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Una nebbia tossica

16 Aprile 2013

di Massimo Franco
(dal “Corriere della Sera”, 16 aprile 2013)

A quarantotto ore dall’inizio delle votazioni, le dinamiche per eleggere il nuovo capo dello Stato sono tornate misteriose, immerse in una nebbia tossica. Qualche giorno fa si era parlato di «metodo »: parola fredda ma preziosa per tentare di cucire interessi diversi e contrastanti, consegnando un simulacro di unità nelle mani del nuovo presidente della Repubblica. Ma nel lessico usato ultimamente dai partiti, di questo termine si è persa qualunque traccia.

Può darsi che riemerga per magia nelle prossime ore per un soprassalto di senso di responsabilità. Eppure, non si può tacere il timore di una coazione a ripetere vecchi errori.

Invece di essere il momento della cesura rispetto a veti incrociati che non producono governi ma risse e immobilismo, il Quirinale rischia di trasformarsi nel sommo parafulmine della crisi del sistema. Pessima prospettiva. La spaccatura dell’Italia non si sbloccherebbe. Anzi, sarebbe perpetuata e aggravata, e proprio nella sua istituzione più delicata e strategica. Ieri Pier Luigi Bersani si è incontrato di nuovo con il premier dimissionario, Mario Monti. Un colloquio analogo fra i due aprì la strada al tentativo di trovare un precedente per il dialogo fra Pd e Pdl.

Pochi giorni dopo si videro Bersani e Silvio Berlusconi, impegnandosi a un nuovo faccia a faccia prima dell’inizio delle votazioni a Camere riunite. Non è chiaro se rispetteranno l’impegno reciproco, per siglare un’intesa sul presidente della Repubblica in grado di smontare una fioritura sconcertante di candidature improbabili quanto accreditate come «popolari »; e per chiarire almeno in parte quali saranno le maggioranze che eleggeranno il successore di Giorgio Napolitano. Ma la prospettiva di avere un Quirinale di parte, di qualunque parte, non può entusiasmare: in generale, e in particolare in questa situazione.

Le elezioni di fine febbraio hanno dato risultati tali da riconsegnare un Parlamento spezzato in tre tronconi; e con numeri che riflettono solo parzialmente la realtà del Paese. Esasperare questa parzialità potrebbe avere riflessi imprevedibili sulla tenuta non solo istituzionale ma sociale. Il «gioco del Quirinale », come viene chiamato a volte, in realtà è cosa estremamente seria. Nel passato, per arrivare all’elezione di un capo dello Stato si sono attraversati passaggi drammatici, perfino tragici. Quando si parla di candidature equilibrate, condivise, tali da garantire all’Italia rispetto e credibilità sul piano internazionale, si elencano i contorni essenziali di un’identità.

Personaggi improvvisati e privi di esperienza possono essere suggestivi ma rivelarsi pericolosamente inadeguati: tanto più sulla distanza di un settennato. Per questo, sebbene faccia storcere il naso a chi accarezza prove di forza, se non forzature, pensando a improponibili regolamenti di conti e vendette, la parola «metodo » va rivalutata. E va offerta, formalmente o di fatto, agli interlocutori più responsabili come una bussola che permetta di ritrovare la strada della ragionevolezza politica: almeno nel tratto brevissimo che porta al Quirinale, dal quale però dipende il destino dell’Italia.


Porcellum e governo della conservazione
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 16 aprile 2013)

C’è un unico punto su cui i saggi di Giorgio Napolitano non sono riusciti a trovare un qualche accordo. È stato quello della riforma elettorale. Tre saggi su quattro hanno bocciato la proposta dell’elezione diretta del Capo dello Stato. E solo per dimostrare che su questo terreno non avevano solo perso tempo, i quattro dotti per scelta quirinalizia hanno abbozzato una proposta di riforma mescolando insieme il sistema tedesco con quello spagnolo e tirando fuori un aborto istituzionale ricalcato sui risultati dell’ultima tornata elettorale e diretto semplicemente a correggere l’assurdità attuale di un premio di maggioranza che attribuisce il cinquantacinque per cento dei seggi ad un partito che non ha raggiunto il trenta per cento dei voti.

La mancanza di accordo sulla riforma elettorale non stupisce e non rappresenta uno scandalo. Non si poteva certo pensare che in dieci giorni di tempo i quattro del Colle, sia pure se provvisti di saggezza, avrebbero potuto sciogliere un nodo su cui si sono inutilmente cimentati per anni ed anni i partiti tradizionali. Ma il mancato accordo sul tema della riforma elettorale impone alcune considerazioni che possono risultare utili per il prossimo futuro. La prima è che qualunque governo possa nascere dopo l’elezione del successore di Giorgio Napolitano, di larghe intese, di scopo, di minoranza, difficilmente riuscirà ad indirizzare in tempio brevi il Parlamento verso una nuova legge elettorale. La seconda considerazione, legata alla prima, è che con la scusa della necessità di cambiare il Porcellum qualunque nuovo governo avrà la possibilità di allungare il tempo della propria sopravvivenza. Cioè dello stato di precarietà in cui versa il paese visto che nessuna formula, neppure quella delle larghe intese, garantisce la fine della conflittualità tra le forze politiche dell’attuale legislatura. La terza considerazione, infine, è che a dispetto delle critiche e del suo stesso nome, il Porcellum rischia di essere un sistema elettorale difficilmente riformabile.

Perché assicura ai leader di ogni partito la possibilità di nominare con il listino bloccato i futuri parlamentari scegliendoli tra i più fedeli. E perché alla vigilia del voto trova sempre chi, pur criticandolo ufficialmente, lo difende a spada tratta nella convinzione di avere la vittoria già in tasca ed il mostruoso premio di maggioranza già assicurato. Chi pensa e sostiene che un governo serva a cambiare il Porcellum, dunque, sbaglia o racconta frottole. I vantaggi che l’attuale legge elettorale assicura alle caste chiuse dei partiti sono talmente tanti che difficilmente si potrà assistere nel prossimo futuro alla sua sostituzione con un sistema diverso e (si spera) migliore. C’è una sola strada per arrivare a superare il Porcellum. Ed è quella bocciata dai tre saggi su quattro. Cioè la scelta di inserire la riforma della legge elettorale all’interno di una più ampia e radicale riforma istituzionale diretta ad eliminare il bicameralismo perfetto ed a trasformare il sistema parlamentare in sistema presidenziale attraverso l’elezione diretta del Capo dello Stato. Ma è proprio il partito che più parla di cambiamento che si oppone ad una prospettiva del genere.

Da questo orecchio Pier Luigi Bersani, che pure rivendica la diversità del Pd dalle altre forze politiche e ripete il mantra degli anni ’70 che in nome di questa diversità il suo partito deve governare per cambiare, non ci vuole sentire. Il ché non stupisce. Perché la resistenza al cambiamento del Pd sul terreno istituzionale è identica alla resistenza del Pd a qualsiasi ipotesi di cambiamento sul terreno di ogni altra riforma indispensabile per la ripresa del paese. Da quella dello stato burocratico-assistenziale e del lavoro a quella fiscale, da quella delle autonomie a quella della giustizia. Se mai Bersani dovesse riuscire a concretizzare la sua ossessione di dare vita ad un esecutivo di minoranza, dunque, il suo non sarà il governo del cambiamento ma solo quello della conservazione. E non del paese ma solo di una casta che pretende di essere inamovibile e di perpetuarsi all’infinito.


Indietro, miei Prodi
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 16 aprile 2013)

Questo è il terzo articolo che scriviamo per dire che Romano Prodi brucia dal desiderio di diventare presidente della Repubblica. Egli però non è il tipo da gridarlo ai quattro venti e finge di essere disinteressato alla pratica.

C’è chi briga in sua vece: sono gli amici di sempre, quelli che gli hanno dato qualcosa in passato e che da lui hanno ricevuto molto: posti, favori, agevolazioni, spinte e spintarelle. Il Professore ha i requisiti per salire al Colle in questo periodo di sbandamento politico, sociale ed economico: è cattolico; è di sinistra ma non è mai stato comunista e può essere spacciato dai compagni come equidistante dai due schieramenti, destra e sinistra; è talmente europeista da aver costretto l’Italia a entrare col cappello in mano nell’euro.

Insomma, è il personaggio giusto per continuare nella politica sbagliata di Mario Monti e dei vari sudditi di Angela Merkel. Inoltre ha battuto due volte alle elezioni nazionali Silvio Berlusconi; merito, questo, che agli occhi degli iscritti al Pd vale una medaglia d’oro, che dico, un premio Nobel. Ha solo un difetto: è sgradito – peggio, è inviso – al centrodestra, che non lo voterà mai, neanche in caso di strage. Un difetto grave. Sul suo nome non convergeranno i consensi unanimi del Parlamento, ciò che invece piacerebbe assai a Pier Luigi Bersani perché gli consentirebbe di aprire un dialogo governativo con i berluscones. Il segretario e candidato premier del Pd, infatti, non ha accantonato la pretesa di governare con i voti degli altri, non avendone a sufficienza per agire in proprio allo scopo di entrare a Palazzo Chigi.

In un primo momento, Bersani sperava di ottenere quelli del M5S, ma Beppe Grillo ha respinto ogni avances. Poi ha ripiegato su quelli del Cavaliere, precisando tuttavia di non volere tra i piedi il Cavaliere. Aspirazione troppo ambiziosa: come si fa a puntare sull’appoggio del Pdl rifiutando la collaborazione del fondatore e leader indiscusso? Impresa ardua. Cosicché Pier Luigi ha cambiato strategia. Ha incontrato lo stesso Berlusconi e gli ha proposto un accordo per eleggere il capo dello Stato. Ottima idea. Ma c’è un ma. La rosa dei nomi tra cui scegliere il papabile chi la prepara? Io, ha risposto il vincitore (si fa per dire) delle elezioni, suscitando le perplessità dell’interlocutore. Il quale ha suggerito: scegliamolo insieme, tu e io. Dopo un’ora di trattative, i due si sono lasciati con un arrivederci.

Intanto Bersani non ha smesso di ravanare nel mondo politico, arrivando alla seguente conclusione: dato che i grillini si sono sbilanciati in favore di Prodi presidente, significa che sono pronti a votarlo insieme con noi per spedirlo al Quirinale. Ergo, lo possiamo spingere senza l’aiuto del centrodestra. Non solo. Ma se anche i centristi montiani si convincono che il Professore è l’uomo adatto, il gioco è fatto: avremmo facoltà di dire urbi et orbi che Prodi è stato scelto da tre quarti del Parlamento, dunque è il presidente degli italiani.

Bersani non vede l’ora di realizzare il suo piano e di rifilare uno smacco al Cavaliere. Non si cura di altro. Anche perché, in cambio del favore resogli, chiederebbe a Romano di conferirgli un incarico pieno per formare il nuovo governo. Il quale Romano non oserebbe negarglielo. Tanto, chissenefrega. Se Pier Luigi ce la fa, strappando l’appoggio dei grillini, bene. Se non ce la fa, amen. Prodi per sette anni sarebbe comunque blindato lassù, sul Colle.

Il leader di Bettole non demorde: è intimamente persuaso, col patrocinio di Prodi (amico di Grillo), di essere attrezzato per formare una maggioranza e, quindi, un esecutivo duraturo. Non gli passa per la testa che il guru pentastellato, qualora in un momento di debolezza cedesse alle pressioni del Pd, farebbe una figura di palta con il proprio elettorato. Bersani è talmente preso dal desiderio di entrare a Palazzo Chigi da non pensare che i grillini, per quanto affettivamente vicini a Prodi, siano abbastanza scafati da non sacrificare la propria verginità alle ambizioni del vertice pd.

Ma tutto può succedere. Perfino che il M5S opti per il suicidio. Improbabile, non escluso. In attesa di verificare cosa accadrà fra due giorni, quando si tratterà di eleggere il successore di Napolitano, nell’entourage di Prodi c’è fermento: sono in ballo molte poltrone da spartire. Nelle banche e nei giornali, negli enti pubblici e nel sottobosco governativo. Il mio amico Gianni Riotta, bravo giornalista, è sulle spine. Fosse esatto che Mario Calabresi, il famoso orfano, passerebbe dal timone della Stampa a quello del Corriere della Sera, per Riotta sarebbe automatico sostituirlo alla guida del quotidiano della famiglia Agnelli, Giovanni Bazoli permettendo.

A proposito del banchiere, sponsor potente del Professore, si dice che diventerebbe un personaggio stellare quale fu Enrico Cuccia, per decenni dominus del credito patrio. Ciascuno ha le proprie aspirazioni. E Ferruccio de Bortoli ha quella di non andarsene da via Solferino, postazione che giustamente difende con i denti. Ci domandiamo con quale faccia i vincenti prodiani potrebbero licenziarlo, visto che la sua gestione del giornalone della borghesia lombarda è attiva, e rimpiazzarlo con Calabresi che, invece, alla Stampa non sta facendo faville. Ma queste sono questioni secondarie, più attinenti al gossip che alla politica. Le citiamo solo perché sono utili per comprendere il clima che si sta creando attorno alle manovre quirinalizie; e denotano quanto i protagonisti della battaglia tengano maggiormente alle proprie sorti che non a quelle del Paese, a conferma che in Italia cambiano gli sfruttatori ma gli sfruttati sono sempre gli stessi: i cittadini. Che aspettano di uscire dalla crisi e, viceversa, vi si immergono sempre di più. Con una sola prospettiva: prolungare la loro agonia, stretti come sono tra l’austerity europea e le inefficienze nazionali, minacciati dal martello tedesco e spiaccicati sull’incudine fiscale.

Se quanto abbiamo scritto è vero, e saremmo lieti di avere sbagliato tutto, non ci resta che confidare in un guizzo difensivo di Berlusconi. Qui non si tratta di costruire un futuro, ma di demolire il presente. Ultima osservazione. Se proprio è necessario avere un cattolico al Quirinale, pur di non mandarci Prodi ripescheremmo Rosi Bindi, sul conto della quale – simpatia a parte – c’è poco da discutere. È una persona perbene, tosta e coerente. Ciascuno ha la Merkel che si merita.


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Bart