo né tranquillizzato? Perché, al contrario, di molti italiani, ho esercitato in questi anni di rimozione, il vizio della memoria. Che non è solo un vizio, è anche un gusto. Il gusto della memoria, che ti consente di sentire la storia, di apprezzarla, di farne un’esperienza ed una ricchezza. Ebbene, esercitare il gusto della memoria mi consente di sentire anche il retrogusto amaro della delusione. La delusione delle tante occasioni mancate, le tante occasioni che altre coalizioni di governo di centrosinistra hanno perduto negli anni passati, appena giunte alla prova del fuoco. Quando si trattava di cambiare l’Italia, di imprimere una svolta ad un Paese, a volte stanco e sfiduciato, ma ugualmente pronto, generosamente, a credere nel cambiamento. Una fiducia nel cambiamento troppe volte frustrata anche dall’incapacità che, per ragioni che sarebbe inutile esaminare qui ed ora, il centrosinistra ha dimostrato in passato proprio su questo terreno cruciale, quello del suo dna quale forza di progresso.

Io sono un cittadino ed un magistrato. Non rappresento nessuno se non me stesso, ma ho la fortuna di portare con me, in Italia come in Guatemala, un bagaglio di valori, idee e principi, che ritengo di condividere con molti italiani, i tanti “partigiani della Costituzione” che per fortuna affollano ancora ogni angolo del nostro territorio nazionale. E che, sconsiderati o appassionati che siano, credono ancora nella possibilità di cambiare in meglio il nostro Paese.

E quindi mi rivolgo a Lei, con l’umiltà ma anche con l’autorità che mi deriva da questo duplice ruolo di cittadino “partigiano della Costituzione” e di magistrato che discende da una generazione di uomini di Stato che hanno dato un contributo, anche di sangue, alla lotta contro i poteri criminali, per la giustizia e l’eguaglianza di tutti gli italiani, e quindi alla crescita della democrazia. E’ solo in virtù di questo che mi permetto di porLe anche alcune questioni ed interrogativi a cui spero vorrà rispondere, non a me, ma agli italiani indecisi ancora se votarLa come futuro premier.

Perché dico che l’Italia sta diventando un Paese senz’anima? Perché l’anima del Paese è la sua Costituzione, specie in un caso come il nostro, dove la carta dei principi fondamentali è densa di così tanti valori promotori di “diritti progressisti”. E questa Carta dei Valori e dei Principi troppe volte è stata sfregiata, mortificata, umiliata. I cittadini sono più poveri di diritti, a partire dal principio dei principi, a fondamento di tutti gli altri in uno Stato democratico, il principio di eguaglianza, che necessita di essere ripristinato, formalmente e sostanzialmente. E per ripristinarlo occorrono alcuni provvedimenti urgenti, che dovrebbero essere i primi da approvare da una coalizione governativa che voglia davvero cambiare le cose. A cominciare dalle leggi ad personam, che a decine sono state approvate negli ultimi anni. Un’intollerabile legislazione di privilegio che ha creato praterie di impunità per i potenti, ma soprattutto ha mortificato il principio di eguaglianza dei cittadini.

Le chiedo, la maggioranza da Lei guidata vorrà abrogare, tutte, senza esclusione alcuna, le leggi ad personam fino ad oggi approvate? Ed ancora, per parlare ancora del diritto penale, materia che mi è più congeniale per la mia passata esperienza, nel diritto anglosassone c’è un reato molto grave, l’ostruzione della giustizia, ampiamente praticata, e con successo, nel nostro Paese. Perché non introdurla anche in Italia, con pene altrettanto severe, così ampliando la figura attualmente vigente, ma inadeguata, dell’intralcio alla giustizia?

E perché non punire, finalmente, il mercato dei voti fra candidati in campagna elettorale e mafie e lobby illegali di ogni tipo e genere? Cominciando col sanzionare seriamente lo scambio elettorale politico-mafioso, oggi solo apparentemente punito dall’attuale formulazione dell’art.416-ter del codice penale, che invece è garanzia di impunità? E perché ancora ignorare l’incriminazione dell’autoriciclaggio che consente ai colletti bianchi riciclatori di professione di farla franca?

Ho fatto solo degli esempi minimi, ma c’è da affrontare il tema più importante del nostro Paese dentro una crisi profonda, etica ed economica. Due aspetti niente affatto indipendenti. Un Paese senza un’etica e senz’anima, come ho detto prima, un Paese senza passione, non può uscire dalla crisi dove si trova. Una crisi che perciò rischia di divenire un coma irreversibile, che non può essere curato da un medico dalle ottime cognizioni tecniche ma che, privo di passione per la giustizia e l’eguaglianza, può essere disposto, come l’attuale Premier Monti, a salvare una parte dell’organismo lasciando andare in cancrena gli organi ritenuti “meno nobili”, i deboli ed i senza diritto che in Italia oggi sono sempre più poveri e meno tutelati.

Bisogna cambiare pagina. E se si vuole la crescita dell’economia bisogna attaccare, alle radici e senza tregua, l’economia dell’illegalità, perché il “sistema Italia” è strangolato da mafie e corruzione, la vera palla al piede, la zavorra che impedisce alla nostra economia di crescere. Che respinge gli investitori esteri, che penalizza gli operatori economici puliti, che priva i lavoratori dei loro diritti. Solo se il prossimo Governo, caro Bersani, riuscirà davvero ad uscire dalla logica della convivenza col sistema politico-economico della illegalità, si potrà imprimere una spinta per la crescita.

Premiare l’economia della legalità e confiscare i patrimoni illeciti, tutti ed in fretta. I patrimoni della mafia e dei colletti bianchi suoi complici. E le ricchezze dei corrotti. Restituire il maltolto all’Italia della legalità. Non attraverso belle dichiarazioni di principio, ma attraverso provvedimenti concreti che ripristinino ciò che è stato distrutto negli anni della rottamazione berlusconiana del diritto penale e che costruiscano un diritto propulsivo dei diritti e della crescita economica nella legalità. Anche e non solo attraverso aggiornati strumenti operativi e legislativi dentro nuovi testi unici normativi, antiriciclaggio e antimafia.

Insomma, c’è molto da fare e si può fare. Si può cambiare l’Italia. Si possono creare le premesse per un autentico rinnovo della classe dirigente, recidendone i legami col sistema criminale integrato delle mafie e della corruzione che ha schiavizzato e sfruttato il Paese. Occorre una nuova Liberazione. La liberazione dalle cricche, dalle caste e dalle mafie. Lo potrà e lo vorrà fare davvero la compagine governativa che vuole guidare, caro Bersani, al contrario di quanto non si sia fatto in passato?


Assolto Aldo Busi contro Veronica Lario, qui e qui.


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Bart