Un po’ di autobiografia

di Bartolomeo Di Monaco

Fai conto, amico lettore, che questo libro sia il mio testamento dedicato alla cara città di Lucca. Ti renderai conto, spero, di quanto l’amore per essa abbia pervaso il mio cuore.

(Dall’Introduzione a “Lucca nel mio cuore”)

Un po’ di autobiografia

Il lettore mi perdonerà se riporto qui un po’ della mia biografia, che potrebbe non interessargli e annoiarlo, del che sono quasi sicuro, salvo alcuni sinceri amici che spero si faranno attrarre dal piacere di conoscere alcune particolarità della mia vita e non respingeranno queste righe.

Sono cresciuto in uno dei rioni più popolari della mia città di Lucca, il rione di Pelleria (vi si conciavano in antico le pelli). Vi giunsi nel 1942 all’età di 40 giorni, abitando mio padre a Lucca dal 29 ottobre 1930. La mia nascita è avvenuta nel paese dei miei genitori, San Prisco, a sei chilometri da Caserta, essendo in tempo di guerra e desiderando mia madre Teresa di essere assistita dalla sua famiglia natale, bella e numerosa.

(Ricordo il mio paese natale nel libro “Omaggio a San Prisco”).

Ho fatto gli studi di ragioneria con profitto risultando sempre tra i migliori dell’Istituto (devo dire in verità che sono stato sempre o il primo o il secondo, battuto in questo caso per pochi centesimi).

Terminati gli studi ebbi (a quei tempi il lavoro non era difficile a trovarsi) molte lettere di assunzione da vari Istituti bancari. Scelsi il Monte dei Paschi di Siena e lavorai pochi mesi a Lucca, a partire dall’agosto 1961. Infatti, di lì a poco uscì il bando di concorso a otto posti della Cassa di Risparmio di Lucca e a novembre dello stesso anno lavoravo già presso questo importante Istituto, al quale devo moltissimo. Mi fu consigliato di fare il concorso dal mio parroco, don Silvio Giurlani, protagonista della Resistenza lucchese, per ragioni inerenti il pericolo che correvo, stando nel Monte dei Paschi, di essere trasferito lontano da Lucca. Sono contento che a don Giurlani sono riuscito a far dedicare dal Comune di Lucca e dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea una bella targa che ricorda il suo impegno nella Resistenza. La si può vedere murata sul lato della chiesa di San Tommaso in Pelleria.

Sempre in Pelleria, e nello stesso periodo, riuscii a far istallare una nuova e bella fontana (l’attuale), dopo che la precedente era stata abbattuta da qualche anno. Ricordo con piacere la leggenda che creai sulla fontana originaria che era collocata nella piazzetta di Pelleria negli anni della mia adolescenza, “La miracolosa fontana di Pelleria”.

Per la targa a don Giurlani devo ringraziare per la sensibilità dimostrata il presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di quegli anni, Lilio Giannecchini; per la fontana quella del vice sindaco di allora, Giovanni Pierami.

Una volta entrato alla Cassa di Risparmio di Lucca, mi interessai ben presto dei problemi inerenti il lavoro, iscrivendomi alla CISL bancaria, e dal 1970 al 1978 ne divenni segretario provinciale. Molti contratti integrativi stipulati presso la Cassa di Risparmio di Lucca e la Banca del Monte portano anche la mia firma.

Ero molto attivo nelle assemblee ed alcune di esse le ho tenute anche in ambienti non bancari, interessandomi ai problemi delle altre categorie.

I miei colleghi che mi leggono qui, possono confermarlo.

Ho cominciato a ricoprire cariche di reggente di filiale nel 1985 e vi ho fatto la mia carriera arrivando al grado di funzionario di 2 ° (sopra avevo altre due tra gradi e categorie da scalare, il grado 1 ° e la qualifica ultima di dirigente).

Successe che nel 1990, dopo l’estate, fui convocato dal Direttore generale dott. Arturo Lattanzi che mi comunicò la sua intenzione di trasferirmi dalla funzione che occupavo di direttore dell’agenzia di Borgo Giannotti (importante frazione commerciale di Lucca) alla funzione di vice direttore della Sede centrale. Ricordai al direttore generale quanto gli avevo raccomandato al momento in cui mi assegnava la prima reggenza: Si ricordi di premiarmi nella carriera se farò bene, ma sarò disposto a fare l’uomo di fatica da adibire alle pulizie se farò male. Però si ricordi di non farmi mai ricoprire incarichi sottoposti. Io vorrò sempre avere la facoltà di decidere autonomamente (il dottor Lattanzi, vivente e immagino ancora attivo, come è stato sempre per sua natura, potrà confermare).

Promisi che, per rispetto dei favori che mi aveva concessi facendomi fare carriera, avrei comunque provato.Mi giunsero numerose telefonate di dirigenti che mi assicuravano che quell’incarico sarebbe stato temporaneo e che ben presto ne avrei ricevuto uno ben più importante. Alcuni clienti di rilievo (tra cui lo scomparso Edo Puccetti) vennero a trovarmi per assicurarmi che si trattava della verità.

Giunse il giorno che mi recai a ricoprire il mio incarico presso la Sede centrale, e il bravo direttore Matteucci (ahimè, non ricordo più il nome di battesimo) mi accolse con entusiasmo, assicurandomi, – essendo stato edotto delle mie perplessità – che mi avrebbe concesso un’autonomia di giudizio e di decisione fino ad una certa cifra, senza che passassi da lui. Mi pareva di essere sulla buona strada, ma quella stessa mattina accadde che un cliente si presentasse a chiedere udienza al direttore, il quale in quel momento era assente. Mi proposi io di riceverlo, ma egli protestò che avrebbe parlato solo col direttore. Mi sentii umiliato, poiché nel mio incarico a Borgo Giannotti avevo servito tra i più grandi nomi dell’economia lucchese.

L’incidente mi rimase in gola e così tornato a casa nella nottata redassi la lettera di dimissioni, che l’indomani consegnai (assente, ahimè, il Direttore generale) al Capo del personale, il quale, allarmato, non voleva accoglierla, consigliandomi di aspettare il dott. Arturo Lattanzi che si trovava in missione a Singapore. Temendo un mio ripensamento, non accettai il consiglio e confermai con la consegna della lettera le mie immediate dimissioni.Uscendo, salutai e ringraziai il direttore della Sede centrale Matteucci, il quale rimase sbigottito, e tornai a casa.

Confesso, ora che ne ho l’occasione, di aver usufruito di uno dei tanti privilegi che si potevano godere in passato, e massimamente nel lavoro bancario. Potei venire in pensione con 48 anni di età e 29 di servizio. Ma badate, la pensione dell’INPS, quella a carico della collettività, mi sarebbe scattata, come per tutti, al compimento del 60mo anno di età. Fino ad allora la mia pensione sarebbe stata erogata a carico della sola banca.

Perché mi ero deciso a dimettermi? Perché ritenevo più utile per me, anziché spendere del tempo in un lavoro subordinato che non mi avrebbe dato soddisfazione e adeguata autonomia, dedicarmi alla mia passione di sempre, la letteratura. Mi sentivo ancora in grado di principiare questa strada da me ambita, che avevo saggiato, durante il mio lavoro, con vari articoli su piccole riviste specializzate.

Chi mi legge potrà capire quanto questa passione mi abbia condizionato e quale rischio mi trovavo ad affrontare avendo una famiglia a carico con tre figli ancora agli studi. Mia moglie e mio fratello Mario mi furono tanto vicini.

Ai molti che mi avvicinarono per offrirmi un nuovo lavoro in quel campo a condizioni vantaggiosissime, risposi motivando il rifiuto col dichiarare la mia gratitudine alla Banca che mi aveva consentito sino a quel punto (e un domani con la pensione) di assicurare una vita dignitosa alla mia famiglia.

Alla mia banca non ho mai fatto concorrenza di alcuna specie, ritenendolo, quello, un gesto di slealtà e villania.

Mi sono messo a scrivere, dunque, e continuerò a farlo, anche se per poco ancora.

Ai tempi del mio lavoro in banca ho difeso i deboli, come anche oggi li difendo con iniziative che sono nate da me, grazie al contributo di importanti collaboratori, e che sono tuttora attive. Una di queste risale al 1993 ed è l’Associazione culturale “Cesare Viviani”, il commediografo vernacoliere lucchese, che tanto ha divertito i lucchesi con le sue commedie e con le sue poesie.

Presso la Biblioteca Statale di Lucca, oltre ai miei libri, si può trovare la raccolta del quadrimestrale “Racconti e Poesie”, che stampavo e distribuivo a mie spese in tutta la provincia, presso edicole e librerie, e che tenni in vita dal 1992 al 1999. Dal 1993 al 1995 su una piccola televisione locale, Jolly Tv, condussi due trasmissioni di mia creazione, “Incontro con l’autore” e “Arte tra noi”. Le tre iniziative, dell’Associazione culturale, del quadrimestrale e degli incontri in tv, avevano lo scopo di dare spazio agli autori lucchesi per una loro formazione e per un confronto reciproco.

Ne sono ancora oggi orgoglioso.

Mi sono costate fatica e denaro, ma ne è valsa la pena.

Grazie all’art. 28 dello Statuto dei lavoratori, ho difeso direttamente i lavoratori nelle varie preture della provincia, preparando da solo i vari ricorsi, nel mio studio se d’inverno, in giardino se d’estate. E ho vinto varie cause, una delle quali (sulle rappresentanze sindacali aziendali, le “rsa”) fece giurisprudenza e fu pubblicata sulla Rivista del Lavoro diretta dal prof. Ugo Natoli, che insegnava a Pisa e che ho avuto l’onore di incontrare.

Al tempo in cui dirigevo il sindacato ero abbonato a varie riviste del lavoro, nelle quali andavo ricercando le sentenze che potevano essere utili alla mia categoria, ed in generale ai lavoratori. Ogni volta che ne trovavo una, redigevo una circolare in cui la presentavo e commentavo, in modo che tutti ne fossero a conoscenza. Non ricordo quante ne redassi, ma chi le avesse voluto raccogliere, oggi ne ricaverebbe un prezioso volume fotografante quel tempo. Purtroppo nemmeno io provvidi a conservarle, salvo la copia per il sindacato che ormai immagino perduta, come perdute saranno le riviste a cui ero abbonato.

Alla mia cara città di Lucca ho dato alcuni libri che ne evidenziano la squisita sensibilità verso l’arte, che la sua bellezza ispira ai suoi narratori, che sono numerosi e bravi: “Leggiamo insieme gli Scrittori Lucchesi” e “Scrittori di guerra lucchesi”.

Ho creato per lei 50 leggende (tra le quali “Le mura di Lucca”), alcune arricchendo quelle già note ed altre di nuova ispirazione, pubblicate nel mio adorato: “Lucchesia bella e misteriosa”, per la quale opera sto pensando ad una edizione nuova con una illustrazione colorata per ciascuna leggenda (nda: opera realizzata nel 2023). A questo proposito, qualche tempo prima avevo regalato al centro di accoglienza turistica dei libriccini (una collana di 6 per ogni lingua: italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo), intitolata “Lucca racconta” e illustrata in bianco e nero dal bravissimo amico Mirko Benedetti.

Per Lucca ho composto la poesia “Lucca”, dedicandola al prof. Guglielmo Lera che molto l’apprezzò.

Fino al tempo ingrato e malaticcio del compromesso storico sono stato vicino alla Democrazia cristiana e al Partito socialista italiano, con una incursione nel Psiup (Partito socialista di unità proletaria). Ma quando mi accorsi di quel che stava succedendo col compromesso storico (praticamente i contratti di lavoro furono tenuti fermi e scaduti) mi resi conto della ipocrisia della sinistra, disposta a scaricare i lavoratori pur di giungere all’ambito (anche oggi) potere. Ho capito, cioè, che il vero fine del Partito comunista era, ed è ancora nei suoi derivati, quello del potere, e non quello della difesa dei deboli.

Ho scelto la Democrazia cristiana fino allo scandalo di Mani Pulite che mi procurò molta ira verso quel partito, e successivamente sono stato berlusconiano, ed oggi molto vicino al centrodestra, e alla Lega e a Fratelli d’Italia in specie. Perché ho perso la fiducia in Forza Italia, che era apparsa praticamente come l’erede della Democrazia cristiana? Perché Berlusconi non riusciva mai a tagliare il traguardo delle sue promesse. Arrivava vicino al filo di lana, ma, per una qualche pressione invisibile agli elettori, non tagliava il traguardo e si fermava. Ho sempre dato questa responsabilità al suo consigliere Gianni Letta. Lo considero il responsabile della crisi berlusconiana. Ogni volta che Berlusconi stava per realizzare un progetto, ecco che il Presidente della Repubblica di turno (in particolare Napolitano) chiamava al Colle Gianni Letta, e al suo ritorno si vedeva Berlusconi stoppare ogni iniziativa utile a raggiungere l’obiettivo, con tanta rabbia dei suoi elettori.

Oggi, dunque, permangono in me tutte le riserve sulla sinistra che sempre di più è legata al potere più che all’interesse dei cittadini, al punto che per difenderlo non si confronta con l’avversario ma lo aggredisce aiutata dalle forze da sempre collaterali, quali i cosiddetti giornaloni e la parte più attiva politicamente della magistratura.

Durante la mia esperienza sindacale prima che si realizzasse il compromesso storico, trovavo molto vicini al mio sentire i partiti della sinistra e in specie il Pci, allora all’opposizione. Dal compromesso storico in poi, esso ha abbandonato la classe operaia, che oggi è meglio rappresentata – sembrerebbe un paradosso ma è così – dai partiti di centrodestra, che meglio percepiscono le esigenze dei cittadini. La sinistra, se non cambierà, continuerà a rappresentare un mondo lontano dai lavoratori, quel mondo che con giusto disprezzo è nominato radical-chic. Alla situazione politica ho dedicato tre opere “Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile” (due volumi), “La politica su Facebook” (un volume) e “Un anno vissuto politicamente” (tre volumi).

Quando venni in pensione

Quando venni in pensione, una delle prime cose a cui pensai fu quella di creare una qualche struttura culturale che costituisse un punto di riferimento per chiunque, bambino, giovane e anziano, volesse confrontarsi con altri nel campo della narrativa e della poesia. Ne parlai con l’amico Cesare Viviani che ne fu felice. Così feci partire due iniziative che mirassero a far appassionare i lucchesi alla scrittura:

1 – gli incontri settimanali in cui due autori presentavano e leggevano parti del loro lavoro;

2 – un quadrimestrale intitolato “Racconti e Poesie”, su cui ospitare scritti limitatamente ai cittadini della provincia di Lucca.

Ero convinto che solo in questo modo si potesse aiutare un appassionato delle lettere a coltivare la propria inclinazione e a migliorarsi. Il confronto è sempre positivo, mi dicevo.

Entrambe le iniziative ebbero successo.

1 – Per gli incontri, coinvolsi in principio varie scuole medie, invitando anche alcuni insegnanti a coltivare in classe il vernacolo lucchese, così ricco di colorita ed efficace espressività. Poi trovammo una sede presso la libreria Lucca Libri che a quel tempo si trovava dentro le nostre belle Mura, in Piazza dei Cocomeri, quasi di fronte al chiosco dei giornali, e infine andai a far visita al sindaco di allora Pietro Fazzi, il quale, ascoltato il mio progetto, mi mise a disposizione gratuitamente la casermetta sopra Porta Santa Maria (Porta Giannotti) dove era allocata anche l’Emeroteca. Gliene sarò sempre grato. Ogni martedì ci incontravamo e due autori per volta leggevano i propri lavori e affrontavano il giudizio del pubblico. Erano incontri affollati. Il primo incontro si tenne il 5 febbraio 1993 presso l’attuale Centro Anziani di Sant’Anna, nel grande salone, che risultò colmo. Un altro di questi incontri si tenne a Villa Bottini, con gente che ascoltava in piedi, essendo la platea esaurita. Furono le premesse per decidere di costituire un’associazione culturale al servizio della città.

Infatti, tali continuativi successi indussero me e alcuni miei collaboratori (purtroppo Cesare Viviani era morto qualche giorno prima della data fissata per il primo incontro al Centro Anziani di Sant’Anna, il 2 febbraio 1993) a fondare il 10 dicembre 1998 l’Associazione Culturale “Cesare Viviani”, che ancora oggi è attiva sotto la presidenza del bravissimo Martino De Vita, e tiene gli incontri, sempre nella casermetta di Porta Santa Maria, ogni mercoledì, alle ore 17.

Una delle poetesse più dotate nel vernacolo lucchese era un’operaia, Loretta Caselli, che ormai ho perso di vista e voglio sperare che la vita ancora le sorrida. Riporto tre sue poesie per dare il senso di quegli incontri.

IL MARTEDÌ POESIA

“Son più vecchia di te cara figliola,
tu co’ la poesia mi voi fà fessa,
vorei sape’ chi c’è che t’interessa,
il martedì indù’ vài, chi vai a trovà …?”

“O mà n’ho conosciuti d’ogni sorta,
gente comune e gente prestigiosa,
dentro la poesia cerchin’ qualcosa,
che questo mondo ormai ‘un pol’ più dà.

Neolaureati e gente pensionata,
persone esperte che han’ giro tutto il mondo,
lo so che ‘un son’ all’altezza ‘un mi confondo,
ma la poesia ‘un sai quel che pol fà;

fa conto te d’avecci un pa’ d’occhiali
che fan vede’ il di dentro della gente,
‘un’enno mia così ‘en’ diferente,
e ogn’uno c’ha qualcosa da insegna.

Per questo il martedì alla LUCCA LIBRI,
nella saletta di CESARE VIVIANI,
ci vò esse anch’io a battini le mani,
almeno se mi risce ci vò andà.

Ma pò ‘un ti so ridi quel che ci trovo,
lo so che è roba che a te ‘un t’interessa,
ma io quando sorto fori ‘un son’ la stessa,
c’ho un qualcosa in più che ‘un so spiegà.

Li ‘un c’en’ razze né età religion’ o ceti,
la poesia ci rende tutti uguali,
li sento come me alla mi pari,
e io al pari loro … se posso recità.”

A BARTOLOMEO DI MONACO

Ho visto pietre luccicare anch’io,
lungo la strada della mia esistenza,
ma solo un’illusione una parvenza
era ogni volta il loro luccichio…

Per questo incredula sono rimasta,
ma siamo in tanti a vedere lo splendore,
di una “pietra” che non so il valore,
ma so che esiste e questo già mi basta.

GRAZIE ANCORA

Giunta a metà della mi’ esistenza,
o forse anco un popoin più sù,
m’ero fatta oramai la mi’ esperienza,
di come van le ‘ose suppergiù.

Io della gente mi fidavo pogo,
(avevo ‘uto le mi’ fregature)
ogn’un pensa per sé e guarda al sodo
e chi ha bisogno che s’arangi pure.

E pò per caso, con qualche poesia
conobbi una persona “diferente”
è qui, lu’ c’é anco se é ito via
lu’ qui fra noi, sarà sempre presente.

C’ha dato il tempo, c’ha misso la passione,
e ‘un si sa i sordi che c’ha lascio …
a me m’ha dato davero una lezione…
“‘un si poi mai fà di un’erba un fascio”.

È grazie a lu’ alla poesia e alla prosa,
che io vi stimo tutti, tutti appietto,
di ogn’un di voi piglierei quarcosa,
per aggiustà qua e là quarche difetto.

‘un mi dilungo… ringrazio il presidente,
voi che ascoltate e chi mi fà discore,
ma non scordianci mai a chi veramente
dobbiamo tutti quanti questo onore.

2 – Contemporaneamente a questi incontri curavo il quadrimestrale “Racconti e Poesie” che uscì a ottobre 1992 e concluse la sua esperienza a giugno del 1999.

I primi 2 numeri ospitarono gli unici racconti in lingua scritti dal nostro commediografo e poeta vernacolare Cesare Viviani. Glieli portavo, una volta stampati, in ospedale e lui era felice di poter sfogliare quegli 8 fogli tutti pieni di amore e di passione per la scrittura in prosa e in poesia. Purtroppo il 2 febbraio l’attendeva la morte. Ma, d’accordo con la famiglia, decidemmo di onorare l’impegno del 5 febbraio in cui dovevamo riunirci per la prima volta al Centro Anziani di Sant’Anna, che registrò, come ho già scritto, un pienone dandoci la spinta per andare avanti.

Per il giornale, facevo io il menabò e lo consegnavo, insieme con il materiale scelto, a Francesco Lenzi (morto, ahimè, ancora giovane in un incidente stradale), il quale realizzava le pellicole da portare al tipografo Giuseppe Brandani della Tipolito Editrice Modernografica Moderna. Ne facevo stampare ogni volta mille copie e pagavo tutto di tasca mia, come dice in una delle sue poesie, Loretta Caselli.

Pensavo io a distribuire il giornale per tutta la provincia. Ci volevano quattro giornate piene: una per la Versilia fino a Forte Marmi, una per la Piana di Lucca, fino a Altopascio e Montecarlo, una per la città di Lucca e una per la Garfagnana fino a Piazza al Serchio.

Scuole ed edicole aspettavano il giornale con trepidazione. Ormai ci si erano abituate. Il materiale che ricevevo era abbondante e mi prendeva molto tempo per la lettura e la selezione.

Poi nel 1999, ormai occupato a scrivere i miei libri (collaboravo anche a quattro riviste on line, tra cui la prestigiosa rivista Vibrisse diretta da Giulio Mozzi, il quale mi aveva assegnato uno spazio tutto mio), non ebbi più la forza di proseguire.

Comunque, grazie all’Associazione “Cesare Viviani”, che perdura, so di non aver sprecato il mio tempo e sono fiero di avere avuto le forze necessarie per realizzare un mio sogno.

Il quadrimestrale Racconti e Poesie è conservato, coi suoi 21 numeri, presso la Biblioteca Statale di Lucca.

Personaggi dei miei libri che amo di più

Credo che tutti i narratori abbiamo dei personaggi (animati o inanimati) a cui si sentono legati di più e che sono felici di aver creato.

Ne ho anch’io.

Da “Lucchesia bella e misteriosa”:

– Lavinia in “Le mura di Lucca”

– Costantino in “Il regalo dell’Angelo”

– Clementina in “Parezzana e la Torre Sandonnini”

– Alipia in “La piccola strega”

– Nicodemo in “Nicodemo”

– Angelica ne “Il paese di Ponteccio e la storia di Angelica”

– Guendalina ne “La miracolosa fontana di Pelleria”

Dai miei gialli

– Il commissario Luciano Renzi e il suo aiutante Alessandro Jacopetti

Dai miei romanzi e racconti

– Angela ne “La scampanata”

– Mattia in “Mattia e Eleonora”

– Efisio in “Caro papà, Caro figlio”

– Cencio Ognissanti in “Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile”

Dai miei libri per ragazzi

– Il piccolo Oro, il protagonista di “Storie del piccolo Oro”

– “Vladek” in “Storie del Piccolo Oro”

– “Mahcù” in “Storie del piccolo Oro”

– “Il platano della mia infanzia” in “Le favole di nonno Bart”

– “Il topolino Zip” in “Nonno Bart racconta”

– Nanni de “Un mondo favoloso” in “Nonno Bart racconta”

– Marzia de “Un Natale dell’anno 5325” in “Nonno Bart racconta”

Dal libro di poesie scritto con mia moglie: “Una vita insieme”

– Tutte, poiché sono la voce dell’anima, ma in particolare:

– Lucca

– Tu mi rimproveri

– Gli antichi cavalieri io vidi

Oggi voglio lasciarmi andare

Riguarda la mia attività, ormai conclusa, di scrittore.

Tutti i miei libri, anche quelli originariamente pubblicati da altri editori, sono confluiti in Amazon editore. Chi va su Amazon, digitando il mio nome, trova pressoché tutta la mia produzione.

La maggior parte dei lavori sono saggi letterari (422 autori e circa 600 opere) e storici. Quando dico storici, voglio dire che serviranno agli storici per ricostruire il mio tempo. Ho fornito loro dati interessanti che li aiuteranno a costruire il periodo in cui sono vissuto.

Nella saggistica sono sicuro di avere innovato trasformando la classica recensione in una lettura come viaggio, e così pure nei gialli, legandoli ai problemi sociali.

Le fiabe hanno il sapore classico della tradizione, profumate di candore e di insegnamento dei valori più importanti della vita. Chi ha mai creato un personaggio come il piccolo Oro, che interviene per far prevalere il bene sul male? Il suo modo di agire è assolutamente originale.

E per i romanzi? Che cosa ho fatto per renderli, ove possibile, duraturi nel tempo? Mi sono trasfuso in essi con l’intera mia anima, rifiutando le mode e accogliendo il mio sentire. Ho badato ad una scrittura semplice, adatta ad ogni tipo di lettore. Chiara e priva di forzature.

È psicologicamente accattivante il romanzo di guerra “La scampanata”, che narra delle tentazioni per una donna in tempo di guerra. Ricco di amore verso il prossimo e tra padre e figlio è “Caro papà, Caro figlio”, che, quando ancora era inedito, vinse un premio letterario.

Che dire, poi, del messaggio d’amore consegnato alla rondine, contenuto in “Celeste” (il suo nome) nel quale si esprimono i valori di solidarietà e di fratellanza?

E le mie poesie (“Una vita insieme”)? Dove la mia città di Lucca viene trasferita come cosa viva nell’anima del lettore.

Lucca è protagonista di tanti miei racconti, tutti intrisi della mia convinzione che si tratti di una città modello, universale.

E le mie leggende, narrate in “Lucchesia bella e misteriosa” che rendono vivida la magia di Lucca?

Chi hai mai raccontato la Lucida Mansi che una tarda sera io ho incontrato?

Quando vado a controllare su Amazon i libri che sono stati acquistati, trovo che quello venduto di più è la mia “Guida di Lucca. La città in un giorno”, di cui sono orgoglioso, corredata da foto e da notizie provenienti da autorevoli studiosi, tutti citati, molto più validi di me.

Perché non leggere, però, anche la mia saggistica (ne ho fatto un’antologia in e-book contenente 166 autori, al prezzo di 4 euro)? Perché non leggere i miei romanzi? Perché non leggere le mie poesie? I miei gialli? I miei racconti? Le mie favole?

È una domanda che mi pongo da tanto tempo. Un mistero.

Eppure non c’è nulla di ordinario in tutti i miei lavori. Chi li legge con attenzione vi trova le novità.

Premi vinti

Ho partecipato per qualche anno al “Premio Letterario Internazionale “Giovanni Gronchi”, che si teneva nella città toscana di Pontedera (ora credo non si tenga più), dove il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi nacque.

In qualche occasione ho vinto il Primo premio o il Premio speciale.

Ne cito alcuni:

– Il 14 novembre 1999 la mia raccolta di gialli vinse il primo premio ex aequo al 13° Concorso letterario internazionale “Giovanni Gronchi”, di Pontedera, con la seguente motivazione:

«Nella quarta di copertina viene posta al lettore una domanda: “Si può scrivere un giallo che abbia la complessità di un romanzo?”. Non abbiamo incertezze a rispondere che Bartolomeo Di Monaco ci ha provato e ci è pienamente riuscito.

Nella scia dei più famosi autori, Di Monaco crea dei tipici personaggi – investigatori come il commissario Luciano Renzi e il suo più stretto collaboratore Jacopetti, con i quali il lettore entra subito in sincronia come se li avesse conosciuti da sempre.

In linea con le esigenze del “giallo”, l’autore riesce a creare suggestive atmosfere, affrontando fra l’altro anche temi di carattere sociale, proiettando addirittura alcune scene nel terzo millennio, e facendosi leggere di un fiato in un emozionante crescendo di emozioni.».

– Quando era ancora inedito “Caro papà, Caro figlio” vinse il 12 novembre 2000 il 1° premio ex-aequo del 14° Concorso Letterario Internazionale “Giovanni Gronchi”, nella Sezione Speciale “Omaggio a Carla Gronchi” per opere di alto contenuto sociale e umano. Questa è la motivazione:

«È un romanzo che suscita profonda commozione perché riassume l’intimo travaglio di un genitore che dopo avere sempre seguito passo dopo passo il figlio, fino al suo conseguimento della laurea in medicina, se lo vede scomparire improvvisamente e senza alcun motivo apparente per una destinazione sconosciuta.

Arriverà poi, dopo molto tempo, una lettera (“Caro papà”) a chiarire il mistero. Una lettera proveniente da una lontana e semisconosciuta isola del Pacifico, dove il giovane medico si è rifugiato per appagare la sua vocazione: quella di aiutare i deboli, gente abbandonata a se stessa senza alcun aiuto, in condizioni ambientali difficili.

Il padre vince l’intima pena e instaura così un rapporto epistolare con il figlio, confortandolo con la sua comprensione e la sua solidarietà. Un rapporto che si sviluppa nel segno dell’amore e della confidenza: il giovane conosce una collega, come lui dedicatasi a questa missione umanitaria, e la sposa. La nuova famiglia avrà un figlio, che in seguito il padre spedisce in patria dal nonno, perché lo faccia studiare e lo educhi a quei principi e a quei valori che in passato sono stati ispirati a lui stesso. Un’educazione da portare avanti non in esclusiva, ma alternativamente con la famiglia dei consuoceri, affinché anche quest’ultimi trovino motivo di conforto nella vicinanza del ragazzo, capace di lenire il dolore latente per la figlia lontana e praticamente perduta.

Una storia che si concluderà tragicamente per il medico, vittima della propria missione, ma che non intaccherà il clima di fede e di speranza che l’opera del defunto è stata capace di suscitare.».

– 15° Concorso Letterario Internazionale Giovanni Gronchi – Pontedera. 11 Novembre 2001:

Sezione “Narrativa edita”

«Premio speciale a Bartolomeo Di Monaco, autore di un libro per ragazzi, “La culla della luna”, che però interessa anche gli adulti per la parte storica del volume, imperniata sulla storia d’amore di due giovani lucchesi, sviluppatasi negli anni della seconda guerra mondiale e che l’autore è riuscito a ricostruire. I lettori un po’ in là con gli anni rivivranno le pagine più dolorose della loro giovinezza, in particolare quelle che ricordano i bombardamenti di Pisa e di Lucca. Prevalgono comunque le storie destinate ai bambini, veramente frutto di una fantasia non comune da parte di un autore già affermatosi in precedenza con numerose altre pubblicazioni.

Un altro premio speciale per la narrativa edita è stato assegnato all’Associazione Microcosmo di Prato, che opera nel campo della cultura e dell’arte, e che ha curato la redazione di un’antologia ricca di validissimi autori. Un’antologia che è stata giudicata di ottimo livello e veramente interessante.».

(Nda: il titolo “La culla della luna” è stato suggerito da un’espressione udita – cosi mi parve – nel film: “La voce del silenzio” di Michael Lessac (Usa, 1992), in cui si narra la storia di una bambina autistica e della sua sorprendente guarigione. Ho immaginato che questa culla dorata sospesa lassù nel cielo abbia raccolto via via nel tempo i miei pensieri più segreti ed i miei sogni.).

– 17° Concorso letterario “Giovanni Gronchi”. 16 novembre 2003.

Sezione speciale “Omaggio a Carla Gronchi” – Romanzi editi

1° classificato Bartolomeo Di Monaco con il romanzo “Celeste”

«Il contenuto del romanzo è descritto mirabilmente nella quarta di copertina: “Un nido si stacca dalla gronda di una casa e cade a terra. Tutti i rondinini muoiono tranne uno, forse una femmina. Sarà allevata e chiamata Celeste, come il colore del cielo dove è destinata a volare. A poco a poco tra la piccola rondine e la famiglia che l’alleva si instaurerà uno speciale rapporto di amore, che raggiunge momenti di grande intensità e commozione.

Si tratta di un racconto denso di trepidazione e di gioia, che denota la sensibilità dell’autore e che si concluderà nel modo più logico e atteso: adesso Celeste, dopo avere imparato a volare, è libera, in quel cielo celeste come il suo nome.».

– 18° Concorso Letterario Internazionale “Giovanni Gronchi” – Pontedera

Motivazione del 1° premio ricevuto a Pontedera domenica 14 novembre 2004 per il libro “Quaranta letture”, nella sezione Narrativa edita riservata alla saggistica:

«Bartolomeo Di Monaco, già noto per i suoi numerosissimi romanzi, si trasforma con questa nuova opera in critico letterario.
Anche se “Quaranta letture” è il titolo dell’opera, sono in realtà quarantuno i romanzi di 24 autori diversi che egli passa in rassegna. Fra i tanti, però, come ammette egli stesso, ha una predilezione particolare per Carlo Sgorlon, presente con ben otto opere nella raccolta dell’autore. Fra le tante, citeremo brevemente quella dal titolo “L’armata dei fiumi perduti”, in cui Carlo Sgorlon narra la storia dei combattenti cosacchi, ribellatisi ai russi, che considerano usurpatori, e arruolati “a mezzo servizio” nell’esercito tedesco con il compito di tenere a bada i partigiani del Friuli. Incarico che non piace ai cosacchi, desiderosi di battersi con i sovietici invasori delle loro terre, e non contro i friulani, a loro volta combattenti contro l’invasore tedesco.
Situazione che si può alla fine riassumere in una breve frase: “Invasori e invasi erano stretti e impastati insieme da un medesimo destino.».

– Un altro Premio speciale per la saggistica è stato ottenuto il 13 novembre 2005 nella 19° edizione del premio Internazionale “Giovanni Gronchi” con la raccolta di saggi “Quarantatré letture” (Non è stata redatta, come invece si era fatto negli anni passati, la motivazione)

– Altro Premio speciale per la Narrativa edita è stato conseguito il 12 novembre 2006 in occasione della 20° edizione del Concorso Letterario Internazionale “Giovanni Gronchi” dal mio “Generazioni a confronto nella letteratura italiana”. (Anche in questa occasione non fu redatta la motivazione).

Il 13 giugno 1997 gli Autori di Luccalibri mi consegnarono una targa con la seguente motivazione:

«Scrittore insigne, insostituibile e sensibile maestro che con la sua abnegazione, la sua intelligenza e il suo indefesso impegno a favore della cultura LUCCA PATRIA ha voluto onorare: i concittadini, POETI e SCRITTORI tutti questa targa donarono per dimostrare la loro riconoscenza e il loro affetto e serbare ai posteri il ricordo dell’autore di così preziosi benefici.».

– Il 19 luglio 1998 la FE:NA.L.C. mi consegnò una targa con la seguente motivazione:

«Bartolomeo Di Monaco, autore di significativi romanzi e racconti di ambiente lucchese, dal 1992 dirige il periodico quadrimestrale “Racconti e Poesie”, in cui pubblicano scrittori emergenti e non, che risiedono nella provincia di Lucca ed è distribuito gratuitamente.

Da vari anni organizza serate in cui autori non professionisti hanno la possibilità’ di incontrarsi fra loro e con il pubblico. Questa sua attività’ totalmente disinteressata in favore della cultura, a riprova della indubbia validità, si sta estendendo oltre i confini della nostra provincia, anche senza il clamore dei grandi mezzi di informazione.

La Giuria del Premio “Versilia 1998” ha ritenuto pertanto doveroso assegnargli un riconoscimento ritenendo che la cultura non sia patrimonio solo di intellettuali o scrittori più o meno noti, ma di tutti coloro che con spirito libero si mettono al suo servizio.».

– Il 28 novembre 2022 il Comune di Lucca mi consegnò la targa che appare in copertina in cui sta scritto: «A Bartolomeo Di Monaco Lucca grata per l’attenzione e l’amore alla città riversati nelle sue opere».

– Lo stesso fece il Comune di San Prisco, dove nacqui, il 7 dicembre 2023, la cui targa porta questa iscrizione: “A Bartolomeo Di Monaco. Auguri e riconoscenza ad un nostro concittadino figlio di questa Terra che portò sempre nel cuore.”

– In data 6 agosto 2003 su La Nazione, cronaca di Lucca, apparve questo articolo non firmato:

«LUCCA — È stato assegnato a Bartolomeo Di Monaco il primo premio letteratura, poesia e tradizione del vernacolo lucchese «Cesare Viviani». Nel corso di un piacevole pomeriggio-sera svoltosi lo scorso giovedì 31 luglio «Al Caffè di Daniela» presso l’agriturismo Villa Lenzi il presidente della Circoscrizione n. 6 Giuseppe Nardi insieme a Luciano Giannelli e altre autorità ha consegnato al vincitore «L’Occhio di Lucca» messo a disposizione dalla Antica Zecca di Lucca. Ricorrendo 10 anni dalla scomparsa di Cesare Viviani, sono stati rivolti apprezzamenti alla sua opera da Daniela Bartolini, Claudio Villani e Giacomo Bini per l’Associazione che porta appunto il suo nome. Apprezzamento per tutti gli autori presenti che hanno letto alcune poesie o tratti dei loro libri. In questa occasione Bartolomeo Di Monaco ha presentato in anteprima il libro «La Scampanata» esposto al salone del libro di Torino. Il prossimo appuntamento con «Al Caffè di Daniela» domani giovedì 7 agosto ore 18,30 sempre presso l’Agriturismo Villa Lenzi via della Maolina 3644 San Concordio di Moriano – Lucca con Paola Alberti autrice del libro «Il delitto si addice a Eva» edizione Jaca Book di Milano insieme a Luciano Luciani. Alle ore 20.00 inaugurazione della mostra di pittura di Michele Lovi. Come sempre seguirà una degustazione-cena con proiezione di immagini e suoni sullo splendido velario ideato e realizzato dall’architetto Carlo Americo Lenzi. Per informazioni e prenotazioni 338 2358327 – 0583 395187.».

– Su La Nazione del 15 agosto 1999, in cronaca di Lucca, compariva questo articolo a firma di Stefano Giuntini:

«È stata una giornata decisamente soddisfacente». Così Massimo Santoni, presidente della Cooperativa turistica lucchese, ha commentato il primo giorno di apertura al pubblico del restaurato interno di Palazzo Pfanner: 250 paganti in 8 ore. «L’affluenza turistica è stata notevole e varia – ha detto -, abbiamo infatti avuto visitatori italiani, tedeschi, inglesi e francesi. Interessante, in questo contesto, anche il fatto che molti lucchesi hanno colto l’occasione per varcare ancora le porte del palazzo». L’orario di apertura dell’immobile è stato fissato dalle 10 alle 18, tutti i giorni, l’ingresso costa 5mila lire e le visite all’interno sono guidate da Alice Santoni (esperta di storia del costume) e Diana Saggi (laureata in lingue e professoressa d’inglese). E così, per la durata (in verità flessibile) di un quarto d’ora, è possibile tuffarsi in pieno Seicento. Un viaggio, questo, di sicuro interesse culturale e storico. «Dato che era il primo giorno di apertura – ha spiegato Santoni – le nostre guide si sono prese la premura di chiedere alle persone le loro impressioni al termine della visita. Il sentimento più diffuso fra questi turisti, tutti di elevata cultura, è stata la curiosità per i particolari, l’attenzione per i dettagli». Santoni ha poi espresso la viva intenzione di riportare nel palazzo la mostra di costumi, un’iniziativa che, come lui stesso ha detto, «potrebbe essere realizzata entro ottobre». E quindi parliamo della Ctl, ovvero la prima cooperativa turistica lucchese che, oltre a Palazzo Pfanner, si occupa anche della gestione (per conto del comune di Lucca) della torre Guinigi e di quella del primo vero negozio di souvenir all’interno dell’arborato cerchio (situato sempre in via Guinigi). Nata nei primi anni ’80, la Ctl è stata, assieme alla zecca di Lucca e al Comune, la promotrice delle tanto amate «Giornate medioevali», svoltesi lo scorso settembre. Santoni ci fa chiaramente capire che, anche in questo contesto, l’idea è di fare il bis: «Ci stiamo già attivando per potere ripetere l’iniziativa dello scorso anno, nata da un’idea di Bartolomeo Di Monaco. Se tutto andrà bene è nostra ferma intenzione ampliare e potenziare l’offerta delle ‘Giornate medioevali’. Con nuove e interessanti sorprese, di cui riparleremo a tempo debito». Il ringraziamento di Santoni, comunque, va alla famiglia Pfanner («gente squisita, con la quale è un piacere lavorare») al Comune e alla provincia di Lucca («per la disponibilità e la collaborazione ricevute»).

Il libro a cui fa riferimento Massimo Santoni è proprio “Mattia e Eleonora”, il quale alla sua uscita nel 1992 per le edizioni di Maria Pacini Fazzi Editore ebbe su La Nazione la seguente recensione del compianto commediografo e poeta lucchese Cesare Viviani:

«Mi è arrivato, graditissimo omaggio dell’autore, un libro profumato ancora di… tipografia. Un libro da pochi giorni in commercio. Vorrei parlarne, anche se l’autore ha una “penna” che sa farsi strada da sola. Il libro “Mattia e Eleonora: una storia lucchese” di Bartolomeo Di Monaco non solo coinvolge la nostra città, la nostra campagna e personaggi reali o immaginari di Lucca, ma ci propone una filosofia di vita che oggi si va perdendo e che è necessario recuperare. L’autore propone una storia autobiografica cesellata dalla fantasia, con quei sogni e con quelle immagini che sono farmaci salutari per il nostro essere. Di Monaco, con infinita, struggente poesia gusta e ci fa gustare quelle piccole cose che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi e che molte volte dimentichiamo di farne oggetto della nostra osservazione. Ed è difficile metter su una storia così senza cadere nella retorica. Di Monaco, a mio avviso c’è riuscito. E c’è riuscito bene. Il profumo dei pini a primavera, l’avvicendarsi delle stagioni, un cappotto caldo sotto una nevicata, un pomeriggio trascorso in un trattenimento paesano, un pettirosso che aspetta un po’ di becchime fuori dalla finestra di cucina, sono tutte cose che ci vengono descritte come normali, senza enfasi, senza sdolcinature, ma vengono inserite nel “quotidiano” con tutta la loro potenza di trasmettere tranquillità interiore. Mattia e Eleonora vivono queste eccezionali esperienze a Lucca, in una città che vista con i loro occhi fa veramente sognare. E il sogno si ingigantisce: c’è anche un tuffo nell’Ozzeri, c’è una barca misteriosa che sprofonda in quelle acque per arrivare nel sottosuolo dove una Lucca settecentesca si nasconde e vive ancora avvolta nel fascino e nei fasti di allora. C’è una vita a due, un menage familiare, che trova ogni giorno la carica necessaria per sopravvivere ad un mondo ostile: un mondo da tralasciare. C’è la volontà di vivere in un mondo fatto di tante piccole cose meravigliose: un mondo da sorseggiare, da centellinare come si fa con il buon vino. È un libro che, stranamente, esce ora per Pasqua, anche se l’ultimo sogno pone questo libro sul ramo più alto d’un albero di Natale. Un gran bel dono per i figli e per i nipotini di Eleonora e di Mattia. Ma c’è nelle ultime pagine una frase che raccoglie interamente il senso del libro. Di Monaco scrive che Mattia capisce come e quanto la sua anima abbia bisogno di semplicità. Una cosa che fa pensare e meditare.
Questa semplicità che può riempire l’anima non rappresenta solo una necessità del personaggio o dell’autore. E un patrimonio comune che Mattia e Eleonora in questa storia lucchese propongono a tutti noi, così distratti da un mondo che vorrebbe impedirci perfino di sognare nel giardino sotto un pino odoroso di resine aromatiche».

Opere dedicate alla mia città di Lucca

– Il quadrimestrale “Racconti e Poesie”, dal 1992 al 1999 (una copia è conservata presso la Biblioteca Statale di Lucca)

– Associazione Culturale “Cesare Viviani”, fondata il 5 febbraio 1993 (ancora attiva con riunioni ogni mercoledì alle ore 17 presso la Casermetta di Porta Giannotti)

– Due trasmissioni con Tv locali: “Arte tra noi” e “Incontro con l’Autore”, anni 1993 – 1994

– La rivista on line “Parliamone” (rivistaparliamone.it), sulla quale, in una sezione, I MAESTRI, pubblico articoli pressoché introvabili di grandi giornalisti e studiosi

– Il libro “Lucchesia bella e misteriosa” (con leggende popolari e d’autore). Non ha precedenti

– Il libro in 2 volumi “Leggiamo insieme gli Scrittori Lucchesi”. Non ha precedenti.

– 8 gialli tutti ambientati a Lucca (il primo a ambientarli nella nostra città). Non ha precedenti.

– Il racconto “Una cometa a Lucca”, contenuto in “Lucchesia bella e misteriosa”, per celebrare alcuni scrittori lucchesi nati nel primo Novecento. Non ha precedenti.

– “Scrittori di guerra lucchesi”. Non ha precedenti.

– “Enrico Bertozzi. Un grande da scoprire”. Non ha precedenti.

– “Omaggio a Vincenzo Pardini. Tra racconti e romanzi”. Non ha precedenti.

– La serie di favole di Nonno Bart ambientate a Lucca. Nonché “Il piccolo Oro”. Non hanno precedenti.

Libri unici in campo nazionale

– Il libro-documento: “Il Risorgimento visto dal ‘Conciliatore’ toscano del 1849”.

– “Narrativa minore sotto il Fascismo”.

– “Carlo Sgorlon. I romanzi”. L’autore fu invitato a presentare una relazione al convegno su Carlo Sgorlon che si è tenuto presso l’Università di Udine il 20 dicembre 2019. Essa è riportata nel libro. L’opera, completa dei romanzi di Sgorlon, non ha precedenti.

– “Letteratura gotica. Mastroianni e Invernizio”. Non ha precedenti.

Lucchesità

Lucca è un po’ la città dell’acqua cheta. Ognuno si fa gli affari suoi, e meno ci s’impiccia degli altri e più si ha salute. Non andava giù a Cosimo dei Medici il carattere dei lucchesi, ma non ci poté far nulla, e i lucchesi son sempre stati così da sempre. Questa riservatezza, qualcuno potrebbe anche scambiarla per mancanza di coraggio, vera e propria vigliaccheria. Ma non è così, ed è una caratteristica peculiare di questa gente, e va presa per quel che è. Si chiama lucchesità, e questo la dice lunga sul suo particolare. Epperò accanto a dei meriti indubbi che sempre ha il coltivare il proprio orticello, qualche difetto lo deve pure avere questo popolo antico, se spesso non si cura neppure dei suoi figli più illustri, e pare che siano nati a mille miglia di distanza, e che a Lucca non ci abbiano mai messo piede. Chi lo sa, per fare un solo esempio, che il grande Puccini è nato non a Torre del Lago, come sembra che quasi tutti sappiano, ma a “Lucca drento”, come dicono da queste parti, ossia a due passi dalla bella chiesa di San Michele? E non c’è nessun monumento nella città che ricordi questo nostro grande, conosciuto in tutto il mondo, e forse l’italiano più noto all’estero, anche più di Dante, di Leonardo e Michelangelo. C’è solo quella casa natale a rammentarlo (nda: il 28 novembre 1994 è stata eretta una statua in Piazza Cittadella, opera dello scultore Vito Tongiani). I lucchesi sembra che si vergognino dei propri figli che sono diventati famosi, e pare loro che abbiano fatto torto a quella loro riservatezza secolare. Preferiscono rintanarsi nelle logge, piuttosto che prendere il sole in San Michele.
Per queste strade ha camminato anche Mario Tobino, che era nato a Viareggio, dove è sepolto in una bella tomba di marmo bianco, e che amava tanto Lucca da viverci una vita. Gli piaceva la città, e ci camminava, nelle sue viuzze, con gli occhi che frugavano dappertutto, e guardava di qua le torri, di là i palazzi, le piazzette. Saliva sulle Mura. Pochi lucchesi si accorgevano di questo uomo che ha fatto grande l’arte dello scrivere.
Chi viene a Lucca per restarci, deve lasciare la voce grossa a casa, imparare a parlare sottovoce, a camminare rasentando i muri e non in mezzo alla via, non avere sicumera, ma apparire debitore di ogni cosa agli altri. Solo così se ne diventa figli, sapendo già che se si riceve un po’ di gloria da questo mondo, e si oltrepassano le sue piccole misure, i lucchesi fan finta di non conoscervi più, di non avervi mai visto a spasso nel Fillungo, e vi prestano volentieri a Firenze o a qualsiasi altro posto che non stia nei suoi confini. Non c’è da farci nulla: Lucca è città che si gode per quello che è, e forse è il prezzo che ognuno deve pagare per sentirsi lucchese.

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Ricordo anche, e in qualche caso di nuovo, questi miei libri: “Lucchesia bella e misteriosa”; “Leggiamo insieme gli Scrittori Lucchesi”; “Scrittori di guerra lucchesi”; “Il rione di Pelleria”; “Pellegrinaggio Montuolo – Rupecava”; “Guida di Lucca. La città in un giorno”. E le favole contenute in questi quattro volumi: “Storie del piccolo Oro”; “In giro per Lucca con nonno Bart”; “Nonno Bart racconta”; “Le favole di nonno Bart”.

Ho fondato nel 1993 l’attuale “Associazione culturale ‘Cesare Viviani’” e, nel 1992, il quadrimestrale “Racconti e Poesie” (1992 – 1999), la cui raccolta è conservata presso la Biblioteca Statale di Lucca, dove si trovano conservate molte mie opere, alcune, ormai introvabili, legate ai miei esordi.

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