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Napolitano e i magistrati, la perfidia del “cosa ci sta dietro”

20 Agosto 2012

di Pierfranco Pellizzetti
(da “il Fatto Quotidiano”, 20 agosto 2012)

Il mio vecchio direttore al Secolo XIX di Genova, un professionista coi fiocchi la cui testa fu richiesta e ottenuta dal city boss locale che non ne tollerava l’indipendenza di giudizio, mi diceva sempre che c’è una domanda irricevibile da parte di un giornalismo degno di questo nome: la perfidia melliflua del “a chi giova”. Perché una notizia è vera o falsa, un commento sta in piedi o meno, il resto non conta.

Ma cos’altro ha fatto nell’articolessa domenicale de la Repubblica Eugenio Scalfari sbattendo in castigo il reprobo Gustavo Zagrebelsky, reo del terribile misfatto di aver smontato con lucida pacatezza giorni fa, sulle pagine dello stesso quotidiano, il castello argomentativo dei pretoriani del Giorgio Napolitano in guerra contro i giudici palermitani? Già dal titolo: “perché attaccano il capo dello Stato”, che insinua l’idea di intenti cospirativi da parte dei critici.

Va detto che la specie giornalistica si suddivide in tre razze: i “giornalisti-giornalisti”, all’esclusivo servizio del ruolo informativo senza se e senza ma, i “giornalisti che timbrano il cartellino”, burocrati che evitano come la peste rischi e problemi insiti nel mestiere correttamente inteso, infine i “giornalisti-politici”, quinte colonne di un qualche Potere (o di tutti i Poteri) sotto mentite spoglie.

Scalfari è il massimo esponente vivente di quest’ultimo tipo umano, visto che si è sempre mosso sul doppio binario dell’intervento diretto in politica (qualche volta come suggeritore, qualche altra in presa diretta) e il suo modello è quello del giornale-partito. Proprio per questo l’ermeneutica del sospetto su “cosa ci sta dietro” è molto più ragionevole nei suoi confronti, che non nei riguardi di quanti vorrebbe farci sospettare di secondi fini.

Ammettiamo pure che la polemica verso il Presidente della Repubblica risponda anche all’esigenza di mantenere il dibattito pubblico su tono tendenti al sovreccitato. E allora? Si tratta di una scelta editoriale che i lettori premieranno o meno.

Molto più interessante (perché questione politica e non informativa) capire quanto “sta dietro” all’operazione di blindare Napoletano in una sorta di intoccabile santità.

Ossia i segnali sottotraccia dell’operazione, che ruota attorno all’esponente più in vista del vecchio ceto politicante (ghostwriters e intendenza compresi), finalizzata alla sopravvivenza; schivando gli attacchi provenienti dalla vasta e variegata area dell’indignazione. Le mosse sono due: favorire la transizione surrettizia verso forme di presidenzialismo de facto, creare un’aggregazione di partiti per fare blocco contro le irruzioni esterne, tagliando le ali dello schieramento parlamentare: l’inciucio alla vaccinara D’Alema-Berlisconi-Fini nel suo restyling sobrio, supportato dalle consulenze professorali al governo.

La Lega con le sue mattane ha pensato bene di farsi fuori da sola, Antonio Di Pietro vede con chiarezza la minaccia incombente e le agita contro la roncola contadina da bravo Bertoldo del XXI secolo. Il più politicante Nichi Vendola ha preferito l’imbarco di sicurezza, lasciando a terra i vecchi alleati, per non offrire un bersaglio alla falce mietitrice di teste che si intuisce in avvio (e poi ha sempre più bisogno di uno scudo protettivo, visto che “il miracolo” della sua Puglia sta rivelando ben altri risvolti…). Per questo la consegna è quella del non disturbare il manovratore, sia che a farlo sia un intellettuale del calibro di Zagrebelsky o qualche penna fuori del coro. Come detto già altre volte, la sempiterna logica del “sopire e troncare”.

Quello che disturba è sentirla raccontare come lezione di giornalismo responsabile (parola che ormai inconsciamente colleghiamo agli Scilipoti). Perché, se fossero stati responsabili, Carl Bernstein e Bob Woodward non avrebbero smascherato lo scandalo del Watergate. Manlio Cancogni, tanti anni fa, non avrebbe rivelato le malefatte della speculazione edilizia romana con la celebre inchiesta “Capitale corrotta, nazione infetta”; pubblicata da l’Espresso, poi diretto da Eugenio Scalfari. Ma allora il direttore era un giornalista-giornalista: Arrigo Benedetti.


Una nazione vera o un mostriciattolo
di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 20 agosto 2012)

Ci «serve » un’Europa politica. Lo ripetono in molti, aggiungendo che essa deve essere costruita soprattutto con realismo all’insegna dei sacrosanti interessi nazionali mediati da una giusta dose d’integrazione. Questa è l’Europa politica che utilitaristicamente «ci serve »: un termine che non deve farci paura.

Bene. Ma a tanta ragionevolezza (virtù che apprezzo, sia chiaro) vorrei porre una domanda: è davvero così che possono nascere, che nascono, i soggetti politici? Perché sono utili, perché «servono »? Ne è mai nato qualcuno a questo modo? Mi permetto di dubitarne.

La storia non dimostra quasi nulla. Ma se c’è una cosa che perlomeno essa sembra indicare è che i soggetti politici veri – cioè quelli dotati di sovranità (precisamente ciò che oggi è indispensabile alla Ue) – non nascono da una costellazione di interessi. Altrimenti non si capirebbe, tra l’altro, perché non sia mai riuscita a diventare un autentico soggetto politico quella elefantiaca costellazione di finanziamenti, contributi, fondi di ogni tipo – cioè di interessi, appunto – che è stata finora proprio l’Europa di Bruxelles.

In realtà, l’europeismo finora dominante è andato a sbattere contro un muro non già a causa del suo utopismo e dei suoi miti, ma semplicemente perché il suo è stato un utopismo sbagliato. Sbagliato precisamente in quanto utopismo degli interessi, fondato sul mito pervadente dell’economia (donde Maastricht e l’euro), anziché essere un vero utopismo politico: vale a dire fondato su un’«idea », su una grande speranza mobilitante, l’unica capace d’alimentare sogni ed energie, di animare valori antichi e di crearne di nuovi. Mi dispiace per i real-materialisti («volgari », avrebbe aggiunto qualcuno), ma alla fine anche le sovranità politiche nascono da quella che Shakespeare chiamava la «materia di cui sono fatti i sogni » (e certamente di tale materia era fatto il Manifesto di Ventotene; peccato che esso accozzasse miti politici senza fondamento e una lettura assolutamente irreale dell’imminente dopoguerra europeo. Ciò che spiega, tra l’altro, perché il Manifesto di cui sopra sia sempre rimasto lettera morta, nonostante i salamelecchi universali).

Le sovranità, in altre parole, rimandano sempre, non agli interessi, ma a una lettura alta e forte del momento fondativo della politica, del «politico » in quanto riassunto di visione storica e d’intensità etica convergenti in un’appassionata determinazione. Solo ciò si è rivelato storicamente capace di dare vita a quelli che, non già il filonazista Carl Schmitt, ma il liberale Raymond Aron – e proprio a proposito dell’Europa, come ha ricordato un recente articolo di Commentaire – considerava i due elementi essenziali per l’esistenza di qualunque aggregato politico. E cioè, a) il senso di appartenenza, la necessaria coesione collettiva all’interno, in grado di mettere capo, b) a un’adeguata capacità di azione all’esterno. Secondo una prospettiva, come si vede, che da un lato afferma l’importanza dell’identità, dall’altro sottintende una scena mondiale inevitabilmente agonistico-conflittuale. Una prospettiva secondo la quale – cito ancora da Aron – un’unità politica è «una collettività umana cosciente della propria originalità e risoluta ad affermarla di fronte alle altre collettività ».

Ben diversa, invece, è l’idea che hanno avuto fino ad oggi le classi dirigenti del Continente e la burocrazia di Bruxelles, convinte dall’europeismo ufficiale che la sostanza della politica sia solo quella di assicurare l’esercizio regolare e tranquillo delle attività indifferentemente di tutti e di ciascuno; e che per far ciò non serva alcuna identità storica né alcun particolare legame tra gli individui se non quello di regole comuni. Dunque l’Europa come dispiegata vocazione al multiculturalismo, e insieme come «area della democrazia e dei diritti », nonché abitatrice di un mondo felicemente avviato dalla Provvidenza al ripudio della guerra e alla composizione pacifica d’ogni conflitto. Ma davvero può essere questa l’Europa politica? Potrà mai essa nascere domani su queste basi (anche se finora, chissà perché, non l’ha fatto)?

Certo non è alcun vertice che a questo punto può decidere. A questo punto sono le opinioni pubbliche, sono gli Europei, che devono prendere la parola: dire se vogliono continuare sulla strada attuale degli «interessi », continuando a sperare non si sa in che cosa, o se invece vogliono, come io credo sia necessario, mettere in moto una dinamica nazionale europea.

Un’Europa politica, per essere tale, deve avere un’autorità sovrana capace di adottare decisioni vincolanti per tutti, e proprio perciò, dunque, legittimata democraticamente. Decisioni difficili, che comportano rischi e incognite, con prezzi da pagare per molti, e per giunta distribuiti in misura ineguale tra Stato e Stato. Perché queste due cose siano possibili – la legittimazione di un’autorità unica, e il consenso alle sue decisioni – è necessario però che il sentimento nazionale degli Stati nazionali europei, spesso antico di secoli e vivo specialmente nelle classi popolari, e pronto a far lega con il populismo, trovi un adeguato contrappeso in un autentico sentimento nazionale europeo. Altrimenti esso finirà necessariamente per rivoltarsi contro il nuovo assetto.

L’obiettivo al quale cominciare a lavorare già da oggi, dunque, deve essere la Nazione europea. Cioè un’Europa che sia consapevole di tutto il suo passato, della portata e del significato dei valori e delle potenzialità di questo; che sia decisa a far valere gli uni e le altre nell’arena mondiale. Per costruire la quale serve forse una vera e propria rivoluzione culturale, sì: innanzi tutto contro il vecchio europeismo e i suoi feticci «politicamente corretti ». Ma non è proprio dalle rivoluzioni che tanto spesso sono nate per l’appunto le vere sovranità? L’alternativa, mi sembra, è un mostriciattolo politico in sedicesimo, nato per tutelare gli «interessi » ma destinato inevitabilmente, prima o poi, a vedere andare al diavolo anche quelli insieme a tutto il resto.


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Bart