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Costituzione, la madre di tutte le riforme

5 Luglio 2013

di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 5 luglio 2013)

La vicenda dell’abolizione delle province bocciata dalla Corte Costituzionale dimostra in maniera incontestabile che la riforma della Costituzione è la madre di tutte le riforme. Se si vuole mettere mano ad un qualsiasi provvedimento destinato ad apportare un qualsiasi cambiamento alla struttura complessiva dello stato burocratico-assistenziale costruito nel secondo dopoguerra sulla struttura dello stato centralistico e autoritario sabaudo e fascista, non c’è altra strada che quella della riforma integrale della Carta Costituzionale. Quando il governo Monti ha varato il decreto di abolizione delle province non c’era persona dotata di semplice buon senso a non capire che le ragioni di “straordinaria necessità e urgenza” tirate in ballo dal Professore per il taglio delle autonomie ritenute inutili e sovrabbondanti sarebbero andate a sbattere contro i ricorsi degli interessati a non essere eliminati e la conseguente decisione della Corte Costituzionale. Non è forse la Costituzione a prevedere le province? E come si fa a eliminare un pezzo di Costituzione se non si modifica la Costituzione stessa? All’epoca del decreto Monti questa considerazione assolutamente scontata e banale è stata seppellita e nascosta sotto una coltre di austerità demagogica.

L’Europa chiedeva tagli, i media pretendevano tagli, il popolo sollecitava tagli. E il governo, il Parlamento, lo stesso Quirinale dove al governo precedente non si faceva passare neppure l’ombra di una possibile ed eventuale forzatura costituzionale, hanno dato i tagli. Fatti per decreto. Non per essere applicati immediatamente visto che nel frattempo le province sono cadute nel limbo dell’eliminazione virtuale priva di qualsiasi riscontro con la realtà. E, soprattutto, fatti per essere sconfessati e bocciati, quando la pressione dell’Europa, dei media e del popolo fosse passata, da una Corte Costituzionale obbligata a far rispettare la regola che senza modifiche costituzionali non si può cambiare ciò che è fissato nella Costituzione. La morale di questa vicenda, dunque, non è che la colpa della mancata riduzione degli sprechi ricade sui componenti della Consulta incapaci di mettersi in sincrono con la vita democratica e con i problemi del Paese e sempre pronti a difendere i privilegi della casta politica.

Questa non è solo una sciocchezza colossale ma una vera e propria operazione di mistificazione diretta a nascondere la morale vera della faccenda. Cioè che se non si mette mano alla Costituzione attraverso le procedure previste dalla Costituzione stessa, nessuna riforma sarà mai possibile. Le campagne demagogiche che in nome della lotta alla casta politica portano avanti misure irrealizzabili diventano, quindi, la semplice copertura della volontà strenua del blocco conservatore di non compiere alcuna riforma e di lasciare del tutto immutato il burka costituzionale sotto cui sono proliferati tutti i privilegi e tutte le escrescenze che appesantiscono in maniera ormai insopportabile la struttura dello Stato. Un reale e concreto percorso riformatore passa attraverso l’abolizione di questo burka ormai diventato lo strumento di difesa di chi punta a non cambiare nulla. La Consulta, che pure è strumento dove i conservatori sono maggioranza, è un falso bersaglio. Le riforme si potranno fare solo a condizione di battere quanti usano la Costituzione per difendere i propri interessi e conservare i propri privilegi di casta!


Province, si fa presto a dire abolizione
di Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”, 5 luglio 2913)

Che non si potessero abolire le Province con un decreto legge è evidente: sono Enti previsti dalla Costituzione, serve una legge costituzionale; che significa doppio passaggio in Parlamento, eventuale referendum, insomma un paio d’anni ed esito incerto. Ma non c’è da strapparsi i capelli: i risparmi di spesa conseguenti all’abolizione non sono granché.

Il problema non è chiamare le cose con un nome diverso; è cambiarle. Se le Province devono davvero essere abolite, questo vuol dire che quello che fanno è inutile. Se invece inutile non è, tanto che è necessario istituire settori di Regioni e di Città metropolitane che facciano le stesse cose che prima facevano le Province, conservando lo stesso numero di dipendenti e di strutture; allora che senso ha abolirle? Quello che si risparmia è qualche presidente e consigliere provinciale in meno. Il che è una bella soddisfazione sul piano politico, ma poco produttiva sul piano economico: a quanto ammontano gli stipendi risparmiati? Intendiamoci: una riduzione della spesa pubblica ottenuta con il taglio di costi della politica è sempre una buona cosa e certamente rincuora i cittadini; ma non ha effetti decisivi sulla crisi. Che invece ci sarebbero se, oltre ai politici, fossero eliminati (in realtà significativamente ridotti in proporzione alle effettive esigenze di servizio) i dipendenti pubblici. E qui siamo nei guai.

Le Province italiane contano circa 60.000 dipendenti; diciamo dunque da 40.000 a 50.000 famiglie (ci saranno pure dipendenti single). Che succede se 200.000 persone mal contate si trovano, dall’oggi al domani, senza mezzi di sussistenza? Che ne è di gente che, il 27 del prossimo mese, non avrà i soldi per pagare il mutuo o l’affitto, per fare la spesa, per riscaldarsi in inverno? Può il Paese far fronte a un’emergenza del genere? E il caso delle Province è solo uno: in Italia gli impiegati pubblici sono 3 milioni e mezzo. Quanti sono inutili? E chi lo sa? Ma il costo di questo ignoto numero di persone, se eliminato, avrebbe importanti effetti positivi sull’economia italiana; e, contemporaneamente, ne avrebbe di disastrosi sul piano sociale e politico. In Grecia ci sono 750.000 dipendenti pubblici, un numero pari a quelli impiegati nel settore turistico che, in quel Paese, significa il 16 % del Pil. Per essere ammessa al piano di salvataggio, la Grecia ha ridotto gli stipendi dei dipendenti pubblici del 20% e ha promesso di ridurne il numero di un quinto.

Se in Italia si applicassero le stesse misure, si dovrebbero licenziare circa 700.000 dipendenti pubblici con conseguenze disastrose sul piano sociale e politico: altro che Alba Dorata, il partito neo fascista greco.

Ecco perché l’eliminazione delle Province e la sentenza della Corte costituzionale che le ripristina sono un falso problema. Il problema reale è sempre lo stesso: il lavoro deve essere produttivo; che vuol dire fornire le risorse necessarie per remunerare il lavoratore e garantire un utile; se così non avviene si trasforma in un costo per la collettività.

Ma in un Paese in cui “diritto al lavoro” significa dovere per lo Stato di fornire a tutti un posto di lavoro, anche quando ciò è economicamente impossibile, la cosa è trascurabile. Per questo siamo in bancarotta.


Una relazione indispensabile
di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 5 luglio 2013)

Per chi crede che la storia si riduca a una successione di complotti, la crisi dei rapporti euro-americani innescata dalle rivelazioni di Edward Snowden sullo spionaggio statunitense ai danni dell’Europa, è solo una conferma. Per i patiti dei complotti, cinesi e russi hanno manovrato la marionetta Snowden per mettere nei guai Obama e suscitare un’ondata di sdegno antiamericano in Europa. L’obiettivo? Compromettere le trattative per l’accordo di libero scambio fra Stati Uniti e Europa, la Ttip (Transatlantic trade and investment partnership) un accordo che, in prospettiva, potrebbe dare un salutare colpo di frusta all’economia euro-atlantica ma anche, forse, contribuire a falsificare le più cupe profezie sul «declino dell’Occidente » e l’inarrestabile ascesa dell’Oriente. Per chi non crede alle teorie del complotto, semplicemente, Snowden e le sue rivelazioni sono un regalo del cielo, una opportunità insperata, che russi e cinesi hanno sfruttato e sfruttano.

La condotta giusta da tenere è quella indicata dal nostro ministro degli Esteri, Emma Bonino: da un lato, esigere con fermezza spiegazioni dall’Amministrazione Obama e, dall’altro, tenere a bada coloro che soffiano sul fuoco per aggravare la crisi in atto nei rapporti euro-americani. Una crisi che, probabilmente, prima o poi, verrà in qualche modo ufficialmente superata (tutti hanno troppo da perdere), ma che lascerà comunque dietro di sé una scia di veleni. Rendendo ancora più difficile di quanto già non apparisse in partenza (prima delle rivelazioni di Snowden) portare a compimento l’accordo sulla Ttip.
Ricordiamo cosa è in gioco e anche perché un fallimento dell’accordo sarebbe assai gradito alle potenze extraoccidentali. In gioco, prima di tutto, c’è lo slancio che l’accordo potrebbe dare all’economia euro-americana. Gli economisti calcolano quanti posti di lavoro in più, e quanti punti in percentuale del Pil in più, la costruzione di un mercato unico (o di qualcosa che, per lo meno, vi si avvicini) frutterebbe sia agli europei che agli americani. Ma al di là delle previsioni sui numeri ci sarebbe soprattutto un effetto psicologico le cui conseguenze economiche non possono essere quantificate in anticipo. Come ha scritto, fra gli altri, Giuliano Amato ( Il Sole 24 Ore , 23 giugno), l’accordo creerebbe un clima di fiducia e di ottimismo generalizzati, spingerebbe centinaia e centinaia di operatori economici ad allargare i loro orizzonti, a scommettere sul futuro. In breve, potrebbe rinvigorire i languenti «spiriti animali » del capitalismo occidentale.

I probabili effetti economici positivi avrebbero potenti ripercussioni politiche. L’area euro-atlantica riacquisterebbe, nei tanti tavoli ove deve trattare con la Cina, con la Russia e le altre potenze già emerse o emergenti, una forza che negli ultimi anni ha perduto.
Si consideri anche un altro aspetto. Obama è il presidente degli Stati Uniti culturalmente più lontano dall’Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ma anche lui ha constatato quanto inconcludente sia stata una politica che, mentre snobbava i vecchi alleati europei, privilegiava il rapporto con le potenze autoritarie (Cina) o semi-autoritarie (Russia) nella speranza di stabilire durevoli relazioni di cooperazione e di fiducia.
Giocava l’errata convinzione che la natura dei regimi politici (o dei movimenti politici: vedi l’atteggiamento verso i Fratelli Musulmani egiziani) sia irrilevante ai fini della cooperazione internazionale. Ma non lo è. Già prima del caso Snowden, la tensione fra gli Stati Uniti e la Russia di Putin era arrivata alle stelle (Siria, scudo missilistico in Europa, eccetera). Ed è ormai chiaro che le relazioni con la Cina sono destinate a diventare sempre più competitive e tese.

Riaprire agli europei era dunque, per Obama, necessario. Da qui il progetto della Ttip. Un progetto con tanti nemici su entrambe le sponde dell’Atlantico. Nemici economici: coloro che, nei vari comparti (industria culturale, agricoltura, eccetera), guadagnano dal mantenimento di barriere. Nemici burocratici: le amministrazioni nazionali che difendono una discrezionalità e una capacità di regolazione che verrebbero indebolite dal mercato unico. Nemici politici: un mondo variopinto che comprende gli isolazionisti statunitensi e i tanti antiamericani per principio sparsi per il Vecchio Continente. Il presidente Hollande, campione del protezionismo culturale francese, e uno dei più zelanti nel minacciare di affondare l’accordo, coltiva con evidente tenerezza questi diversi tipi di nemici.
Obama riapre all’Europa e poi scivola sul Datagate. Dovrà ricucire e rassicurare. Ma anche agli europei non conviene esasperare troppo i toni. Perché se Obama, alla fine, ha scoperto che gli Stati Uniti non possono fare a meno dell’Europa, di sicuro gli europei non possono fare a meno dell’America. Per tre ragioni. La prima ha a che fare con la sicurezza: senza la cooperazione americana, l’Europa non è in grado di proteggersi dalle minacce (terroristiche in primo luogo). La seconda è che l’Europa, contando sulle proprie sole forze, non ha saputo fare di meglio che incartarsi politicamente rischiando l’autodistruzione. Se la storia degli ultimi sessanta anni insegna qualcosa, essa mostra che quando la comunità euro-atlantica è coesa anche l’integrazione europea si rafforza. Quando i legami euro-atlantici si sfilacciano, i rapporti interni alla Unione europea seguono la stessa sorte.
La terza ragione è geopolitica. Nel mondo si giocano complesse partite per il potere e l’egemonia internazionale. Rilanciare la comunità euroatlantica, facendo leva sull’accordo per il libero scambio, è, anche per l’Europa, il solo modo disponibile per partecipare a quelle partite con qualche buona carta in mano.


Altro che mandato breve, re Giorgio completa la squadra
di Massimiliano Scafi
(da “il Giornale”, 5 luglio 2013)

A Bruxelles Baldovino abdica, all’ Aja Giuliana d’Olanda ha già lasciato il trono due mesi fa. A Roma invece, nonostante le voci periodiche, King George non ha alcuna intenzione di mollare. Basta sfogliare l’agenda dell’ultima settimana per rendersene conto: in pochi giorni Napolitano ha fatto scudo a Letta, ha bacchettato Monti e Grasso, ha imposto l’acquisto dei contestati caccia F35, ha polemizzato e poi ricucito con gli americani per il caso Snowden, ha tenuto un paio di discorsi, ha spedito messaggi e telegrammi, ha ricevuto il premier libico, è volato a Zagabria, ha rassicurato Berlusconi, ha chiesto di tenere in ordine i conti pubblici, ha lavorato ai fianchi Pd e Pdl perché partoriscano una nuova legge elettorale prima che in autunno ci metta bocca la Consulta. Ma soprattutto, e questo è l’indizio più significativo, ha completato la squadra per il suo secondo settennato.

Altro che mandato a tempo, di servizio, di pochi mesi: del resto la Costituzione dice che per il Quirinale esistono solo incarichi pieni. C’è un uomo solo al comando che nelle ultime settimane si è pure rafforzato. Sia dal punto di vista politico, confermandosi centro di gravità permanente degli equilibri del Belpaese, sia dal punto di vista della struttura. Superata la prima emergenza, sbloccato l’impasse istituzionale, stabilizzato – si fa per dire – il governo, ecco che Napolitano può chiudere la fase transitoria tra il regno di Giorgio I e quello di Giorgio II e riempire gli spazi mancanti nel suo staff.

Ernesto Lupo, ex presidente della Corte di Cassazione, è infatti il nuovo responsabile per gli affari dell’amministrazione della giustizia: il posto era vuoto da più di un anno, dopo la morte improvvisa di Loris D’Ambrosio, intercettato dai pm di Palermo e vittima, secondo il capo dello Stato, . Pasquale Cascella, consigliere per la stampa e la comunicazione, si era invece dimesso per partecipare alle elezioni: ora è sindaco di Barletta. Per un po’ il ruolo di portavoce è stato retto dal consigliere politico Giovanni Matteoli, ma adesso, anche per dare un segnale di normalità, l’incarico è stato affidato a Maurizio Caprara, giornalista del Corriere della Sera. E per coprire l’ultima casella, quella di consigliere diplomatico, sta per arrivare Antonio Zanardi Landi, ambasciatore a Mosca. E questo sarebbe un mandato breve?


Egitto. Le rischiose incognite del dopo-golpe
di Roberto Toscano
( da “La Stampa”, 5 luglio 2013)

Il colpo di Stato dei militari egiziani ha diffuso un notevole – e comprensibile – sconcerto nelle opinioni pubbliche di tutto il mondo.
Ma come? Due anni fa si era celebrato con grande entusiasmo il successo di un movimento di rinascita democratica iniziato in Tunisia, ma di cui l’Egitto era diventato il vero e più interessante fulcro, e solo un anno fa il governo del Presidente Morsi aveva fatto sperare che la democrazia nei Paesi musulmani potesse radicarsi su forze islamiste moderate. E ora, cosa sta accadendo?

La risposta è tanto complessa quanto è stato semplice quell’entusiasmo, e si scompone lungo vari segmenti. In primo luogo, è vero che i Fratelli Musulmani sono una versione democratica dell’islamismo? Sì, se per democrazia intendiamo il radicamento popolare e la capacità di vincere elezioni. Ma le cose si fanno molto meno chiare se dalla conquista del potere ci spostiamo sulla sua gestione: qui vediamo che a partire dal suo insediamento il governo di Morsi ha dimostrato preoccupanti tendenze autoritarie, sia sotto il profilo della gestione del potere che sotto quello delle politiche. I Fratelli non sembra abbiano mai letto Montesquieu, dato che a loro sfugge completamente il concetto della divisione dei poteri (basta vedere il braccio di ferro di Morsi con il potere giudiziario) e, per quanto riguarda le minoranze, la tolleranza religiosa di cui hanno ostentatamente fatto professione si è tradotta piuttosto in passività nei confronti degli islamici più radicali e violenti e dei loro attacchi alla minoranza cristiana. E che dire poi del caos economico e del conseguente ulteriore deteriorarsi delle condizioni di vita della popolazione, soprattutto degli strati più sfavoriti? Vale la pena a questo punto chiedersi chi siano i milioni di egiziani che sono scesi a Piazza Tahrir, e altrove, per chiedere le dimissioni di Morsi. Non c’erano ovviamente soltanto i nostalgici di Mubarak, pure presenti, ma anche membri delle minoranze che temono l’aumento dell’intolleranza, laici che denunciavano segnali di islamizzazione strisciante, militanti sindacali e di partiti di sinistra preoccupati della deriva di una politica economica incapace di garantire sia efficienza che giustizia sociale e soprattutto cittadini comuni, senza particolari affiliazioni politiche, esasperati per le promesse non mantenute e per il deterioramento socio-economico del Paese.

Ecco il perché delle celebrazioni, dei fuochi artificiali che hanno salutato l’annuncio del colpo di Stato. Ed ecco anche spiegato il perché nella «foto di famiglia » post-golpe appaiano, oltre al Comandante in capo delle Forze Armate egiziane (e Ministro della Difesa) Al Sisi e ad altri alti ufficiali, anche il leader di opposizione Al Baradei e i leader delle comunità religiose, compreso lo sceicco della università islamica di Al Azhar, evidentemente non troppo convinto che il governo «islamico » fosse un vantaggio per l’Islam.

Già, ma adesso? Appare legittimo chiedersi, evitando di cadere in un ottimismo altrettanto ingiustificato di quello con cui avevamo salutato la «Primavera araba », quali siano ora le prospettive politiche che si aprono dopo che i militari sono intervenuti a interrompere traumaticamente il processo politico in corso. Certo, sembra che 20 milioni di egiziani avessero sottoscritto una petizione a favore delle dimissioni di Morsi – ma non è azzardato ritenere che quanto meno un numero equivalente di cittadini firmerebbe oggi una petizione a suo favore. Il consenso per i Fratelli Musulmani sarà probabilmente diminuito di fronte a difficoltà e fallimenti, ma certo non si è volatilizzato. Inoltre non ci si può limitare a considerare i Fratelli Musulmani, e bisogna chiedersi come reagiranno quei salafiti che non hanno mai smesso di criticare la «via democratica » dei Fratelli e che non potranno fare a meno, dopo l’interruzione manu militari dell’esperimento della democrazia islamica, di riaffermare la validità (e probabilmente anche la legittimità di una prassi violenta) della loro opzione radicale. Chi prenderà le redini del governo? I militari non sembrano intenzionati a gestire il potere direttamente, né sarebbero in grado di farlo. Più probabile che passino la mano a una figura come El Baradei, un liberal-democratico progressista, rispettabile e rispettato a livello internazionale dopo gli anni trascorsi al vertice della agenzia atomica di Vienna, l’Aiea. Ma su quale sostegno potrebbe contare una normalizzazione democratica? Concretamente, è forse possibile immaginare di governare l’Egitto senza, e anzi contro, i Fratelli Musulmani? Forse con una coalizione fra «partito militare », nostalgici di Mubarak, progressisti laici? E, al di là dell’entusiasmo per il rovesciamento di un Presidente incompetente ancor più che autoritario, quali sono le proposte concrete per rimpiazzarlo?

Purtroppo sembra che il colpo di Stato riporti la situazione politica egiziana all’incertezza che aveva caratterizzato il periodo immediatamente successivo al rovesciamento di Mubarak. Non si tratta solo di politica, e tanto meno di religione, ma di una situazione socio-economica disastrosa che non sarebbe onesto attribuire ad un solo anno di governo dei Fratelli Musulmani, ma che quel governo non solo non ha nemmeno cominciato a correggere, ma ha addirittura aggravato.

Resta infine l’incognita sulla dimensione internazionale della questione egiziana, e questo sotto una duplice ottica. Da un lato vi è da chiedersi quali saranno le reazioni nella regione e nel mondo al colpo di Stato. Gli americani sembrano sia sconcertati che cauti, dato che da un lato non amavano Morsi, e non se ne fidavano del tutto, ma dall’altro giustamente temono l’aggravarsi del caos nel Paese e nello stesso tempo la caduta di quella ipotesi di «islamismo moderato » su cui ultimamente avevano ritenuto, per mancanza di alternative, di dover credere. In concomitanza con i disordini a Istanbul, i fatti del Cairo sembrano già segnalare tutte le contraddizioni e i limiti di un islam politico attraente in quanto diverso da quello radicale e violento. Il segnale dalle due piazze, Taksim e Tahrir, è per Washington inquietante anche al di là di Turchia ed Egitto.

Se infatti l’islamismo moderato risulta non sostenibile, se non è concepibile tornare ad appoggiare o quanto meno tollerare dittatori laici (come quell’Assad di cui si appoggia la caduta), e se le forze che sono sia democratiche che liberali risultano ancora deboli, oltre ad essere divise, quale politica è possibile?

E che dire dell’Europa, sempre più preoccupata del fatto che ormai l’instabilità dei Paesi sull’altra riva del Mediterraneo (pensiamo alla violenta anarchia della Libia post-Gheddafi) potrebbe risultare endemica e non reversibile se non sul lungo periodo?

E in secondo luogo, quale sarà la politica estera del dopo-Morsi? L’esercito certo non è caratterizzato dall’antiamericanismo, dipendente com’è dagli aiuti militari americani e alla luce del fatto che i suoi quadri superiori (come lo stesso Al Sisi) si sono formati anche presso istituti militari americani. Ma nessun governo, soprattutto se fragile e minacciato dalla contestazione di un’opposizione islamica, potrebbe certo permettersi di abbandonare la retorica, se non la politica, anti-israeliana. Anzi, forse la sostanziale moderazione di Morsi nel campo della politica estera – resa possibile dalle sue credenziali islamiche – potrà risultare difficilmente sostenibile nella prossima fase.

In Egitto, e non solo in Egitto, la primavera è sfiorita in fretta. Avremo tutti bisogno di molta saggezza e pazienza, ma anche determinazione, per far fronte a problemi, spinte e anche minacce che non mancheranno di prodursi.


La prima enciclica di Papa Francesco, qui.


Arrivederci Poirot, finisce l’avventura: l’ultimo episodio dell’ispettore belga
di Ernesto Assante
(da “la Repubblica”, 5 luglio 2013)

DOPO venticinque anni di onorata carriera televisiva Hercule Poirot va in pensione. Anzi, a voler essere precisi, muore, fa la fine che per lui ha previsto la sua autrice, Agatha Christie, nell’ultima delle storie che lo vede protagonista, Curtain, in italiano Sipario. David Suchet, l’attore inglese che interpreta Poirot da un quarto di secolo sul piccolo schermo ha girato l’ultimo episodio il 28 giugno proprio nelle stanze della casa di Agatha Christie dove la scrittrice aveva ambientato l’ultimo atto della storia dell’investigatore belga più famoso del mondo.

FOTO L’ultima stagione

“Un luogo straordinario dove far finire una splendida avventura”, dice Suchet, che ha vestito i panni di Poirot per tredici serie consecutive, 71 episodi in totale, facendo in modo che l’intera opera della scrittrice con l’investigatore sia stata portata in televisione. Finire un’avventura professionale così lunga e di successo non è facile per l’attore “ma mi sento estremamente fortunato come attore nell’aver potuto avere una simile esperienza, iniziare un progetto e portarlo a termine seguendolo interamente”.

VIDEO Assassinio sull’Orient Express

FOTO Detective mon amour

Il personaggio venne creato dalla scrittrice negli anni Venti e da allora ha sempre rinnovato il suo successo. “Mi hanno chiesto, nel corso degli anni, quale sia la qualità che rende Poirot così ‘eterno’ – dice Suchet – ci sono tanti motivi, per l’attualità di un personaggio così complesso. Poi mio nipote mi ha suggerito una risposta: è perché Poirot ha un compasso morale estremamente ampio, rappresenta i valori tradizionali ed è sempre attento a quel che accade attorno a lui, impara e non giudica con immediatezza, così come non cerca la gratificazione immediata. Oltretutto è belga, il che lo rende particolarmente libero dai legami con una particolare classe sociale, si può muovere nella buona società come tra le persone del popolo. E attraverso questo personaggio Agatha Christie si è divertita molto a puntare il dito contro chiunque non le andasse a genio…”.

Suchet è un attore di cinema e tv con un ricco palmarés, nominato baronetto dalla Regina d’Inghilterra, vincitore di molti premi soprattutto per il personaggio dell’investigatore belga, “al quale devo ovviamente molto, nei suoi panni mi muovo a mio agio e devo dire che è molto probabile che dopo tutto questo tempo mi mancherà”. La serie ha ottenuto grandi successi non solo in passato, lo scorso anno l’ultimo episodio della dodicesima stagione ha ottenuto in Inghilterra più di cinque milioni di telespettatori e uno share del 27%: “Trovo fantastico che la serie sia riuscita a fare quello che già i libri avevano fatto, colpire la fantasia del pubblico di tutto il mondo. L’era digitale poi ha reso tutto estremamente accessibile e mi piace l’idea di aver presentato il lavoro a una nuova generazione che attraverso di me ha scoperto i libri di una grande scrittrice”.

Coprodotta dalla inglese Itv e dalla Agatha Christie Ltd, la 13esima e ultima serie di Poirot è iniziata in Inghilterra il 9 giugno, e le riprese dell’ultimo episodio si sono concluse da poco, cinque film per la tv che si vanno ad aggiungere ai 66 che Suchet ha interpretato dal 1989 a oggi. “Mi piacerebbe vestire ancora i panni di Poirot, non mi sono stancato di convivere con lui – conclude l’attore – sarebbe bello portarlo sul grande schermo, ma per adesso mi accontento di chiudere, e lasciare le porte aperte per un possibile futuro”.


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Bart