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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Una libertà minacciata

2 Giugno 2013

di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 2 giugno 2013)

Una grande rivoluzione sta silenziosamente giungendo al suo epilogo in Europa. Una rivoluzione della mentalità e del costume collettivi che segna una gigantesca frattura rispetto al passato: la rivoluzione antireligiosa. Una rivoluzione che colpisce indistintamente il fatto religioso in sé, da qualunque confessione rappresentato, ma che per ragioni storiche, e dal momento che è dell’Europa che si parla, si presenta come una rivoluzione essenzialmente anticristiana.

Ormai, non solo le Chiese cristiane sono state progressivamente espulse quasi dappertutto da ogni ambito pubblico appena rilevante, non solo all’insieme della loro fede non viene più assegnato nella maggior parte del continente alcun ruolo realmente significativo nel determinare gli orientamenti delle politiche pubbliche – non solo cioè si è affermata prepotentemente la tendenza a ridurre il cristianesimo e la religione in genere a puro fatto privato – ma contro il cristianesimo stesso, a differenza di tutte le altre religioni, appare oggi lecito rivolgere le offese più aspre, le più sanguinose contumelie.

Ecco alcuni esempi, tra gli innumerevoli che potrebbero farsi, di quanto sto dicendo (tratti in parte da una dettagliata denuncia pubblicata su un recente numero di Avvenire ). In Irlanda le chiese sono obbligate ad affittare le sale per le cerimonie di loro proprietà anche per ricevimenti di nozze tra omosessuali; a Roma, nel corso del concerto del Primo Maggio un cantante ha mimato il gesto rituale della consacrazione dell’ostia durante l’eucarestia avendo però tra le mani un preservativo al posto dell’ostia; in Danimarca il Parlamento ha approvato una legge che obbliga la Chiesa evangelica luterana a celebrare matrimoni omosessuali nonostante un terzo dei ministri di questa si siano detti contrari; in Scozia due ostetriche cattoliche sono state obbligate da una sentenza a prendere parte a un aborto effettuato dalle loro colleghe, mentre dal canto suo l’Ordine dei medici inglese ha stabilito che i medici stessi «devono » essere preparati a mettere da parte il proprio credo personale riguardo alcune aree controverse.

Ancora: in un recente video di David Bowie, in cui la celebre rockstar è abbigliato in modo che ricorda Gesù, la scena mostra un prete che dopo aver percosso un mendicante entra in un bordello e qui seduce una suora sulle cui mani subito dopo si manifestano le stigmate; in Inghilterra, a un’infermiera è stato proibito di portare una croce al collo durante l’orario di lavoro, mentre una piccola tipografia è stata costretta ad affrontare le vie legali per essersi rifiutata di stampare materiale esplicitamente sessuale commissionatole da una rivista gay; in Francia, in base alla legislazione vigente, è di fatto impossibile per i cristiani sostenere pubblicamente che le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso costituiscono secondo la loro religione un peccato. E così via in un profluvio impressionante di casi (per informarsi dei quali non c’è che andare sul sito wwww.intoleranceagainstchristians.eu ).

Senza contare che ormai in quasi tutti i Paesi europei, al fine proclamato di impedire qualunque pratica discriminatoria, è stata cancellata l’erogazione di fondi alle istituzioni cristiane, così come è stata cancellata la clausola a protezione della libertà di coscienza nelle professioni mediche e paramediche. Non si contano infine in tutte le sedi più o meno ufficiali, a cominciare da quelle scolastiche, i casi di cancellazione, a proposito delle relative festività, della parola Natale, sostituito dal neutrale «vacanze invernali » o simili.

Ce n’è abbastanza da suscitare la preoccupazione di qualunque coscienza liberale. Qui infatti non si tratta tanto di cristianesimo, di Chiesa, o di religione, bensì di qualcosa di ben più importante: si tratta di libertà. E di storia. Di consapevolezza cioè che in Europa la libertà religiosa ha rappresentato storicamente l’origine (e la condizione) di tutte le libertà civili e politiche. Essere assolutamente liberi di adorare il proprio Dio, di propagarne la fede, di osservarne i comandamenti, di aderire alla visione del mondo e al senso dell’esistere che questi definiscono, di praticarne pubblicamente il culto; ma anche naturalmente essere libero di non avere alcun Dio e alcun culto: da qui è partito il cammino della libertà europea. E c’è bisogno di ricordare che si è trattato del Dio cristiano?

La libertà religiosa vuol dire alla fine null’altro che la libertà della coscienza, cioè il non essere obbligati per nessuna ragione ad abbracciare idee o comportamenti contrari ai dettami accettati nel proprio foro interiore. Che è appunto la libertà di autodeterminarsi: e pertanto anche di parlare, di scrivere, di discutere a sostegno delle proprie convinzioni, così come di ascoltare quelle altrui e magari farsene convincere.
Insomma, libertà religiosa da un lato e dall’altro libertà di opinione e di parola – che sono i due pilastri della libertà politica – vanno all’unisono. È innanzi tutto da questo punto di vista, dunque, che è quanto mai preoccupante il fatto che oggi, in Europa, in molti luoghi e per molti versi, la libertà dei cristiani appaia oggettivamente messa in pericolo. E non importa che ciò avvenga per il proposito di proteggere da supposte discriminazioni questa o quella minoranza. È anzi semplicemente paradossale, dal momento che nell’attuale panorama del continente sono i cristiani in quanto tali che appaiono una minoranza. Lo sono di certo – e massimamente i cristiani cattolici e la loro Chiesa – rispetto al mainstream dell’opinione e del costume dominanti e culturalmente accreditati.

Basta vedere come nelle materie più scottanti alcuna voce autorevole, riconosciuta generalmente come tale, si alzi quasi mai a sostegno del loro punto di vista; come ogni accusa nei confronti loro e del loro clero raccolga sempre larghissimo favore; come ogni attribuzione di responsabilità storica per qualunque cosa negativa del passato, anche la più fantasiosa, sia invece sempre di primo acchito giudicata fondatissima.
È forse ora che l’Europa che si dice e si vuole «Europa dei diritti » – ma che finisce troppo spesso per essere solo l’Europa del pensiero unico politicamente corretto – ricordi il celebre ammaestramento di una grande figlia dell’ebraismo rivoluzionario, Rosa Luxemburg. La quale si può presumere che come ebrea e rivoluzionaria sapesse bene ciò di cui parlava: «La libertà è sempre e solo la libertà di chi la pensa diversamente ».


L’affumato di Londra
Intervista a Mario Sechi di Pietrangelo Buttafuoco
(da “Il Foglio”, 30 maggio 2013)

Che fine ha fatto Mario Sechi, il giornalista che prima delle elezioni, da uomo di Monti, regnava felice in tutti i talk-show? Dopo la sconfitta s’è esiliato in UK

Bianche. Dopo di che, accende un sorriso macinato in uno sbuffo di toscano. “Che cosa, bianche?”, chiedo. “Le pareti di casa Malagò, a Sabaudia”. Il sigaro disegna una voluttà: “Una villa, quella, con muri bianchi più dei denti di Berlusconi… un bianco così è qualcosa che non trovo a Londra…”. Il famoso fumo di Londra.
Eccolo, Mario Sechi. Giornalista, ex direttore del Tempo, il quotidiano di piazza Colonna, dunque il centro del centro di ogni centro di Roma eterna e dunque successore di Gianni Letta. Ebbe la bislacca idea di candidarsi con Mario Monti (“è un italiano come gli altri…”) per ritrovarsi senza più giornale e senza il seggio parlamentare.
Eccolo, è il più rammentato tra i più dimenticati. In un “Dizionario degli italiani illustri scomparsi sebbene viventi” la lettera S di Sechi sarebbe di sicuro tutta sua. I passanti di una mattina di Trastevere lo salutano e gli stringono la mano. Qualche semi Vip, tra la gente, cerca d’intrattenerlo e molestarlo ancora con qualche invito in serate coi camerieri carichi di fritti al cartoccio sparsi tra gli alberi di ville per semi ricchi dal passo sempre troppo lungo rispetto alle loro gambe. “Grazie, grazie”, risponde cortese, “verrei volentieri ma sarò a Londra”.
Sechi, ancora qualche mese fa, aveva il telefono pazzo. Più “di un rivelatore di radioattività”, tante erano le chiamate. Adesso? “Chiamano gli amici. E aspetto la telefonata di Mario Calabresi. Feci recensire il suo libro e lo cercai per chiedergli una breve per il mio più modesto tomo. Risposero dalla Stampa: il direttore la richiama subito! Attendo ancora con ansia la recensione. E la telefonata”.
E’ un autore Mondadori, Sechi. Ha pubblicato “Tutte le volte che ce l’abbiamo fatta. Storie di italiani che non si arrendono”. Gli chiedo, dovevi già saperlo di che pasta siamo fatti noi per meravigliarti. “Ma io non mi meraviglio”. E, infatti, sghignazza al ricordo della “miriade di colleghi blasonati, Cazzullo, Stella, Floris, praticamente tutto il catalogo Rcs… sarò a Londra, però…”.
Sechi ha un’irresistibile vena. Mi propongo come spalla in questa conversazione ad alta curiosità antropologica e con scarso uso di mondo. Mi provo e lo rassicuro: Cazzullo ti cercherà ancora, ha gran modi. Anche Stella, lo farà. E’ un gigante del giornalismo. Magari Floris no, chiamerà Gianni Letta per farsi recensire il prossimo libro sul Tempo. “Hai ragione, non chiamerà: ha quel sorriso con troppi denti… magari gli consiglio un buon dentista di Londra…”.
Eccolo, è Sechi. Era il più gettonato nei talk show di prima scelta. Il più intelligente, il più brillante, il più informato e, non guasta, era anche il più elegante con le sue bretelle e le camicie, a volte tipo J. Edgar Hoover, in perfetto stile Cia. Altre volte quelle bicolore, tipo Tom Wolfe. Non però il cappello, solo i Borsalino. Da “Porta a Porta” a “Ballarò”, da “Agorà” a “Linea notte”, non c’era conduttore che non lo chiamasse per averlo ospite. “Non però da Michele Santoro”, ricorda Sechi, sempre sghignazzando perché, gatto com’è, se la sta godendo un mondo: “Non ero sufficientemente idrofobo come da copione dev’essere il giornalista berlusconiano… m’invitò solo una volta per poi farmi restare a casa. Per non starmene inattivo, quel giovedì, partii per Londra…”.
La tivù, era la sua protesi. “Dopo un ‘Ballarò’, per dire, mi chiamavano tutti. Il più divertente era il Cav. Mi voleva convincere che non c’era mai stato sesso nelle sue serate eleganti. E, per meglio intortarmi, partiva con le lusinghe ‘ciò che scrive lei, Sechi, è sempre credibile, come se lo scrivesse il Corriere della Sera…’. Anche Walter Veltroni si complimentava quando mi incontrava dicendomi che ero un esempio di destra civile. Di destra a me che non lo sono mai stato…”.
Che cosa sei?
“Sono liberale, occidentale, nel senso proprio della tradizione…”.
Londinese?
“Ecco, giusto”.

Per dirla con Petrolini, “i londrini vanno matti per te”. Dicevi delle telefonate.
“Pier Ferdinando Casini mi faceva divertire. Ogni volta che mi incrociava mi gracchiava ‘sei uno stronzo, attacchi sempre l’Udc’. Quando poi decisi di candidarmi per Scelta civica, mentre stavo a cena con una mia amica, lo ricordo bene, interruppe una dolcissima serata… Ecco, mi squillò il telefono per sentire Pier Ferdinando dirmi: ‘Cazzo, l’ho detto io a Monti che sei uno dei più lucidi analisti della politica’. Tanto lucido che mi sono lucidato da solo, vorrei dirgli adesso. Fabrizio Cicchitto commentava, commentava, commentava e si disperava sulle sparate del ‘Pazzo’, ovvero…”.
Ovvero?
“Berlusconi. Per lui era il pazzo. Mi chiamava Zanda che, non so perché, dopo aver detto ‘ti ho letto, sono d’accordo con te’, prima del clic mi diceva: ‘Devo offrirti un piatto di vongole’. Alfano poi, Angelino Alfano si faceva vivo per il suo mantra: ‘Domani leggiamo e commentiamo insieme’”.
Mai chiacchierato tu, ma non ti sono mancate le chiacchierate.
“Con Caltagirone, l’editore del Messaggero. Ottime chiacchierate sulla politica e sull’economia. Mi colpì di lui una qualità rara: l’arte, quella di capire e amare davvero l’arte più di Diego Della Valle, un altro che pure doveva averne di sensibilità per sponsorizzare nientemeno che il Colosseo. Sostenni quella buona causa. Diego ringraziò e un giorno mi disse: ‘A volte ho la tentazione di non farlo più’. Pure io, confesso”.
Il direttore del Tempo è il direttore del centro del centro di tutte le relazioni.
“Giampaolo Angelucci, poi, fu così carino da inviarmi una collezione di foto Alinari sulle continue trasformazioni di piazza Colonna. E pensa un po’, stavo per andarmene. Mi vedevo con Cesare Geronzi, poi. A lui piaceva sentire il mio punto di vista sui fatti della politica. Con l’ingegnere De Benedetti trattai, per conto del Tempo, il passaggio alla concessionaria di pubblicità Manzoni con una stretta di mano. Senza carte. Un vero signore, lui. Con altri non sarebbe stato possibile. E mi ricordo di tanti pranzetti consumati – litigando e amandoci al contempo – con Giulio Tremonti, nel suo studio di commercialista. Infine il pranzo più solenne…”.
Col Santo Padre?
“E che sono io, Vittorio Messori? No, non con il Papa, ma con Marina Berlusconi. Con gli editori, infatti, con quelli con cui ho lavorato ma anche con quelli…”.
… con cui lavorerai?
“Suvvia, fammi finire: con gli editori ho avuto sempre ottimi rapporti. Dunque anche con Marina Berlusconi che fu mio editore in Mondadori. Ebbi questo pranzo e mi fece questa confidenza: ‘Mio padre dice che lei sarebbe il direttore ideale per il Giornale…’”.
Novità, dunque?
“Ma che dici! E’ già un buon motivo per non farlo…”.
Ecco, Sechi. Si diverte a non essere più in vetrina, già potente in questa Roma che per lui è – comunque – la città della “grande bellezza”.
Alludi al film di Sorrentino?
“Non vedo l’ora di andare a vederlo. Com’è?”.
La giraffa c’è. E’ Marcello Mastroianni che manca. Lui, il protagonista, ti somiglia. Giornalista, autore di un solo libro ma padrone assoluto della scena mondana, decide sulle feste: se farle riuscire o, soprattutto, se non farle riuscire.
“Ma non mi somiglia per niente, non so nulla di feste! Me le guardo su Dagospia. E poi io non sono autore di un solo libro, ne sto preparando un altro”.
Però sei pur sempre un ragazzo di paese, sardo, capitato a Roma. A momenti, se non ricordo male, dopo aver rifiutato l’offerta di Lorenza Lei per la direzione del Tg2, diventavi governatore del Lazio.
“La Lei pensava si potesse fare quella nomina senza problemi. Io avevo più che rifiutato, fiutato che no, non era possibile. Ah, i partiti. Questa è una palla che mi alzi, vuoi proprio che ti racconti dei congiurati, anzi, degli scissionisti?”.
Io ricordo che i berlusconiani volevano candidarti e tu…
“… e io dissi no perché non mi convinse la situazione e poi perché tutti loro, ovvero gli Alfano, i Quagliariello, i Cicchitto, tanti premevano per ben altro. Togliere di mezzo Berlusconi. Li ricordo discettare di scissioni e me li ritrovo tutti gallonati nel governo Letta, e va bene, mi va benissimo, ma non riesco a togliermi dalla testa tutte le volte che sulla soglia dell’ufficio di Mario Monti, a Palazzo Chigi, Gianni Alemanno m’inchiodava per…”.
Togliere di mezzo Berlusconi?
“La politica, la politica!”.
Tu sei entrato in politica.
“Sono entrato in politica lasciando un posto e me ne sono andato senza prendermene uno, di un qualunque posto. Non potevo forse farmi dare un qualcosa, essere oggi uno dei tanti sottosegretari, un vice-ministro? Me ne sono andato perché non sono riuscito a interessarmi alla disputa ciclopica tra montezemoliani e riccardiani, laicisti e baciapile. Ho incontrato Monti, ci siamo parlati, ci siamo salutati, l’ho ringraziato per avermi dato l’opportunità di aver conosciuto la ferocia degli amici, di avermi aiutato a capire che io nasco giornalista, muoio giornalista, e non ci siamo visti più”.
Mai più, mai più sentiti?
“Me ne sono andato a Londra, anzi, sono rimasto a Londra”.
Sei più un rovinato da Monti o un rovinato da Berlusconi?
“Il Cav. è l’interprete numero uno del carattere degli italiani. Monti è solo un’aspirazione a diventare qualcosa di più dell’essere un italiano. Ma è il più italiano di tutti. Tenersi alla larga da tutti e due è cosa santa. L’Italia pensata da Monti è irrealizzata, così come non si realizzerà la rivoluzione liberale di Berlusconi”.
Che effetto ti fa essere stato il successore di Gianni Letta al Tempo, sei stato suo amico?
“Molto sorridente Letta, affettuoso a suo modo. Quando lasciai la direzione lui parlò all’assemblea dei colleghi. Non ha mai smesso di sentirsi direttore di quel giornale”.
Bianche, dunque. C’era il racconto della villa di Giovanni Malagò a Sabaudia, lasciato a metà. “Ama ospitare le persone, le star, Monica Bellucci. Altro che. Io ero fuori, decisamente fuori posto, ma la stagione è proprio questa. Un magnifico sole e tutto quel bianco. Io sono lì perché giurato del Premio Sabaudia. Malagò è proprio un bel tipo: è simpatico, aitante, bravissimo nelle relazioni. Il migliore per il suo meritato posto, quello di presidente del Coni. Osservando lui ho capito come in questa città sia fondamentale tessere le relazioni. Adesso che sto a Londra, invece…”.
Vai troppo spesso a Londra…
“Non avendo amici a Heidelberg! Insomma, a Roma è il primario istinto quello di mettersi a tavola, incontrare, conversare, telefonare. La stagione è proprio questa. Ogni anno, in questi giorni, mi arrivavano gli inviti per il Premio Strega…”.
A proposito, chi voti, quale romanzo?
“Sai che non ricordo se ho mai premiato o no per lo Strega?”.
Nel caso ti arrivi la scheda vota per Alessandra Fiori, “Il cielo è dei potenti”. Fa d’uopo in questo caso.
“Farò come dici tu. Ma non ho fatto altro che premiare in questi lunghi anni di lavoro. Ero giurato in un’infinità di premi, l’Ischia, l’Agnes, ma… lo capisco: non si è chiamati per quello che si è, ma per quello che serve. Il mio telefono è muto e io, per non sbagliare, non chiamo nessuno. In Italia funziona così, spariscono tutti. Non è come a Londra”.
La gente, intanto, continua a salutarlo: “Che piacere vederla in tivù, direttore”. Sechi sa che la ruota gira. Non coltiva astio e pratica il sogghigno come arte del saperla lunga, ma proprio lunga sulle umane cose del carattere degli italiani. “Se non fosse per Enrico Mentana e qualche altro intrepido che mi fa invitare o per Luciana Littizzetto che ancora fa spirito sul mio sguardo (ma mi fa ridere proprio, lei, sia chiaro…), non avrebbero proprio dove vedermi, tutti questi gentili signori che si congratulano. Resto per tanti di loro ‘il direttore del Tempo’, il giornale fondato da Renato Angiolillo, con sede a piazza Colonna e forse è una nemesi dover descrivere un mondo in disfacimento”.
Proprio una “Grande Bellezza”.
“Ma questo film lo voglio proprio vedere. L’attore protagonista, poi, è un grande”.
Grandissimo. A proposito di “Grande Bellezza”, poi, Servillo recita nel ruolo di Bebè, anzi, Geggè, quello di “bellezza mia, bellezza mia”, ma tu avrai un altro canone di racconto, no?
“Altro che. ‘Una cosa divertente che non farò mai più’. Il libro di David Foster Wallace. Così è stato per me: una cosa divertente che non farò mai più”.

Post scriptum. Londra, infine. Va sempre a Londra, Sechi. Ogni volta che lo cerco su WhatsApp trovo scritto nel display “Londra”. Due giorni prima della passeggiata a Trastevere era ancora in Gran Bretagna. E’ il caso di raccontarla però, la telefonata.

Mario, ma dove sei?
“Alla Freemasons’ Hall, l’officina madre di tutte le logge inglesi”.
Rito inglese, scozzese?
“Cossiga ti avrebbe detto: ‘Scozzese rettificato’. Ma lasciamo perdere questi dettagli”.
Insomma, stai tegolando o ti stanno tegolando?
“Sto per entrare nell’aula magna per ascoltare la conferenza di Dan Brown. Poi, a cena, me ne andrò a Soho”.
C’è anche Oscar Giannino lì, con te.
“No. Oscar va negli Usa. Starà discutendo ancora con Zingales. Io preferisco Londra. E’ la metafora di tutto quello che non può essere Roma: una città ordinata, una società aperta, l’incrocio dei capitali e del sapere da tutto il mondo, un’industria culturale e non una mafietta pseudoletteraria. Vado e vengo da là e trovo tutto questo molto bello. L’ultima volta che sono sbarcato a Fiumicino la prima parola che mi è venuta in mente è stata ‘Africa’”.
Ma la massoneria conta ancora?
“Qui sì”.


Jacopo Fo ricorda sua madre Franca Rame, recentemente scomparsa.
(da “il Fatto quotidiano”, 2 giugno 2013)

Dio c’è ed è comunista e femmina

Questa è la trascrizione del discorso che ho tenuto alla celebrazione di mia madre, Franca Rame. Ringrazio ancora tutti per l’affetto che hanno dimostrato alla mia famiglia e a me in questo momento.

Grazie a tutti!
Per noi ieri è stata un’esperienza pazzesca: siamo stati due ore e mezza nella camera ardente con tutti questi compagni e queste compagne…   e la sensazione…   ecco, quello che le persone mi hanno detto è stato soprattutto che mia madre ha sempre fatto qualcosa per gli altri. Quando mia madre doveva spiegare perché si batteva contro le ingiustizie diceva: “Non posso fare altro: bisogna farlo! Non si può lasciare che degli esseri umani vengano trattati così…”.

Quando avevo 9 anni, uscì su un giornale la storia di un uomo disperato che era svenuto perché era senza lavoro e non mangiava da 4 giorni. Io ero un bambino e mia madre mi disse: “Vieni con me, dobbiamo andare da questa persona perché ha bisogno”.
E vogliamo parlare del manicomio di Aversa? Un posto dove venivano fatte cose orribili: lei andò in questo manicomio con un gruppo di parlamentari per occuparsi di queste persone e riuscì a far chiudere quell’orrore.

Allora, quando sento compagni delusi che dicono che non abbiamo combinato niente in questi 40 anni, io vorrei dire: non è vero! Non è vero! L’Italia oggi ha dei problemi drammatici, ma 40 anni fa era peggio!
E abbiamo lottato! E il fatto che voi siate venuti qui, che ci siano così tante donne vestite di rosso è il segno che abbiamo ancora speranza e che possiamo cambiare questa realtà.

Mia madre è stata rapita e massacrata dai fascisti. Allora c’erano i corpi deviati dello Stato e un gruppo di questi era composto addirittura da ufficiali dei carabinieri che brindarono dopo che mia madre fu stuprata e torturata. Mia madre ebbe il coraggio di raccontare questa storia e non fu facile per lei perché veniva da una famiglia cattolica in cui la vergogna del dolore è maggiore della volontà di denuncia!

Ecco, io vorrei ringraziarvi e vorrei dire che ci sono state tante battaglie che abbiamo fatto in questi anni e che è stato grande il fatto che mia madre sia riuscita a mettere assieme delle persone anche per fare delle cose, per fare delle cose buone, a essere sempre con i gruppi che facevano delle iniziative per chi ne aveva bisogno.

Mi ricordo quando iniziarono ad arrivare le notizie dal carcere dopo le bombe nella banca dell’Agricoltura [12 dicembre 1969], le notizie che i compagni arrestati venivano massacrati. “Bolzaneto” era tutti i giorni, in carcere, e mia madre iniziò a dire in teatro: “Bisogna fare qualcosa, non si può, non si può   accettare!” E allora non c’erano i computer, e c’erano centinaia di compagni in prigione. Non avevamo più notizie di centinaia di persone, le famiglie erano disperate: operai, sindacalisti, studenti. E mia madre iniziò con un gruppo di ragazze: su grandi tavoli si compilavano   i fogli con il nome del compagno arrestato, dove era, chi era il gruppo di compagni che doveva occuparsene e mandare un segnale, una lettera, una telefonata ogni settimana per dire che stavano continuando a occuparsi di quel compagno. E veniva annotato tutto: i trasferimenti, che cos’era successo, se il compagno era legato al letto di contenzione, se lo stavano ancora picchiando… tutti i giorni… ed era una cosa incredibile, incredibile… con carta e penna. Ore, ore e ore… decine di persone…Ad un certo punto Soccorso Rosso venne sostenuto da 20mila persone!

C’è una forza straordinaria in questo paese, cazzo!
E qualche imbecille ha detto, parlando di quando mia madre fu rapita, una cosa relativa alla sua bellezza. Che cazzata! Mia madre è stata rapita perché rompeva i coglioni! Era intollerabile per i fascisti, per il potere,   che ci fosse una donna, bella tra l’altro, che osava dire no a questo orrore!

E quando mio padre prese il Nobel decisero di destinare tutti quei soldi per i disabili, per comprare dei pulmini attrezzati… La gioia di mia madre e la gioia di mio padre quando vennero messi uno vicino all’altro: 36 pulmini per 36 associazioni di disabili che vennero a prenderli, fu una giornata meravigliosa per mia madre…
E quando non c’era nessuno che accettava la verità orribile che avevamo mandato i nostri soldati a combattere in Jugoslavia nei territori contaminati dall’uranio impoverito… Arrivavano gli inglesi e gli americani con gli scafandri e i nostri erano lì in maglietta a farsi contaminare e quando sono tornati in Italia hanno iniziato a morire a decine. Dicevano che non era vero… che non c’era problema…

Mi fermo qua. Le conoscete le battaglie di mia madre, non è che ve le devo raccontare tutte!
Vorrei ringraziarvi per quello che voi avete fatto oggi per la mia famiglia, a tutti quelli che hanno mandato messaggi d’amore…
Perché mia madre è stata una donna che ha amato immensamente. Ha amato immensamente mio padre, me, le mie figlie, la mia nipotina, e lei diceva sempre, quando succedevano le cose belle ma anche le cose brutte: “Ricordati che dio c’è ed è comunista!”

E vorrei che voi andaste a casa con un po’ di fiducia in più perché dio c’è ed è comunista e se si sono estinti i dinosauri si estingueranno anche questi! Le persone che non conoscono l’amore e il rispetto per l’umanità si estingueranno! E vorrei dire anche che non solo dio è comunista, ma è anche femmina e perciò possiamo stare certi che questo mondo lo cambieremo!

Grazie compagne!
Grazie compagni!


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Bart