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Via la Germania dall’euro

3 Agosto 2012

Non riesco a capire perché non si possa, da parte dei Paesi europei che ci stanno, dire alla Germania che, se continua a mettere ostacoli e a non aggiornare il suo punto di vista alla luce della possente forza dimostrata dalla speculazione, è libera di lasciare l’euro e di tornare al marco. Così pure eventuali altri Paesi che si sentano vicini alla politica tedesca.
Con l’Italia sta la maggioranza dei Paesi che aderiscono all’euro, e dunque non ci vorrebbe molta fatica a fare la voce grossa con la Bundesbank e con la Merkel.

Sono sicuro che di fronte ad una posizione risoluta come questa, la Germania non avrebbe altra scelta che aggiornare la propria posizione. Stare nell’euro le conviene. Tornare al marco vorrebbe dire arrestare di colpo il flusso delle sue esportazioni, soprattutto verso l’Europa, con conseguenze interne disastrose. I tedeschi lo sanno, ma sanno anche farsi valere più del nostro Monti o di Hollande, avendo capito che essi sono assai più deboli del presidente della Bundesbank.

Un euro, ad esempio a 14 stati, anziché a 17, non per questo mancherebbe di esercitare il suo ruolo nel mondo, e molto probabilmente sarebbe anche più facile giungere ad una composizione politica federale, tanto agognata dai padri fondatori, ed oggi ostacolata nei fatti (al di là delle parole) dalla Germania.

Draghi ha tentato di giocare la sua carta, e gliene do atto (nutrivo qualche speranza), ma al momento risulta perdente e dunque, se le cose non volgeranno al meglio entro poche settimane (ma anche prima), questa ipotesi della esclusione della Germania resta la sola opzione risolutiva.

L’occasione di questo insuccesso mi ricorda anche che non va mai dimenticato il fallimento della politica guidata dal duo Napolitano-Monti, che sta devastando in tutti i settori il nostro Paese, rendendolo incapace di reagire alla crisi per sopravvenuta paralisi pre-morte.

Napolitano, in specie, ha la maggiore responsabilità, avendo, per raggiungere un cotale lugubre obiettivo, fatto un colpo di mano e sospeso la democrazia, approfittando dell’inettitudine di un parlamento composto in prevalenza da incapaci dediti soprattutto al tornaconto personale piuttosto che al bene della Nazione.

In questa situazione Re Giorgio (mai appellativo fu più azzeccato) si è illuso di spadroneggiare e, come è ormai noto, egli si è dimenticato che l’Italia non è ancora una repubblica semipresidenziale (anche se io sono favorevole a questa evoluzione), e dunque ha dei limiti da rispettare, e non rispetta.

La sua garanzia della regolarità del funzionamento delle Istituzioni fa acqua da tutte le parti, a partire dai suoi silenzi sui comportamenti istituzionali di Gianfranco Fini, più volte esondanti le funzioni di presidente della Camera, e infine dal suo tentativo di interferire nella vicenda processuale di Nicola Mancino, che ormai molti cittadini paventano vi sia stato in considerazione del fatto che Napolitano pretestuosamente (a mio avviso) è ricorso alla Consulta per ottenere la distruzione delle sue due telefonate con l’ex presidente del Senato. E anche in considerazione del fatto che lo stesso Nicola Mancino, ove quelle due telefonate fossero state innocenti, sarebbe sicuramente intervenuto con una propria dichiarazione pubblica onde interrompere ogni speculazione lesiva dell’integrità della figura del capo dello Stato. Se ciò non è avvenuto, significa che Mancino si è guardato bene dal fare una dichiarazione favorevole, con la quale avrebbe poi dovuto fare i conti se fosse risultata non verace.

Anche oggi si leggono articoli tanto sulla crisi dell’euro, quanto sul caso Napolitano.
Ne suggerisco alcuni: qui, qui, qui, qui e qui.


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Bart