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Elezioni 2013 e M5S. La rivoluzione non è uno scherzo

1 Marzo 2013

di Lorenzo Fazio – Direttore di Chiarelettere
(da “il Fatto Quotidiano”, 1 marzo 2013)

Forse non lo abbiamo capito bene. Siamo nel mezzo di una rivoluzione, uguale a quelle che ci sono state e che hanno funestato la storia passata, questa volta però fortunatamente non ci sono né morti né feriti. Peccato che molti dei politici e commentatori non se ne siano accorti e continuino a parlare come se fossimo ancora dentro un quadro politico da prima repubblica. Girano nomi come Amato per provare a fare un governo che ottenga la fiducia. Si fa finta che sia tutto come prima. Anche i talk show continuano a ospitare i soliti noti. Si ripesca quel vecchio armamentario di parole che ha sempre accompagnato tutte le formazioni di governo passate.

Intanto D’Alema interviene come ai vecchi tempi pensando che l’offerta ai grillini della presidenza della Camera possa essere un’arma di scambio per ottenere una loro collaborazione. E’ come se non volessero vedere. E’ troppo forte la voglia di non cambiare. E’ l’estrema difesa di un potere politico e mediatico stordito dal risultato delle elezioni perché chiuso in un mondo assolutamente autoreferenziale dove media e politica anziché essere separati sono compenetrati grazie a porte girevoli che permettono continui passaggi da una parte all’altra.

Un blocco contro cui si è scagliato il M5S e ha vinto. Non per riformare il Parlamento e i partiti ma per farli saltare in aria. Quello che viene fuori dal dialogo tra Fo, Casaleggio e Grillo (Il grillo canta sempre al tramonto) è chiaro: il M5S, almeno nelle intenzioni dei suoi fondatori, è quello di avviare una rivoluzione profonda, sociale, politica e economica. Non di vincere un’elezione. Il “comico” fa terribilmente sul serio. Ma gli altri non ci credono e pensano che basti un fiore per fermare i cannoni di Grillo, che peraltro si guarda bene dallo smettere di sparare.

Qualcuno si scandalizza per gli apprezzamenti poco gentili usati nei confronti di Bersani (“morto che cammina”). Ma vi ricordate cosa non si diceva dei democristiani? Chi fa la rivoluzione non è educato. Le rivoluzioni vanno fatte fino in fondo,  finché il nemico non c’è più. Ringraziamo il cielo che a nessuno è venuto in mente di bruciare il Parlamento. Questi mesi passati assomigliano agli ultimi giorni di tutti quei regimi che sono stati spazzati via dagli insorti. Fino all’ultimo chi sta al potere non vuole capire quello che sta succedendo, nessuno ha riconosciuto la gravità dello scontro che c’è oggi in Italia tra vecchie e nuove generazioni, tra garantiti e non garantiti.

L’occhio fisso sui conti delle banche e quelli dell’Europa, quella è stata l’unica realtà riconosciuta, il resto niente. Nessun segnale verso i giovani, nessun aiuto ai non garantiti, anzi, la riforma Fornero li ha ricacciati ancora più nella disperazione togliendo loro quel poco che c’era (basta contratti a progetto, solo partite Iva). Le primarie avevano dato l’illusione che ancora il sistema reggesse, che si potesse rilanciare la vecchia politica. Era solo un fuoco fatuo, una luce nel nulla. Si è sfaldato tutto, il potere politico è vuoto, quello della Chiesa anche, in contemporanea.

In un caso come nell’altro la corruzione è la causa principale del disastro. Così il sogno degli anarchici si è avverato senza neanche sparare un colpo, in un caso è bastata la rete che vale più delle tv e delle armate di Stalin, nell’altro caso ci ha pensato un maggiordomo a far saltare il tappo. Il che ha dell’incredibile. L’onda contestatrice del ’68, e poi il terrorismo con tutto il bagaglio ideologico di un secolo non ce l’avevano fatta a distruggere il “sistema”, un comico, un imprenditore e un maggiordomo sì. Loro hanno denudato il potere, hanno fatto vedere che sotto non c’è niente. Ma è uno scherzo? No. Ancora una volta stupiamo i nostri amici europei: noi italiani, autentici filosofi nella nostra consapevole superficialità, abbiamo capito la verità profonda con cui dobbiamo misurarci e che altri non vogliono riconoscere: il sistema economico e politico attuale si regge sul nulla e non può che crollare da un momento all’altro. La resa dei conti l’abbiamo anticipata noi. Per tanto tempo abbiamo fatto finta di niente, adesso basta. La commedia è finita. Comincerà ora la tragedia?


Grillo e il papello
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 1 marzo 2013)
di Marco Travaglio

Nessuno riesce a entrare nella testa di Grillo. Forse nemmeno Grillo. Difficile ca ­pire se prevalga la soddisfazione o la preoc ­cupazione. Soddisfazione nel vedere i politici che l’hanno sempre schifato strisciare ai suoi piedi e implorarlo di salvarli con la fiducia. Preoccupazione per una politica allo sbando che rischia di far pagare ai cittadini l’ennesimo scotto della propria incapacità. Eppure, dai messaggi che l’ex comico invia tramite il blog e le interviste alla stampa estera, una cosa si può dire: l’Antipolitico fa politica più o meglio dei professionisti della politica. Il gioco di que ­sti ultimi è chiarissimo: non avendo capito nulla di quanto sta accadendo, s’illudono di padroneggiare ancora la situazione ingabbian ­do gl’ingenui “grillini” in un governo mino ­ritario che prometta di fare tutto ciò che chie ­dono, ottenendone la fiducia e poi torni alle pratiche consociative di sempre, ricattandoli con la minaccia del voto anticipato che ri ­cadrebbe sulle loro spalle, con annesse accuse di sfascismo e irresponsabilità lanciate da stampa e tv di regime. Una trappola che so ­miglia al vecchio trucco del cerino: l’ultimo si brucia le dita. Solo un campione di ingenuità suicida può pensare che un movimento ri ­voluzionario possa votare la fiducia a un go ­verno altrui. E, con buona pace della stampa di regime, non esiste alcuna “rivolta del web” contro i No di Grillo. Il web è una zona franca dove scrivono tutti, anche i troll dei partiti camuffati da “base di 5 Stelle”. I partiti del ­l’ammucchiata Monti non vedono l’ora di ri ­mettersi insieme per evitare le urne, cioè un altro balzo di Grillo. Ma hanno un problema: i loro elettori. Il Pd finge di dialogare con M5S, per poi allargare le braccia: “Purtroppo Grillo non vuole e ci costringe alla grande coalizione per eleggere il Presidente, tranquillizzare i mercati, lo spread e l’Europa”. D’Alema ha già avviato contatti con Letta, prigioniero di quel ­la Bicamerale mentale che lo porta a una con ­tinua coazione a ripetere. Grillo sa che lì si andrà a parare e deve evitare di restare col cerino in mano: cioè di essere additato domani come il colpevole dell’inciucione o di nuove elezioni. Perciò ricorda ossessivamente il pro ­gramma di M5S e sfida i partiti a farlo proprio. Ora, per smascherare il bluff, deve fare un passo in più: presentare un papello semplice, fattibile e al contempo rivoluzionario, in cam ­bio dell’uscita dall’aula dei senatori “grillini” che consentirebbe la nascita “condizionata” del governo. Abolire i rimborsi elettorali. Di ­mezzare i parlamentari e i loro compensi. Leg ­ge elettorale maggioritaria con doppio turno francese. Anti-corruzione e anti-evasione con pene doppie e prescrizione bloccata al rinvio a giudizio, nuovi reati come autoriciclaggio, fal ­so in bilancio, collusione mafiosa. Ineleggi ­bilità per condannati, portatori di conflitti d’interessi e concessionari pubblici. Antitrust su tv e pubblicità. Cancellazione di Tav To ­rino-Lione, Terzo Valico, Ponte sullo Stretto e altre opere inutili, nonché dell’acquisto degli F-35. Ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Di ­vieto per ex eletti o iscritti a partiti di entrare nei Cda di banche e fondazioni. Via gli aiuti di Stato a banche, imprese e scuole private. Via le esenzioni fiscali a edifici ecclesiastici e bancari. Ilva e Mps nazionalizzati. Patrimoniale. Red ­dito di cittadinanza o sussidio di disoccupa ­zione. Tetto alle pensioni d’oro. Abolizione immediata delle province e potatura di con ­sulenze e poltrone delle società miste. Sgravi fiscali alle imprese che assumono giovani. De- traibilità delle spese di sussistenza. Wi-fi libero e gratis. Più fondi a scuola pubblica, università e ricerca. A questo punto possiamo anche sve ­gliarci dal sogno, perché un programma del genere i partiti non se lo possono permettere: si condannerebbero al suicidio. Ma almeno sarebbero costretti ad ammetterlo e tutto sa ­rebbe finalmente chiaro.

 


Una soluzione ragionevole
di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 1 marzo 2013)

La frettolosa offerta di Bersani a Grillo è il frutto di un vizio antico: inseguire ogni nuovo radicalismo come se fosse una «costola della sinistra », sperando così di riassorbirlo. Ma Grillo, nonostante abbia strappato molti elettori alla sinistra, non è un compagno che sbaglia. È un’altra cosa. E per capire che cos’è andrebbe innanzitutto preso in parola. La sua risposta a Bersani è infatti un programma politico: 1) non voterò mai la fiducia a nessun governo; 2) non certo a chi è stato sconfitto e si sarebbe già dovuto dimettere; 3) se proprio volete, votate voi la fiducia a un governo 5 Stelle. Tutto dice che non sta bluffando. Il suo movimento è nato per spazzare via il sistema dei partiti; perché mai dovrebbe accorrere a salvarlo proprio ora che è morente? Non sarà il senso di responsabilità a frenarlo, non ne ha: se la promessa di rimborsare l’Imu di Berlusconi è «voto di scambio », la sua proposta del reddito di cittadinanza è «aggiotaggio ». E poi Grillo vuole cambiare il mondo, è portatore di una vera e propria ideologia: si batte per la decrescita felice, un’Italia in cui tutti siano più poveri ma più solidali ed ecocompatibili, «meno lavoro, meno energia, meno materiali ». Non la svenderà per sedersi al tavolo di una trattativa politica.

Naturalmente possiamo sbagliarci. Ma, se non ci sbagliamo, il rompicapo italiano paradossalmente si semplifica. È infatti fuori discussione che bisogna formare un governo. Finché non ce n’è uno, nessuno investe, nessuno compra, nessuno presta: l’anno potrebbe finire con un altro crollo del due per cento di Pil. La decrescita è già tra noi, e non sembra affatto felice.

Serve dunque una maggioranza che voti la fiducia a un governo in entrambe le Camere. Se Grillo si escluderà, resteranno solo in tre: il Pd, il Pdl e Monti. La soluzione si trova lì, o non si trova.

È possibile? È molto difficile. Ma la comune rovina potrebbe diventare un’opportunità. Avendo perso insieme più di dieci milioni di voti, i due partiti maggiori dovrebbero cercare un nuovo inizio, piuttosto che sperare in un colpo di fortuna al casinò con un altro giro di Porcellum . Hanno entrambi bisogno di tempo per emendarsi, rigenerarsi, farsi perdonare. Il disastro politico che abbiamo di fronte è colpa loro. Del resto il Paese ha bisogno di qualcosa che solo loro possono fare: la riforma di una democrazia parlamentare che non funziona più. Da tempo il Pd chiede il modello elettorale a doppio turno; da tempo il Pdl aspira al presidenzialismo. Basterebbe sommare le due cose per darsi un sistema istituzionale forte come in Francia, che garantisce esiti elettorali certi e governi stabili.

A Grillo i partiti potrebbero rubare il programma di moralizzazione della vita politica semplicemente applicandolo, e nel modo più integrale: azzeramento del finanziamento pubblico, dimezzamento del numero dei parlamentari, eliminazione del Senato (diventerebbe una Camera dei rappresentanti delle Regioni), abolizione delle Province. In prima fila dovrebbero mandare la seconda generazione, accantonando i gruppi dirigenti attuali: quello del Pd perché ha perso troppe elezioni, quello del Pdl perché ha fallito in troppi governi. A Palazzo Chigi dovrebbe andare un homo novus , meglio se donna, e al Tesoro una personalità fuori dalla mischia che applichi gli impegni che abbiamo già preso con l’Europa. Un governo sostenuto dai due maggiori partiti avrebbe forse la forza di trattare con la Germania per un allentamento dell’austerità e con la Bce nell’eventualità di un paracadute; mentre ogni governicchio sarebbe un paria sulla scena internazionale e ogni avventura sarebbe un incubo.

Se fossimo in Germania un governo così sarebbe già nato, e non è escluso che un risultato elettorale ambiguo lo faccia nascere davvero anche lì a fine anno. In Italia ha davanti a sé due formidabili ostacoli: la guerra civile strisciante che dura da vent’anni e la posizione giudiziaria di Silvio Berlusconi, che a lui fa sognare lo scudo di una carica istituzionale e ai suoi nemici fa sperare in un nuovo esilio d’oltremare. Ma il Pd e il Pdl devono sapere che quando i partiti non servono a governare vengono spazzati via. In Francia stavano per farlo i generali, prima che de Gaulle desse vita alla Quinta Repubblica. In Italia sta per farlo Grillo.


Disoccupazione a Gennaio è record: dati istat, 3 milione senza lavoro
di Redazione
(da “Huffington Post”, 1 marzo 2013)

Il numero di disoccupati a gennaio sfiora i 3 milioni. Lo rileva l’Istat, precisando che con un aumento di 110 mila unità (+3,8%) su dicembre si è arrivati 2 milioni 999 mila. Su base annua la crescita è di oltre mezzo milione di disoccupati (+22,7%, +554 mila unità).

A gennaio – secondo i dati Istat – gli occupati sono 22 milioni 688 mila, in calo dello 0,4% (-97 mila unità) rispetto a dicembre 2012. Su base annua si registra una diminuzione dell’1,3% (-310 mila unità). Il calo dell’occupazione riguarda sia gli uomini sia le donne. Il tasso di occupazione è pari al 56,3%, in calo di 0,3 punti percentuali nel confronto congiunturale e di 0,7 punti rispetto a dodici mesi prima.

Il numero di disoccupati, pari a 2 milioni 999 mila, aumenta del 3,8% rispetto a dicembre (+110 mila unità). Su base annua si registra una crescita del 22,7% (+554 mila unità). La crescita della disoccupazione riguarda sia la componente maschile sia quella femminile. Il tasso di disoccupazione si attesta all’11,7%, in aumento di 0,4 punti percentuali rispetto a dicembre e di 2,1 punti nei dodici mesi.

Tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 655 mila e rappresentano il 10,9% della popolazione in questa fascia d’età. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero l’incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 38,7%, in aumento di 1,6 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 6,4 punti nel confronto tendenziale. Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni diminuisce dello 0,1% rispetto al mese precedente (-10 mila unità). Il tasso di inattività si attesta al 36,2%, stabile nel confronto congiunturale e in calo di 0,7 punti percentuali su base annua.

Nel 2012 l numero dei precari ha toccato i massimi, con 2 milioni e 375.000 contratti a termine e 433.000 collaboratori: si tratta di 2,8 milioni di lavoratori senza posto fisso. Il livello di dipendenti a termine è il più alto dal 1993 e quello dei collaboratori dal 2004, cioè dall’inizio delle serie storiche relative.


Il Beppe versione pragmatica parla al Colle e dribbla i partiti
di Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”, 1 marzo 2013)

È il Beppe Grillo della «camicia bianca », per usare una sua metafora. Non un Grillo nuovo, ma quello che mostra un suo lato spesso poco individuato: un forte pragmatismo. Attenti a scambiarlo per un ammorbidimento. Anche al Montepaschi, per dire, Grillo si presentò – in quel caso fisicamente – con la camicia bianca; ma la sostanza del suo j’accuse non era smussata.

Le parole le conoscete. Riferendosi a un’arrogante frase di Peer Steinbrueck, candidato cancelliere della Spd («sono inorridito dalla vittoria di due clown nelle elezioni italiane »), e al modo durissimo in cui aveva reagito il presidente della Repubblica, ieri Grillo ha scritto sul suo blog: «Napolitano merita l’onore delle armi. In questi anni è stato criticato per molte scelte a mio avviso sbagliate, ma ieri in Germania ho visto, al termine del suo mandato, il mio presidente della Repubblica. Un italiano che ha tenuto la schiena dritta. Chapeau ». Parole non rituali, anzi, calde, come sa essere la comunicazione di Grillo. Il comico leader è l’opposto di un D’Alema anche dal punto di vista fisico e del modo di parlare. È un emotivo, attacca forte, ma ti si avvicina improvviso, poi, che sembra tutto dimenticato. Naturalmente resta critico verso Napolitano, gli rimprovera tutta una serie di cose, soprattutto «di non aver battuto i pugni sul tavolo sull’affare Monte dei Paschi, come avrebbe fatto Pertini ». Ma ieri non solo non l’ha irriso come «o’ guaglione », come faceva nello Tsunami Tour; l’ha lodato.

Che significa, cosa farà adesso? Proprio mentre conferma che non c’è trippa per una fiducia o per «inciucetti parlamentari », Grillo si diverte un po’ a spaventare ulteriormente i partiti così malmessi: spiega loro che lui col presidente della Repubblica ci può parlare eccome. Non si aspettino un genovese intimidito dal Palazzo, e tagliato fuori dai colloqui. E il presidente fa segno di apprezzare.

Tra l’altro già il giorno della chiacchierata sotto casa sua con i giornalisti, Grillo usò il verbo «dialogare », e quelli che hanno lavorato con lui ripetono sempre «noi siamo per costruire, non per distruggere ». Da loro non s’è mai sentita alcuna parola trionfalistica in questi giorni dopo il voto. Anzi, sono leggermente rammaricati perché qualcuno sperava di più. Ma più sono moderati nei toni, più sono fermi nella sostanza.

La politica e i partiti provano a inquadrare con rudimentali truppe cingolate questi che invece fanno guerra asimmetrica. E si stanno anche divertendo un po’, in queste ore. Per esempio escogitando una triangolazione in cui il leader parla a volte per interposta persona, o comunque lascia parlare voci di cui, è noto, ha stima; ma quelle poi vengono riprese dai siti «come se » fossero il pensiero del Capo, il che naturalmente non è, né tanto meno è una proposta politica del Movimento. Ma il cortocircuito è perfettamente attivato. E non sono in tanti ancora ora, per quanto incredibile possa sembrare, a decrittare questa parte, quasi situazionista, di beffa comunicativa e gioco linguistico (tra l’altro, in questi ultimi due giorni c’è stato anche uno stop molto deciso alle apparizioni sui media).

Ieri l’amo è stata una conversazione su «La Cosa », la tv in streaming del movimento. C’era quella che è ormai una celebrità, tra chi segue un po’ i social forum e i luoghi di discussione (i meet up più che twitter) dei militanti cinque stelle: il blogger Byoblu, Claudio Messora. Svolgendo un ragionamento evidentemente paradossale, Messora ha ricordato che il «non statuto » del movimento impedisce alleanze, è chiarissimo; chi le vuole fare deve uscire dal Movimento. E questo è un macigno oggettivo sulla possibilità che il M5s dia una qualche fiducia. Si potrebbe tenere Monti lì, ha sussurrato Byoblu (ma costituzionalmente non si può). Poi, come rivolgendosi ai partiti, ha detto «se proprio lo volete fare, questo governo, fatelo fare a Grillo. Dopodiché il Paese ve ne sarà grato! ». Ovvio che non era una proposta; anche se, sorprendentemente, c’è stato chi l’ha letta così. E Bersani se l’è cavata con un «basta battute » un po’ interdetto; ma insomma: tutti dentro un frame. Costruito dallo staff.


Il messaggio del voto all’Europa
di Bill Emmott
(da “La Stampa”, 1 marzo 2013)

Gli stranieri, in particolare i giornalisti e i politici, amano le battute e le semplificazioni, ecco perché molti sono ricorsi alla parola «pagliacci » per descrivere lo sbalorditivo risultato elettorale in Italia, dal tedesco Peer Steinbrück alla rivista inglese, The Economist.

Ma è un grosso errore farsi beffe di questo risultato, o di Beppe Grillo personalmente. L’Europa, come l’Italia, ha bisogno invece di prenderlo molto sul serio.

Benché l’esito sia stato notevole per il modo in cui ha disatteso le prime previsioni di voto e nel pasticcio parlamentare che ha prodotto, non è stato davvero sorprendente. Molti elettori erano in crisi, crisi finanziaria; molti elettori, a volte gli stessi che erano in crisi, a volte diversi, avevano un disperato bisogno di cambiamento, di speranza in qualcosa che potesse infine cambiare la politica italiana o il governo italiano.

Questa situazione è particolarmente evidente in Italia, dove la sofferenza e il desiderio di cambiamento sono particolarmente acuti. Ma accade anche in altri paesi. Così, quando le elezioni premiano un candidato che ha ascoltato il dolore e si è concentrato solo su un modo per alleviarlo, e un altro candidato che si trova praticamente da solo a parlare di cambiamento, gli altri Paesi europei devono prestare attenzione.

Il fatto che il primo sia Silvio Berlusconi e il secondo Beppe Grillo è un peccato per l’immagine internazionale dell’Italia, ma pazienza. Quell’immagine passerà.

Il messaggio serio per l’Europa non sta nel dettaglio dei programmi politici di Grillo o di Berlusconi, né in alcun pericolo immediato per l’euro. Il messaggio grave sta nel fatto che esigere austerità fiscale, anno dopo anno, in tutti i Paesi dell’Eurozona, non può funzionare a lungo in termini politici a meno che non si accompagni a un messaggio positivo di speranza, di nuove opportunità, di un futuro più luminoso per i figli e i nipoti.

E’ il messaggio che il presidente Mario Monti non è riuscito a trasmettere. Né Pier Luigi Bersani, tanto più che il suo Pd incarnava i vecchi modi di fare politica. Ma è anche il problema con l’incalzante messaggio che viene da Berlino e dal cancelliere Angela Merkel: la disciplina di bilancio, al fine di raggiungere la competitività non è un messaggio che ispiri o motivi le persone. Può andar bene per un anno o due. Ma la crisi dell’euro sta arrivando al suo terzo anno.

Impari o meno la lezione, il mondo ora guarderà l’Italia, e in particolare a Berlusconi e a Grillo, in uno stato di nervosa fascinazione. Chi conosce la politica italiana può fare un ragionevole tentativo di prevedere come si comporterà Berlusconi: sfrutterà la sua posizione politica per il massimo guadagno e starà già cercando di capire quali deputati e senatori di altri partiti, in particolare del M5S, potrebbero essere persuasi a cambiare bandiera e ad unirsi al Pdl.

Nessuno tuttavia, all’estero certamente, ma probabilmente anche in Italia, sa prevedere il comportamento di Grillo. Forse nemmeno lui potrebbe, dal momento che questa è una situazione nuova anche per lui, e si starà chiedendo come diavolo farà a mantenere il controllo dei suoi 162 parlamentari, della maggior parte dei quali non sa quasi nulla. Certo, ha necessità di dettare l’agenda, concentrandosi su alcune aree chiave della riforma che può esigere dal Pd e dal Pdl. Ma quali e con quali rischi? Queste sono le domande più insidiose.

Naturalmente è un momento di pericolosa instabilità, e, naturalmente, i mercati finanziari hanno ragione a essere preoccupati per l’Italia. Tuttavia, dato il discredito della classe politica in questi ultimi anni, dato il forte senso d’irrealtà o di negazione che ha così spesso dominato il dibattito politico ed economico, è anche un momento molto eccitante.

Forse è più facile da dire per un non-italiano che per un italiano. Noi non dobbiamo convivere con le conseguenze. Ma se l’Italia davvero deve svegliarsi, allora l’allarme probabilmente deve suonare un po’ come questo, tanto forte è stata la resistenza dei partiti politici, delle federazioni di grandi imprese e dei sindacati alla necessità di un cambiamento. In passato allarmi di questo tipo sono stati ignorati, o tacitati e potrebbe accadere di nuovo. Se ciò dovesse accadere, tuttavia, gli effetti potrebbero essere davvero gravi. Non ci sarebbe alcun conforto nel fatto che siano stati opera di un pagliaccio.

(Traduzione di Carla Reschia)


Il signore non è in casa
di Massimo Gramellini
(da “La Stampa”, 1 marzo 2013)

Da Montanelli all’ultimo pennivendolo, parlare del nulla non è mai stato un problema per i giornalisti, costretti dalle esigenze del mestiere a intervistare ministri gassosi e terzini laconici, o a improvvisare un reportage dieci minuti dopo essere arrivati sul posto. Ma da qualche giorno la faccenda si è complicata. Ieri, per esempio, un lancio dell’agenzia Ansa annunciava: «Elezioni, colf: il signor Grillo non è in casa ». E nelle redazioni è sceso il gelo. Sarà a fare la spesa con la moglie o con Bersani? Il lancio successivo non ha migliorato le cose. Segnalava l’arrivo di un pacco sospetto a casa del signore che non era in casa. Attimi di tensione e inviati sguinzagliati ai cancelli del villone di Sant’Ilario presidiato dalla colf, fino alla smentita rassicurante: erano pacifiche bottiglie di mirto.

Servirebbero a noi per ubriacarci: magari ci verrebbe un’idea su come trattare un fenomeno politico che rifiuta i canali tradizionali della comunicazione. I talk show sono diventati surreali, con il bersaniano che parla di Grillo, il berlusconiano che parla di Grillo e il montiano che vorrebbe parlare di Grillo ma nessuno l’ascolta. Grillo, lui parla solo con gli stranieri e sul suo blog, che le televisioni inquadrano come se fosse una persona. Ogni frase riportata lì sopra suscita bisticci interpretativi, dischiude e richiude scenari. Ieri a un certo punto sembrava che Grillo avesse chiesto Palazzo Chigi. Bersani gli ha pure risposto, poi si è capito che non era Grillo ad avere scritto ma un suo amico. Chissà le risate che si starà facendo. Da pennivendolo affiliato alla Casta non dovrei dirlo, ma ogni tanto mi scopro a sorridere anch’io.


“Mussari è un uomo del partito” Le telefonate incastrano il Pd
di Gian Marco Chiocci
(da “il Giornale”, 1 marzo 2013)

Ecco la prova dell’asse Mussari-Pd. Fra le carte di un’inchiesta indirettamente collegata al Monte dei Paschi e concernente l’affidamento del ristorante senese «Millevini » dell’ente pubblico «Enoteca italiana » a una società (la Montenegro Srl) riconducibile al figlio del fantino Andrea «Aceto » Degortes, esce il riscontro del patto d’acciaio tra il partito di Bersani e la banca rossa che più rossa non si può.
L’ex presidente del Monte dei Paschi di Siena Giuseppe Mussari entra in Procura

E soprattutto escono comprovati i rapporti di un certo tipo fra l’ex presidente dell’istituto di credito Giuseppe Mussari (molto amico di «Aceto jr ») e l’ex sindaco Pd Franco Ceccuzzi, ricandidato a sindaco dal Pd nazionale come faccia «nuova » del partito nella città del Palio, costretto però a rinunciare alla corsa per un avviso di garanzia relativo al crac del pastificio Amato, avviso ricevuto in tandem con l’onnipresente Mussari.

«ACCORDI SU TUTTO »

Stando a un’informativa dei carabinieri di 27 pagine, riassuntiva di un bel po’ di intercettazioni disposte sull’utenza di Mussari tra il gennaio e l’aprile 2010, la coppia si confrontava «pressoché quotidianamente sui temi politici nazionali e locali e in particolare quindi sulle decisioni da assumere in seno alla banca » con tutto ciò che ne consegue a livello di amministrazione della città perennemente in mano alla sinistra. Il fascicolo aperto dal pm Natalini, già nel pool che indaga su Antonveneta ha riguardato non solo l’affidamento della gestione del ristorante «Millevini » ma alcune verifiche preliminari sulla vendita di appartamenti da parte della «Valorizzazioni immobiliari », già controllata Mps, che con escamotage avrebbe garantito «garanzie preferenziali » a persone orbitanti intorno al «gruppo politico imprenditoriale » conosciuto, per l’appunto, come «gruppo della Birreria ».

QUEI LEGAMI COL PD

Nell’inchiesta ci son finiti dentro i figli di «Aceto », Antonio e Alberto Degortes, e avvisi di garanzia sono piovuti all’indirizzo del presidente dell’Enoteca italiana, Claudio Galletti, al direttore Fabio Carlesi, e alla compagna di Antonio Degortes. L’ipotesi di reato è concorso in «turbata libertà degli incanti » rispetto alle presunte anomalie verificatesi nelle procedura di affidamento «non in evidenza » e senza gara. A pagina 5 dell’informativa dei carabinieri ecco uscire la bomba politica: «Le intercettazioni hanno messo in evidenza come in quel periodo l’avvocato Giuseppe Mussari, espressione dell’anima diessina del Partito democratico, si confrontasse pressoché quotidianamente su temi politici nazionali e locali, e in particolare quindi sulle decisioni da assumere in seno alla banca da egli presieduta, con i conseguenti riverberi sulle amministrazioni e imprese ad esse collegate, con l’onorevole Franco Ceccuzzi (nelle note definito già deputato con l’Ulivo e col Pd, che a maggio 2012 ha annunciato le dimissioni legate principalmente alla crisi finanziaria che ha colpito Mps) ».

ANIME DIVERSE NEL PARTITO

Le stesse intercettazioni – continuano i carabinieri – avevano messo in luce «come gli argomenti cardinali delle conversazioni fra il presidente dalla Banca Mps e l’onorevole del Partito democratico fossero il difficile equilibrio tra le due anime del partito, quella di loro riferimento e quella minoritaria di provenienza ciellina soprattutto in relazione alla candidatura a sindaco di Siena proprio del Ceccuzzi alle elezioni 2011 ».

L’ASSOCIAZIONE DEGLI AMICI

A forza di sentire telefonate i militari dell’Arma annotano come «numerosissime appaiono le conversazioni tra Mussari, Ceccuzzi, Antonio Degortes, Mauro Rosati (membro del Cda di Antonveneta, ndr) e Andrea Bellandi (socio della Birreria in piazza del Campo, ritrovo di Mussari & Co, ndr), personaggi accomunati da forti interessi economici ed impegnati tra l’altro, insieme all’avvocato Roberto Martini, nell’attività della neonata associazione culturale Per Siena » che nelle intenzioni dovrebbe essere apartitica e invece, per gli inquirenti, promuoveva l’ascesa di Ceccuzzi a sindaco di Siena.

LA CAMPAGNA ELETTORALE

Al telefono Mussari e Ceccuzzi intensificano gli sforzi. Parlano del «destino politico del sindaco Pd uscente Maurizio Cenni e della candidatura di Ceccuzzi alla successione ». Si soffermano sulle iniziative dei vari Bellandi e Rosati e di altri personaggi iscritti all’associazione «e l’onorevole pare interessato a raccogliere consensi trasversali per la propria candidatura anche sostenendo le attività della compagine associativa ». Tutto questo per concludere che «la presenza a Siena di un gruppo politico-economico facente riferimento a Mussari » e al «gruppo della birreria » spingeva per la candidatura dell’onorevole Ceccuzzi, «cui seguivano discutibili nomine a seguito del suo successo elettorale ».


Le “tavole della legge”: il decalogo di Grillo per i suoi parlamentari
di Redazione
(da “Libero”, 1 marzo 2013)

Le regole: “Niente tv, quello che dite alla Camera lo decido io, rotazione frenetica delle cariche, stipendio dimezzato ed espulsioni online”

Eccole, le tavole della legge a 5 Stelle. Una sorta di manualetto per i neoeletti, che devono restare fedeli al dittatore Beppe Grillo: pena, l’espulsione. Ed è proprio in queste tavole della legge che si trova una risposta alla possibile e improbabile alleanza tra grillini e Partito Democratico. Il gran capo Beppe, con tutta probabilità aiutato nella “vergatura” dal guru Gian Roberto Casaleggio, spiega che “i gruppi parlamentari del Movimento 5 Stelle non dovranno associarsi con altri partiti o coalizioni o gruppi se non per votazioni su punti condivisi”. Tradotto: niente fiducia. E questo rende ardua la creazione di un governo, a prescindere dal balletto di Grillo, dagli insulti allo smacchiatore fallito, Pier Luigi Bersani, e dalle mosse del fallimentare segretario democrat. Insomma, una norma del “Codice di comportamento eletti Movimento 5 Stelle in Parlamento” (consultabile sul sito del leader) blocca la strada alle intese. Il codice, fa sapere Grillo, “dovrà essere inserito nello stesso statuto di cui il gruppo parlamentare dovrà dotarsi”. Ma vediamole, una per una, queste regole a Cinque stelle (un elenco di 18 punti).

Rotazione delle cariche – In nome del principio della democarazia diretta e in nome della volontà di tagliare la Casta, ecco che i neo deputati e senatori dovranno sottostare alla rotazione trimestrale della carica di presidente di gruppo e di portavoce. Inoltre dovranno “rifiutare l’appellativo di onorevole e optare per il termine cittadina o cittadino”.

Divieto “di tv” – Confermato il divieto di partecipare ai talk show televisivi: insomma, niente contraddittorio per i Parlamentari a 5 Stella. La comunicazione viene affidata al canale YouTube, dove il Codice prevede che le votazioni parlamentari vengano “motivate e spiegate giornalmente con un video” (in ossequio alla inesistente trasparenza). I grillini creano un precedente: i parlamentari, di fatto, non dovranno rispondere agli italiani di quello che fanno. Basta un video. Roba che soltanto Bin Laden…

Comunica il leader – Beppe Grillo si riserva la facoltà di coordinare la comunicazione delle attività parlamentari. Il codice recita: “Il Regolamento della Camera dei Deputati e del Senato prevede che a ciascun gruppo parlamentare vengano assegnati dall’Ufficio di Presidenza contributi da destinarsi agli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare, nonché alle ‘funzioni di studio, editoria e comunicazione ad essa ricollegabili’. La costituzione di due ‘gruppi di comunicazione’, uno per la Camera e uno per il Senato, sarà definita da Beppe Grillo in termini di organizzazione, strumenti e di scelta dei membri, al duplice fine di garantire una gestione professionale e coordinata di detta attività di comunicazione, nonché di evitare una dispersione delle risorse per ciò disponibili. Ogni gruppo avrà un coordinatore con il compito di relazionarsi con il sito nazionale del M5S e con il blog di Beppe Grillo”. Insomma, decide tutto il dittatore a Cinque Stelle. E se ancora non bastasse, il Codice aggiunge: “La concreta destinazione delle risorse del gruppo parlamentare ad una struttura di comunicazione a supporto delle attività di Camera e Senato su designazione di Beppe Grillo deve costituire oggetto di specifica previsione nello Statuto di cui lo stesso gruppo parlamentare dovrà dotarsi per il suo funzionamento. E’ quindi necessaria l’assunzione di un esplicito e specifico impegno in tal senso da parte di ciascun singolo candidato del M5S al Parlamento prima delle votazioni per le liste elettorali con l’adesione formale a questo documento”.

Il condannato si dimette –  Nel capitolo “Trasparenza” si prevedono “votazioni in aula decise a maggioranza dei parlamentari del M5S”. Ma non solo. Si specifica che “obbligatoriamente se condannato, anche solo in primo grado”, ci si deve dimettere. Mentre “nel caso di rinvio a giudizio sarà invece sua facoltà decidere se lasciare l’incarico”. Le norme obbligano inoltre a una “rendicontazione delle spese mensili per l’attività parlamentare”, dai viaggi, al vitto, agli alloggi, etc.

Lo stipendio – Per quel che riguarda la retribuzione dei Parlamentari a 5 stelle, si stabilisce che “l’indennità parlamentare percepita dovrà essere di 5 mila euro lordi mensili, il residuo dovrà essere restituito allo Stato insieme all’assegno di solidarietà (detto anche di fine mandato). I parlamentari avranno comunque diritto a ogni altra voce di rimborso tra cui diaria a titolo di rimborso delle spese a Roma, rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, benefit per le spese di trasporto e di viaggio, somma forfettaria annua per spese telefoniche e trattamento pensionistico con sistema di calcolo contributivo”.

Iniziativa dal basso – Le tavole della legge di Beppe prevedono anche che “le richieste di proposte di legge originate dal portale del Movimento 5 Stelle attraverso gli iscritti dovranno obbligatoriamente essere portate in aula se votate da almeno il 20% dei partecipanti. I gruppi parlamentari potranno comunque valutare ogni singola proposta anche se sotto la soglia del 20%”.

Come ti siluro – Ovviamente, si parla delle tanto dibattute espulsioni, che hanno già contraddistinto la giovane storia del movimento. A decidere su quelle che possono risultare “palesi violazioni”  delle regole di comportamento, e quindi sulle conseguenti espulsioni, saranno “i parlamentari del M5S riuniti, senza distinzione tra Camera e Senato” che potranno “proporre l’espulsione di un parlamentare del M5S a maggioranza”. E ancora: “L’espulsione dovrà essere ratificata da una votazione on-line sul portale del M5S tra tutti gli iscritti, anch’essa a maggioranza”.


Luttwak: “Berlusconi. «Vittima di una criminale caccia all’uomo », qui.

Maurizio Belpietro: ” Monti, l’anti italiano”, qui.

Dagoanalisi: “Nel Paese dove ora cantano i grilli”, qui.


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Bart