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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

VARIE: Da “L’uso politico della giustizia” di Fabrizio Cicchitto 2

27 Luglio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Il libro dedica un capitolo apposito ai processi subiti da Berlusconi, arricchendolo di particolari o sconosciuti o conosciuti solo dagli addetti ai lavori.
Ne risulta con tutta evidenza quanto Berlusconi sia stato perseguitato dalla giustizia italiana soprattutto per ragioni politiche, essendo sgradito alla sinistra e di conseguenza alla magistratura, la quale aveva il compito di eliminarlo a tutti costi dalla scena politica.
Mostriamo soltanto alcuni stralci assicurando che tutto il capitolo merita attenzione, soprattutto da parte dei giovani, poiché illumina un periodo oscuro che ha cambiato pesantemente la storia d’Italia.

“L’iniziativa giudiziaria propriamente detta cominciò con la richiesta avanzata dalla pm di Reggio Calabria Maria Grazia Omboni, nel marzo 1994, di acquisire i nomi dei candidati di Forza Italia e dei presidenti dei circoli. Il solenne ammonimento di Borrelli il 5 ottobre 1994 rappresentò, in effetti, un significativo «avvertimento »: «Vorrei rilanciare la palla sull’altra sponda a chi farà politica domani: prendete consapevolmente atto di questa situazione dico io, chi sa di avere scheletri nell’armadio, delle vergogne del passato apra l’armadio e si tiri da parte, tiratevi da parte prima che ci arrivino i magistrati ». Tutto ciò trovò il suo primo sbocco con l’invio dell’invito a comparire a Berlusconi il 21 novembre 1994, comunicato dal «Corriere della Sera » mentre era in corso a Napoli una conferenza internazionale sulla criminalità. Poi l’aggressione giudiziaria proseguì con l’indagine sull’accordo Rai-Fininvest per la spartizione del mercato pubblicitario (2 febbraio 1995); continuò con il secondo invito a comparire per l’acquisto della villa di Macherio (8 maggio 1995); si sviluppò ulteriormente con l’avvio delle indagini per le tangenti alla guardia di finanza (20 maggio 1995) e il conseguente rinvio a giudizio (14 ottobre 1995); ebbe un salto di qualità con la richiesta di commissariamento di Publitalia (28 maggio 1995); il 6 ottobre 1995 fu inviato a Berlusconi il terzo invito a comparire per Medusa, a cui seguì (il 22 novembre 1995) una richiesta di rinvio a giudizio; infine il 24 novembre 1995 ci fu un altro invito a comparire per finanziamento illecito ai partiti. Successivamente, alla vigilia delle elezioni del 1996, le «rivelazioni » della Ariosto innescarono i processi Imi-Sir, Mondadori, Sme per corruzione dei giudici. È difficilmente contestabile il risvolto politico della sistematica attività giudiziaria sviluppata contro il leader di Forza Italia e la sua azienda.
Altrettanto conseguentemente Berlusconi – del resto ammaestrato da quello che era avvenuto nel recente passato alla Dc, al Psi, ai partiti laici e personalmente a Craxi, a Forlani, ad Andreotti – non solo si difese nel processo ma si difese anche dal processo, nel senso che pose dinanzi all’opinione pubblica il problema costituito dal fatto che l’azione congiunta svolta da alcune procure, da una catena editoriale, da un partito (il Pds poi Ds), mirava a distruggerlo contemporaneamente sul piano politico-giudiziario e aziendale-finanziario, a smantellare sia la Fininvest sia Forza Italia, a modificare nuovamente tutto il sistema politico uscito dalle elezioni del 1994, seguendo un meccanismo a orologeria già sperimentato con successo nel periodo ’92-94.”.

“Questa della «sentenza anticipata » era del resto una concezione propria al pool di Milano certamente assai efficace dal punto di vista politico e mediatico, e aveva come strumento essenziale la sistematica fuga di notizie delle vicende processuali quale fu praticata sia nel periodo di Tangentopoli sia in quello successivo (dal 1994 ai giorni nostri). In questo senso si espresse con la consueta lucida chiarezza il dottor Francesco Saverio Borrelli, che era il leader non solo gerarchico ma politico del pool, in un’intervista a Bernardo Valli: «Borrelli: “Vorrei dire che in questo specifico universo di investigazione che va sotto il nome di Mani pulite forse le conseguenze politiche possono essere tratte prima ancora di attendere la verifica dibattimentale…”. Valli: “Lei vuol dire che il grande processo pubblico è già avvenuto…”. Borrelli: “Il grande processo pubblico è già avvenuto”. Valli: “Quindi la sentenza è una cosa quasi ‘secondaria’ che riguarda la procedura, il diritto, la giustizia propriamente detta, ma l’operazione che chiamo grande bucato è già lì… Borrelli: “È già lì, è in parte già fatto” »”.

“In ogni caso, se qui siamo di fronte a una serie di questioni assai difficilmente utilizzabili come prova di colpevolezza circa il ruolo di Previti e anche del dottor Metta nel processo sul lodo Mondadori, va aggiunto che rispetto a tutta questa dialettica processuale Silvio Berlusconi è del tutto assente e la sua chiamata in correità per la eventuale corruzione del giudice Metta (di questo si tratterebbe nel processo «lodo Mondadori ») non deriva dalla benché minima attività diretta e indiretta da lui svolta e quindi è stata surrettiziamente realizzata solo sulla base di un paio di teoremi («cui prodest », «non poteva non sapere ») che possono essere invocati, anche in questo caso, solo in sede di polemica politica, ma non sul terreno giudiziario. Valga a questo proposito il ragionamento fatto esplicitamente o implicitamente nei confronti di personaggi dai diversi ruoli come Giovanni Agnelli, Cesare Romiti, Massimo D’Alema, che sulla base del principio del «non poteva non sapere » avrebbero potuto essere coinvolti in molteplici vicende, ma sia il pool di Milano, sia Carlo Nordio, sia i giudici inquirenti del Piemonte, dell’Emilia e della Puglia si guardarono bene dall’adottare questo criterio. Al contrario, come abbiamo visto, molte procure e anche alcuni magistrati giudicanti hanno invece adottato nei confronti di Silvio Berlusconi lo stesso criterio del «non poteva non sapere » già seguito nei confronti di leader politici appartenenti alla Dc, al Psi, ai partiti laici. D’altra parte, il fatto che Berlusconi sia stato processato sul caso Sme costituisce una clamorosa conferma che c’è stato un uso politico della giustizia.
La ricostruzione dei fatti dimostra che l’operazione Sme fu orchestrata dall’area politica e di potere che faceva capo all’onorevole Ciriaco De Mita alla quale si riferivano sia l’Iri guidata da Romano Prodi sia il gruppo finanziario-editoriale di Carlo De Benedetti.
La successione dei fatti è molto semplice: Prodi decise la vendita a un prezzo molto basso della Sme a De Benedetti, non solo senza l’autorizzazione formale del governo, allora presieduto da Bettino Craxi, ma senza neanche consultarlo.
Quando Bettino Craxi venne a sapere che essa era ormai quasi realizzata, intervenne con la massima energia e incaricò il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giuliano Amato di notificare al ministro delle Partecipazioni statali onorevole Clelio Darida e al presidente dell’Iri Prodi la totale contrarietà del governo alla vendita della Sme.”.


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Bart