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LETTERATURA: LE QUATTRO STAGIONI DI GIAN GABRIELE BENEDETTI

10 Dicembre 2012

di Alberto Marchi

I racconti, gli scritti e anche gli interventi giornalistici di Gian Gabriele Benedetti hanno sempre suscitato in me un’impressione decisa: un’idea di  quadratura, di solidità di impianto espressivo e di desiderio dell’autore di proporre ai lettori un ampio ventaglio linguistico nello spaziare tra i generi (e più specificamente per quanto riguarda gli scritti sui giornali che ho avuto occasione via via di leggere, un piglio sull’attualità di non comune efficacia).

Questa idea che mi portavo dentro l’ho mantenuta e anzi accresciuta con la lettura di Le quattro stagioni, raccolta di racconti pubblicata in edizione sia digitale che cartacea per le edizioni Abel books (2011, Civitavecchia).

Seguendo uno svolgimento quanto mai classico – l’alternarsi delle stagioni che imprimono i loro colori e il loro carattere ai personaggi che animano gli ambienti descritti con delicata partecipazione emotiva – Gian Gabriele Benedetti ha inteso comporre un quadro di umanità che spazia dai ricordi di un’infanzia e di una giovinezza che affondano le proprie radici in un mondo lontano, sino a trattare ed evocare problematiche più che attuali, come le gravi malattie che spesso colpiscono persone anziane (e non solo anziane ovviamente).

La raccolta può essere letta tutta d’un fiato, e allora si avrà quasi la sensazione che i colori delle stagioni ci avvolgano o ci attraversino quasi letteralmente, soprattutto grazie a quei racconti che non contengono storie ma impressioni, veloci come lampi: dal racconto di apertura Preannuncio di primavera a Fremiti di un pomeriggio estivo, da  Tarde voci d’autunno a Nevicata, tanto per citare un esempio per ciascuna stagione (ognuna è annunciata da una o più citazioni di opere di scrittori famosi). Il personaggio qui spesso diventa la natura, il paesaggio, con i suoi elementi, fantastici o reali che siano.

Molti racconti che appartengono a questa “categoria” che ci sembra di poter enucleare dall’insieme che costituisce la raccolta (in totale 36 componimenti), esprimono infatti sentimenti di gioia e di stupore, di meraviglia si direbbe, di fronte agli incanti che ci offre la natura. Anche quando gli elementi naturali sono “modesti” (i viottoli, i tetti malconci, le stradine strette fra le case di paesi di montagna), si avverte pagina dopo pagina tutto l’amore dell’autore per la sua terra, che viene quasi trasfigurata in un mondo ideale. E che probabilmente ideale lo è per davvero: si avverte in molte pagine come il rimpianto di una realtà che si sente (quasi) irrimediabilmente perduta, e perduta per sempre: “Sì sognavo e specchiavo i miei sogni in quel semplice paradiso in cui stavo vivendo, nella mia casa, nel calore della famiglia; in quel mondo piccolo e umile, ma buono, dolce, fiducioso, generoso, largo d’affetti; in quel mondo lento, come il fumo grigiastro, in fuga contenuta dai comignoli sui tetti; in quel mondo dove tutto pareva più bello, più tenero, più vivibile, più attutito; in quel mondo di incontri, d’abbracci, di strette di mano, che ora mi appare simile ad un incanto lontano lontano (ancora non s’avvertiva, allora, l’ombra nera, pesante, devastante della guerra a sconvolgere ogni ragione)”. La lunga citazione che abbiamo riportato e che è tratta dal racconto Impronte   a ritroso è illuminante al proposito: il tema del rimpianto, di un’età della vita e della storia del mondo che si avverte come non più a noi restituibile, è ricorrente e se diventa forse più dolente nei racconti dedicati ai mesi dell’autunno e dell’inverno cosparge però tutta la raccolta.

In quest’ottica, cioè nell’ottica dell’amore per il tempo della propria giovinezza, anche quei racconti che pur hanno al centro un personaggio e non si limitano a costituire dei lampi – personaggio che però a volte viene solo descritto in alcuni gesti quotidiani (per esempio Alba nel bosco) – acquistano un significato ben preciso nell’economia del volume, perché fanno da raccordo tra quei racconti in cui si esprime principalmente il bisogno dell’autore di comunicare il proprio amore per la natura in quanto tale e quelli invece che presentano storie più articolate.

In questo secondo tipo di racconti, se così si può affermare, lo scavo interiore dei personaggi prende il sopravvento, come nel caso di L’unica meta, dove però non manca del tutto il riferimento all’elemento naturale: il sole estivo qui, le stelle e la “carezza d’ambra d’una luna spensierata” rappresentano la proiezione lirica della raggiunta pace interiore di un sacerdote che si era scoperto improvvisamente inquieto se non disperato. Dove all’impressione, al lampo, si sostituisce la storia, pur breve, fa spesso la sua apparizione il sentimento dolente dell’autore riguardo alla vita. Un sentimento certo sempre forte, che anche quando sembra cedere alla rassegnazione (Addio, amico!) o al rimpianto (Notte insonne), appare sempre sotto controllo: e in questa idea il conforto viene soprattutto dall’uso sapiente della lingua da parte dell’Autore, che, spesso con l’aiuto che proviene dalla tradizione letteraria, costruisce un itinerario di indubbio fascino nel paesaggio della nostra anima.


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