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Monti: «In politica? Ora sono più libero »

9 Dicembre 2012

Ferruccio de Bortoli
(dal “Corriere della Sera”, 9 dicembre 2012)

Questa è la cronaca di ore drammatiche nella vita del Paese che mai avremmo voluto scrivere. Un governo muore così. Nella Festa dell’Immacolata, a mercati chiusi, ma a occhi ben aperti di una comunità internazionale che non capisce e da lunedì ci farà pagare un prezzo assai alto. La ridiscesa in campo del Cavaliere aveva già prodotto, dalla convulsa serata di mercoledì, un terremoto inarrestabile, ma sono state le parole di Alfano pronunciate venerdì alla Camera a far cadere le ultime resistenze del Professore. Ricorda un dispiaciuto presidente della Repubblica al termine del lungo colloquio di ieri, nel quale il premier uscente gli ha manifestato, con cortesia e fermezza, la propria volontà di dimettersi, che tutto è cominciato alla fine del Lohengrin alla Scala nella serata di Sant’Ambrogio, dopo quella prima alla quale, forse con anziana preveggenza, aveva deciso di non partecipare.
«Ci siamo sentiti subito dopo », dice Napolitano. Ed era già evidente, seguendo il filo del racconto del presidente, il disagio, il disappunto, non la rabbia perché quella non fa parte del vocabolario di un professore abituato a misurare le parole, a dosare aggettivi e mosse, la sua volontà di porre termine a un anno di governo, che per lui è stato pari a un decennio, di sofferenze, ma anche di soddisfazioni, specie internazionali. Quando Monti parla con Napolitano in una saletta della società del Giardino, antico circolo milanese, sede del ricevimento scaligero, non ha ancora avuto modo di leggere con attenzione le parole pronunciate alla Camera dal segretario Alfano poche ore prima. Conosce i titoli e il senso dell’intervento, ma non lo ha ancora letto né tantomeno soppesato. Le cinque ore trascorse nel Piermarini ad assistere alla rappresentazione wagneriana, la leggenda dell’eroe romantico in una terra percorsa da liti e contrasti, non devono averlo appassionato molto. Parla poco, Monti, rilascia solo una enigmatica dichiarazione sul Re Sole, ovvero Berlusconi, che si è allontanato da lui. Ma forse vede accanto al cigno bianco di Lohengrin anche quello nero del suo governo, recapitato dal duo Berlusconi-Alfano, con una musica certamente più sgradevole.

Il colloquio telefonico di venerdì sera con Napolitano è il prologo di quello ben più drammatico di ieri sera. La moglie Elsa, incontrata in una sala della società del Giardino, appare turbata. «Mario? È su che sta telefonando ». Chi la conosce da tanti anni capisce che qualcosa sta succedendo. E veniamo alla giornata di oggi. Monti racconta di essere stato a Cannes. «Non ho risposto per tutta la giornata alle molte domande che mi venivano poste, soprattutto dagli stranieri. Ho colto il loro sbalordimento per la situazione italiana ». Il Professore racconta di essere andato a Cannes dopo aver letto e riletto la dichiarazione di Alfano e di essersi convinto che quella era la vera mozione di sfiducia nei confronti del suo governo. Sprezzante sui risultati ottenuti, violenta nei toni, profondamente ingiusta. E si domanda perché non siano stati più coerenti i rappresentanti del Pdl, partito per lunghi mesi responsabile e disciplinato di quella che un tempo era, per sua definizione, una «stranamaggioranza », a votargli subito la sfiducia. Sarebbe stato preferibile. E non si capacita il Professore che le parole liquidatorie e persino insultanti, le abbia pronunciate un segretario del Pdl «sempre gentile e premuroso » e improvvisamente trasformatosi in un tribuno duro e tagliente. «Ho maturato la convinzione che non si potesse andare avanti così ». Ho cercato in questi mesi, confessa un amareggiato ma non piegato premier, di non cedere al mio carattere, di essere meno suscettibile, ebbene avrei preferito che staccassero la spina direttamente, con un voto di sfiducia, non in quel modo. Di ritorno da Cannes, Monti si dirige verso Roma, dove lo attende Napolitano. Ha già deciso di dimettersi, con dignità, quella dignità ferita dalle parole di Alfano e dalle pronunce ripetute a Milanello del Cavaliere, ridisceso in campo con quella baldanza che molti osservatori esteri non si spiegano o, peggio, non tentano nemmeno di spiegarsi. «Ho preferito farlo subito, a mercati chiusi ». Sì, presidente, ma lunedì riaprono. «Già ».

Quando arriva al Quirinale, nella serata di ieri, il presidente della Repubblica che lo ha fortemente voluto alla guida di un governo tecnico che ha salvato l’Italia dalla bancarotta del novembre scorso, sa che il finale è già scritto. I due hanno caratteri diversi, ma la stima e l’amicizia sono profondi. Il capo dello Stato sa che non può fare più nulla. Discutono a lungo della posizione del Pdl e soprattutto della nota di Alfano. Napolitano condivide lo sdegno per le parole del segretario del Pdl, ingiuste nel bilancio di un anno di lavoro del governo tecnico che pur ha avuto alti e bassi, riforme positive e altre meno, ma che ha ridato immagine e rispettabilità al Paese in giro per il mondo. Capisco e condivido, dice in sintesi Napolitano, il senso di dignità personale e istituzionale che ha mosso il premier ad annunciare le proprie dimissioni. Confessa Napolitano di aver faticato non poco a convincerlo a rimanere per l’approvazione della legge di stabilità, per la legge di variazione di bilancio. Ma entrambi si sono trovati assolutamente d’accordo nell’evitare al Paese l’onta di un avvilente esercizio provvisorio. Napolitano fa ricorso, e si rende conto che il paragone è tutt’altro che esaltante per Monti, al novembre scorso quando convinse Berlusconi a dimettersi e questi lo fece dopo l’approvazione della allora più che incerta e sofferta legge di stabilità. Un paragone che Monti con sense of humor accetta.

La discussione tocca anche la ridiscesa in campo di Berlusconi, che il capo dello Stato giudica, nei toni e negli argomenti, esaltata e pericolosa. Anche per lo stesso Cavaliere. Lo scenario che si apre è, dunque, il seguente. Il giorno dopo l’approvazione della legge di stabilità, e ci vorranno presumibilmente sei o sette giorni, il presidente della Repubblica scioglierà le Camere. È escluso, anche se Napolitano afferma di prendersi una pausa di riflessione sulle modalità, che il governo venga rimandato alle Camere. Il discorso di Alfano è suonato alle orecchie di Monti come una sfiducia conclamata. Dunque, meglio evitare un nuovo e imbarazzante passaggio formale. Ma la questione resta aperta. Si voterà a questo punto a febbraio. Ciò comporterà, probabilmente, anche le dimissioni anticipate di Napolitano che più volte ha ripetuto di non voler essere lui a conferire l’incarico per la formazione del nuovo governo della prossima legislatura. Il finale di questa, morente nel modo peggiore, è stato ben diverso da quello che il Quirinale si aspettava. Anche Napolitano non si persuade di come sia stato possibile un cambiamento così repentino della scena politica. Anche lui, come Monti, aveva incontrato il «gentile e attento » Alfano e non immaginava una svolta oratoria, alla Brunetta, di tale asprezza. Si aspettava che i moderati e i liberali del centrodestra facessero sentire la propria voce e invece, nelle sue parole, appare forte l’apprensione per la svolta, definita a tratti di bestiale egocentrismo, che il Cavaliere ha impresso alla politica italiana.

Lo sguardo è su quello che accadrà lunedì, sui mercati e nelle cancellerie internazionali che torneranno a considerare l’Italia una fonte di contagio, con tutte le conseguenze che possiamo immaginare. Il governo resterà in carica per l’ordinaria amministrazione, ferito a morte, in una campagna elettorale che si annuncia tra le più difficili e tormentate del Dopoguerra. «Doveva avere il coraggio di staccarmi la spina, sapendo che l’avrei potuta staccare anch’io », ripete Monti in tarda serata, con l’aria sollevata e, conoscendolo, con molta amarezza in corpo. E forse anche una sottile emalcelata aria di rivincita. E ora presidente, lei è libero di prendere qualsiasi decisione, anche di candidarsi alle politiche, ormai la necessità di essere super partes è caduta o no? Il silenzio dell’interlocutore è significativo, è chiaro che ora si sente libero di decidere. Ci sta pensando, molti lo spingono a fare un passo. E anche il presidente della Repubblica, crediamo, non lo ritiene più impossibile. In poche ore muore il governo tecnico, il paese corre alle urne, in un confronto così radicale che schiaccia moderati e liberali che guardano a Monti con rinnovata speranza. Forse Alfano non sapeva che con le sue parole ha fatto cadere un esecutivo ma non ha tolto di mezzo un leader. La pressione dei centristi su Monti si intensificherà. E lui non tornerà di certo alla Bocconi. Il Lohengrin della Scala è finito negli applausi. La tragedia italiana continua. Il libretto è tutto da scrivere, la musica pure, la platea assicurata e mondiale, ma purtroppo assai poco disposta nei confronti degli interpreti. Il sipario non scende mai.


Un gesto che mette a nudo i ricatti di Berlusconi
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 9 dicembre 2012)

Le dimissioni di Monti sono arrivate come un fulmine. Non certo un fulmine a ciel sereno perché sereno non è affatto ed anzi è rigonfio di nubi nere e cariche di tempesta. Il redivivo Berlusconi ancora ieri aveva lanciato una serie di accuse contro il governo e contro gli altri due partiti della maggioranza che finora l’ha sostenuto e aveva preannunciato una serie di bombe a orologeria per intralciare e paralizzare Monti fino allo scioglimento delle Camere.

Tre mesi di continui agguati e trabocchetti che avrebbero impedito al governo di governare e costretto gli altri due partiti a sostenere Monti mentre il Pdl (o comunque si chiamerà) si sarebbe interamente dedicato ad una campagna elettorale con l’insegna del “tanto peggio tanto meglio”, con i mercati in agguato e la finanza pubblica a rischio di grave pericolo. I decreti ancora in attesa di essere convertiti in legge sarebbero stati bloccati a cominciare da quello sulle Province e quello sullo sviluppo che infatti hanno già avuto il voto contrario del Pdl.

In questo condizioni Monti è salito al Quirinale ed ha preannunciato le dimissioni irrevocabili sue e del governo, condizionate soltanto all’approvazione della legge di stabilità finanziaria e all’approvazione del bilancio che potrebbero avvenire al più tardi entro Natale. Dopo di che le dimissioni di Monti, fin d’ora sostanzialmente date a Napolitano, saranno formalizzate dopo apposito Consiglio dei ministri e il governo resterà in carica – come d’uso – soltanto per l’ordinaria amministrazione.

Il Capo dello Stato ha dichiarato la sua piena comprensione delle decisioni di Monti e si voterà entro la seconda metà di febbraio anziché il 10 marzo come fino a ieri era previsto. Dunque: campagna elettorale ristretta al minimo previsto dalla legge e insediamento del nuovo Parlamento entro la fine di febbraio. Di fatto si tratta di un anticipo di 15 giorni su quanto era stato previsto, ma il fatto ha un rilievo politico molto più forte. Il governo cade perché sfiduciato da Berlusconi e dal partito di sua proprietà. La responsabilità è dunque del Cavaliere di fronte agli italiani e di fronte all’Europa.

Voleva rappresentare i moderati, ma quali moderati? I voti dei quali va in cerca non hanno nulla di moderato. La sua posizione si affianca a quella di Grillo: anti-Monti, anti – Europa, anti-tasse, anti-euro, anti-riforme. Ed anche anti-Napolitano che, pur restando rigorosamente “super partes”, aveva garantito all’Europa il mantenimento degli impegni presi, affiancandoli con quell’equità sociale e quel rilancio degli investimenti e dell’occupazione che ora sono le stesse Autorità europee a chiederci, a cominciare dagli stimoli quasi giornalieri di Mario Draghi.

Ho detto che il neo-berlusconismo ha assunto gli stessi contorni del grillismo, ma debbo aggiungere che è peggio di Grillo che non ha clientele da difendere, bonifici da distribuire, ricatti da pagare, aziende proprie da sostenere, processi dai quali sottrarsi. Grillo cerca di intercettare quella rabbia sociale che si sta diffondendo nel Paese a causa dei sacrifici che hanno colpito soprattutto i ceti medio-bassi. Il rapporto del Censis uscito l’altro giorno documenta quel disagio e lo quantifica: il ceto medio-basso rappresenta il 30 per cento della popolazione; un altro 30 per cento teme di precipitare anch’esso in una sorta di proletarizzazione. Ma, scrive il Censis, questo diffuso disagio diminuirà gradualmente nei prossimi mesi, quando l’economia reale comincerà a registrare qualche consistente miglioramento. Chi gioca però al “tanto peggio tanto meglio” rischia di alimentare gli aspetti eversivi e violenti di quel disagio, anzi se lo propone appoggiando al tempo stesso l’aumento delle diseguaglianze sociali. Ecciterà i poveri alla protesta proteggendo contemporaneamente le posizione dei ricchi, purché amici e sodali.

Non saranno certo i Briatore a rimetterci. Ecco perché il nichilismo berlusconiano è assai più insidioso e velenoso di quello grillino. Monti con la sua decisione di ieri ha strappato i veli che lo nascondevano. Ora appare in tutta la sua evidenza. A questo punto saranno i cittadini elettori a chiudere la partita. Molti dicono che il popolo sovrano è dotato di un deposito di saggezza che vede più lontano e più lucidamente di quanto non accada alla classe dirigente. Lo spero anch’io, ma non lo darei per scontato. Una parte importante di cittadini ragiona con la propria testa e tiene a bada quella parte emozionale che c’è in ciascuno di noi e che si regola sull’immediato presente. Ma un’altra parte vive di emozioni e dà retta a false promesse e ad illusioni prive di qualunque riscontro con la realtà.

In ogni Paese esiste una massa di elettori che cade in preda a demagoghi e a venditori di paradisi artificiali, ma da noi purtroppo questa massa ha più consistenza che altrove. Chi pratica il gioco delle tre carte e chi vende San Pietro o il Colosseo ha sempre trovato compratori. Berlusconi è un venditore formidabile, in questo non ha rivali ed è la ragione per cui è già stato votato per cinque volte di seguito da milioni di italiani che hanno creduto in lui anche quando il Paese stava precipitando. E’ possibile che gli credano ancora? Il popolo sovrano chiamato tra poco alle urne darà la risposta. La previsione è che questa volta scelga responsabilmente i partiti della democrazia, del cambiamento, del realismo. Non si tratta soltanto di uscire dall’emergenza completando i compiti che l’Europa ci ha assegnato. Si tratta di molto di più. Si tratta di ricostruire lo Stato, di modernizzare il “welfare”, di accrescere la produttività, di combattere le mafie e le clientele parassitarie, di distribuire equamente il reddito, di snellire la burocrazia, di ridare ai giovani e alle famiglie speranza e fiducia.

Problemi antichi, sempre discussi e mai risolti. Ora sono anch’essi diventati emergenza e con questo spirito vanno affrontati senza dimenticarne un altro che tutti li condiziona: la costruzione dell’Europa come vera patria di tutti gli europei. Fuori da questo quadro saremo tutti condannati all’irrilevanza economica, politica, culturale. Non dimenticatelo mai nei prossimi anni e non dimenticate che l’Italia non può far nulla senza l’Europa e l’Europa può fare ben poco senza l’Italia.
Cavour l’aveva capito e per fortuna anche la Francia, l’Inghilterra e la Prussia lo capirono. Solo così il movimento risorgimentale trovò il suo sbocco nella nascita dello Stato unitario. Talvolta la storia è maestra di vita e questo è l’obiettivo che ci sta dinanzi.


Il gesto limpido del Premier
di Mario Calabresi
(da “La Stampa”, 9 dicembre 2012)

Mario Monti si è preso un giorno per riflettere, poi ha fatto un gesto, l’unico, che fosse in linea con la sua persona, la sua vita e il suo modo di governare: assicurare la legge di stabilità e poi dimettersi.
Non solo non poteva accettare di farsi mettere sotto accusa da chi gli aveva consegnato un Paese allo sfascio, non solo non ha intenzione di elemosinare per settimane la fiducia su ogni provvedimento, ma nemmeno di condividere un metro di strada con chi adesso ha deciso che tutte le colpe stanno nella moneta unica. «Io non vado in Europa a coprire quelli che fanno proclami anti-europei, io non voglio averci niente a che fare », ha detto con estrema chiarezza Monti al presidente della Repubblica mentre, ieri sera, gli annunciava il suo passo indietro.
Un gesto chiaro e limpido che costringe ognuno ad assumersi le proprie responsabilità e lascia Berlusconi solo con le sue convulsioni e i suoi voltafaccia. Non è in discussione il diritto del Cavaliere di ricandidarsi (anche se per un anno aveva assicurato il contrario), ma non è tollerabile che l’azionista di maggioranza del governo tecnico, che per inciso è anche il premier che aveva lasciato l’Italia sull’orlo del baratro, una mattina si svegli e se ne chiami fuori.

Non è tollerabile che indichi l’azione di Monti come responsabile di ogni problema italiano, senza riconoscere tutto il lavoro fatto in un anno.
L’esecutivo tecnico era nato di fronte all’incapacità di governare e alla profonda sfiducia degli italiani nel sistema dei partiti, doveva servire a mettere in sicurezza i conti e a traghettarci verso nuove elezioni. Il patto era che ognuno si assumesse la sua parte di responsabilità (e di impopolarità) per provare a evitare il crac del Paese, senza cavalcare il populismo e il malessere sociale.

Stando così le cose, come poteva pensare Alfano che il premier potesse andare avanti dopo che lui lo aveva sfiduciato ufficialmente nell’Aula di Montecitorio? E dopo che oggi il centrodestra aveva minacciato di bocciare provvedimenti e proposte di legge, a partire da quella sul taglio delle Province? Solo un politico navigato e rotto a ogni compromesso avrebbe fatto finta di niente, Monti invece ne ha preso atto e ha deciso di restituire le chiavi.

Così andremo a votare, per la prima volta nella nostra storia repubblicana, con il cappotto, forse addirittura nella prima metà di febbraio, se si anticiperà l’approvazione della legge di stabilità e si scioglieranno le Camere alla vigilia di Natale.
Dopo aver provato a fare le cose con ordine per dodici mesi, siamo tornati nell’emergenza e in preda agli spasmi della peggiore politica. Con tutti gli sforzi e i sacrifici fatti non ce lo meritavamo.
Sarebbe tempo che anche l’Italia diventasse un Paese normale, prevedibile e magari anche noioso. Un Paese di cui non ci si deve vergognare, che può sedere in Europa e riuscire a farsi ascoltare. Per un anno ci siamo andati vicino.


Le paure di chi ci guarda da fuori
di Gianni Riotta
(da “La Stampa”, 9 settembre 2012)

Come vedranno fuori d’Italia, nel mondo delle cancellerie, dei mercati e degli «influencer » – i leader dell’opinione sul web -, la fine del governo Monti e le nostre prossime elezioni?
A prima vista non ci sarà grande differenza con il 2008. Allora l’ex premier Berlusconi rappresentava il centrodestra alleato alla Lega Nord di Bossi, contro Veltroni, leader del Partito democratico, il centrista Casini e la sinistra di Bertinotti a chiudere il quadro.

Dopo un lustro di rivolgimenti, la fine del terzo governo Pdl-Lega, la stagione dei tecnici di Monti, le primarie Pd, sarà l’attuale segretario del Pd, Bersani, a candidarsi per il centrosinistra, la destra, per la sesta volta in 18 anni, verrà rappresentata da Berlusconi, Casini prova a rimotivare il centro, mentre la sinistra radicale cerca di rientrare in Parlamento con Vendola. Nella realtà la fine brusca di Monti, invano esorcizzata dal presidente Napolitano, muta il quadro a fondo. E chi l’ha favorita, rischia di passare da apprendista stregone. Ora si rischia infatti che unico elemento di novità appaia il Movimento 5 Stelle. Beppe Grillo, che dopo il successo alle regionali in Sicilia è accreditato, nei sondaggi, di un pacchetto tra 100 e 120 deputati, tutti fedelissimi dell’ex showman.

Le reazioni internazionali alle notizie di ieri sera mostravano già, pure a Borse chiuse, qualche nervosismo. The Atlantic, la rivista americana, legge nella parabola di Monti e nel mancato rinnovamento del centrodestra la stanchezza italiana, che rischia di far perder interlocutori a Casa Bianca e Unione Europea, nella difficile crisi economica e del debito europeo. Il giudizio personale su Bersani non è ostile, «un pragmatico » scrive il Financial Times, le perplessità riguardano l’ala sinistra di partito, sindacato e coalizione: riuscirà il segretario, se eletto, a continuare le riforme o i radicali lo trascineranno nelle sabbie mobili come fecero con Prodi nel 1998 e nel 2008?

In Italia, e sarà così anche nella fase conclusiva del governo Monti, il giudizio del mondo suscita due diverse, ed ugualmente errate, reazioni. Gli «Esterofili » trasformano ogni paragrafo del primo corrispondente di passaggio a Roma in Tavole del Giudizio di condanna apocalittica del nostro Paese, ignorandone successi, cultura, economia, manifattura e ricchezza. Gli «Esterofobi » dimenticano che il mondo conta, lo spread conta molto, le agenzie di rating saranno pure antipatiche come professoresse arcigne, ma come loro bocciano, e il giudizio dei leader alleati infine regala, o nega, opportunità. Se l’Italia è giudicata bene nel mondo arrivano fondi ed investimenti, altrimenti no, e non si perde un titolo simpatico sull’Economist, si perde lavoro per gli italiani.

Oltre il provincialismo comune a Esterofili ed Esterofobi, è bene quindi che il «caso Italia 2013 », non più garantito dalla credibilità super partes di Mario Monti, sia percepito all’estero con precisione, nella sua forza e nei suoi limiti, con i 1900 miliardi di euro di debito e i 9000 di ricchezza privata, con il 35% dei ragazzi senza lavoro e la seconda manifattura d’Europa, sesta del mondo. Perché, al di là di quel che appare, il voto 2013 è radicalmente diverso dal 2008, un copione teatrale inedito, malgrado i troppi attori veterani. Berlusconi 2008 raccolse la vittoria dopo il suicidio degli avversari. Berlusconi 2013 è reduce dal suicidio del suo governo, e si arrocca con la Lega di Maroni, contando su un 20% dei voti, che – come indicano gli studi elettorali del professor D’Alimonte – può innescare un’impasse al Senato, grazie a Lombardia, Veneto, Piemonte e Sicilia. Sa di non poter vincere, vuol pareggiare e poi trattare.

Anche Bersani conduce una partita diversa da Veltroni cinque anni or sono. Allora il segretario Pd, conscio di non poter prevalere, ottenne un lusinghiero risultato e propose al centrodestra il «dialogo » che i falchi Pdl rifiutarono, pentendosene nei giorni dell’avvento di Monti. Ora il segretario del Pd è accreditato da sondaggi che gli schiudono chance di vittoria, dopo la brillante campagna di primarie con Matteo Renzi. Il suo problema – davanti al mondo – è provare che, dopo vent’anni di travagli, la sinistra italiana è finalmente capace di vincere e governare per una legislatura senza psicodrammi, completando le riforme. Non si chiede a Bersani di guidare un Monti bis mascherato, ma di restare il liberalizzatore del 2006.
Anche Casini ha una parte diversa da recitare. Dopo la scommessa di autonomia dal Pdl, deve mettere insieme tecnocrati e politici, in grado di dare al Pd un interlocutore serio al centro. Non è poco. Non si tratta, se davvero Monti uscirà di scena, di insistere con slogan del Monti bis, si tratta di imporre al Paese la filosofia riformista che, nei giorni migliori, ha animato il governo Monti.

Nessuno, nei centri di studio e potere che contano, dal Council on Foreign Relations al Carnegie Endowment, dalla Casa Biancaall’Eliseo e Downing Street, chiede a Bersani e al Pd – in caso di vittoria – di adottare gli editoriali del Wall Street Journal come linea, né di indossare gli abiti di Monti. Si chiede di non ricadere nell’instabilità e restare partner credibili per Obama e Hollande, sulla linea della crescita a bilanciare i conservatori della cancelliera Merkel. Questo ruolo prezioso il professor Monti ha saputo svolgere, e questo ruolo i suoi eredi riformisti devono continuare a interpretare. Che l’Italia debba tornare a svilupparsi, che una generazione non debba schiattare di austerità, è chiaro agli alleati: senza però follie fiscali e innovando il Paese. Quando Bersani ha detto, nel faccia a faccia con Renzi, di non volere raccontare favole e che governare è anche «sorprendere », è sembrato davvero un «pragmatico ». Per vincere le «primarie mondo » deve vaccinare con questa virtù partito e coalizione.

Il centrodestra deve meditare sul suo isolamento: né i rigoristi alla Merkel, né i keynesiani alla Hollande-Obama contano sul Pdl come alleato. La diplomazia muta al mutar del vento, ma per ora il vento va così e non basterà un discorso per riaverlo nelle vele, come quando George W. Bush invitava Berlusconi a parlare al Congresso Usa, raro privilegio per leader amici.
Anche Beppe Grillo ha la sua partita internazionale e, finora, l’ha giocata abilmente. Il suo consigliere Gianroberto Casaleggio ha incontrato Michael Slaby, Capo dell’innovazione e dei Big Data alla Casa Bianca, durante la sua missione ufficiale in Italia. Non un endorsement, ma almeno una cortesia per un movimento screziato di antiamericanismo, per esempio sull’Iran. I media internazionali, web o classici, adorano già Grillo, a partire dal primo, raggiante, ritratto del New Yorker. Piace il 5 Stelle nemico della corruzione, se ne leggono con distratta disinvoltura i programmi, il risultato è bonaria simpatia.

L’Italia ha bisogno del mondo, alleati e investimenti. Ma il mondo ha bisogno dell’Italia, partner di stabilità nella faticosa uscita dalla crisi finanziaria 2008. Per questo la nostra scelta 2013 sarà seguita con attenzione in tante capitali, per questo dovremo farla con saggezza, lungimiranza e raziocinio.
Ci sarà tempo per un giudizio storico preciso su Monti e i suoi tecnici. Avrebbero certo potuto essere più calorosi nei giorni delle emergenze del terremoto in Emilia e del naufragio della Concordia. Avrebbero a volte dovuto spiegare le riforme e le tasse con meno algoritmi e sussiego, con più visione e compassione. Ma se possiamo guardare alla primavera con preoccupazione e non angoscia si deve alla saggezza di Napolitano e all’aplomb di Monti e dei suoi. Nessuno può dimenticarlo se non vogliamo che il mondo veda nel 2013 italiano un grottesco festival di demagogia.


Monti: “Mi dimetto dopo la legge di stabilità
di Massimiliano Scafi
(da “il Giornale”, 9 dicembre 2012)

Dunque, prima la legge di stabilità, poi le dimissioni. Madamina, il catalogo è questo, spiega Giorgio Napolitano al premier melomane, la scelta è dura ma va fatta, se si vuole sperare di portare a casa la ex-finanziaria e magari qualche altro provvedimento prima del rompete le righe: il tutto senza essere sfiduciato in aula.
Il capo dello Stato compila l’agenda di fine legislatura, snocciola l’elenco delle cose possibili.

Mario Monti non solo è d’accordo,ma va oltre. «Sono già stato sfiduciato – dice al presidente – meglio se me ne vado ora ». Così il tecnico prende tutti in contropiede e si ricandida, Palazzo Chigi o Quirinale fa lo stesso. Nel frattempo si farà bastare l’astensione del Pdl, sopporterà il mal di pancia Pd e reggerà un altro mese. Soltanto uno. A gennaio, le dimissioni. A marzo il voto. Dopo, chissà.

Eutanasia di un governo. Una morte dolce e rallentata, una crisi che Napolitano, a quanto pare e salvo sorprese, è riuscito a ghiacciare, a sterilizzare nei suoi effetti. All’ora di cena, dopo un venerdì di contatti infor ­mali e di consultazioni ufficiali, sul Colle spunta Supermario reduce da Cannes. L’incontro serve per cerchiare le date sul calendario, per stabilire le prossime mosse e per prendere atto che il tempo è scaduto. «La di ­chiarazione resa ieri in Parlamento dal segretario del Pdl- sostiene Monti- costituisce, nella sostanza, un giudizio di categorica sfiducia nei confronti del governo e della sua linea di azione ».

Così, non si può più andare avanti. «Non ritengo possibile l’espletamento ulteriore del mio mandato », si legge nel comunicato diffuso alla fine del vertice. Però, al tempo stesso, bisogna andare avanti perché «l’esercizio provvisorio renderebbe ancora più gravi le conseguenze di una crisi di governo, anche a livello europeo ». L’Italia va messa in sicurezza, lo spread è pronto ad azzannare. Per questo nei prossimi giorni il Prof farà delle sue consultazioni e verificherà quanto margine di manovra gli resta. «Il presidente del Consiglio – prosegue la nota scritta a quattro mani con il capo dello Stato- accerterà quanto prima se le forze politiche che non intendono assumersi la responsabilità dell’esercizio provvisorio siano pronte all’approvazione in tempi brevi delle leggi di stabilità e bilancio. Subito dopo il presidente del Consiglio formalizzerà le sue irrevocabili dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica ».

Sembra un’accelerazione, ma è solo politica e non temporale. In realtà potrebbe non cambiare un granché nello scadenzario della crisi, l’orizzonte ipotizzato negli ultimi giorni è più o meno lo stesso. Quella che diminuisce è la possibilità di infilare in extremis delle altre leggi. Anche perché adesso è il Pd a puntare i piedi. «Non possiamo essere i soli a versare il sangue », dicono da largo del Nazareno. Addirittura, il Pd punta quindi a votare a febbraio, insieme alle regionali del Lazio. Ma per licenziare la legge di stabilità serviranno due, forse anche tre letture, passerà tutto dicembre.

E le leggi sospese? Napolitano proverà comunque a farne passare qualcuna. Il decreto sviluppo è a Montecitorio gravato di emendamenti. Langue alla Camera pure la delega fiscale, mentre il riordino delle Province è già spacciato. Il decreto sull’Ilva ha qualche speranza, come anche la legge di applicazione del pareggio in bilancio. Sanità, spese militari, semplificazioni- bis sono in bilico. E la riforma elettorale? Sepolta.


Chi comanda, chi cinguetta
di Paolo Flores d’Arcais
(da “il Fatto Quotidiano”, 9 dicembre 2012)

Dopo le prossime elezioni la metafora del Gattopardo non potremo usarla più. Quello che si sta preparando è un tale sabba di gattopardismo, una tale apoteosi (etimologicamente: divinizzazione) del “cambiare tutto per non cambiare nulla”, che bisognerà inventare metafore ben più hard per le ulteriori occasioni della “cosa stessa”.

Tra poco si vota col Porcellum, l’ultimo sondaggio di Ilvo Diamanti (sono sempre molto accurati) assegna al centrosinistra, grazie all’effetto-primarie, circa il 45%. Casini è in caduta libera, Montezemolo ha detto ieri che forse fare una lista non vale la candela. Bersani, se si votasse oggi, avrebbe una maggioranza schiacciante non solo alla Camera ma anche al Senato.

Potrebbe mandare al Quirinale chi vuole, a partire dal suo amico Prodi (meglio ancora: un Zagrebelsky). E invece tutti i “sussurri e grida” rimbombano di un solo nome per il Colle più alto: Monti. Il centrosinistra, a meno di non commettere in un pugno di mesi tutti gli errori di Occhetto, D’Alema e Veltroni messi insieme (e l’esperienza ci dice che nella genialità tattica per essere sconfitti la nomenklatura ex-Pci ha pochi rivali), potrà governare senza nessun accordo con i centristi, che al Senato, del resto, rischiano di non raggiungere il quorum.

Se poi Bersani avesse il coraggio di fare le primarie anche per la formazione delle liste, mentre gli altri partiti nomineranno dall’alto vecchi corrotti e nuovi cavalli (anche femmine) di Caligola, il centrosinistra non vincerebbe, stravincerebbe. Perché, allora, è tutto un fiorire di riconoscimenti, uno sbocciare di lusinghe, un germogliare di rassicurazioni – per chiunque abbia orecchie per intendere – che implicano Monti subentrare a Napolitano?

Monti, con la sua “agenda” tanto cara a banchieri e marchionni dell’establishment mondiale, rottamatori (uso per la prima volta l’orrendo vocabolo, perché qui va preso purtroppo alla lettera) del welfare, cioè meno pensioni, meno ospedali, meno diritti per tutti, e più privilegi per i soliti happy few. Monti, con i nuovo poteri da presidente quasi alla francese, che Napolitano, picconata dopo picconata (altro che Cossiga), ha imposto nella Costituzione materiale, e che garantiranno all’uomo di Bilderberg e altri Goldman Sachs una tutela sul governo di centrosinistra che renderà superflua ogni troika europea (sarà installata direttamente al Quirinale, una anziché trina). Comanderanno sempre “loro”. Alle nuove leve di Bersani sarà però concesso di cinguettare qualche parola “di sinistra”.


Leggere anche su “Dagospia”, qui.


Letto 1991 volte.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart