Non ho mai avuto simpatia per Dario Fo, soprattutto perché, da cattolico quale io sono, non ho mai condiviso gli sberleffi che nelle sue opere sono indirizzati alla Chiesa e a Dio. Secondo me, un artista dovrebbe evitare di sbeffeggiare le divinità, per il rispetto che si deve all’intimo di ogni uomo.
Ma stamani, al funerale della sua sposa, Franca Rame, è stato grande. L’ho ammirato. Non ho mai assistito ad un ossequio impregnato di così grande arte reso ad una sposa.
Mai una lacrima, mai un segno di dolore o di disperazione, ma l’esaltazione del dono divino dell’arte davanti alla compagna della propria vita.
Se, come credo, esiste l’Aldilà, Franca Rame ha potuto rendersi conto che non avrebbe potuto ricevere ed apprezzare un omaggio più superbo e supremo.
Non è tanto il Ciao finale, prolungato, che stupisce, ma la consustanzialità del gesto artistico verso colei che per tutta la vita ha condiviso con lui l’amore per l’arte e per il teatro.
Dario Fo è stato all’altezza dei grandi geni. Ha commemorato la propria sposa come l’uomo che non la lascia, di fatto, andare fuori della sua vita. Il Ciao è un saluto che contiene un Arrivederci a presto, come se a dividerli fosse una tournée in località differenti, e che presto ritornerebbero insieme, uniti nella loro passione creativa per nuovi testi e nuove armonie.
D’ora in avanti starò più attento ad esprimere un giudizio su quest’uomo, che ha rivelato un così grande rispetto amoroso per la sua sposa, tanto da innalzarla all’immortalità dell’arte, così come Jacopo della Quercia fece per Ilaria del Carretto, edificandone il monumento destinato a ricordarla per sempre.