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Come dice Feltri: Fuori le telefonate!

20 Agosto 2012

Ormai la disputa sul caso Napolitano-Mancino è comica a tal punto da smuovere una grassa risata in chi la segua convinto di incassare un po’ di verità; e trasforma i contendenti in cecchini che mirano soltanto a far fuori l’avversario che la pensi diversamente. A nessuno di costoro passa per la testa che c’è un soggetto che dalle due telefonate di Napolitano viene umiliato: il popolo.
Oggi leggo sul Gazzettino del Mezzogiorno un articolo di Michele Partipilo in cui sta addirittura scritto:

“Il pm Ingroia, ti ­tolare dell’inchiesta, indagando sull’on. Mancino – all’epoca dei fatti ministro dell’Interno – in ­tercetta anche alcune sue tele ­fonate con il Quirinale.
Quelle trascrizioni – dice la legge ­- devono essere subito distrutte, invece finiscono sui giornali.”

L’articolista non si è accorto che sui giornali sono finite le telefonate tra Loris D’Ambrosio – il defunto segretario giuridico di Napolitano – e Nicola Mancino. Mentre ciò di cui si discute è se le due telefonate dirette tra Napolitano e Mancino debbano o meno essere distrutte senza l’autorizzazione del gip, udite le parti.
Ossia, le due telefonate di Napolitano non sono ancora balzate agli onori della cronaca, giacché Napolitano sta cercando di farle distruggere.

A favore del capo dello Stato sono intervenuti autorevoli costituzionalisti, non solo, ma intorno a chi sostiene che si debba prevedere anche per il capo dello Stato la procedura secondo la quale le intercettazioni si possono distruggere solo dopo la decisione del gip, ascoltate le parti in causa, si cerca di fare terra bruciata.

Perché? Perché Napolitano non vuole che le parti in causa ascoltino le sue telefonate. Lui sostiene che lo fa per difendere una sua prerogativa (non la difese nel 2009 per un caso analogo: dunque le prerogative non si difendono un giorno sì e uno no); in realtà vi è il forte sospetto che quelle telefonate abbiano un contenuto molto ma molto imbarazzante, e tale da implicare probabilmente una procedura di impeachment, come sostiene Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo.

Tra tutti i costituzionalisti scesi in campo, e tra tutti i giornalisti più importanti, soltanto uno ha difeso il diritto dei cittadini a conoscere la verità sul contenuto delle due telefonate: Vittorio Feltri, con il suo editoriale di qualche giorno fa intitolato: “Fuori le telefonate”.
Degli altri, nessuno ha inteso schierarsi dalla parte dei cittadini, i quali – non vi è alcun dubbio – hanno diritto di sapere se il loro capo di Stato abbia o meno cercato di favorire un indagato eccellente come Nicola Mancino.
Costoro vorrebbero nascondere la polvere sotto il tappeto. Stupisce che il capo dello Stato non si renda conto della gravità del suo comportamento rispetto all’obbligo a cui è tenuto di fugare ogni sospetto  che lambisca la sua figura istituzionale e di garantire in ogni momento il cittadino circa la sua integrità.

Dopo Scalfari, anche Emanuele Macaluso difende a spada tratta l’amico Napolitano, ma si guarda bene, pure lui, dallo schierarsi dalla parte dei cittadini.

A Macaluso, perciò, domando se io cittadino di questa repubblica ho o non ho diritto di sapere se alla guida del mio Paese vi sia un integerrimo galantuomo o un arruffone che ha tentato di prodigarsi in favore di un indagato eccellente che ricoprì la seconda carica dello Stato, vale a dire se ho o non ho il diritto di sapere se Napolitano si identifichi con la casta e si schieri a sua tutela,  spregiando il principio costituzionale che ogni cittadino è uguale dinanzi alla legge.
Non crede Macaluso che io abbia diritto di sapere fatti di questa portata che, se veri, sarebbero degni di impeachment?

Vedere personaggi e firme illustri arrampicarsi sugli specchi e fare solenni scivoloni finendo col sedere per terra, vi confesso mi fa sbellicare, ma non mi allontana dalla preoccupazione che il nostro Stato sia profondamente corrotto, anche ai vertici più alti.
Rido con le lacrime agli occhi, ma quelle lacrime non sono la conseguenza della mia grassa risata, ma del dolore e del rimpianto.


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