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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

I magistrati sono diventati una setta

26 Giugno 2013

di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 26 giugno 2003)

Ho paura della magistratura. Ho paura del potere esclusivo e assoluto di cui essi dispongono e che può decidere le sorti di un popolo, di un governo, di uno Stato, di un partito oltre che di singoli cittadini, ridotti a loro sudditi. Quando cadono i principi fondamentali di una civiltà, quando si respinge ogni verità oggettiva, e non c’è più una morale condivisa, una religione rispettata, un comune amor patrio a cui rispondere, allora l’unico criterio supremo che stabilisce i confini del bene e del male e le relative sanzioni è la Legge. In teoria, la legge è un argine al male.

Ma in una società relativista che non crede più in niente, chi amministra la Legge, chi decide e sentenzia in suo nome, dispone di un potere assoluto, irrevocabile e autonomo che spaventa. Risponde solo a se stesso, in quanto è la stessa magistratura a interpretare la legge. L’unica differenza che c’è tra il potere dei magistrati e il potere degli ayatollah è che questi decidono e agiscono nel nome di una religione millenaria, radicata e largamente condivisa dal popolo su cui esercitano la loro autorità.

I magistrati, invece, sono la voce e il bastone di una setta che dispone del monopolio della forza, cioè il potere di revocare libertà, diritti e proprietà secondo la loro indiscutibile interpretazione della Legge. I confini tra le prove e gli indizi vengono superati a loro illimitata discrezione, e così quelli tra testimoni e imputati, se i primi non confermano i dettami del magistrato; le garanzie e i diritti elementari non contano rispetto ai loro responsi sovrani e non contano nemmeno gli effetti pubblici, politici, economici, che essi producono con le loro sciagurate sentenze.

Possono sfasciare imprese e perfino economie nazionali, governi, alleanze, partiti, famiglie e persone. È possibile, ad esempio, che l’uso delle intercettazioni sia lecito in alcuni casi e illecito in altri, sono loro a stabilire i confini, così le intercettazioni a volte sono la base su cui fondare i processi e le gogne mediatiche, a volte sono esse stesse il capo d’accusa in altri processi.

L’arbitrio nel nome della Legge è il peggiore degli arbitri perché è ammantato di oggettività e di obbligatorietà, non è sottoposto a nessun vincolo se non la legge da loro stessi interpretata e amministrata. Talvolta il dispotismo giudiziario viene esteso ad altri enti, come le agenzie delle entrate quando possono usare poteri enormi in materia di controllo, sanzione, pignoramenti e interessi di mora. Gli effetti anche in quel caso sono devastanti.

Non credo che i magistrati siano una specie malefica, quasi un’etnia feroce e una razza padrona. Sono nella media. Così come non credo che le agenzie di prelievo siano guidate da vampiri malvagi. Il problema è che se in una società incarognita e nichilista come la nostra che ha perso i confini del bene e del male, dove tutto è soggettivo e ognuno si stabilisce le regole di vita, dai a qualcuno un potere smisurato, l’abuso di potere è pressoché inevitabile.

È questo che rende particolarmente efferata e nefasta la loro azione al riparo da chiunque contesti la facoltà, il metodo e il merito delle loro decisioni. Un politico, pur con tutti i privilegi che gode, alla fine risponde a qualcuno del suo operato: ai propri elettori, ai magistrati stessi, è in conflitto e in competizione con altri politici, deve dar conto a istituzioni internazionali. La magistratura no, il suo stesso organo di autogoverno è in realtà un organo di autodifesa e di autolegittimazione nel nome sacrosanto della sua autonomia e del Dettame a cui si richiama per esercitare il suo potere.

Ma la magistratura non solo non risponde all’interno della stessa giustizia, ma non risponde nemmeno fuori dal suo ambito, neanche se mette a repentaglio la vita, la salute e la sicurezza dei popoli, degli Stati e degli assetti istituzionali.

Negata la ragion di Stato, viene cancellata la norma suprema della civiltà giuridica romana secondo cui salus rei publicae suprema lex est ; la magistratura non tiene conto della priorità assoluta che è la salute della Repubblica e dei suoi cittadini. Si legittima da sé, si nutre dei suoi giudizi e dispone delle forze dell’ordine per far applicare le sue sentenze. Il precedente storico, si sa, furono i tribunali giacobini del Terrore.

A questo punto le soluzioni che restano sono due: uno è che gli altri poteri, esecutivo e legislativo, e il supremo garante dello Stato, vale a dire il Capo dello Stato, intervengano per modificare, frenare e bilanciare questo potere assoluto con i suoi abusi nefasti. L’altra soluzione è la rivoluzione, cioè la sospensione dello status quo e dei suoi canoni, la disobbedienza civile e il mutamento radicale. La rivoluzione dal basso si chiama ribellione, insurrezione, guerra partigiana; la rivoluzione dall’alto si chiama colpo di Stato.

Ma in entrambe le forme la rivoluzione è un’arma pericolosa, a doppio taglio, che di solito produce più danni di quanti ne riesca a rimediare e propizia l’avvento di una dittatura. Però quando un potere eccede e straripa, e agisce come se fosse legibus soluto, ossia sciolto da ogni vincolo di legge, giacché della legge l’unico interprete autorizzato è esso stesso che ne abusa, si espone ed espone la società a quel rischio tremendo.

Disarmate i magistrati che abusano del loro potere e disinnescate gli ordigni che stanno seminando. O si rimedia o nasce un mostro, anarchico in basso e dispotico in alto. Il problema, a questo punto, non è più Berlusconi. Sono loro.

Postilla reticente . Sulla sentenza di lunedì a Milano esprimo un grande omissis. Sono troppe le cose che vorrei dire ma non posso dire. Non potendo esprimere in verità e in libertà le cose che penso, mi limito a notare una cosa.

Se il perno di un «sistema prostitutivo », come essi scrivono, è lo sfruttamento, in questa vicenda l’unico sfruttato accertato – da donnine e donnacce, da cortigiani e papponi, da avvocati, giornalisti e inquisitori – è Silvio Berlusconi. Tutti ne hanno tratto in modi diversi profitto e nessuno lamenta un danno subito da lui. A eccezione del condannato stesso. Berlusconi paga la presunta puttanata ben sette volte: in soldi, in salute, in reputazione, in consenso, in governo, e ora in sede penale e pure civile.


Marina: “Sentenza già scritta, non è giustizia”
di Gabriele Villa
(da “il Giornale”, 26 giugno 2013)

«Non chiamiamola sentenza. Non chiamiamolo processo. Soprattutto, non chiamiamola giustizia ».
Comincia così, con queste amarissime parole, la nota di Marina Berlusconi in difesa di suo padre. Non uno sterile comunicato e non soltanto il comprensibile sfogo di una figlia costretta ad assistere all’ennesimo, violentissimo attacco contro chi le ha insegnato il rispetto degli altri, la libera dialettica democratica, fatta di confronto e non di scontro, e il mestiere di imprenditore.

La fotografia sconsolata e, al tempo stesso drammaticamente realistica, di una macchina giudiziaria, sempre quella, che si muove per colpire e annientare chi decide di non cantare nel coro della sinistra. «Quello cui abbiamo dovuto assistere è uno spettacolo assurdo che con la giustizia nulla ha a che vedere, uno spettacolo che la giustizia non si merita. La condanna – scrive Marina – era scritta fin dall’inizio, nel copione messo in scena dalla Procura di Milano. Mio padre non poteva non essere condannato. Ma se possibile il Tribunale è andato ancora più in là, superando le richieste dell’accusa e additando come spergiuri tutti i testi in contrasto con il suo teorema ».

E a lei si unisce Pier Silvio: «In tutti questi anni, non ho mai commentato le tante ingiustizie subite da mio padre. Ma questa volta non posso tacere – attacca – Non pretendo che tutti conoscano mio padre dal lato umano. Ma posso assicurare che questa condanna è assurda: quello di cui l’accusano, e lo dico con tanta rabbia e con le lacrime agli occhi, è quanto di più lontano e contrario dall’uomo che è ».

Ricostruendo i fatti, e soprattutto i passaggi di tutto l’iter delle indagini, compiute con una meticolosità, quanto meno sospetta, Marina sottolinea come: «Non ha alcuna importanza che dopo anni incredibilmente passati a spiare dal buco della serratura non siano riusciti a trovare nulla, perché nulla c’era da trovare. Nessun reato, nessun testimone, nessuna prova, nessun movente, nessuna vittima. Non ha alcuna importanza tutto ciò, perché questo processo è stato concepito per essere celebrato sulle pagine dei giornali e nei talk show, per sfregiare l’uomo individuato come il nemico politico da demolire e non per stabilire la verità dei fatti ».

Fino alle conclusioni, se possibile ancora più amare, ma che caratterizzano questa vicenda surreale e fors’anche, a questo punto, un processo surreale, come sarebbe lecito ipotizzare, considerata la scansione degli avvenimenti, orchestrato per uno scopo ben preciso, come tiene a evidenziare Marina Berlusconi nel suo scritto: «Per raggiungere il loro obiettivo hanno dovuto anche inventarsi un imputato che non esiste: è forse la cosa più inaccettabile il veder descrivere mio padre nel modo più lontano da quello che lui è per davvero, un modo diametralmente opposto. Tutto il castello crollerà, è certo, la verità verrà ristabilita, ma questo non basta in alcun modo a mitigare l’amarezza e lo sdegno ».


 La figlia incubo della sinistra
di Sarina Biraghi
(da “Il Tempo”, 26 giugno 2013)

Qualcuno dice che è da escludere, qualche altro la definisce una nobile uscita di sicurezza, altri ancora temono la scelta. L’«uomo che sussura ai potenti », il lobbista Luigi Bisignani, dopo averlo consigliato, sostiene che Silvio Berlusconi si sarebbe già convinto di passare il testimone a Marina.

La primogenita ha sempre avuto un ruolo particolare nella vita privata del Cavaliere, ricoprendo da qualche anno anche quello di nonna Rosa che tanti consigli ed affetto manifestava nei confronti del figlio entrato in politica con la sua benedizione. «Quello cui abbiamo dovuto assistere è uno spettacolo assurdo che con la giustizia nulla ha a che vedere, uno spettacolo che la giustizia non si merita », è stata la dichiarazione di Marina sulla sentenza Ruby, parole di rabbia e delusione di una figlia ferita per il trattamento riservato a suo padre. E lei, con quel piglio manageriale (nominata vicepresidente della holding di famiglia nel 1996, a 30 anni), le capacità e la determinazione unite a una intelligenza brillante, appare come la vera erede, economica e politica, del Cavaliere. Non per niente Forbes la definì, qualche anno fa, la più potente d’Italia, tra le prime cinquanta al mondo.

Certo per la sinistra sarebbe un vero incubo: ancora Berlusconi, anche se Marina. Ci sarà chi griderà allo scandalo, dimenticando che sarebbe la giusta successione in una dinastia politica. Basta dare uno sguardo alla saga dei Kennedy, ai Reagan, ad un’altra Marina, la figlia di Le Pen. O forse sarebbe un’opportunità per la sinistra: fare ancora dell’antiberlusconismo il cavallo di battaglia evitando così le lotte fratricide all’interno del Pd.


Assassini, pedofili e truffatori sono meno pericolosi del Cav?
di Patricia Tagliaferri
(da “il Giornale”, 26 giugno 2013)

Roma РSe non ̬ un processo alla morale, allora, vanno valutati i fatti, che in quello a Berlusconi si riducono a una telefonata e a non provati rapporti sessuali con una minorenne, negati anche dalla presunta vittima.
Sette anni per concussione, che sarà pure per «costrizione » ma che si configura sempre e soltanto con una telefonata, quella fatta alla questura di Milano dove era stata portata Ruby.

Così, se al di là della configurazione giuridica astratta dei reati ci soffermiamo sui fatti di tante vicende di cronaca anche cruente, fa effetto confrontare certe condanne a quella appena incassata dal Cavaliere. Ci sono, infatti, frotte di imputati per sanguinosi omicidi colposi, stupri, truffe o crack finanziari che hanno ridotto sul lastrico migliaia di risparmiatori (i vari Cragnotti, Geronzi, Lande) che se la sono cavata con pene appena superiori, uguali o di poco inferiori a quella inflitta dai giudici di Milano a Berlusconi. Come il marocchino condannato a 8 anni per aver ucciso nel 2011 otto ciclisti travolgendoli con un’auto guidata sotto l’effetto di droga. Fece scalpore anche la storia di Stefano Lucidi, che nel 2008 provocò la morte di due fidanzatini bruciando un rosso a folle velocità sulla Nomentana, a Roma, e cavandosela poi in appello con 5 anni. Anche il nome di Beppe Grillo allunga la lista, condannato in secondo grado a 14 mesi per omicidio purimo colposo: nel 1984 perse il controllo del suo fuoristrada e uccise una coppia di amici e il loro bambino. Altra vecchia storia ma emblematica quella dell’omicidio Marta Russo: una ragazza morta e una condanna per omicidio colposo per l’assistente universitario Giovanni Scattone ridotta in Cassazione a 5 anni e 4 mesi e per favoreggiamento al collega Salvatore Ferraro a 4 anni e 2 mesi. Per aver infilato il cadavere della nipote Sarah Scazzi in un pozzo Michele Misseri dovrà scontare 8 anni, la stessa condanna inflitta in appello al giovane Alessio Burtone per aver ucciso con un pugno in metro un’infermiera romena con la quale aveva discusso. Secondo la Cassazione fu omicidio volontario quello del tifoso laziale Gabriele Sandri: 9 anni e 4 mesi all’agente della Polstrada Luigi Spaccarotella che gli sparò nel 2007.


Una malsana immobilità
di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 26 giugno 2013)

La sentenza di condanna nei confronti di Berlusconi, emessa dal tribunale di Milano, consegna ancora per chissà quanti anni i due maggiori protagonisti della politica italiana – e quindi, necessariamente, l’intera politica italiana in quanto tale – a una virtuale condizione di ostaggio. Oggi più che mai, infatti, sia il Pdl che il Pd sono soggetti su cui «si possono esercitare ritorsioni – così recita la definizione di «ostaggio » sullo Zingarelli – nell’eventualità che certe richieste non siano accolte ».

Oggi come non mai il Pdl è ostaggio – verrebbe da dire di più: prigioniero politico – di Silvio Berlusconi. Che questi decida di liberarlo dalla sua presenza, di favorirne in qualche modo l’emancipazione, è, dopo Milano, assolutamente impensabile. Il Cavaliere ha bisogno del «suo » partito per restare un soggetto politico (e di quale stazza!, egli è tuttora il vincitore in pectore di ogni eventuale competizione elettorale), e in tal modo, grazie al proprio ruolo pubblico, oscurare e annullare le condotte della sua figura privata. Naturalmente, insieme al Pdl è tutta la Destra italiana ad essere ostaggio del Cavaliere, anche se si tratta di un ostaggio preda da un ventennio dalla «sindrome di Stoccolma ». E cioè grata al suo padrone per i benefici insperati di cui egli l’ha gratificata evocandola dal nulla in cui era stata relegata dalla Prima Repubblica. Lo stesso nulla di personalità e di idee in cui a questo punto, però, la Destra appare destinata a tornare nel momento in cui Berlusconi cessasse (e prima o poi cesserà!) di essere il suo padrone. Riconsegnando così il Paese a quell’identico squilibrio organico tra Destra e Sinistra che lo ha afflitto fino al 1994.

Il Pd, dal canto suo, solo a prima vista sta meglio. Che se ne renda conto o meno, la sentenza milanese, infatti, lo consegna ancora più che per il passato in mano al sistema giudiziario e al suo establishment castale. A sinistra non sono molti, temo, coloro abituati a leggere sul Fatto Quotidiano le puntuali, documentate analisi critiche di un valente giurista e magistrato come Bruno Tinti circa la deriva politico-correntizia in cui è da tempo immerso il Consiglio Superiore della Magistratura e il tono malsano che esso così finisce per dare a tutto l’ordine giudiziario. Sono molti di più, invece, coloro che da anni vedono nella magistratura una preziosa alleata di fatto, capace tra l’altro di risultati politici molto più risolutivi di quelli ottenuti da un’azione e da una leadership di partito sempre, viceversa, ondivaghe e incerte. La clamorosa condanna di Berlusconi non può che suonare come una conferma di tutto ciò. E quindi dare ancora più spazio, se mai ce ne fosse bisogno, a quell’area giustizial-movimentista alla sinistra del Partito democratico che da sempre, con varie denominazioni, gli sta piantata come una freccia nel fianco. Proprio quell’area politico-culturale, va aggiunto, che finora ha impedito al Pd di essere davvero un partito «a vocazione maggioritaria », padrone del proprio operato, in grado di dare al Paese un governo di sinistra riformatrice sottratto ai ricatti di coloro che a sinistra detestano ogni riformismo.

Sia chiaro: nessuno pensa che la magistratura debba farsi condizionare dalle eventuali conseguenze politiche del suo operato. Ma da quando è accaduto che vent’anni fa tale operato è valso a disintegrare una maggioranza parlamentare, nonché il sistema dei partiti del Paese, sarà pur consentito, spero, di valutare quell’operato anche per i suoi effetti politici. Che nel caso di questa sentenza sono pessimi: suonando come una ratifica della paralizzante immobilità della scena italiana.


Marina Berlusconi scalda i muscoli: ormai studia da leader politico
di Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica”, 26 giugno 2013)

La “Cavaliera”, dicono già di lei. Ed è di nuovo “discesa in campo”, in casa Berlusconi. Ad Arcore tutto è pronto, raccontano adesso. Marina intenta a raccogliere l’eredità politica (non solo quella dinastica e patrimoniale) del padre. Alla guida della Forza Italia 2.0 e via dritti verso il voto anticipato. Sembra l’eterno tormentone della successione che ritorna. Questa volta c’è l’ex faccendiere e informatissimo Luigi Bisignani a rivelare la presunta svolta maturata due sere fa ad Arcore, un paio d’ore dopo la sentenza di condanna a sette anni per il reato più ignominioso. L’investitura da parte dell’anziano leader ormai segnato, lei che finalmente accetta: la quarantenne che può sfidare e sconfiggere il quarantenne Renzi, distanza anagrafica azzerata.

È un fatto che in serata – a differenza che in passato – non sia arrivato lo straccio di una presa di distanza dall’indiscrezione da Palazzo Grazioli. E nemmeno dalla presidente della Mondadori. Anzi, per ore è stato un coro di entusiastici consensi alla successione da dinasty. Le “amazzoni” in prima fila. A Piazza Farnese, ai piedi del palco improvvisato da Giuliano Ferrara, più di un fedelissimo del Cavaliere confidava che sì, “forse questa volta la notizia ha un fondamento”. Settimane fa, per prima Laura Ravetto aveva rilanciato la notizia. La ministra Nunzia De Girolamo aveva sperato che accettasse lo scettro. Cosa è accaduto nelle ultime 48 ore?

Poco prima di cenare col padre, nel lunedì nero della famiglia Berlusconi, Marina rende pubblico il proprio “sdegno” contro “la condanna già scritta nel copione messo in scena dalla Procura di Milano”. Sono gli stessi toni usati per anni dal padre. Difesa di una figlia, certo, ma via via in questi mesi, di intervista in intervista, lo spessore delle uscite dell’imprenditrice è stato sempre più politico. “Con lei, il vantaggio non da poco è che i nostri elettori ritrovano un Berlusconi per di più giovane da votare”, racconta fiducioso un alto dirigente di via dell’Umiltà.

A raccontare senza remore quanto avvenuto è Luigi Bisignani, intervistato in Radio nella trasmissione “Un giorno da pecora”. “Il presidente si è convinto che il dopo-Berlusconi è Marina. Non ero presente alla cena di lunedì, ma c’erano i familiari, Piersilvio, Marina e Barbara. Poi Francesca Pascale e l’avvocato Ghedini. Il piglio e la forza che Marina ha messo in quella cena ha convinto tutti che il vero erede è lei. D’altronde è stata fatta già testare, è stato fatto un sondaggio coi parlamentari Pdl ed è andato molto bene. E poi loro cercavano un imprenditore. E lei lo è. A una Forza Italia stanno pensano più persone, anche molti imprenditori come Alessandro Benetton”.

La primogenita di Silvio, altra rivelazione, starebbe studiando alla “scuola” di Paolo Del Debbio, tra i fondatori di Forza Italia nel ’94. Il trampolino di lancio, a sentire Bisignani e non solo lui, sarebbe già pronto. L’operazione correrebbe parallela col nuovo “predellino” che Berlusconi ha in mente. Forza Italia 2.0 da rilanciare in autunno, pronto uso in caso di crisi e elezioni anticipate, magari prima che la Cassazione travolga con l’interdizione il “patriarca” e con lui tutto e tutti, Pdl compreso. Già alla direzione del partito convocata oggi, con all’ordine del giorno la sola approvazione del bilancio interno c’è chi, come Giancarlo Galan e un manipolo di altri forzisti della prima ora, è intenzionato ad alzare la voce e far sapere che così è inutile andare avanti. Tornare alla vecchia sigla e alla svelta, sarà l’input al quale il leader non sembra sia estraneo.

“Ah, ho visto che volete candidare Marina. Vi converrà fare presto, prima che arrivino i giudici” ironizzava ieri pomeriggio il democratico Nicola Latorre con Paolo Bonaiuti, nel Transatlantico di Palazzo Madama. Ironie a parte, c’è chi sta prendendo la svolta molto sul serio, dentro il Pdl. Soprattutto le persone più vicine alla famiglia e non sarà un caso. “Spero che Bisignani abbia ragione. Ne sarei ben contenta” risponde Daniela Santanché. L’eurodeputata Lara Comi è la prima a cogliere al volo la notizia: “Marina a capo di una Forza Italia 2.0 sarebbe un’ottima prospettiva, spero sia vero”. E il sottosegretario Michaela Biancofiore: “Noi un Renzi, molto più serio, preparato e affidabile, lo abbiamo e si chiama Marina. Di fronte ad una sua discesa in campo, con dietro un padre oggi ancora più amato dal popolo italiano, non ci sarebbe speranza per nessun altro di conquistare il governo del Paese”. Tutti pronti a garantire che il partito sarebbe al suo fianco.

Nell’impero di famiglia la primogenita è sergente di ferro. Donna sola al comando, oltre che madre di famiglia, col piglio intraprendente del padre. È lei che si sobbarca le interviste più delicate quando lui finisce sotto attacco. L’ultima un mese fa a “Panorama” per definire “mostruoso il solo pensare che il destino del Paese passi per le mani di un gruppo di magistrati”. Lei adesso è pronta a impedirlo. Come Silvio vent’anni fa. Renzi è avvertito.


Berlusconi come Maria Antonietta
di Giulio Meotti
“da “Il Foglio”, 26 giugno 2013)

“Che ipocriti: prima liberalizzano ogni condotta sessuale, prima riducono il sesso a una funzione corporale emancipata dalla moralità, prima rendono moralmente ineccepibile tutto ciò che gli adulti condividono in privato, poi condannano in tribunale un ex primo ministro per le sue cene”. Roger Scruton è uno che sfida sempre l’opinione pubblica ma difficilmente sostiene quella corrente (giorni fa sul New York Times ha tessuto l’elogio del pessimismo). Filosofo inglese al St. Andrews College, culla di cultura e nobiltà, editorialista per il Times e celebre erudito autore di trenta libri che ne hanno fatto il più noto filosofo conservatore britannico, Roger Scruton commenta la condanna a sette anni inflitta a Silvio Berlusconi.

“E’ come la massima di La Rochefoucauld, ‘l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù’. E’ il tipico atteggiamento dei progressisti: mettono sul’altare ogni deviazione sessuale ma si riservano il diritto di giudicare come debbano vivere le altre persone. Solo un socialista ha diritto all’orgasmo libero? La borghesia, a cui appartiene Silvio Berlusconi, quella invece è da reprimere, e la famiglia è la culla della repressione da rieducare. Man mano che i comportamenti sessuali sono stati liberati dai vincoli tradizionali, le donne hanno incominciato a sollevare accuse, nuove e sino adesso impensabili, contro gli uomini che cercano di sedurle. Nell’isteria della liberazione sessuale ogni maschio è diventato colpevole”.

Nella condanna a Berlusconi Scruton intravede “una forma di puritanesimo moralista verso ogni forma di piacere. Questo vizio culturale accomunava il padre della Rivoluzione francese, Maximilien de Robespierre, e il leninismo, totalitario anche nella vita privata delle persone. E’ come nel detto di Jean-Paul Sartre, mutuato da Rousseau, sul ‘costringere l’altro a essere libero’. La Rivoluzione francese semplificò perfino l’abbigliamento. Tutti erano diventati ‘citoyen’, una parola che presto avrebbe acquisito il tono ironico di ‘compagno’ nell’impero sovietico, e allora si capì che la distruzione delle antiche maniere era il preludio al futuro taglio delle teste. Nel caso di Berlusconi penso anche che ci sia un risentimento verso il successo. Nietzsche aveva ragione a dire che il socialismo è risentimento. E cosa meglio dei soldi incarna il successo? Berlusconi attrae questo odio, perché è il tipico italiano old fashioned da biasimare e ‘riformare’”.

“L’accusa è automaticamente colpa”
Secondo Scruton, si tratta del vecchio risentimento che caratterizza il pensiero totalitario e antiliberale. “Il risentimento è la componente fondamentale delle nostre emozioni sociali. Il XX secolo è il secolo del risentimento. Gli anarchici russi colpirono le persone ricche, di successo, di potere. Il terrore di Stalin, che fu iniziato da Lenin, era diretto contro chi si ‘approfittava del sistema’, i kulaki. Il terrore nazista colpì gli ebrei per il loro successo materiale. E se volete sapere perché gli Stati Uniti siano diventati l’obiettivo del moderno terrorismo, basta vedere il loro ‘stile di vita’. Il successo coltiva il risentimento in coloro che invidiano e il risentimento produce l’odio. L’invidia consiste nel desiderio di possedere quel che l’altro ha e il risentimento è il desiderio di distruggerlo. E’ questo il puritano secondo H. L. Mencken, uno che ha ‘paura che qualcuno, da qualche parte, sia felice’”.

Per questo secondo Scruton contro Berlusconi si è messa in moto una delle caratteristiche del rancore nella sua forma patologica: “Non concedere diritto alla difesa, l’accusa è automaticamente colpa. Il totalitarismo è uno stato mentale che razionalizza il risentimento attorno a una causa comune. E gli intellettuali sono particolarmente inclini a questo risentimento generalizzato. Istituzioni come la legge, la proprietà, la religione creano gerarchie, autorità, privilegi, e per il risentimento queste sono causa di ineguaglianza. I giacobini colpirono l’aristocrazia in quanto ‘emigrés’. Eric Voegelin ha giustamente definito il marxismo come uno gnosticismo, un governo attraverso la conoscenza. I rivoluzionari, infatti, agiscono in nome del popolo, annunciano libertà, uguaglianza, fraternità, si credono illuminati, vogliono il potere in solidarietà con quelli che ne sono esclusi. E’ una energia negativa, una vendetta. Questo risentimento, che si avventa contro Berlusconi, non si acquieta quando la vittima è privata dei beni materiali; cerca di spogliarla anche della sua umanità, di dimostrare che non ha mai avuto il diritto di possedere la più piccola fetta delle risorse della Terra e che la sua morte non deve essere rimpianta più di quanto si debba rimpiangere quella di ogni altro tipo di parassita”.
Il filosofo inglese chiude con un paragone storico. “E’ come nell’umiliazione inflitta alla regina di Francia, Maria Antonietta, accusata di ogni possibile crimine, incluso l’incesto, in modo da presentarla come un essere che non appartiene alla normale congregazione umana”.


La politica harakiri del Pd
di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 26 giugno 2013)

È vero che le vicende giudiziarie di Berlusconi rischiano di disintegrare il partito da lui fondato e di ipotecare pesantemente il futuro della destra italiana, ma la catastrofica strategia dei dirigenti Pd potrebbe portare il maggior partito della sinistra a non approfittare di una straordinaria occasione per lanciare agli italiani un messaggio di chiarezza e di coerenza. Gli errori, in politica come nella vita, dovrebbero insegnarci a non farli più, perlomeno negli stessi modi.

Sembra, invece, che l’esperienza delle sconfitte, sul piano della politica nazionale, non riesca a modificare per nulla un atteggiamento che, applicato con una pervicace costanza, produce sempre un duplice danno all’immagine del partito, senza arrecare alcun vantaggio.

L’ultimo caso della politica harakiri del partito democratico riguarda la posizione assunta sull’opportunità di acquistare dagli Stati Uniti gli ormai famosi (per la verità, evidentemente non a tutti in quel partito) aerei da combattimento F35. Per apprezzare, però, fino in fondo il gusto masochistico che, ormai, pervade la dirigenza Pd, è meglio fare un breve riassunto delle puntate precedenti.

Dopo una campagna elettorale all’insegna del «grande cambiamento » necessario nella vita politica italiana e condotta con la tranquillità, per non dire la fiacchezza, di chi si sente sicuro della vittoria, il Pd e il suo segretario scoprono, invece, di non aver vinto. A questo punto, pur insistendo sul «grande cambiamento », si acconciano all’accordo con Berlusconi sul nome di Marini per la presidenza della Repubblica, il quale, non solo non è un grande segnale di cambiamento, ma finisce per essere bocciato dai franchi tiratori dello stesso suo partito. Con una giravolta di 180 gradi, per di più in 24 ore, la strategia muta nell’ipotesi di segno politico opposto, quello di Prodi, ma il risultato è lo stesso: la partita del Quirinale termina con una sconfitta per due a zero.

La rivincita, nella gara per il nuovo governo, comincia con un farsesco corteggiamento di Grillo che si conclude con un solenne e umiliante schiaffone in faccia al Pd, simboleggiato dal penoso spettacolo, in diretta tv, dell’incontro di Bersani con i capogruppo del «Movimento 5 Stelle ». Non resta, a quel punto, che la partecipazione dei democratici a un governo con il partito di Berlusconi. Una scelta che, da un lato, solleva la protesta di gran parte dei militanti, perché contraddice lo slogan di una ventennale politica della sinistra italiana, dall’altro, non viene neanche riconosciuta come un apprezzabile segno di realismo e di serio riformismo dagli elettori più moderati di quello schieramento, perché viene compiuta con una evidente riserva mentale di ambiguità e di scarsa convinzione. Anche in questo caso, dunque, un doppio danno.

Il pessimo bilancio d’inizio legislatura non convince la dirigenza Pd a cambiare registro, anche se a Bersani succede Epifani. Prima, il nuovo segretario partecipa, con dichiarazioni di appoggio incondizionato ed entusiasta, a una manifestazione dei sindacati contro la politica del governo guidato dall’ex vicesegretario del suo partito e composto da molti ministri provenienti sempre dal suo partito. Poi, sulla questione degli F35, il Pd si divide tra un atteggiamento populista e propagandistico che sostiene la necessità di preferire altre spese a queste, in un momento di difficoltà economiche così gravi per tante famiglie italiane e la presa d’atto, ma silenziosa e vereconda, di un indispensabile rinnovamento della flotta aerea italiana, pena la rinuncia all’efficacia di qualsiasi operazione militare in campo internazionale.

Al di là della coerenza e persino della moralità politica, impressiona l’effetto negativo di un metodo che, solo nel nome, può ricordare la famosa «doppiezza » togliattiana. All’epoca del grande capo Pci nel primo dopoguerra, quella «doppiezza » consentiva di ottenere l’egemonia culturale e politica dell’opposizione al governo e, contemporaneamente, di condizionarlo in maniera pesante in Parlamento, costringendolo a un continuo patteggiamento. Ora, questa novella «doppiezza » non soddisfa elettori e militanti delusi da scelte che, alla fine, non corrispondono alle sbandierate dichiarazioni bellicose e intransigenti dei leader. Ma non ottiene neanche il riconoscimento dovuto alla prova di realismo, di concretezza, di moderno riformismo che il Pd compie appoggiando la politica del premier, anche quando Letta è costretto a decisioni che non possono suscitare vasti consensi popolari.

È ora che nel partito democratico si prenda atto di una strategia sbagliata, non tanto e non solo perché ambigua e confusa, quanto perché destinata all’incomprensione della gran parte degli italiani. È legittimo rivendicare la vocazione maggioritaria della sinistra, ma bisogna dimostrare di meritarla. Cioè avere il coraggio di rivendicare pure, con chiarezza, posizioni coerenti con l’ambizione di poter raccogliere i consensi della maggioranza del Paese.


Marina Berlusconi erede del Cav? Lei smentisce: “Ipotesi infondata”
di Luca Romano
(da “il Giornale”, 26 giugno 2013)

Silvio Berlusconi pronto a lasciare il comando alla figlia Marina? Una voce che circola insistentemente e che si guadagna molti apprezzamenti, in un arco che va da Daniela Santanché a Michaela Biancofiore, che hanno risposto positivamente alla possibilità di un cambio al vertice in questo senso, ma complementamente smentita dalla diretta interessata.

L’idea di un nuovo capitolo per il centrodestra, con Marina Berlusconi alla guida, ha già qualche sostenitore, nasce però anche tra i dubbi. Renato Brunetta, capogruppo Pdl alla Camera, ha sottolineato questa mattina di non essere del tutto contrario (“Se la dottoressa Marina Berlusconi vuole fare politica, e ne ha tutte le capacità, faccia pure”), ma ha pure detto di non ritenere “plausibile un’investitura a carattere ereditario”.

Francesca Pascale, fidanzata del Cavaliere, ha spiegato che ad avere qualcosa da ridire potrebbe essere proprio il padre. “Non credo sia così d’accordo considerato quello che è successo a lui da quando è sceso in campo”, continuamente “vessato dalla magistratura”.

A mettere la parola fine alla girandola di dichiarazioni ci ha pensato però proprio Marina Berlusconi, che ha sottolineato – come già fatto in passato – che l’ipotesi non ha fondamento.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart