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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Voto, gli eclusi dal parlamento

26 Febbraio 2013

di Redazione
(da “Lettera 43”, 26 febbraio 2013)

La scure degli elettori si abbatte sui gruppi della 16esima legislatura. Nel nuovo parlamento infatti entrano gli eletti di solo quattro coalizioni: centrosinistra, centrodestra, Movimento 5 stelle e il centro delle liste promosse da Monti. E gli eslusi eccellenti, per aver fallito la soglia alla Camera e al Senato, abbondano: a partire da Gianfranco Fini, ex presidente di Palazzo Madama, fino ad Antonio Di Pietro.
FUORI INGROIA E DI PIETRO. Ma la lista dei trombati si apre, ironia della sorte, con un aspirante premier: Antonio Ingroia. Rivoluzione civile ha infatti raccolto l’1,79% al Senato (intorno a 550 mila voti) e alla Camera il 2,2% (poco più di 750 mila voti), più o meno la metà di quanto era riuscito a fare nel 2008 Antonio Di Pietro con l’Idv alleato del Pd. Entrambi i magistrati, dunque, dicono addio all’aula.
GIANFRANCO FINI OUT. Niente da fare anche per Gianfranco Fini, capolista alla Camera in tutte le circoscrizioni di Fli, che ha raccolto meno di 158 mila voti (lo 0,46%), un dato addirittura più basso di quello della Destra di Francesco Storace.
Meglio sono andate le cose ad Oscar Giannino che, nonostante la conclusione imprevista della campagna elettorale, ha raccolto l’1,12% alla Camera (378 mila voti) e lo 0,91% al Senato (277 mila).   Numeri che tuttavia non consentono a lui e agli altri candidati di Fare di varcare la soglia del parlamento.
RADICALI FERMI ALLO 0,2%. Stessa sorte toccata anche ai Radicali riuniti da Marco Pannella nella lista Amnistia, Giustizia e Libertà, che ha raccolto poco più di 60 mila voti sia alla Camera sia al Senato, non andando oltre lo 0,2%.
Hanno fatto solo atto di presenza con lo stesso risultato (0,26% e 89 mila voti alla Camera) anche il Partito comunista dei lavoratori di Marco Ferrando e Forza nuova di Roberto Fiore. Mentre ancora peggio è andata alla Fiamma tricolore di Luca Romagnoli (0,13%) e a Magdi Allam che con la lista Io Amo l’Italia ha raccolto lo 0,12% e circa 42 mila voti.
VIA LA BINETTI, BUTTIGLIONE . Franco Marini, ex presidente del Senato e tra i fondatori del Pd, è rimasto escluso da Palazzo Madama (era candidato in Abruzzo). Roberto Rao, Udc, stretto collaboratore di Pier Ferdinando Casini, non è stato eletto al Senato nel Lazio. Macon l’Udc ferma al 1,77% non tornano in Parlamento Paola Binetti, Lorenzo Cesa, Rocco Buttiglione, l’ex ministro dell’agricoltura Mario Catania, Giuseppe De Mita, Ferdinando Adornato, Marco Calgaro.
MOAVERO E SECHI FUORI. Fuori anche Enzo Moavero, ministro degli Affari europei, candidato con la lista Monti, Mauro Libé (Udc) e Giuliano Cazzola (lista Monti ed ex deputato Pdl). Roberto Natale, candidato di Sel al Senato in Umbria e Marche, ex presidente della Federazione nazionale della Stampa, non è stato eletto. Escluso Mario Sechi, ex direttore del Tempo, candidato di Scelta civica in Sardegna.
CROSETTO, MICCICHÉ E LOMBARDO FUORI. Sul fronte del centrodestra, è rimasto escluso dal Senato Guido Crosetto, tra i fondatori di Fratelli d’Italia. Escluso dalla Camera Gianfranco Micciché, leader di Grande Sud. E anche Raffaele Lombardo, leader del Mpa (Movimento per le autonomie).
SCILIPOTI LA SPUNTA ANCHE STAVOLTA. Fuori anche Giuseppe Cossiga, figlio dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che era candidato con Fratelli d’Italia al Senato in Sardegna. Domenico Scilipoti, passato nella scorsa legislatura dall’Idv nelle file berlusconiane, è stato invece eletto al Senato in Calabria.


Il crepuscolo degli dei minori
di Mattia Feltri
(da “La Stampa”, 26 febbraio 2013)

Sarà lo 0,4, sarà lo 0,5, sarà quel che sarà: ma dopo otto legislature e a un passo dal trentennale, Gianfranco Fini passa dalla condizione di presidente a quella di sfrattato dalla Camera dei deputati. I provvisori risultati serali non lasciavano nemmeno spazio alla speranza, colpa degli elettori futuristi – se mai ce ne sono stati al di fuori delle ricerche demoscopiche – e di quelli di Pier Ferdinando Casini: secondo i complicati meccanismi della legge elettorale, l’Udc avrebbe dovuto superare il due, da cui s’è invece tenuto abbondantemente lontano, per consentire a Futuro e libertà di infilare nel palazzo almeno uno dei suoi. Niente da fare. Nemmeno per Fini, che fece ingresso a Montecitorio nell’estate del 1983, quando era un bimbo, aveva trentuno anni. Per dare un’idea del tempo passato, era legislatura che avrebbe visto Bettino Craxi alla presidenza del Consiglio per il governo che resse clamorosamente per quattro anni (i più giovani nemmeno sapranno quello di cui si parla). All’epoca, Fini militava nel Movimento sociale di Giorgio Almirante, e trent’anni non sono passati per nulla. Nel frattempo Fini ha cambiato tutto, il nome al partito, la moglie, le posizioni politiche in un autoribaltamento reiterato e spettacolare, per via del quale finirà incredibilmente con l’essere l’unico a morire democristiano (mentre Casini da democristiano sopravvive al Senato nelle liste di Mario Monti), ieri ombroso e ostile: «Ha perso l’Italia. Il peggio deve venire ».

C’è però da dire che – sempre che finisca qui – Fini abbandona al culmine di una carriera che lo ha portato a essere l’ultimo leader del Msi, l’unico di An, di Fli si vedrà, probabilmente l’ultimo capo di una destra che non gli sopravvive. E c’è da aggiungere che a ogni tornata ci tocca di salutare qualcuno che pareva eterno. O molto potente, come Antonio Di Pietro, altro dissipatore professionale, passato dal favore del 99 per cento degli italiani, in corso di Mani Pulite, al vassallaggio di Antonio Ingroia. Anziché trent’anni qui sono stati venti, infine sfumati in una coalizione a rischio schizofrenia, coi magistrati più bellicosi e suggestivi degli ultimi anni (c’era anche il movimento di Luigi De Magistris), con tutta la sinistra radicale già eliminata dalla vocazione maggioritaria di Walter Veltroni che nel 2008, per emendarsi dalle deliranti immagini lasciate da ulivi e unioni – i famosi caravanserragli del povero Romano Prodi – se ne andò per conto proprio. E raggiunse anche un risultato che oggi il Pd si bacerebbe i gomiti. Veltroni salvò giusto Di Pietro, che ancora godeva di una fama e di un consenso. Ora l’opera è completata: liquidata l’Italia dei valori, fucina di tante speranze e di qualche mascalzone, Di Pietro saluta e torna al campicello, non proprio come Cincinnato, ma ha cani, capre e cavalli, oltre alla terra per cui ha vera passione. Ovvio che oggi faccia più notizia il flop di Antonio Ingroia (per nulla autocritico: tutta la colpa, ha detto, è del Pd, che ha perso due volte, la seconda non alleandosi con Rivoluzione civile), il quale in due decenni di inchieste di mafia s’era conquistato un fama che si sarebbe giurato superiore al due e mezzo per cento, ma è il tramonto di Di Pietro il più impressionante.

Ognuno, nel proprio tracollo, si porta dietro qualche personaggio di secondo piano che però aveva vissuto momenti di una certa centralità. Con Fini è il caso di Italo Bocchino, di Fabio Granata, di Chiara Moroni, la figlia di Sergio, socialista suicida nel 1992 dopo essere finito in Tangentopoli. È il caso di Flavia Perina, ex direttore del Secolo XIX, che fece un giornale meticcio e bello e che aprì la strada a Fini, il quale però quelle idee non dimostrò di padroneggiarle più di tanto. Con Tonino falliscono il ritorno in Parlamento i leader della sinistra estrema e sempre più declinante: Oliviero Diliberto del Partito dei comunisti italiani, Paolo Ferrero di Rifondazione comunista, Angelo Bonelli dei Verdi. Se si pensa ai nomi di quei partiti, se si pensa all’attrattiva che ebbe la magistratura più nerboruta, e se si guarda a quella percentuale lì, due per cento circa, vengono i brividi.

Se ne va anche Guido Crosetto, simbolo vivente di quanto sia stata coraggiosa e degna, ma inutile, la guerra intestina a Silvio Berlusconi. Trionfano i più realisti, come Sandro Bondi e Daniela Santanché, e trionfa pure Angelino Alfano, che da segretario sostenitore delle primarie ebbe soprattutto l’appoggio di Crosetto e di Giorgia Meloni – cioè i due fondatori di Fratelli d’Italia -, per poi abbandonarli e far ritorno dal boss. Paga Crosetto, perché, da quanto si capiva ieri sera, la Meloni e pure Ignazio La Russa dovrebbero farcela a riconquistare la seggiola alla Camera. Meno fortuna ha Gianfranco Micciché, uno che ha campato per dei lustri sul 61 a 0 (parlamentari al centrodestra e al centrosinistra) in Sicilia, e che ora al comando di Grande Sud non raccatta che briciole. E così Francesco Storace e Teodoro Buontempo, di modo che la destra più destra, come la sinistra più sinistra, rimanga ai margini. Infine, anche se non interesserà a nessuno, o a pochi, chiudono le elezioni con uno 0,2 anche i Radicali. Si chiamavano, stavolta, Giustizia, Amnistia e Libertà. Avevano candidati tutti, Emma Bonino, Rita Bernardini, Mario Staderini. E Marco Pannella. Un posto per loro non c’è. Era già successo che il Parlamento restasse senza Radicali. Ma allora sembrava un’eclissi, oggi un tramonto che riguarda un po’ tutti.


Le elezioni italiane viste dalla stampa estera
di Luca Romano
(da “il Giornale”, 26 febbraio 2013)

“Grande confusione governa l’Italia”. Titola così, nei colori della bandiera nazionale, la tedesca Bild.
All’indomani delle elezioni, c’è allarme nei quotidiani teutonici. Le principali testate raccontano “lo tsunami” di Beppe Grillo, che ha travolto i partiti, pur avendo in mano un “programma vago”, come scrive die Welt, preoccupata del fatto che Silvio Berlusconi “giochi ancora un ruolo, più forte del previsto”.

“Raramente in un Paese che si trova in una seria crisi regna così tanto baccano. Di questo è responsabile Beppe Grillo, ex comico” dell’antipolitica, e l’altro artista del baccano è Silvio Berlusconi”, – scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Perde in modo incomprensibile, agli occhi di tutta la stampa tedesca, il Professore Mario Monti che, “celebrato come salvatore del Paese all’estero”, viene punito per l’austerity scrivono diversi giornali fra cui l’economico Handelsblatt, secondo il quale dalle elezioni esce “il peggiore degli incubi” per il Paese, che si trova in una pesante recessione e che a questo punto “non è capace di riforme”.

Il risultato delle elezioni italiane tiene banco sulle prime pagine dei principali quotidiani del mondo. Il Wall street journal titola “Messy italian elections shakes world market”, cioè il caos uscito dall’urna scuote i mercati globali. Secondo il New York Times invece dalle urne “emerge poca chiarezza, eccezion fatta per la rabbia” ben intercettata dal movimento 5 stelle. Nell’analisi del Financial Times, gli italiani “arrabbiati hanno mandato un chiaro segnale contro l’austerità”.

Secondo il Guardian, lo stallo delle elezioni italiane “fa correre brividi” lungo la schiena di tutti i leader europei e si teme che “il programma di austerità di Monti” possa ora essere paralizzato. In Francia, il principale quotidiano del paese, Le monde, osserva come “senza maggioranza al senato l’Italia è ingovernabile”.


Elezioni 2013, cronaca ora per ora. Grillo: “Ostacoleremo governissimo”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 26 febbraio 2013)

Elezioni 2013, cronaca ora per ora. Grillo: “Ostacoleremo governissimo”
E a poche ore dall’ufficializzazione dei risultati elettorali che hanno sancito l’ingovernabilità del Parlamento, iniziano a prendere forma le ipotesi di larghe intese tra Pd e Pdl. Stallo al Senato: tre seggi in più al centrosinistra, che però resta lontano dalla soglia necessaria. Il Cavaliere: “Presto per decidere”. Boccia: “Accordi su alcuni temi”. Beppe Grillo: “Siamo la prima forza del Paese”.

Un Paese ingovernabile, diviso in tre poli: centrosinistra, centrodestra e Movimento 5 Stelle. Lo spread che al lunedì chiude a 300 punti per poi schizzare subito a 347 la mattina del martedì a urne chiuse e prima ancora che aprano le borse europee. Tutti gli scenari politici sono aperti anche la possibilità di un immediato ritorno al voto. Su tutto, l’incognita dei mercati internazionali che premono su un Paese destinato all’instabilità. Una instabilità fotografata dai risultati definitivi del voto del 24 e 25 febbraio. La coalizione guidata da Pier Luigi Bersani (Pd) totalizza al Senato il 31,63% (113 seggi che diventano 120 con Trentino e Valle d’Aosta) mentre alla Camera il 29,54% ossia 10.047.507 voti (340 seggi). Il centrosinistra quindi conquista la maggioranza relativa al Senato per il rotto della cuffia e la maggioranza assoluta alla Camera. Staccata di 3 seggi la coalizione guidata da Silvio Berlusconi con il 30,72% (117 seggi) che alla Camera totalizza il 29,18% ossia 9.923.100 voti (124 seggi). Ma il vero vincitore della tornata elettorale è senza dubbio il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo che fa il pieno ed è il primo partito alla Camera con il 25,55% dei voti pari a 8.688.545 voti (108 seggi), mentre il terzo al Senato il 23,79% pari a 7.285.648 voti (54 seggi). La coalizione di Mario Monti conquista alla Camera 45 seggi cioè il 10,56% pari a 3.591.560 voti. Fuori dal Parlamento Fli, La Destra, radicali, Samorì, Rivoluzione civile, Fare per fermare il declino. Dentro due piccoli partiti che ottengono un senatore ciascuno: la lista Crocetta in Sicilia e il Grande Sud in Calabria. (Qui i risultati definitivi alla Camera/qui al Senato).

Il confronto con il 2008 – La Lega ha dimezzato i voti e il Pdl di Silvio Berlusconi ha perso il 15,84% dei consensi in cinque anni. Eppure è proprio la coalizione di centrodestra, nonostante i 6 milioni e 300mila voti persi, a uscire “a testa alta” dalle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013. Il parallelo con le elezioni 2008 spiega perché. Alle Politiche 2013, a implodere è stato l’intero sistema dei partiti (a vantaggio del M5S, che ha preso oltre 8 milioni e mezzo di voti). Basta citare il dato del Pd: sconfitto nel 2008 con il 33,2% raccolto da Veltroni e vincente – per un soffio – nel 2013 con il 25,41%. Una perdita netta, per il partito, di quasi 3 milioni e mezzo di voti, per un a forza politica che per quattro anni è stata all’opposizione e poi ha sostenuto il governo tecnico.

Oltre un milione e 250mila di schede bianche o nulle – Come sempre il “partito” dell’astensione con oltre un milione e 250mila di schede bianche o nulle per l’elezione alla Camera. Nel dettaglio, stando ai dati forniti dal ministero dell’Interno, 395.286 le schede bianche, pari all’1,12% dei votanti, e 871.780 quelle nulle, pari al 2,47%. Le schede contestate e non assegnate sono state 1951. Per il Senato, invece, le schede bianche sono state 369.301, pari all’1,16%, e le nulle invece 762.534, pari al 2,40%. Le schede contestate e non assegnate sono state 1970.

Ipotesi di larghe intese tra Pd e Pdl – E a poche ore dall’ufficializzazione dei risultati elettorali che hanno sancito l’ingovernabilità del Parlamento, iniziano a prendere forma le ipotesi di larghe intese tra Pd e Pdl. Il primo a uscire allo scoperto è Silvio Berlusconi, in un intervento a La Telefonata di Maurizio Belpietro: ”E’ presto per decidere che cosa fare, bisogna riflettere per il bene dell’Italia. Il Paese non può non essere governato, bisogna vedere su quali programmi possano confluire le forze politiche”. A stretto giro la risposta di Francesco Boccia del Pd: “Un accordo con Berlusconi? Penso che un accordo trasparente dovrà essere fatto in Parlamento su alcuni temi”.

Ipotesi di larghe intese tra Pd e Pdl – Nella notte, prima ancora che i risultati fossero ufficializzati, Pier Luigi Bersani si era espresso con un tweet: “E’ evidente a tutti che si apre una situazione delicatissima per il Paese. Gestiremo le responsabilità che queste elezioni ci hanno dato nell’interesse del Paese”. Anche da parte del segretario democratico, che oggi farà una conferenza stampa alle 17, non ci sono riferimenti precisi, ma non c’è nemmeno una preclusione al “governissimo”. Ipotesi che certamente non piacerà a Nichi Vendola: nella notte il segretario di Sel ha spiegato che “tocca a noi la proposta di governo”.

LA CRONACA ORA PER ORA

12.51 – Grillo: “Ostacoleremo governissimo Pd-Pdl” – ”Faranno un governissimo pdmenoelle- pdelle. Noi siamo l’ostacolo. Contro di noi non ce la possono più fare, che si mettano il cuore in pace. Potranno andare avanti ancora 7, 8 mesi a fare un disastro, ma cercheremo di tenerlo sotto controllo”. Lo ha scritto Beppe Grillo sul suo sito alle 2:03 della scorsa notte.

Ore 12.29 – Emiliano (Pd): “Occorre far scegliere il premier a Grillo” – ”Il Pd-Sel è la prima coalizione d’Italia, ma non c’è maggioranza al Senato senza M5S. Occorre far scegliere premier a Grillo”. Lo scrive su Twitter il presidente del Partito democratico in Puglia, Michele Emiliano, sindaco di Bari. Emiliano scrive ancora: “Il Pd nazionale ha sbagliato molto, non c’è dubbio”.

Ore 11.43 – Barillari (M5S): “L’onda arriverà al Quirinale” – ”Noi speriamo che l’onda arrivi fino a maggio, alle elezioni del comune di Roma. Sarà una lotta con il Pd e il Pdl”. Così Davide Barillari, candidato a governatore del Lazio per il Movimento 5 Stelle, in attesa dello spoglio delle elezioni regionali. “Nei prossimi giorni partirà il sondaggio online per scegliere il candidato sindaco di 5 Stelle – ha aggiunto – avevamo deciso di aspettare l’esito delle regionali prima di iniziare”.

Ore 11.14 – Conferenza stampa alle ore 17 di Bersani – Oggi martedì 26 febbraio alle ore 17 il segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani terrà una conferenza stampa presso la Casa dell’Architettura (Acquario Romano) in Piazza Manfredo Fanti 47.

Ore 10.37 – Brunetta: “Il miracolo di Silvio” – “Silvio fa un miracolo. Ora deve farne un altro”. Lo dice Renato Brunetta su Twitter.

Ore 10.34 – Beppe Grillo su Twitter: “Siamo diventati la prima forza in assoluta in tre anni, senza soldi, senza aver mai accettato un rimborso”

Ore 10.27 – Alle 12 Monti incontra Grilli, Moavero e Visco – Il Presidente del Consiglio Mario Monti oggi alle 12 riceverà a Palazzo Chigi per consultazioni il Ministro dell’Economia e delle Finanze Vittorio Grilli, il Ministro degli Affari europei Enzo Moavero Milanesi e il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Ne dà notizia un comunicato di Palazzo Chigi.

Ore 09.47 – Bagnasco (Cei): “I politici riflettano sul risultato delle urne” – “La situazione” determinata dal risultato elettorale “certamente si può dire e si deve dire che è un grande messaggio, un serio messaggio per il mondo della politica, su cui bisognerà che i responsabili, quindi gli interessati più diretti, riflettano seriamente. Non entro nel merito”. Così il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e arcivescovo di Genova, a margine della messa per il precetto pasquale celebrata questa mattina presso l’Ansaldo Energia di Genova, alla presenza dell’ad, Giuseppe Zampini e di circa 200 dipendenti.

Ore 09.30 – Boccia (Pd): “Possibile accordo con Berlusconi su alcuni temi” – Un accordo con Berlusconi si potrebbe verificare? “Penso che un accordo trasparente dovrà essere fatto in Parlamento su alcuni temi”. Lo afferma Francesco Boccia del Pd, intervenuto questa mattina a Omnibus su La7. “Non ha senso oggi parlare di accordi tra persone, perché dopo questo voto nessuno può pensare di rappresentare tutti. Forse solo Grillo, e ne avrebbe ragione”.

Ore 9.32 – Dell’Utri: “Risultato bellissimo, grande godimento” – Si, lo ammetto, è un godimento personale unico! Un risultato bellissimo per me”, lo afferma a La Stampa Marcello Dell’Utri che su Silvio Berlusconi osserva: “La gente ancora lo vuole, è questo l’aspetto straordinario, il recupero è dovuto a lui, il partito è un’altra cosa”. Alla domanda su che cosa succederà adesso, Dell’Utri spiega: “A meno che Grillo non si metta con Bersani, al Senato non c’è una maggioranza. Mi augurerei che destra e sinistra si mettano finalmente insieme per il bene del Paese”. Ma Berlusconi accetterebbe di appoggiare un governo con presidente Bersani? “Io credo di si – replica l’ex senatore Pdl – Per il bene del Paese lo accetterebbe, eccome. A patto di avere la sicurezza di essere…affettuosamente ascoltato e stimato. Non è vero che vuole governare a tutti i costi. A lui, prima di tutto, interessa sistemare le cose nel Paese, portarlo fuori dalle secche”.

Ore 9.02 – Violante (Pd): “Disponibili a confronto con M5s” – “Quando non c’è una maggioranza stabile – osserva Violante – bisogna aprirsi al confronto aperto con tutti”. Anche con i grillini? “La politica è l’arte della persuasione – replica Violante, – non è stare a guardarsi in cagnesco. Poi, certo, bisogna essere in due per dialogare. Ma serve responsabilità per non sprecare tutti i sacrifici che si sono fatti”. “Il Movimento 5 Stelle – aggiunge – ha un programma per certi versi vago e impraticabile, ma si deve guardare alle persone”.

Ore 8.49 – Scajola: “Vince Berlusconi, perde il Pdl” – L’ex ministro Claudio Scajola immagina per il futuro immediato un “governo a tempo” su una piattaforma ridotta e poi, se non si riuscisse ad andare avanti, il ritorno al voto. “A spoglio dei voti reali non ultimato – afferma in una intervista al Corriere della Sera, – si comincia a capire una cosa molto chiara. Chi, a sinistra, ha cantato vittoria troppo presto ha preso una clamorosa cantonata”. “Grillo, che è stato sottovalutato, – spiega Scajola – ha espresso valutazioni condivise da gran parte dei cittadini. Il secondo grande vincitore è Silvio Berlusconi, non il Popolo della libertà, perchè qualcuno di noi pensava a una onorevole sconfitta. E, ripeto, Bersani non ha vinto queste elezioni”. “Non si può certo dire che si deve tornare al voto – sostiene inoltre l’ex ministro. – Mi pare evidente la sconfitta dei professori perchè troppo lontani dalla gente. Ma ora occorre mettere mano subito alle riforme; elettorale, della costituzione ed economiche vedere chi ci sta”.

Ore 8.50 – Berlusconi: “Bisogna vedere su quali programmi possano confluire le forze politiche” – “E’ presto per decidere che cosa fare, bisogna riflettere per il bene dell’Italia. Il Paese non può non essere governato, bisogna vedere su quali programmi possano confluire le forze politiche”, ha detto Berlusconi su Canale 5.

Ore 8.48 – Berlusconi a La Telefonata: “Lo spread è un’invenzione” – ”Abbiamo vissuto felicemente per anni senza preoccuparci dello spread, che è una invenzione di due anni fa. Lasciamolo stare. Va bene calcolare gli interessi che il Tesoro paga, ma non confrontiamoci sempre comunque con la Germania. Non ha importanza. Ne abbiamo fatto sempre a meno. Continuiamo a farlo. Non esiste”, conclude il leader del Pdl.

Ore 4.29 – Bersani vince per 124mila voti. Nel 2006 Prodi con 24mila – Nel 2006 Prodi vinse per 24mila voti. Nel 2013 Bersani ha vinto alla Camera per 124.407 voti. Il risultato definitivo vede la coalizione di centrosinistra ottenere 10.047.507 voti contro i 9.923.100 voti della coalizione di centrodestra. I dati sono definitivi. Nel 2008 il Pdl ottenne da solo 13,6 milioni di voti.

Ore 3.23 – Movimento 5 stelle è il primo partito – Il Movimento 5 Stelle, non presente alle elezioni politiche del 2008, e’ il primo partito d’Italia con il 25,5% dei voti alla Camera. Chi ha perso voti per strada? Il Pdl ha subito un’emorragia, passando dal 37,4% del 2008 al 21,5%. La Lega ha dimezzato i voti passando dall’8,3% al 4%. Il Pd perde in 5 anni l’8% passando dal 33,2% al 25,4%. Male anche l’Udc che passa dal 5,6 all’1,8%. In caduta libera anche l’Idv che nel 2008 ottenne il 4,4% dei voti. Nel 2013 Rivoluzione civile si ferma al 2,2%. Scelta civica di Monti alla sua prima corsa ottiene l’8,3%.


L’amico del giaguaro
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 26 febbraio 2013)

La domanda era: riusciranno i nostri eroi a non vincere le elezioni nemmeno contro un Caimano fallito e bollito? La risposta è arrivata ieri: ce l’han fatta un’altra volta. Come diceva Nanni Moretti 11 anni fa, prima di smettere di dirlo e di illudersi del contrario, “con questi dirigenti non vinceremo mai”. Del resto, a rivedere la storia del ventennio orribile, era impossibile che gli amici del giaguaro smacchiassero il giaguaro.

L’abbiamo scritto fino alla noia: nel novembre 2011, quando B. si dimise fra le urla e gli sputi della gente dopo quattro anni di disastri, era dato al 7%: bastava votare subito, con la memoria fresca del suo fallimento, e gli elettori l’avrebbero spianato, asfaltato, polverizzato. Invece un’astuta manovra di palazzo coordinata dai geniali Napolitano, Bersani, Casini e Fini, pensò bene di regalarci il governo tecnico e soprattutto di regalare a B. 16 mesi preziosi per far dimenticare il disastro in cui ci aveva cacciati.

Il risultato è quello uscito ieri dalle urne. Che non è la rimonta di B: è la retromarcia del centrosinistra. Che pretende di aver vinto con meno voti di quando aveva perso nel 2008. Il Pdl intanto ha incenerito metà dei voti di cinque anni fa, la Lega idem. E meno male che c’era Grillo a intercettarli, altrimenti oggi il Caimano salirebbe per la quarta volta al Quirinale per formare il nuovo governo. Il che la dice lunga sulla demenza di chi colloca M 5 S all’estrema destra o lo paragona ad Alba Dorata.

Il centrodestra è al minimo storico, sotto il 30%, che però è il massimo del suo minimo: perché B. s’è alleato con tutto l’alleabile, mentre gli strateghi del Pd con la puzza sotto il naso han buttato fuori Di Pietro e quel che restava di Verdi, Pdci, Prc e hanno schifato Ingroia: altrimenti oggi avrebbero almeno 2 punti e diversi parlamentari in più, forse addirittura la maggioranza al Senato. Ma credevano di avere già vinto, con lo “squadrone” annunciato da Bersani dopo le primarie: l’ennesima occasione mancata (oggi, col pur discutibile Renzi, sarebbe tutta un’altra storia).

Erano troppo occupati a spartirsi le poltrone della nuova gioiosa macchina da guerra per avere il tempo di fare campagna elettorale. I voti dovevano arrivare da sé, per grazia ricevuta e diritto divino, perché loro sono i migliori e con gli elettori non parlano. Qualcuno ricorda una sola proposta chiara e comprensibile di Bersani? Tutti hanno bene impresse quelle magari sgangherate di Grillo e quelle farlocche di B. (soprattutto la restituzione dell’Imu, tutt’altro che impossibile, anche se pagliaccesca visto che B. l’Imu l’aveva votata). Di Bersani nessuno ricorda nulla, a parte che voleva smacchiare il giaguaro.

Anche questo l’abbiamo scritto e riscritto: nulla di particolarmente brillante, tant’è che ci era arrivato persino D’Alema. Ma non c’è stato verso: la campagna elettorale del Pd non è mai cominciata, a parte i gargarismi sulle alleanze con SuperMario (da ieri MiniMario) e i formidabili “moderati” di Casini (tre o quattro in tutto). Col risultato di uccidere Vendola, mangiarsi l’enorme vantaggio conquistato con le primarie e regalare altri voti a Grillo, non bastando l’emorragia degli ultimi anni.

Ora è ridicolo prendersela col Porcellum (peraltro gelosamente conservato): chi, dopo 5 anni di bancarotta berlusconiana, non riesce a convincere più di un terzo degli elettori non può pretendere di governare contro gli altri due terzi. Anzi, dovrebbe dimettersi seduta stante per manifesta incapacità, ponendo fine al lungo fallimento di un’intera generazione: quella degli ex comunisti che non ne hanno mai azzeccata una. Ma dalle reazioni fischiettanti di ieri sera non pare questa l’intenzione: tutti resteranno al loro posto e, lungi dallo smacchiare il giaguaro, proveranno ad allearsi col giaguaro in una bella ammucchiata per smacchiare il Grillo e soprattutto evitare altre elezioni. Auguri. Quos Deus vult perdere, dementat prius.


Qui Vittorio Feltri.

Qui Massimo Giannino.

Qui Alessandro Sallusti.

Qui Maurizio Belpietro.

Qui Antonio Padellaro.


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Bart