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Un macigno sulla strada di Bersani

11 Marzo 2013

di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 11 marzo 2013)

Ci sono porte che si chiudono, porte che vengono sbattute e porte che non erano mai state aperte. Quella di Beppe Grillo, per esempio, non si era mai nemmeno socchiusa, nonostante il bussare insistente del Pd. E invece per una settimana si è voluto far finta di credere (o di far credere) che l’ipotesi di un governo Bersani-Grillo – viene da sorridere al solo scriverlo – fosse una ipotesi, come si dice, in campo. Non lo era, e non lo è: e la giornata di ieri, con Grillo che annuncia l’addio alla politica se il M5S darà la fiducia «a chi ha distrutto l’Italia », e i capigruppo grillini di Camera e Senato che chiudono alla possibilità perfino di prendere un caffè «con quelli che ci hanno portati fin qui », dovrebbe averlo chiarito con sufficiente nettezza.

Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio e le schiere di parlamentari arrivate a Roma sull’onda di uno tsunami che continua a produrre effetti, non sono spendibili (perchè non intendono esserlo) nella soluzione del complesso ingorgo politico-istituzionale che è di fronte al nuovo Parlamento.

Saggezza e senso di responsabilità consiglierebbero, dunque, di guardare in faccia alla situazione con maggior realismo, così da concentrarsi – finalmente – sulle due opzioni rimaste in campo. La prima: un governo di un qualche tipo che – sostenuto dai voti di Pd e Pdl – vari una nuova legge elettorale e porti il Paese al voto presumibilmente con le europee della prossima primavera; la seconda: elezioni subito (cioè già a giugno) con la prospettiva, però, che – aperte le urne – ci si ritrovi poi di fronte a una situazione sostanzialmente identica a quella attuale…

Comunque sia, la giornata di ieri ha cambiato le carte in tavola, consegnando al Presidente della Repubblica una matassa difficilissima da sbrogliare. Pesano, naturalmente, le difficoltà oggettive determinate da un voto che non ha prodotto maggioranze in grado di governare; ma pesano anche gli impacci – per usare un eufemismo – che frenano l’azione dei tre leader che dovrebbero indicare la via da imboccare. Silvio Berlusconi, per esempio, non ha nemmeno avuto il tempo di gioire per lo scampato disastro elettorale, che si è ritrovato sballottato tra aule di tribunale e corsie d’ospedale, per i suoi vecchi e nuovi guai giudiziari; Beppe Grillo, invece, ha certo avuto il tempo di esultare, salvo poi realizzare che il successo elettorale gli consegnava responsabilità politiche che non vuole o non è in grado di affrontare. E Pier Luigi Bersani, infine, ha subito un colpo così inatteso – e che lo ha così duramente provato – che ancora si attende di capire quale sia la via che intende davvero perseguire.

Non si può credere, infatti, che il leader del Partito democratico pensi sul serio che l’ipotesi di un governo con Beppe Grillo sia realmente percorribile (e se lo credeva, in ogni caso, da ieri può metterci una pietra sopra). È all’interno dello stesso Pd, del resto, che molti pensano che il segretario sia già concentrato sul suo personalissimo «piano b », che prevede un rapido ritorno alle urne. I più maliziosi, anzi, si spingono addirittura a ipotizzare che proprio le elezioni anticipate già a giugno siano – da subito dopo il risultato del voto – il vero «piano a » del segretario: i tempi stretti, infatti, renderebbero difficili nuove primarie, rinvierebbero a tempi migliori l’inevitabile «regolamento di conti » con Matteo Renzi e gli consegnerebbero quasi automaticamente una nuova chance di guidare da candidato premier il centrosinistra anche alle prossime elezioni.

Si vedrà se le cose stanno così. Alcuni segnali, però, lo lascerebbero credere. Chiuso in una sorta di «torre d’avorio », è giorni che Pier Luigi Bersani ha scarsissimi contatti con i dirigenti del suo partito: chi vuole parlare con lui, deve per ora accontentarsi dei fidati Errani e Migliavacca. «Ho capito – dice polemicamente Matteo Orfini – che dovrò chiedere a Crimi, capogruppo Cinque Stelle, quali sono i nomi che il Pd indica per le presidenze di Camera e Senato… ». Già, le presidenze: cioè il primo impegno istituzionale di fronte al nuovo Parlamento (si inizia a votare venerdì).

Circolano molte ipotesi confuse, ma una pare essere diventata più forte delle altre: offrire la presidenza del Senato ai centristi di Monti e tenere quella della Camera per Dario Franceschini. Non è un’offerta che allarga la maggioranza, certo; né può esser considerata una «cortesia istituzionale » rivolta all’opposizione (o a una significativa forza di opposizione). Ma somiglia molto, invece, a una sorta di patto pre-elettorale: per portare il Partito democratico al voto il prossimo giugno forse ancora con Nichi Vendola, ma ancor più certamente – stavolta – da alleati con Mario Monti…


Silvio Berlusconi
di Gianni Pardo
(da “il Legno Storto”, 11 marzo 2013)
(un eccellente e lucido ritratto. bdm)

Un corrispondente della cui serenità, intelligenza e benevolenza nei miei confronti non ho nessuna ragione di dubitare, mi “accusa” di difendere Silvio Berlusconi. Il suo giudizio sull’uomo è pessimo e gli risulta incomprensibile che qualcuno possa prenderne le difese. Viceversa io non sono meravigliato della sua posizione. Infatti egli vive da molto tempo all’estero e all’estero da un lato non capiscono niente – anzi, non hanno mai capito niente – della politica italiana, dall’altro seguono la stampa di sinistra e i fatti li annusano piuttosto che studiarli.

Che uno straniero possa vedere qualcosa di positivo in Berlusconi sarebbe tanto strano quanto era strano, nel 1958 e negli anni seguenti, che uno straniero vedesse qualcosa di positivo in De Gaulle. Per gli italiani del tempo – a rimorchio della sinistra francese – De Gaulle era un incrocio tra un dittatore e un pagliaccio tronfio e bigotto che voleva giocare al Re Sole. La Bibbia, in materia, era il “Canard Enchaîné”. Se uno – il sottoscritto – si permetteva di obiettare, era guardato con compatimento.

Dunque, senza avere l’intento di convincere chicchessia, ma solo per il piacere di spiegarmi, dirò ciò che effettivamente penso di Berlusconi, distinguendo in lui l’imprenditore, il politico, l’imputato e l’uomo privato.

L’imprenditore è un genio. Una sorta di Re Mida, negli affari. Ha guadagnato somme enormi dove altri erano falliti. Per esempio, Rusconi gli vendette Retequattro perché ci perdeva. I meriti di chi ha creato un impero economico possono essere negati solo per miope e sciocca invidia. È vero che qualcuno sospetta, sotto questo successo, loschi maneggi, appoggi politici, comportamenti privi di scrupoli e ogni sorta di sotterfugi, motivando tutto ciò con la semplice affermazione che “in Italia nessuno può arricchirsi onestamente”. Dunque, se Berlusconi si è arricchito, non può che averlo fatto disonestamente. Il ragionamento – quand’anche fosse valido – non varrebbe un soldo.

In primo luogo, se in Italia ci si potesse arricchire solo disonestamente, la colpa non sarebbe dei ricchi ma del sistema. Di un Paese che non potrebbe più dirsi libero. In secondo luogo, se la regola valesse per tutti i ricchi, invece di biasimare per questo il solo Berlusconi bisognerebbe biasimare tutti i grandi nomi dell’economia e nominarlo al quindicesimo, al ventesimo posto, tanto per dimostrare la propria imparzialità. Ma ciò non avviene. Mai. Dunque è un argomento ad personam che, come detto, non vale un soldo. Fra l’altro, ad essere logici, non bisognerebbe mai dire “un imprenditore disonesto”, ma semplicemente “un imprenditore”, visto che disonesti lo sarebbero tutti. Questo è un argomento per comari.

Il politico Berlusconi ha realizzato imprese mai viste in Italia e raramente viste altrove o in altri tempi. Quest’uomo ha una tale capacità di fiutare l’aria, di capire il popolo e di organizzare un’azione collettiva, da essere riuscito a passare da personaggio quasi sconosciuto nell’estate del 1993 a Primo Ministro nel marzo del 1994. In seguito è stato altre volte Primo Ministro, e l’unico capace di rimanere tale per tutta una legislatura. Insomma ha dominato la vita pubblica italiana per vent’anni. Soprattutto è stato la più grande diga contro la sinistra, che lo ha ripagato con un odio implacabile.

Che la sua azione sia stata un bene o un male, per la nazione, è materia opinabile: ma lo è per lui come per chiunque altro. Luigi XIV, con le sue spese folli e le sue guerre, è la causa lontana della Rivoluzione Francese. Napoleone è stato stramaledetto da molti, ai suoi tempi, e l’ardua sentenza non si è ancora avuta. Churchill non fu rieletto, dopo che ebbe vinto la Seconda Guerra Mondiale. Di De Gaulle si è detto. Margareth Thatcher ha salvato l’Inghilterra da un’interminabile decadenza e tuttavia ancora oggi è universalmente disprezzata dalla sinistra europea (salvo quella inglese, si pensi a ciò che ha detto Tony Blair). Figurarsi se non si può essere contro questo signore che le critiche, in qualche modo, sembra cercarsele. E comunque non bisogna mai dimenticare che la ragione fondamentale del voto per lui non è tanto un apprezzamento personale, quanto la paura del contraltare. È la pessima qualità della sinistra italiana e dei suoi programmi la ragione vera del suo successo.

Per quanto riguarda la sue vicende giudiziarie, lo strumento di valutazione è il calcolo delle probabilità. Se di uno sconosciuto ci dicono che è accusato di qualcosa, nell’assoluta ignoranza non possiamo che dare al 50% la sua colpevolezza. Se però lo stesso sconosciuto è già stato condannato due volte e viene di nuovo accusato, le probabilità della colpevolezza supereranno certamente quelle dell’innocenza. Per converso, se è stato accusato due volte, e due volte assolto, alla terza accusa si assegnerà all’innocenza una probabilità maggiore di quella della colpevolezza e si comincerà a sospettare qualche accanimento accusatorio. Nel caso di Berlusconi basterà dire che ha già avuto circa 23 proscioglimenti – ad opera di magistrati, non di sostenitori politici – e una condanna in primo grado, per giungere a conclusioni indubitabili. Lo stesso fatto che alcuni proscioglimenti siano stati dovuti a prescrizione indica due cose: che la magistratura è inescusabilmente lenta e che forse, per accusare Berlusconi, è andata a scavare perfino nelle sue malefatte di scolaretto. Ecco perché questo lato della sua personalità diviene del tutto privo d’importanza, per milioni di italiani. Tutto ciò che è esagerato è insignificante, diceva Talleyrand. Molti non avrebbero avuto difficoltà a credere ad un delitto: a venti no.

Infine l’uomo. La lista delle qualità non è lunghissima. Culturalmente è un onesto laureato in giurisprudenza e del resto la grande cultura del filosofo poliglotta non ha fatto di Buttiglione una stella di prima grandezza. Berlusconi ha invece un tratto umano che lo rende simpatico a chiunque lo avvicini, spesso inclusi gli avversari (anche se non molti si sentono di confessarlo). Ha l’aria di non prendersi mortalmente sul serio e scherza volentieri, a rischio di essere frainteso. Del tutto incapace di provare soggezione dinanzi a chicchessia, ha una tale, enorme sicurezza di sé da essere benevolo verso chiunque. Offre amicizia a tutti perché non teme nessuno.

Fra le grandi qualità ha quella della “visione”. Capisce prima di altri i grandi movimenti sociologici e politici. È per questo che ha fatto nascere la televisione privata in un Paese, come l’Italia, in cui il dogma del monopolio televisivo sembrava più solido di quello della Santissima Trinità. Senza dire che proprio per questa visione è riuscito a battere Occhetto, ad avere mille successi ed anche a risuscitare nelle recenti elezioni di febbraio.

Anche la lista dei difetti non è molto lunga: egli pecca per mancanza di buon gusto e d’autocontrollo. Nei confronti delle donne, benché già anziano all’inizio della carriera politica, mantiene atteggiamenti di moda negli Anni Trenta del secolo scorso. Salvo nel caso di Rosy Bindi, alle donne si è sempre rivolto con una mescolanza di complimenti, scherzi a doppio senso, galanterie e ostentazione di contenuto desiderio. E non ha smesso nemmeno quando l’età e l’operazione alla prostata hanno reso ben poco credibili (salvo che per i pubblici ministeri) i suoi eventuali peccati. Lo stesso piacere di avere accanto ragazzotte ignoranti e bellocce lascia esterrefatti.

In Berlusconi difetta anche l’autocontrollo. Sapendo che ogni sua parola può essere distorta, perché parlare quando non è necessario? Sapendo che ci sono verità lecite e verità illecite, perché dire quelle illecite, quando non è indispensabile? Conoscendo la mentalità corrente, perché ostinarsi ad avere il narcisismo del comico, raccontando barzellette come un qualunque cumenda a cena? Non vuole affatto capire che è diventato abbastanza importante perché le barzellette le raccontino gli altri a lui, non lui agli altri; che gli altri cantino per lui, non lui per gli altri. Così nel corso degli anni si è creato intorno a lui un folklore calunnioso che con un minimo di riserbo in più si sarebbe potuto risparmiare.

Personalità ilare, clamorosa, narcisista, esplosiva ed ottimista, si è infilato in tutti i guai possibili, riuscendo – con l’attenta regia dei suoi avversari – a farsi condannare da chiunque creda che il valore di un politico si misuri dall’apparenza. Ha dimenticato che Khrushchev scherzava e per molti dunque non è stato colui che ha liberato la Russia dal Terrore Staliniano, ma solo un pagliaccio obeso. Mentre Mario Monti, essendo noioso e funereo, non può che essere un grand’uomo. Anche se con lui l’Italia è affondata.

Uno statista si giudica dalla sua azione politica. Criticarlo ad ogni costo, anche per stupidaggini, è fuorviante. Inutile ridere della retorica di Hitler, dei suoi gesti e del suo modo di parlare. Non solo egli fu colpevole di ben altro, ma con quei gesti e con quella retorica avrebbe probabilmente affascinato i fanatici che ora ne ridono. Nel caso di Berlusconi non è stata risparmiata nessuna arma, neanche l’accusa di essere un nano, mentre ha qualche centimetro più di me e fino ad ora nessuno mi ha chiamato nano.

Infine c’è un motivo imbattibile, per difendere Berlusconi: il fatto che ha tutti contro. L’eccesso di ostilità dei molti nei confronti del singolo fa scattare la simpatia per la volpe inseguita dai cani. Nella vita democratica l’odio fa schifo.

giannipardo@libero.it


Il Pdl pronto alla protesta totale: ora minaccia di lasciare l’Aula
di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 11 marzo 2013)

Un giorno di tregua. Per non essere additati come quelli che vogliono schierare mezzo Parlamento contro la magistratura e passare così dalla parte del torto e per mandare un segnale distensivo al Quirinale.

Per tutte queste ragioni le «colombe » riescono alla fine a far breccia nelle convinzioni di Silvio Berlusconi e si decide così di «congelare » la manifestazione dei parlamentari del Pdl davanti al palazzo di giustizia di Milano.
Parlare di tregua, però, sarebbe sbagliato. Perché ormai il livello dello scontro ha superato il limite del lecito. Semplicemente, il Cavaliere decide di non accelerare, in modo che le diplomazie al lavoro abbiano il tempo di coinvolgere Giorgio Napolitano in quello che tutto il Pdl considera «un accanimento giudiziario senza precedenti ». Non è casuale, insomma, il fatto che il vice presidente della Camera Maurizio Lupi chieda esplicitamente «un intervento del capo dello Stato prima che sia troppo tardi ». E lo stesso fanno il presidente dei deputati Pdl Fabrizio Cicchitto e il portavoce vicario del partito Anna Maria Bernini. E un’investitura formale del Quirinale dovrebbe avvenire a breve visto che nelle prossime ore il segretario Angelino Alfano, Cicchitto e il presidente dei senatori Maurizio Gasparri dovrebbero salire al Colle per un faccia a faccia con Napolitano.
La tensione, però, resta altissima. E sul tavolo continuano a esserci ipotesi di proteste di piazza (ma non quella davanti al Csm) e la manifestazione di Roma del 23 marzo. Il punto, però, è se focalizzarle o no in chiave anti-pm visto che su questo fronte si scontrano visioni diverse. Già in campagna elettorale, per esempio, Niccolò Ghedini era favorevole a una protesta davanti al palazzo di giustizia di Milano mentre Alessandra Ghisleri, sondaggista di fiducia di Berlusconi, ha sempre sconsigliato. Alla fine non se ne fece nulla.

Se il clima resterà questo, però, nelle ultime ore sono in molti a convincersi che la via dell’Aventino istituzionale sia in qualche modo l’unica possibile. Pare che ieri persino chi ha avuto occasione di parlare con il sempre prudentissimo Gianni Letta l’abbia trovato in qualche modo «comprensivo » sull’intraprendere una simile strada. D’altra parte, spiega un ex ministro che è sempre stato nella pattuglia delle cosiddette «colombe », «se siamo arrivati allo scontro finale dobbiamo combattere fino alla fine ». Traduzione: se davvero l’intenzione è quella di far passare un presidente della Camera del Pd (Franceschini) e uno del Senato di Scelta civica (Mauro), allora meglio sfilarsi subito e mettere in chiaro in maniera inconfutabile la propria contrarietà. Aventino, dunque. A partire dalle consultazioni, visto che – a oggi – l’idea è quella di partecipare solo al primo giro per formalizzare al Quirinale la volontà di tornare al voto a giugno. Poi più niente. E così quando Camera e Senato voteranno i rispettivi presidenti: l’idea è quella di uscire dall’Aula, creando di fatto un vulnus quasi incolmabile rispetto alla seconda e terza carica dello Stato che a quel punto sarebbero elette senza tenere conto della volontà di un terzo del Paese. D’altra parte, spiega un big di via dell’Umiltà molto vicino a Berlusconi, «se ci escludono a priori da qualunque trattativa e ci trattano come fossimo appestati devono assumersi la responsabilità di voler privare il 30% dell’elettorato italiano del diritto di parola ».

Siamo alla vigilia, insomma, di uno scontro senza precedenti. Dove politica e giustizia s’incrociano forse come mai era successo prima. All’ingorgo istituzionale, infatti, si aggiunge l’ingorgo giudiziario del Cavaliere (che entro marzo sarà condannato per Ruby in primo grado e per i diritti tv in appello). Con un Berlusconi convinto che l’obiettivo sia solo uno. «Non ce l’hanno fatta a battermi con il voto – ripeteva ieri ai suoi – e adesso cercano di farlo con la galera ».


D’Alema, il re dell’inciucio che sogna il trono del Colle
di Giancarlo Perna
(da “il Giornale”, 11 marzo 2013)

Per anni, Massimo D’Alema si è considerato l’orchidea della politica. Oggi, quasi sessantaquattrenne, è approdato alla formula più umile che Giulio Andreotti applica a sé: «Poco se mi considero. Molto se mi comparo ». Si sente il migliore ma senza l’ansia di dovertelo sbattere in faccia come prima.
Tanto che ha lasciato il Parlamento dopo un quarto di secolo, diradando interviste e interventi.

Eppure, ogni volta che riemerge fa capire che per lui il posto giusto è il Quirinale. Se chiacchiera con un giornale, chissà perché, una domandina sulla salita al Colle arriva sempre. In genere risponde: «Non spetta a me decidere » ma sottintende che sarebbe sacrosanto. Anche se parla d’altro in pubblici dibattiti, allude sempre alla sua successione a Napolitano.

È accaduto quattro giorni fa alla Direzione del Pd. Mentre il parterre tifava Bersani che faceva gli occhi dolci al M5S, D’Alema ha proposto un governissimo con il Pdl. «Non credo che possiamo rinunciare a fare un discorso sulla Destra e alla Destra. La Destra esiste… », ha detto. Aggiungendo: «Se in vent’anni in Italia non si sono fatti passi avanti è perché non si è fatto nessun compromesso con la Destra ». Poiché, però, circolava voce volesse mettersi in vista per candidarsi al Colle e sentendo inoltre che la platea era contro l’alleanza col Pdl, ha prudentemente aggiunto: «Naturalmente, nulla di tutto ciò è possibile. L’impedimento è Silvio Berlusconi ». Così, dopo avere lanciato il sasso, ritirava la mano. Fare un passo avanti e due indietro, è tipico di D’Alema. Questa intima viltà ne annulla l’originalità delle idee rispetto al pensiero unico del suo partito.

Max è il più togliattiano degli ex comunisti. Questo non è solo dargli del cinico alla Togliatti ma riconoscergli l’analoga capacità di uscire dagli schemi. Quando nel dopoguerra il Migliore inserì il Concordato nella Costituzione per garantire la pace religiosa, amnistiò i fascisti per promuovere quella civile, e calamitò le ex camice nere per farle diventare rosse, aprì sentieri non battuti, compiendo atti impensabili.

D’Alema, nel suo piccolo, ha fatto cosettine così. Quando nel 1997 si trovò la mina vagante di Totò Di Pietro che, uscito dalla magistratura, minacciava di aizzare la piazza (pescando tra la marea dei giustizialisti di sinistra), ci mise sopra il cappello e lo fece senatore nelle liste Pds. Una piratata per tenerlo sotto controllo. Poco importa che poi Di Pietro abbia continuato a essere una scheggia impazzita, Max aveva comunque provato a imbrigliarlo.

Da decenni, il demone dei sinistri è il Cav. D’Alema è stato il solo che ha tentato di conviverci. Una volta (2005) disse perfino che «Fininvest è un patrimonio del nostro Paese », quando per gli altri era solo l’emblema del conflitto d’interessi (e Bersani promette tuttora sfracelli al Biscione). Con la Bicamerale per le Riforme costituzionali – febbraio 1997, giugno 1998 – Max, che la presiedeva, si mise di fronte al Cav e teorizzò che «era una realtà del Paese con la quale era necessario confrontarsi ». Un’ovvietà per gente sensata (avendo il Berlusca dieci milioni di voti), ma una bestemmia nel mondo alla rovescia della sinistra. Tanto che per quelle aperture, D’Alema fu preso di mira dai suoi. L’allora premier, Prodi, parlò di «Bicamerale del nulla »; il pm Gherardo Colombo, capofila delle toghe militanti, la definì «figlia del ricatto »; Sylos Labini, intellettuale organico, parlò di «responsabilità gravissime del leader dei Ds ». Così, nonostante l’accordo sulla riforma della Giustizia e sul presidenzialismo, il Nostro fu preso da gran fifa per questi rumori di fondo e cominciò a cincischiare, finché tutto finì all’aria.

Portato per indipendenza intellettuale a rompere i tabù della sua cerchia, D’Alema non ha il fegato di andare a fondo. Questo lo omologa a un qualsiasi ciompo della politica e, per come la vedo io, lo rende disadatto a fare l’arbitro dal Quirinale. D’altra parte, ce lo vedete voi rivolgere un saggio discorso di fine anno, lo stesso tizio che ha trattato da «energumeno tascabile » Renato Brunetta e che – invocando a parole il rispetto delle Istituzioni – frombolava di improperi il suo premier: «Quelle di Berlusconi sono scemenze », Berlusconi dice solo bischerate », «È un trombone », «Porta iella »? È immaginabile che faccia il garante della libera stampa e riceva amabilmente i giornalisti sul Colle chi li ha apostrofati come «iene dattilografe » e che in tv sibilò ad Alessandro Sallusti, con toni alticci: «Vada a farsi fottere. Lei è un bugiardo e un mascalzone »? Se è così, si accomodi pure Beppe Grillo.

Messo poi alla prova, che ha fatto D’Alema come presidente del Consiglio, tra il 1998 e il 2000? Due cose, nessuna meritoria. Ci infilò (senza voto del Parlamento) nell’unica guerra dopo mezzo secolo, mandando l’Aeronautica a bombardare Belgrado. Poi si appassionò ai grandi affari, avallando la sottrazione della Telecom, che era pubblica, da parte di un avventuroso gruppo privato, quello di Colaninno e la «cordata padana ». Un vorticoso giro di miliardi di cui Baffino fu il pivot e che suscitò l’ironia dell’ex parlamentare di sinistra e noto avvocatone, Guido Rossi, che definì il dalemiano Palazzo Chigi «l’unica merchant bank (una Goldman Sachs, per intenderci) in cui non si parla inglese ».

Devo ricordare il «Facci sognare! Vai! » di Max via telefono al presidente di Unipol, Giovanni Consorte, che stava per fagocitare la Bnl per darla al partito su un piatto d’argento? O la tangente sottobanco di venti milioni avuta nel 1985 da Francesco Cavallari, il re delle cliniche pugliesi? Si seppe dieci anni dopo per ammissione di Cavallari al pm Alberto Maritati. Interrogato a sua volta, lo ammise anche Max e Maritati – che non lo poteva più perseguire per sopravvenuta amnistia – ne elogiò le «leali dichiarazioni ». Fu carino da parte sua che, carineria per carineria, l’anno dopo divenne senatore del Pds.

E il rapporto di D’Alema con la verità, dove lo mettiamo? Quando nel 1995 Bossi abbandonò il Cav, D’Alema tentò di annetterlo dichiarando al Manifesto (31 ottobre): «La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, è una nostra costola ». Il 29 marzo del 2011, disse invece: «Mai detto che la Lega è una costola della sinistra, questa è una leggenda popolare ». Tuttora, si ignora come abbia pagato l’Ikaro II, la sua barca. Ha detto nell’ordine che: era in comproprietà; aveva acceso un mutuo; era stata acquistata con la vendita dello scafo precedente, l’Ikaro I, e un appartamento ereditato. L’ultima è stata: ho avuto lo sconto, il costruttore me la voleva regalare perché gli facevo réclame ma ho insistito per pagare almeno metà prezzo. Vogliamo davvero una lingua biforcuta al Quirinale?


I parlamentari del Pdl davanti al tribunale di Milano. Alfano: “Intervenga il Colle”
di Andrea Indini
(da “il Giornale”, 11 marzo 2013)

Dalla sede dell’Unione del Commercio, dove si è tenuta la riunione con il segretario Angelino Alfano, i 150 parlamentari del Pdl hanno raggiunto a piedi il tribunale di Milano. Una marcia verso il palazzo di Giustizia per manifestare contro l’assalto giudiziario nei confronti del Cavaliere.

Una manifestazioni “silenziosa” interrotta solo dalle note dell’Inno di Mameli, intonate davanti alla scalinata del Tribunale. Durissimo il messaggio lanciato dall’ex guardasigilli: “Noi abbiamo un interlocutore di cui ci fidiamo, è il presidente della Repubblica. A lui affidiamo la nostra preoccupazione per questa emergenza democratica”.

Adesso toccherà a Giorgio Napolitano trovare una soluzione. In un crescendo di agguati e colpi bassi, la procura di Milano ha preso nuovamente di mira Silvio Berlusconi: l’obiettivo dei pm è quello di decapitare il centrodestra, attraverso un fuoco incrociato di condanne, prima di tornare alle urne. Nonostante il Cavaliere abbia bloccato la protesta anti giudici, il Pdl non è disposto a rimanere a guardare (immobile) mentre la magistratura porta avanti l’attacco finale. Così domani, prima di far scattare una protesta decisiva, Alfano salirà al Colle insieme ai capigruppo uscenti del Senato, Maurizio Gasparri, e della Camera, Fabrizio Cicchitto, per mettere alle strette il capo dello Stato.

Il Pdl fa quadrato attorno a Berlusconi. L’attacco giudiziario ha valicato qualsiasi regola democratica e ha spinto il Pdl a riunire i propri parlamentari per decidere come reagire all’emergenza giudiziaria e ai nuovi assalti della magistratura rossa. Mentre a Milano il pm Ilda Boccassini chiede e ottiene la visita fiscale per trascinare il Cavaliere al processo Ruby, a Napoli la procura pretende il giudizio immediato nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta compravendita di senatori. Nel corso del suo intervento alla riunione con i parlamentati del Pdl, Alfano ha ripercorso – punto per punto – i vari capi di imputazione chiarendo in primis anche il caso del senatore Sergio De Gregorio che, secondo i pm partenopei, avrebbe ricevuto 3 milioni di euro per lasciare l’Italia dei Valori e passare al Pdl causando, in questo modo, la caduta del governo: “Prodi non è caduto per De Gregorio ma a seguito dell’arresto della moglie di Mastella”. L’ex Guardasigilli è passato, poi, ad analizzare la questione abnorme che ha portato a una condanna a quattro anni nel processo Mediaset: “Colui che paga centinaia di milioni di euro in tasse, avrebbe evaso per tre milioni di euro che, nel mondo berlusconiano, rappresentano ben poca cosa”.

Paradossale anche la questione che ha portato a una condanna a un anno senza condizionale per concorso in violazione del segreto istruttorio nel processo Unipol: “Proprio a Berlusconi che è stato ed è la più grande vittima di fughe di notizie e di rivelazioni di fatti personali”. Tutto questo fino ad arrivare al processo Ruby dove ci sarebbe una concussione senza concusso e una induzione alla prostituzione senza prostituzione. A questo proposito l’ex ministro Mariastella Gelmini ha criticato la visita fiscale imposta a Berlusconi, che da giorni è ricoverato all’ospedale San Raffaele, ricordando che qualsiasi cittadino ha diritto alla tutela della sua salute. “Sarebbe come se la magistratura sottintendesse la complicità dell’ospedale in una impossibile truffa alla giustizia – ha tuonato la Gelmini – questo atteggiamento è arrogante e intollerabile”.

A fronte di tutte queste ragioni, una volta sciolta la riunione in corso Venezia, i parlamentari hanno marciato verso il Palazzo di Giustizia. Disposti sulla scalinata dell’ingresso principale, deputati e senatori azzurri hanno contestato l’accanimento della procura milanese nei confronti del Cavaliere. “Non avremmo voluto venire qui, in tribunale, ma l’aggravarsi della situazione ci ha imposto questa scelta”, ha spiegato Alfano rimettendo la situazione nelle mani di Napolitano e invocando un suo intervento immediato.

Dopo avere intonato l’inno nazionale e avere spiegato le ragioni della protesta, i parlamentari del Pdl hanno lasciato la scalinata e sono entrati all’interno del tribunale. Il coordinatore lombardo Mario Mantovani ha sottolineato che la manifestazione è stata decisa nonostante la contrarietà del Cavaliere. Una presenza pacifica che, però, non è piaciuta all’Anm che ha alzato nuovamente i toni dello scontro rifiutando ogni implicazione politica delle toghe. Subito dopo i parlamentari hanno lasciato il tribunale per raggiungere l’ospedale San Raffaele e portare il proprio appoggio a Berlusconi. Appoggio che, però, è stato trasmesso dai medici dal momento che, per non affaticare il Cavaliere, non gli hanno permesso alcuna visita.

Il segretario del Pdl ha accusato i magistrati di voler dare una mano alla sinistra “eliminando per via giudiziaria Berlusconi” proprio mentre sono in corso le trattative istituzionali per formare il governo. Proprio per evitare questo vergognoso epilogo, come ha spiegato Cicchitto, il Pdl sarebbe ben disposto ad appoggiare un governo – anche di natura tecnica – con il Pd, ma solo a patto che venga “sciolto il nodo dell’attacco giudiziario”. Se l’aggressione non dovesse fermarsi, il centrodestra sarebbe pronto a non partecipare alle prime sedute del parlamento. Proposta che verrà riferita domani direttamente a Napolitano. Nel frattempo, il centrodestra è già pronto a tornare tra la gente riavviando la macchina della campagna elettorare. Berlusconi intende, infatti, fare un giro d’Italia permanente fino alle prossime elezioni. Il primo appuntamento è previsto per il 23 marzo, a Roma.


“Patto segreto anti-Berlusconi” di Vittorio Feltri, qui.

Sgarbi duro con la Boccassini, qui.


Ciancimino blocca la distruzione delle intercettazioni Napolitano-Mancino
di Mariateresa Conti
(da “il Giornale”, 11 marzo 2013)

Si riapre il caso delle intercettazioni tra il capo dello Stato Giorgio Napolitano e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, oggetto nei mesi scorsi dello scontro istituzionale tra il Colle e la procura di Palermo.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

La Cassazione ha infatti calendarizzato il ricorso dei legali di Massimo Ciancimino, appena rinviato a giudizio per la trattativa Stato-mafia, e ha fissato la discussione del caso per il prossimo 18 aprile. La conseguenza immediata è che deve essere rinviata l’udienza per la distruzione delle bobine fissata dal gip di Palermo per il prossimo 13 marzo. Ma in prospettiva, qualora la Suprema corte dovesse dichiarare ammissibile il ricorso e dare ragione a Ciancimino junior, potrebbe prospettarsi un nuovo scontro istituzionale.

Torna dunque alla ribalta il caso, oggetto di uno dei più alti scontri istituzionali degli ultimi anni. Ricordiamo la vicenda. Nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia (condotta all’epoca dall’ex pm di Palermo Antonio Ingroia) il presidente Napolitano venne intercettato indirettamente perché era spiato l’ex ministro Nicola Mancino, all’epoca non ancora indagato. Il caso esplose nel giugno scorso, quando la Procura di Palermo confermò l’esistenza di quelle intercettazioni, giudicate irrilevanti ai fini dell’inchiesta. Fu il Quirinale a rivolgersi alla Consulta, sostenendo che il capo dello Stato non può essere spiato, neppure indirettamente, e che se ciò avviene i colloqui vanno distrutti. Tesi accolta in pieno dalla Corte costituzionale che nel dicembre scorso ha dato ragione al Colle, disponendo la distruzione delle bobine senza contraddittorio delle parti. L’incarico fu affidato a un gip diverso da quello davanti a cui era in corso l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia (nel cui fascicolo, del resto, non erano nemmeno state depositate). A presentare il ricorso contro l’ordinanza che lo scorso 8 febbraio ha negato loro di ascoltare quei colloqui, i legali di uno degli indagati, Massimo Ciancimino. Nel ricorso gli avvocati Francesca Russo e Roberto D’Agostino, avevano sostenuto che il provvedimento del gup che aveva ordinato la distruzione delle intercettazioni senza contraddittorio, ledesse il diritto di difesa. Dall’ascolto delle telefonate, intercettate nell’ambito dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, a loro avviso potrebbero trarsi elementi utili alla difesa del loro assistito, imputato nel procedimento con le accuse di concorso in associazione mafiosa e calunnia. Ora, con la fissazione dell’udienza, affidata alla sesta sezione penale, la distruzione delle bobine viene bloccata. Quei colloqui, per il momento, non vengono distrutti. Ed è difficile immaginare gli scenari che si possono aprire nel caso in cui il ricorso venga accolto.


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Bart