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Voglio parlare a Piercamillo Davigo

1 Febbraio 2011

Chi segue la politica dai tempi di Mani Pulite sa bene chi è Piercamillo Davigo. Fu uno dei magistrati di punta che condussero l’inchiesta che è passata alla Storia con questo nome.
Oggi è addirittura Consigliere della Corte di Cassazione.
Perché gli voglio parlare?
Perché ha avviato una causa per querela contro il quotidiano web il Legno Storto, ritenendo di essere stato infangato da un articolo scritto da un collaboratore del quotidiano di cui oggi mi sfugge il nome.  

Le cose dovranno essere provate, ma io mi permetto di fare una ipotesi tutta a favore del magistrato: ha ragione lui.
Dunque parto da un presupposto che dovrebbe dargli soddisfazione.
E al contempo, però, un tale presupposto legittima alcune domande.

1 – È a conoscenza il magistrato che dietro il quotidiano querelato non c’è alcun potere forte o comunque un potere sobillatore che muova le fila di una macchina eversiva? Non c’è nulla di tutto questo. Il quotidiano è nato dalla passione politica di due giornalisti, Antonio Passaniti, editore responsabile, e Marco Cavallotti, entrambi di idee liberali. Il loro scopo è quello di diffonderle e di dibatterle sul quotidiano.
La società costituita è una cooperativa a.r.l. Capitali alle spalle: nisba, o perlomeno una sciocchezza. Se fosse il denaro a garantire la libertà, il Legno Storto non ne avrebbe mai respirato il profumo. Invece la libertà viene dagli scritti che vi sono ospitati.

2 – È a conoscenza il magistrato se il quotidiano che ha querelato è uso a incorrere in inciampi di questo tipo? Non è uso, e il suo forse è il primo caso di questa gravità.
Nato nel 2005 ne ha ospitati di articoli, tutti passati al vaglio di ogni tipo di lettore. Chi sa quanti magistrati hanno trovato articoli non proprio edificanti per loro e per la categoria a cui appartengono. Perché di questi articoli ce ne sono stati, eccome. La magistratura non è ben vista da molti italiani, come è risaputo, e non fa meraviglia che questa eco giunga anche sulle colonne di un quotidiano liberista che non censura i suoi collaboratori. Dunque ci troviamo di fronte ad un quotidiano di grande responsabilità e di provata correttezza.

3 – L’articolo incriminato. Viste le premesse di cui sopra, ritiene il magistrato che lo strumento della querela da lui prescelto sia stato quello più giusto nei confronti di un quotidiano che ha il solo torto di difendere idee generali   che forse gli dispiacciono? Mi fossi trovato nei panni di Piercamillo Davigo avrei usato l’arma più liberale e democratica che esiste. Avrei replicato all’articolo con un altro articolo chiedendo al quotidiano di pubblicarlo. Avrebbe ricevuto lo spazio richiesto, giacché conosco lo scrupolo garantista dei due fondatori. Non ci ha pensato? Ha agito troppo in fretta? Si rende forse conto di aver esagerato? Qualcosa può essere sfuggita di mano? Tutto è possibile. Se è stato così, si può rimediare rimettendo in carreggiata il senso democratico e liberale delle nostre Istituzioni. Non chiamiamo in causa il tribunale, che ha cose ben più importanti da sbrigare. Si ritiri la querela e si risponda per filo e per segno all’articolo sulle stesse pagine de il Legno Storto. Magari si permettano anche i commenti, se sono graditi.

4 – Si rende conto il magistrato che persistendo nella sua iniziativa sono forti le possibilità che un quotidiano povero come il Legno Storto sia costretto a chiudere? È un’idea che lo lusinga? Voglio sperare di no. La chiusura di un giornale è sempre una ferita alla espressione del libero pensiero. Qualunque tipo di giornale, schierato o meno che sia politicamente. È una responsabilità gravosa, e lo è soprattutto per un magistrato che questo diritto costituzionale è chiamato a proteggere.

5 – Per ultimo. Se proprio il magistrato vuol avere una sentenza che  affermi le sue ragioni, è così necessario chiedere un risarcimento danni per una cifra tanto elevata? Non potrebbe bastare, come avviene spesso, a dimostrazione di nessun interesse economico in ballo, una cifra simbolica (ad esempio un euro?). Il magistrato sa che il giudizio sulla causa pendente subirà inevitabilmente l’influenza della sua personalità e della sua carica. Anche suo malgrado. Difficile che il giudice che sarà chiamato a emettere la sentenza gli dia torto. Se fossi abituato a scommettere, la vittoria de il Legno Storto la darei a uno su un miliardo e più di possibilità.

Potrei esprimere tante altre considerazioni, ma la farei troppo lunga. Una sola, però. Un suo gesto nel senso che ho suggerito farebbe onore alla sua persona assai di più che una sentenza favorevole da esibire: a chi? Figuriamoci poi se quella sentenza si sarà trasformata in un manifesto funerario a carico di un libero ma economicamente povero e debole giornale.


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Bart