Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Casa Fitzgerald

3 Agosto 2012

di Edmund Wilson
[da Saggi letterari 1920-1950”, Garzanti, 1967]

Nel febbraio del 1928 ricevetti da Scott Fitzgerald una lettera, intestata « Ellerslie », Edgemoor, Delaware; anche se sulle prime la cosa poteva non risultare ben chiara, era un invito a fargli visita:

… Tutto è pronto per il 25 febbraio. Le pompe dello sto ­maco sono tutte lustre e disposte in bell’ordine, vecchi entu ­siasmi stantii vengono rispolverati con zelo degno addirittura di un Tommy britannico. Dio mio, che cosa orribile quando ebbe inizio la lunga carneficina di Passchendaele. Perché i generali erano tutti così vecchi? Perché quelle discrimina ­zioni controla Società Fabiana e tutti i posti nello stato maggiore assegnati a duchi e figli di pescecani? Gli oratori di Hyde Park venivano accolti a schiamazzi e i ministri an ­glicani non potevano certo trasformarsi in internazionalisti umanitari da un giorno all’altro. Dove sta andando a parare il Britanno: dove sono Milton, Cromwell, Oates, Monk? Dove sono Shaftsbury, Athelstane, Thomas a Becket, Margot Asquith, Iris March? Dove sono Blackstone, Touchstone, Clapham-Hopewellton, Stoke-Poges? In qualche retrovia al Quartier Generale begli uomini dai favoriti grigi mormora ­vano: « Li caricheremo con la cavalleria », e intanto i ra ­gazzi di Bovril e delle province nere si accucciavano tremanti nelle lagune di Ypres prendendo appunti per romanzi di guerra di ispirazione liberale. E che dire dei carri armati? Perché Douglas Haig e Sir John French (quei gran dritti) (Guarda che cosa han combinato al Generale Mercer) non li inventarono il giorno che scoppiò la guerra, come fece, o avrebbe fatto, Sir Philip Gibbs, il baronetto piangente, se ne avesse avuto l’idea?

Questo è appena un campione di ciò che ti aspetta il 25 febbraio. Sarà una compagnia ristretta ma scelta, carbone, coperte, « qualcosa per l’uomo interiore ».

Per favore non dire che il 25 non puoi venire e che pre ­ferisci venire il 29. Il 29 non riceviamo mai. È l’anniversario del secondo Concilio di Nicea, allorché Nostro Signore Bene ­detto, Nostro Signore Benedetto, Nostro Signore Benedetto, Nostro Signore Benedetto…

A questo punto mi si incanta sempre il disco. Metti Olà Man River o qualcosa di Louis Bromfield.

Faccio voti che la gravita della cosa ti tocchi i precordi. Possiamo ottenere così poco a questo mondo. Rispondi.

Scott

 

Piaciuto immensamente tuo articolo su Wilson(1). Non così l’affare Thompson.

Un saluto indisponente, che qui ometto; la parodia, nel primo paragrafo, di quello che Scott, evidentemente, imma ­ginava fosse l’atteggiamento del settimanale liberale dove scrivevo a quel tempo (non sono riuscito a capire perché la guerra gli occupasse tanto la mente); e l’allusione al fatto che avevo dovuto declinare un precedente invito, il tutto combinato in una lieve sfumatura di ostilità. L’articolo su Wilson nominato nel poscritto è quello compreso nel volu ­me The Shores of Light col titolo Woodrow Wilson at Princeton. L’« affare Thompson » era un articolo intitolato Le ultime dichiarazioni di Vanzetti, resoconto di W.G. Thomp ­son, avvocato difensore di Sacco e Vanzetti, dell’ultimo collo ­quio da lui avuto con i suoi clienti il giorno avanti l’esecuzio ­ne: New Republic l’aveva ripreso dall’Atlantic Monthly, ed io ne avevo mandato copia a Scott insieme al pezzo su Wil ­son. Supponevo che volesse farmi capire che lui non si schie ­rava necessariamente dalla mia parte in una questione che, l’estate precedente, aveva provocato polemiche violente quasi quanto quelle sollevate dal caso Dreyfus. Avevo veduto Scott rarissime volte da quando, nel 1924, se n’era andato in Eu ­ropa con la famiglia, e mi rendevo conto che i nostri rap ­porti avevano subito un certo raffreddamento. Questo era in parte dovuto al fatto che al tempo dell’università, quando io ero un anno avanti a lui e dirigevo la rivista universitaria, Scott riteneva di dover rispondere a me dei suoi progressi letterari, e si era accanito con esito insoddisfacente sul più ambizioso dei suoi progetti, un romanzo su un matricidio a cui aveva posto mano nel 1925. Aveva imparato a scrivere in poco tempo; i suoi ideali artistici si erano rapidamente elevati. Ciascuno dei suoi tre romanzi, dal punto di vista della forma e della concezione, era stato un netto progresso rispetto al precedente. Ora continuava a lavorare su un tema che avrebbe messo a dura prova persino un Dostoevskij, ed era ormai sul punto di riconoscerlo superiore alle sue possi ­bilità. Era senz’altro un « blocco » psicologico, oltre al suo non poter fare a meno di vivere come un riccone, che lo distoglieva ancora più del solito dal suo lavoro serio e lo indu ­ceva a scrivere racconti per le riviste commerciali. A ogni modo, Tender Is the Night non apparve che nel 1934, allor ­ché il soggetto originario â— abbandonato il tema della ma ­dre â— era divenuto una cosa del tutto diversa. Nel frattempo, io avevo sempre la sensazione che lui s’aspettasse che gli pun ­tassi un dito contro domandandogli : « Che ne è di quel ro ­manzo? » Era la sua coscienza d’artista ad accusarlo, ma la co ­sa cominciava a rendere difficili i nostri incontri, perché ogni domanda sul suo lavoro rischiava di provocare una risposta sgarbata. Ma evidentemente voleva vedermi, e ci andai.

Non ero mai stato a trovare i Fitzgerald nella casa appe ­na fuori di Wilmington, nella quale erano andati ad abitare alla fine del 1927, al loro ritorno dall’Europa, ma avevo avuto notizia di festeggiamenti ben più elaborati dei loro vecchi week-ends a Westport o a Great Neck. Dos Passos era stato a un ricevimento dato da Scott in occasione del suo trentesimo compleanno, e me l’aveva definito come « una veglia funebre in piena regola » ; Scott aveva cominciato a piangere la morte della giovinezza fin dal suo ventunesimo compleanno e a quanto pare aveva celebrato i successivi con dei veri e propri ludi funerari. Certo io non avevo mai visto Scott e Zelda in una cornice così splendida. Ellerslie, Ed-gemoor, mi si rivelò una bella vecchia e solida casa tutta bianca, con colonne greche e stanze dagli alti soffitti. Era stata costruita verso il 1840 e fino ad allora era stata sempre occupata dai dirigenti della Edgemoor Iron Company. Ci arrivai in compagnia di Thornton Wilder, che incontravo per la prima volta e di cui non avevo letto nulla. Scott ci aveva fatti incontrare alla stazione, e durante il tragitto fino a Ellerslie parlammo di Marcel Proust. Io avevo appena finito di leggere l’ultima parte della Recherche arrivata da poco a New York, e mi accingevo a descriverla a Wilder. Poche cose mi danno tanto piacere quanto parlare con un altro di un libro che io ho letto e lui no, e fargli venire la voglia di leggerlo, specie se si tratta d’un libro difficile da trovare o in una lingua che il mio interlocutore non cono ­sca. Ma in questo caso la mia aspettativa restò delusa, per ­ché risultò che Wilder aveva seguito Proust con la mia stessa attenzione e aveva letto Le temps retrouvé altrettanto sol ­lecitamente. M’ero fatta l’idea che i romanzi di Wilder fos ­sero d’un genere piuttosto fragile e prezioso, e fui sorpreso di scoprire in lui una persona con opinioni così concrete e persino pungenti. Le temps retrouvé gli suscitava qualche per ­plessità; troppi personaggi, a suo parere, finivano per rive ­larsi degli omosessuali. D’accordo per Charlus, diceva; ma nel caso di Saint-Loup, ad esempio, qualche chiarimento in più sarebbe stato necessario: c’era un problema psicologico che Proust aveva decisamente scansato. Richiamai la sua at ­tenzione sul fatto che il romanzo finiva con la frase « dans le temps », così come era cominciato con la famosa frase « Longtemps, je me suis couché de bonne heure »: l’aveva già notato, mi disse.

Scott riceveva gli ospiti sulla porta, e appena deposti cap ­pelli e soprabiti, li portava a fare il giro della casa, di cui era orgogliosissimo, e faceva del suo meglio per mostrarsene all’altezza. Si fermava in un corridoio e domandava con tono misterioso: « Non senti niente? Non senti qualcosa di stra ­no?… È il vecchio fantasma di Ellerslie. » Aveva fatto nascondere il maggiordomo dietro una porta con l’incarico di emettere gemiti e di far rumore con una catena. Ma con la casa sciamante di invitati, e tutti impazientì di mangiare e bere, a quei rumori nessuno faceva caso, e comunque lo sfer ­ragliare di una catena non avrebbe detto molto a uno che non fosse perlomeno reduce dalla lettura di un romanzo di cappa e spada. Fummo quindi introdotti in una sala, dove ci venne proposta, per nostro diletto, la scelta fra ascoltare in dischi (una novità per allora) Le Sacre du Printemps, o di sfogliare un album con fotografie di soldati dalle orrende mutilazioni. Scott aveva scoperto la guerra, e questo spie ­gava le antiquate allusioni della sua lettera, nonché il fatto che egli mi indicasse, appeso a una parete del suo studio, l’elmetto che lui, non essendo stato al fronte, non aveva mai usato in un’azione di guerra. All’epoca del suo servizio mili ­tare, egli si era certamente occupato soltanto della prima stesura di This Side of Paradise e del suo idillio con Zelda nell’Alabama: infatti era come se i dolorosi avvenimenti del 1914-18 toccassero la sua immaginazione appena ora per la prima volta. Doveva avergliene parlato il suo amico Ernest Hemingway, con cui era stato parecchio assieme in Europa r che adesso stava scrivendo A Farewell to Arms. Ci servirono da bere e non eravamo ancora andati molto in là con Stravinskij, allorché fummo trascinati all’aperto e coinvolti in un interludio caotico: ricordo appena che mi trovai con ­temporaneamente â— mentre sul prato annottava â— a gio ­care a diabolo e a parlare di Ford Madox Ford.

Il crescendo della serata era già bene avviato, allorché ci vennero offerti gli aperitivi in un vasto e splendido salone. C’erano Gilbert e « Amanda » Seldes ed Esther Strachey, sorella di Gerald Murphy, grande amico di Scott. Mentre conversava con Seldes e con me, Scott trovò il modo di in ­vitarci a esprimere un franco giudizio sul suo carattere. Gil ­bert gli disse che, se lui aveva un difetto, era di far apparire alquanto triste la vita; e a queste parole gli si dipinse sulla faccia un tale sbalordimento che Gilbert e io scoppiammo a ridere. Arrivarono John e Anna Biggs. John Biggs era un vecchio amico di Scott e mio, che all’università aveva diviso la stessa stanza con Scott. Faceva l’avvocato a Wilmington – benché stesse per pubblicare il suo secondo romanzo â— ed era stato lui a far stabilire Scott a Ellerslie. Non vedevo John dall’epoca del suo matrimonio, e Scott mi ragguagliò su Anna: « È una delle famose sorelle Rupert… Non te le ricordi le belle sorelle Rupert che spopolavano alle feste da ballo dell’università? » Nell’atmosfera euforica che in quelle occasioni i Fitzgerald riuscivano sempre a creare, fui invi ­tato a recitare una scenetta in cui mi ero esibito qualche vol ­ta all’università, anni prima â— a Plattsburg, dopo l’estate del 1916 â— in occasione delle nostre riunioni conviviali. Fa ­cevo la parte di un ufficiale di carriera dell’esercito che con voce rauca teneva una lezione sul tema « Ricognizione e pattugliamento ». Il maggiore Waldron, rosso e occhialuto, sul ­l’attenti, ginocchia unite e braccia rigide lungo i fianchi, sbraitava, senza un gesto né un batter di ciglia, istruzioni di questo genere : « Posti di occultamento: alberi e tetti di case. Quando salite sul tetto di una casa, accertatevi di tro ­varvi dalla parte defilata, quella nascosta al nemico. Non salite sul lato esposto al nemico. Le vedette che salgono sul lato esposto al nemico possono essere avvistate e prese sotto tiro. Le vedette devono far in modo di non esporsi al tiro nemico. Una vedetta morta non serve. » Avevo dimenticato quasi tutto, ma John Biggs mi aiutò a ricordare, e feci del mio meglio per accontentarli: ma ormai non riuscivo più a entrare nella parte. A un certo punto, qualche momento pri ­ma o dopo questo episodio, Scott mi prese da parte in un’al ­tra stanza e mi disse che era piuttosto offeso con me. Era una storia di parecchio tempo addietro; a suo parere, mi ero comportato con lui e con Zelda in maniera tale che il suo risentimento era giustificato. Pensai che fosse roba da nien ­te, specie conoscendo il tipo; ma poiché Scott, al pari del dottor Johnson, si considerava un’autorità in fatto di buone maniere, cercai di scusarmi in qualche modo e i nostri buoni rapporti di un tempo parvero così più o meno ristabiliti.

Poi arrivò altra gente. A Wilmington stavano provando un dramma di Zoe Akins â— The Furies â— e i Fitzgerald avevano invitato a cena l’autrice, con il costumista-scenogra ­fo e altre tre o quattro persone della compagnia. A cena, ci lasciammo divinamente trasportare dall’onda di un ottimo vino e di lieti conversari: ma notai che Wilder, sebbene estremamente cordiale, manteneva un netto e deciso controllo di sé. Stava parlando di Colette con Esther Strachey e diceva che c’erano alcuni volumi della serie di Claudine se ­condo lui molto buoni. Io sedevo accanto a Zelda, che era nella sua forma più smagliante. Alcuni amici di Scott la trovavano insopportabile, altri ne erano incantati. Io ero fra questi. Aveva la capricciosità testarda di una bellezza meridionale ed era priva di inibizioni come una bambina. Parlava quasi esattamente come scriveva, con un colore e un brio così spontanei, che ben presto io non mi sentivo più disturbato dal fatto che la sua conversazione era una sorta di « libera associazione » di idee a cui era impossibile tener dietro. Ho conosciuto poche donne capaci di esprimersi con tanta deliziosa freschezza: senza luoghi comuni e senza ricerche d’effetto. Ma i suoi discorsi evaporavano in un ba ­leno, e di quella sera mi è rimasto il ricordo di una sola cosa detta da lei : che il modo di scrivere di Galsworthy era una sfumatura d’azzurro che la lasciava indifferente. Ma a poco a pocola Akins cominciò a dominare la conversazione. Era lei stessa un’attrice perfetta, secondo una tradizione ben più grandiosa di quella alla buona degli Anni Venti, e ora teneva banco con risonanti tirate scespiriane. Ciò dava un po’ fastidio ai Fitzgerald, che erano abituati a dominare la scena e preferivano toni più scherzosi : così, quandola Akins e i suoi compagni se ne furono andati in bell’ordine per tor ­narsene in teatro, Scott, che all’inizio della cena era stato simpaticissimo, borbottò: « Tutto quello Shakespeare im ­parato a memoria! » A quell’uscita l’atmosfera si raggelò. C’eravamo appena alzati da tavola che i Fitzgerald annun ­ciarono che se ne andavano a letto e lasciarono gli ospiti a sbrigarsela da soli. Me ne andai a letto presto anch’io.

Ma la serata non si concluse lì, anche se io non vidi altro. La Akinse i suoi amici erano stati invitati a tornare dopo la fine delle prove e infatti, ad eccezione della scrittrice, si ripresentarono tutti. Zelda, avendo fatto un sonnellino, de ­cise di riemergere, ed entrando in una delle grandi stanze della casa scoprì il piccolo scenografo tutto solo, appoggiato con aria di corruccio alla mensola di marmo del caminetto. « Per favore, se ne vada, » disse lui. « Sto pensando, e non voglio esser disturbato. » « Lei non sta pensando un bel niente, » disse Zelda, nella quale, come in tutte le donne del Sud, la minima arroganza maschile provocava un’immediata reazione. « Lei è semplicemente omogeneo! » Non era certo una topica verbale dovuta a ignoranza; ma probabilmente una specie di eufemismo per addolcire la battuta; comunque l’effetto fu terribile. Il giovanotto uscì dalla stanza cammi ­nando tutto d’un pezzo e si lamentò coi compagni d’essere stato insultato, sicché, chiesta la macchina dei Fitzgerald, se ne andarono tutti indignati.

Scott, che aveva dormito tutta la notte, non ebbe proba ­bilmente alcuna notizia dell’accaduto fin quando Zelda non si risvegliò a sua volta nella tarda mattinata del giorno dopo. Me lo ricordo seduto, con indosso l’accappatoio, che leggeva a Gilbert Seldes e a me quello che dev’essere stato uno dei primi capitoli, ambientati in Riviera, del romanzo che stava allora scrivendo e che sarebbe poi diventato Tender Is the Night. C’era in particolare un magnifico brano che certo doveva essergli costato parecchia fatica e sul cui effetto egli probabilmente contava. Descriveva un gruppo di belle ra ­gazze â— non ricordo più se sulla spiaggia o in un interno â— ad ogni modo eteree e splendenti del più sontuoso fascino fitzgeraldiano. « Che ne pensate di questa descrizione? » ci domandò. Gli dicemmo che secondo noi era splendida. « Ho letto questo capitolo a Dos Passos, quando è stato qui, » disse Scott, « e lui mi disse che gli piaceva < tutto, tranne, > disse, < quella parte veramente meravigliosa. Gli domandai che cosa intendesse, e lui replicò : < Ma sì, lo sai : quel brano così splendido… quello meravigliosamente perfetto. > » Può darsi che in seguito a ciò egli si sia indotto a eliminare quel brano, o forse dovette abbandonarlo insieme col soggetto ori ­ginario, perché non mi riesce più di trovarne traccia in Ten ­der Is the Night. Scoprii che Thorton Wilder, il quale se n’era andato via di buon’ora, era l’ultima passione letteraria di Scott. Egli mi disse che The Cabala era senz’altro la mi ­glior cosa che fosse apparsa, mi pare, dopo Hemingway; The Bridge of San Luis Rey non lo interessava granché. Dovevo proprio leggerlo; me lo avrebbe mandato.

Ma alla notizia dell’incidente della notte prima, Scott ri ­mase molto seccato. Era stata una violazione delle leggi del ­l’ospitalità, e doveva fare il possibile per riparare. Sarebbe andato in cerca degli ospiti offesi, per tentare di appianare la cosa. Partì in macchina dopo colazione, insieme a Esther Strachey e a me perché gli tenessimo compagnia e gli risollevassimo il morale. Durante il tragitto interrogò l’autista â— che egli pareva considerare come un familiare fidato â— su ciò che avevano detto gli ospiti quando li aveva riaccompa ­gnati a casa. « Be’, il piccoletto diceva : < Fitzgerald è con ­vinto d’avere chissà che palazzo, ma un mio zio possiede una casa che a paragone quella di Fitzgerald sembra una pattumiera! > » Scott ne fu visibilmente depresso, ed Esther e io cercammo di dissuaderlo da ulteriori approfondimenti. Ma lui insisteva: « Capita così di rado di poter sentire quel che la gente dice realmente di noi alle nostre spalle… Non c’è stato nessuno, » si rivolse di nuovo all’autista, « che ab ­bia parlato bene di me? » « Sì, c’era uno> che cercava di prendere le vostre parti, » replicò l’uomo, « ma gli altri l’han ­no messo in minoranza e gli hanno chiuso la bocca. » A Wilmington Scott scoprì che non tutta la compagnia allog ­giava nello stesso albergo della Akins; a quanto pareva ci sarebbe voluto del tempo per rintracciarli tutti e sistemare adeguatamente la faccenda. Così ci rimandò a casa. Scott voleva farli tornare tutti a Ellerslie, in modo che Zelda e lui potessero mostrarsi gentili con loro.

Gli strascichi di una serata dai Fitzgerald costituivano no ­toriamente un’esperienza spiacevole. Io divenni a un tratto tremendamente irritabile e ironizzai con Esther su certi mo ­di, a mio giudizio, leziosi da lei imparati nel suo recente soggiorno parigino. Lei replicò, ma con molta moderazione rispetto al mio tono certamente molto antipatico : « Tu hai un’arroganza intellettuale che a volte riesce proprio indispo ­nente. » Ne restai un po’ piccato (mi si consenta di dire che la mia lunga amicizia con questa brillante e amabilissima donna non è mai stata offuscata da alcun’altra nube) e così decisi che sarei partito quello stesso pomeriggio sul tardi. Non avevo nessuna voglia di rivedere quelli del teatro; non me la sentivo di affrontare un’altra serata. Avevo l’impressione che la festa cominciasse a guastarsi, e sapevo che quando le feste dei Fitzgerald prendevano quella piega il più delle volte si risolvevano in una catastrofe. Sapevo che se fossi ri ­masto ancora una notte, il lunedì non mi sarei sentito bene. Stavo diventando troppo vecchio per quel genere di cose. Ma mi accorsi anche che non avevo i soldi per il biglietto del treno, sicché quando Scott rientrò, lo pregai di cambiarmi un assegno. Neanche lui aveva contanti e cercò di convin ­cermi a restare. Ma poiché insistevo, si allontanò con l’asse ­gno e tornò per informarmi che in tutta la casa l’unica che avesse dieci dollari da prestarmi era Esther Strachey. Per me era molto imbarazzante, ma Esther non ne fu né imbaraz ­zata né irritata, e tutto finì in ridere.

In seguito appresi che Scott s’era svegliato durante la notte, considerando di non aver adeguatamente valorizzato le possibilità del fantasma di Ellerslie. Si coprì la testa con un lenzuolo e irruppe in camera dei Seldes. In piedi ac ­canto al letto si mise a gemere in un modo che a suo giudi ­zio doveva costituire un netto progresso rispetto al mag ­giordomo. Ma Gilbert balzò su nel sonno dando una gran manata al lenzuolo, che prese fuoco da una sigaretta che il fantasma stava fumando dentro il suo sudario. Nel trambu ­sto prese fuoco anche qualcos’altro, e tutti ne furono al ­quanto spaventati.

Scott mi mandò una copia di The Cabala, che lessi con molta ammirazione; e quell’estate scrissi per New Republic un articolo su Wilder. Nel rileggerlo, il ricordo di quel week-end a Wilmington m’è tornato in mente così vivido che, dato il recente interesse per i Fitzgerald, e in generale per gli Anni Venti, ho pensato che potesse valer la pena di rievocare qui questo campione della vita letteraria di un periodo in cui assurdità e ispirazione, incauto idealismo e irresponsabi ­lità puerile, furono così bizzarramente commisti.

1952

(1) Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921. (N.d.t.)


Letto 5008 volte.


2 Comments

  1. Commento by Antonia — 24 Agosto 2012 @ 07:46

    Caro Bartolomeo, un articolo proprio bello e illuminante. Soprattutto dei rapporti, di cui si è molto detto sottovoce, tra Fitzgerald e Wilder, due autori quasi all’opposto personalmente e artisticamente.  Wilder era un tipo assai schivo e segreto  che forse solo Gertrude Stein riuscì a capire davvero diventandone un’amica sincera. Di Wilder si è saputo di un unico amore, solo dopo la morte e grazie ai diari  di questi, Samuel Steward. ‘La Cabala’ è un piccolo capolavoro misconosciuto, recentemente tradotto in italiano dopo quasi  un secolo da Tre Editori di Roma. Un libro, il primo dello scrittore, che forse riassume  lo spirito  degli altri, romanzi e commedie,  e che è certamente più ispirato  del Ponte di San Luis Rey, il suo capolavoro ufficiale e che fu portato sul grande schermo.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 24 Agosto 2012 @ 09:13

    Grazie Antonia, per l’attenzione.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart