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Un interessante scritto inedito del Giudice Romano Canosa (1935-2010)

27 Ottobre 2011

di Marco Cavallotti
(da “il legno storto”, 26 ottobre 2011)

Romano Canosa è stato un importante magistrato   del Tribunale di Milano sezione lavoro. Le sue sentenze sono state fondanti di un nuova cultura della giustizia italiana nel campo delle relazioni industriali. Canosa per molti anni fu uno dei riferimenti più autorevoli del gruppo milanese di Magistratura Democratica nell’ambito della Associazione Nazionale dei Magistrati.  

Romano Canosa morì a Ortona il 7 agosto 2010 e i suoi amici hanno dato vita a una Associazione Romano Canosa per gli studi Storici che valorizzi l’opera del Canosa storico. Ma qui ci interessa un aspetto del suo pensiero, assai più vicino alla sua attività di Magistrato.

Sul sito della Associazione Romano Canosa si trova infatti pubblicato un documento inedito scritto nel 2004 nel quale Canosa percorre la vicenda di Md con particolare attenzione al graduale processo di “politicizzazione” del manifesto originale. Il documento è preceduto da una introduzione dei responsabili della Associazione forse troppo preoccupati che la lettura attuale dello scritto del 2004 possa avere un sapore diverso dalle intenzioni dell’autore – a confermarci in questa ipotesi il cortese rifiuto pervenutoci a giro di posta di autorizzazione alla ripubblicazione del saggio breve in questione, che continua a sembrarci meritevolissimo di una rilettura e di una seria e serena discussione.

Anche tenendo presente la preoccupazione degli estensori della premessa, lo scritto di Romano Canosa è una profetica e severa indicazione del pericolo che la scelta politica di Md avrebbe comportato e vale la pena leggerlo e riflettere anche alla luce di quello che sta attualmente succedendo al sistema giudiziario italiano.

Ecco il link al documento di Romano Canosa:

DALLA CLASSE ALLA CORPORAZIONE


Lo strano cammino di Magistratura Democratica dalle origini ad oggi.

Saggio inedito, Milano, 2004.

Altri articoli

Nel saggio succitato di Romano Canosa si legge:

“Quando il sistema politico nella sua totalità ha dato l’impressione di volersi muovere per impedire che il “decisionismo democratico” travolgesse ogni barriera, M.D. ha innalzato una nuova bandiera, da lei fino a quel momento trascurata (anche perché non molto armonizzabile con la sua politica delle origini), e cioè quella, corporativa, della difesa ad ogni costo della autonomia e della indipendenza, ritenendo, non a torto dal suo punto di vista, che questo era l’unico modo per difendere quelle prassi. La comparsa di Silvio Berlusconi sulla scena politica, le sue vicende giudiziarie e la durezza con la quale l’attuale premier si è difeso dentro e fuori i processi hanno fatto il resto, rendendo l’operazione “democratico-corporativa”, già avviata all’inizio degli anni Novanta e conclusasi allora trionfalmente per la magistratura, ancor più credibile sia sul piano interno che su quello esterno, inducendo molti a dimenticare le “sollecitazioni” che la stessa, per avere successo, era stata costretta a fare al sistema normativo esistente.
Si pensi, ad esempio, al ricorso alla carcerazione preventiva per ottenere confessioni e chiamate di correo; all’uso dei “pentiti” ed alle manifestazioni di trionfalismo ogni qual volta essi avessero pronunciato i nomi di Giulio Andreotti e di Silvio Berlusconi; alla difesa del principio illiberale della non necessità del contraddittorio dibattimentale; al sapiente uso delle indiscrezioni giornalistiche al fine di “rafforzare” le indagini nella fase istruttoria o addirittura alle critiche rivolte dai pubblici ministeri ai tribunali che avevano assolto i “loro” imputati; alle accuse al sistema politico nella sua totalità; alle esternazioni contro governi ritenuti “nemici” in occasione di cerimonie istituzionali, alla creazione per via giurisprudenziale di nuove ipotesi di reato (il concorso esterno in associazione mafiosa ad esempio) e via discorrendo. Su tutti questi argomenti, che pure sono stati al centro dell’attenzione anche di giuristi sicuramente “non sospetti”, Magistratura Democratica ha sempre mantenuto un assordante silenzio. Mai infatti nessuna voce si è mai alzata per invitare ad abbassare i toni, a ricordarsi che la giustizia è un servizio pagato da tutti e da rendere a tutti allo stesso modo, senza dividere il mondo in “amici” e “nemici”, (i quali ultimi avrebbero tutto il diritto di protestare qualora, schierati in un certo modo, fossero chiamati a comparire davanti a giudici, ufficialmente e pubblicamente schierati in modo diverso) e ad una interpretazione delle norme che ponesse sullo stesso piano eguaglianza e libertà e non fosse invece totalmente sbilanciata a favore della prima.”

….

“Magistratura Democratica non identifica più i suoi “nemici” in modo indifferenziato (e con parole tutto sommato così generiche tali da poter essere digerite da tutti, sol che abbiano un minimo di buonsenso), ma opera in modo selettivo.
Non più tutta la classe politica va guardata con il disfavore del passato, ma soltanto una parte di essa, contro la quale, come abbiamo visto nelle pagine precedenti, il gruppo scaglia i suoi anatemi. E poco gli importa che questa “parte” sia quella che, ottenuta la maggioranza nelle elezioni, stia attualmente con piena legittimità al governo del paese. Per il che si assiste ad un fatto più unico che raro nella storia delle democrazie rappresentative: i giudici, i quali, per definizione, dovrebbero essere al di sopra ed indifferenti alle parti che si contendono i consensi sul piano politico, si schierano con estrema decisione contro una di queste, definita come pericolosa, poco onesta, illiberale, partito-azienda e che più ne ha più ne metta.
In questo modo Magistratura Democratica va molto al di là della tendenza, che pure è diffusa in tutti i paesi di democrazia liberale, dei giudici ad allargare i loro poteri a scapito dì quelli politico ed amministrativo e si pone essa stessa come una guida politico-giudiziaria per l’intero paese.
Questa scelta, di giocare un ruolo politico in prima persona, potrà sembrare a qualcuno “entusiasmante” ed innovativa. Alla lunga, tuttavia, essa non potrà non rivelarsi per quella che realmente è, vale a dire un uso improprio dell’ associazionismo giudiziario a fini politici, uso che nessun sistema politico è in grado di tollerare, neppure uno come quello italiano, da tempo abituato a convivere con più di una contraddizione. Se poi questo uso improprio politico da parte del gruppo si salda, come è avvenuto, nella coscienza dei cittadini prima che nella realtà, con il sospetto di un uso improprio da parte di magistrati aderenti al gruppo, della loro azione professionale contro coloro che lo stesso gruppo ha nella sua pubblicistica provveduto ad identificare come “avversari”, allora i rischi diventano ancora più gravi. Un comportamento del genere potrebbe infatti portare, in ipotesi estrema, ad una vera e propria rottura costituzionale, con tutto quello che ne conseguirebbe, non esclusi moti di piazza.
Su questo Magistratura Democratica dovrebbe riflettere a fondo. Se non dovesse farlo e dovesse invece continuare sulla strada sin qui seguita del “corporativismo antagonistico”, essa potrebbe a buon diritto essere considerata un pericolo per lo stesso sistema democratico-rappresentativo nel quale la grandissima maggioranza degli italiani aspira a continuare a vivere.
Romano Canosa
Magistrato
Milano, 2004″


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Bart