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I numeri e il bivio di Napolitano. Il rischio di un braccio di ferro con Bersani

26 Marzo 2013

di Francesco Verderami
(dal “Corriere della Sera”, 26 marzo 2013)

ROMA – Il buio oltre il preincarico impedisce di capire quali saranno le sorti di Bersani, della legislatura e dello stesso sistema politico. L’unica certezza è che fino a giovedì – quando il segretario del Pd tornerà al Quirinale – tutti rispetteranno il copione che si sono assegnati. Perciò era chiaro dall’inizio che le consultazioni dei partiti per la formazione del governo non sarebbero state risolutive, e che la vera partita inizierà con l’incontro tra Napolitano e Bersani.

L’appuntamento al Colle si preannuncia delicato, c’è il rischio che le tensioni già evidenti tra il capo dello Stato e il leader democratico possano trasformarsi in conflitto. Cosa farà allora Bersani: tenterà di forzar la mano, chiedendo al capo dello Stato il mandato pieno per verificare in Parlamento se il suo governo può conquistare i numeri sufficienti a garantirgli la fiducia? E come si comporterà Napolitano: accoglierà la proposta del «preincaricato » o si disporrà alla costruzione di un gabinetto del presidente su cui dovrebbero convergere i voti di Pd e Pdl?

Perché se così fosse, se il presidente della Repubblica chiedesse a Bersani di passar la mano, la coalizione di centrosinistra – ad appena un mese dal voto – salterebbe e con essa andrebbe gambe all’aria anche il partito che ne è stato il perno. Non a caso ieri Enrico Letta ha iniziato a porre sacchetti di sabbia a difesa della trincea democratica, in vista dell’appuntamento al Colle: era indirizzato a Napolitano il messaggio in cui diceva che «qualunque tentativo dopo Bersani sarebbe un tentativo peggiore per l’Italia e per il Pd ».

Una difesa fragile, che entrava infatti in contraddizione con il ragionamento appena sostenuto dallo stesso Letta, secondo cui «un ritorno alle urne con l’attuale sistema elettorale non risolverebbe nulla ». Per un Pd sull’orlo di una crisi di nervi (e di una clamorosa spaccatura) era vitale non aprire ieri una discussione in direzione, perciò Marini ha chiesto e ottenuto che non si tenesse un dibattito. Quello, semmai, avverrà dopo l’esito del colloquio tra Napolitano e Bersani, che in tutti i modi ha tentato finora di aprirsi un varco nel vicolo cieco in cui il risultato del voto l’ha cacciato. Anche perché, nemmeno una spaccatura tra i Cinquestelle gli permetterebbe di avere la fiducia al Senato, dato che un pezzo di Scelta civica ha preannunciato il proprio no a un esecutivo retto dai grillini.

E sul fronte del centrodestra l’asse Pdl-Lega resiste alle pulsioni autonomiste di un pezzo del Carroccio ostile al Cavaliere. Alla riunione con i gruppi parlamentari, Berlusconi ha spiegato che «Maroni si sta comportando bene, anche se di alcuni non si può dire altrettanto ». Chissà se davvero Bersani si era fatto delle illusioni con Maroni, probabilmente no, alla luce del colloquio con Alfano, avvenuto venerdì. In quella occasione il leader del Pd aveva illustrato al segretario del Pdl un piano per consentire il varo del governo in Parlamento, e che comprendeva anche l’accordo per il Quirinale.

Perché il nodo è quello, è sulla scelta per il Colle che si giocano le sorti della legislatura. Certo, Alfano aveva accolto di buon grado la prospettiva dell’elezione di un esponente moderato alla presidenza della Repubblica, indicato dal Pdl. «Purché sia potabile », aveva specificato il capo dei democratici. «Sì Pier Luigi, però ti devi render conto che non ci possono essere preclusioni nei nostri riguardi », aveva risposto Alfano: «Altrimenti è inutile stare a parlare. Di governicchi non ne faremo partire, perché non solo sono inutili ma anche dannosi ».

Eppure nei suoi colloqui dopo la manifestazione di sabato, il Cavaliere spiegava che «se il Pd volesse fare con noi le larghe intese, allora accetteremmo un capo dello Stato indicato da loro. Altrimenti, se non se la sentissero, il prossimo capo dello Stato dovremmo indicarlo noi ». Insomma, una sfumatura diversa che dà l’idea del lavorio sotto traccia tra gli sherpa dei due partiti. Ma lo scetticismo che ha permeato il colloquio tra Bersani e Alfano si riflette nelle trattative riservate, ed è sintomo del fallimento.

In questo caso nel Pdl ci si chiede quale sia davvero il «piano B » del capo democrat per il Colle, ed è da decrittare quindi il messaggio cifrato lanciato ieri sera da Bersani, che – citando l’elezione dei presidenti delle Camere – ha aggiunto riferendosi al Quirinale: «Il cambiamento può avvenire in una chiave più aperta ». Era un segnale a quei grillini tentati dalle avances del «preincaricato » e che vedono in personalità come Zagrebelsky un punto di riferimento? E davvero in un Parlamento polverizzato ci sarebbero i numeri per portare a compimento questa missione?

Sembra impossibile, come sembra impossibile costruire una maggioranza per un governo che tutti chiedono, a partire dalle forze sociali. L’esigenza è dettata anche dall’immagine del gabinetto Monti, che – a parte gli apprezzamenti bipartisan per l’operato «europeo » di Moavero – appare devastata dal «caso marò », di cui incredibilmente non si è mai discusso in Consiglio dei ministri. Ma non è solo l’Italia con il fiato sospeso. Persino di là dalle Alpi c’è chi fa il tifo per un esecutivo di larghe intese. La cancelliera Merkel, per esempio, che anche in Germania teme di sentire il frinire dei grilli.


Il buon senso è merce rara
di Giovanni Belardelli
(dal “Corriere della Sera”, 26 marzo 2013)

«Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune ». Questo giudizio di Alessandro Manzoni – riferito alla psicosi collettiva legata alla peste raccontata nei Promessi sposi – potrebbe ben applicarsi anche all’attuale situazione politica italiana. Una situazione nella quale il buon senso sembra appunto essersi eclissato, a giudicare dalle dichiarazioni e dai comportamenti dei principali attori politici. Il M5S non si stanca di ripetere che non voterà mai per alcun governo, considerando le trattative e gli scambi che pure costituiscono l’essenza della politica come qualcosa di totalmente inaccettabile. Ma, data questa situazione, stupisce che allora gli altri due principali attori, Pd e Pdl, non riescano a consentire la nascita in qualunque forma di un governo limitato a pochissimi (e sostanzialmente obbligati) punti programmatici. La necessità di un tale governo appare tanto più stringente visto che eventuali elezioni rischierebbero di produrre, con ormai tre blocchi di quasi eguale consistenza, una situazione di ingovernabilità forse perfino maggiore dell’attuale (nessuno può escludere infatti che le nuove Camere possano avere due diverse maggioranze).

Son cose che si fa perfino fatica a ripetere ancora, tanto dovrebbero essere ovvie, per chi abbia conservato un minimo di buon senso. Ma, appunto, il buon senso sembra essere fuggito via, sotto il dilagare impetuoso di un senso comune caratterizzato dal pregiudizio antipolitico. Non si dirà mai abbastanza, naturalmente, che un tale pregiudizio aveva e ha molte giustificazioni nei privilegi di un ceto politico spesso incapace di guardare ad altro che agli interessi di partito o addirittura ai vantaggi personali dei suoi singoli appartenenti (in termini di denaro, potere, influenza). Ma una parte dell’establishment politico del centrosinistra, dopo non aver fatto nulla per ridurre davvero i propri privilegi (in questo perfettamente imitato dal Pdl), sembra ora soprattutto incline a rincorrere le opinioni e idiosincrasie degli elettori cinquestelle, nella speranza che in tal modo i voti persi possano tornare a casa. Abbiamo visto i neopresidenti di Camera e Senato che, dopo aver tagliato del 30% le proprie indennità, hanno finito per modificare il senso della propria autonoma e saggia decisione accettando subito la richiesta di un ulteriore ribasso (-50%) venuta da Grillo. Abbiamo visto in Val di Susa un esponente del Pd che, non si sa bene a quale titolo, offriva ai grillini uno scambio tra la fiducia a Bersani e l’archiviazione della Tav.

È stata l’affannosa rincorsa del senso comune antipolitico a dar vita anche alle liste di eventuali ministri che filtrano dai vertici pd: ministri scelti appunto con l’intento primario di ottenere il voto di una parte almeno dei senatori grillini. In una politica così priva ormai di lucidità (qualcuno ha sentito esponenti del Pd o del Pdl riflettere sul serio sui – rispettivamente – 3,5 e 6 milioni di voti persi alle ultime elezioni?) c’è da sperare che almeno la scelta del nuovo presidente della Repubblica avvenga all’insegna di un ampio consenso. Ogni candidatura che fosse, o soltanto apparisse, dichiaratamente di parte rappresenterebbe, infatti, proprio ciò di cui un Paese diviso – per vent’anni politicamente spaccato in due, oggi addirittura in tre – ha meno bisogno.


Ecco le tutele per i correntisti italiani
di Francesco Spini
(da “La Stampa”, 26 marzo 2013)

Difficile che Cipro, come ha detto e poi smentito il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, possa essere un «nuovo modello » universale per gestire eventuali future crisi bancarie in giro per l’Europa. Sistemi, grandezze, situazioni diverse. Per quanto riguarda l’Italia, da tempo l’Abi come Bankitalia, nonostante la crisi stia mettendo sotto pressione i crediti (aumentano i casi di chi non riesce a pagare i finanziamenti concessi), assicurano che il nostro sistema è solido. In caso estremo però sarebbero tra i 3 e 4,5 milioni, secondo le stime, i correntisti che hanno un conto corrente superiore ai 100 mila euro (un totale di 234 miliardi su circa 700), dunque a rischio «tosatura ». Senza contare azionisti e obbligazionisti, anch’esso colpiti dal modello Cipro. Ma come funziona?

Partiamo dal caso più semplice. Che il risparmiatore in questione abbia, supponiamo, 120 mila euro in un conto corrente o in un conto di deposito. Fino a 100 mila euro, il deposito è considerato assicurato e intoccabile, per lo stesso meccanismo che in Italia è garantito dal fondo interbancario di tutela dei depositi. Andando oltre cominciano i problemi. Molto più grandi se tali soldi sono depositati in una banca (come la Laiki) destinata alla chiusura e alla liquidazione. Qui il nostro investitore rischia di perdere gran parte o comunque di subire tagli pesantissimi a quanto eccede i 100 mila euro, perché i 20 mila euro del nostro esempio finiranno nel calderone di una procedura di liquidazione.

Diverso il caso in cui l’istituto debba ristrutturarsi ma non chiudere, come accadrà per la Banca di Cipro. Qui gli ipotetici 20 mila euro a rischio, vengono prima congelati, quindi trasformati in azioni quel tanto che serve per ricapitalizzare e rinforzare la banca e metterla in sicurezza. Alla fine il conto sarà salato, a Cipro pari al 30%, in altri casi chissà. Se poi il nostro risparmiatore si ritrovasse con un gruzzolo di azioni o di obbligazioni anche ben al di sotto dei 100 mila euro dovrebbe prepararsi a un’altra bella batosta. Quando una banca fallisce le sue azioni non valgono più nulla. Le obbligazioni? Come già visto in Parmalat e Argentina possono riservare sorprese assai sgradite. Come nel caso Lehman Brothers, la banca d’affari Usa fallita nel 2008, si può arrivare dopo anni a recuperare un 20% o poco più. In un caso simile a quello della Banca di Cipro -che non chiude – il valore delle azioni viene diluito tantissimo, le obbligazioni per una buona fetta vengono convertite in azioni dal valore esiguo, sempre per aumentare il capitale. Nessun danno, invece, per le azioni e obbligazioni diverse da quelle della banca, oppure per le quote di fondi comuni e gestioni conservati nell’istituto. Le posizioni a rischio, oltre alle azioni, sono dunque conti correnti troppo gonfi. Come pure i conti di deposito e le obbligazioni bancarie che «sono pure i prodotti più spinti allo sportello », segnala Alessandro Pedone, responsabile risparmio dell’Aduc.

Nei primi 9 mesi 2012 ci sono state emissioni nette di bond bancari per circa 85 miliardi di euro. Sui conti per tranquillità «meglio stare sotto i 100 mila euro ». Quanto alle obbligazioni «vale sempre la regola di diversificare, non tenendo più del 2% di bond emessi da una singola banca o società. Fanno eccezione invece i titoli di Stato dei paesi affidabili », spiega Pedone. Per il resto, «se si vogliono evitare sorprese – dice Giuseppe Romano, a capo dell’ufficio studi della società di consulenza Consultique – occorre evitare anzitutto le obbligazioni bancarie subordinate, le prime a essere colpite nelle ristrutturazioni ». Pochi credono che Cipro sia replicabile, tantomeno in Italia. «Credo che qualunque intervento – dice Romano – passerebbe dalla fiscalità. Già oggi sulle attività finanziarie si paga l’imposta di bollo dello 0,15%. Non è forse un prelievo questo? ».


Un partito a rischio implosione
di Elisabetta Gualmini
(da “La Stampa”, 26 marzo 2013)

Ha ragione Enrico Letta. La soluzione del «doppio registro » per formare un governo a guida Bersani è «molto complicata da spiegare ». È anche molto complicata da capire, perché – semplicemente – non sta in piedi. A meno di un accordo, che da sotto il banco dovrà essere certificato alla luce del sole entro giovedì, su tatticismi parlamentari che ne consentano un qualche avvio, forse con l’aiuto della Lega e del Movimento delle Autonomie, possibile solo se c’è il beneplacito di Berlusconi. Un governo di minoranza sull’economia, sulle politiche sociali e la moralizzazione della politica, a cui dovrebbero non si sa come affiancarsi larghe intese per le riforme istituzionali. Delle due l’una. O i numeri parlamentari ci sono, e il patto con Berlusconi è già nelle cose, per consentire almeno una non-sfiducia, oppure l’estremo tentativo di Bersani è in realtà un modo per dire: io a Palazzo Chigi (piuttosto improbabile) oppure (quindi) elezioni subito.

Messa così, sarebbe l’atto finale di una lunga deriva. Il punto di non ritorno per un partito senza bussola da tempo. In assenza di un coup de théí¢tre che per ora sfugge, l’accanimento terapeutico di Bersani (su se stesso) e il tentativo di pescare voti in Parlamento mettendo un menu à la carte a disposizione di qualsiasi interlocutore sta portando dritto all’implosione dei democratici. Con l’aggravante di aver temporeggiato rievocando la liturgia degli incontri con le parti sociali, dalle più rilevanti a quelle poco sopra la soglia della riconoscibilità, le quali hanno ripetuto com’era già ovvio che il paese è alla canna del gas. Lo sappiamo con certezza almeno dal 2009, quando in un anno rispetto al 2008, il Pil si ridusse di oltre il 5%, bruciando quasi la metà della ricchezza prodotta nei precedenti 10 anni. Dopo le cose non sono andate meglio.

L’indizio di un avvitamento che sarebbe diventato mortale, per il Pd, lo si vede da tempo. È la diretta conseguenza di una strategia di totale chiusura all’interno, dell’ossessione di voler parlare soprattutto ai propri elettori tradizionali, paradossalmente compensata dal massimo dell’eclettismo nelle alleanze esterne. Senza alcun distinguo. Senza disdegnare nessuno (dai radicali all’Udc, da Monti a Grillo, da Maroni a don Ciotti, da Vendola a Montezemolo, da Di Pietro a Grasso). Purché lontani dal nocciolo duro del partito. Qualsiasi cosa fuori. Muri alzati e tolleranza zero dentro.

Dal 2010 in avanti, il Pd ha cercato di allearsi con l’Udc durante le regionali, mentre nel Lazio sosteneva Emma Bonino. Poi è arrivata la foto di Vasto, un matrimonio ufficializzato con la benedizione della Cgil. Saltando qualche passaggio, è venuto il momento del nuovo Centro montiano, alleato naturale prima delle elezioni. Per poi virare a 360 gradi e andare con il cappello in mano di fronte ai 5 stelle nel post-elezioni. Siamo ora alla ricerca, non tanto nascosta, di un accordo con i Barbari sognanti della Lega (sempre più sovraeccitati intorno al progetto della Macroregione del Nord e al conseguente abbandono al suo destino del Sud), con il benestare del Pdl (il cui aiuto tuttavia si continua pubblicamente a rifiutare). Ovviamente, ciascuna di queste «strategie » di coalizione ha comportato un nuovo «posizionamento ». Dalla piena responsabilità verso i vincoli europei con Monti, al superamento della sua agenda, dalla difesa delle province ai tagli draconiani della politica.

Eppure, nonostante questa strabiliante flessibilità, Bersani si dimostra inflessibile verso l’unica formula che parrebbe ragionevole al senso comune, e forse anche all’intuito di chi vede le cose dal colle più alto.

Tanto che il breve discorso, stanco e crepuscolare, del segretario, potrebbe addirittura suonare come un freno preventivo al Presidente Napolitano, il quale molto probabilmente proporrà, per salvare il salvabile, un governo di tutti e di nessuno, a tempo determinato, con obiettivi ben precisi di riforma delle regole istituzionali. Un messaggio forse più vero ma molto diverso da quello che Bersani aveva lanciato nella Direzione del 6 marzo: «Siamo alternativi al populismo. Siamo nelle mani del Presidente della Repubblica ».


Scilipoti, Miccichè, grillini: Pd a caccia di senatori
di Redazione
(da “Libero”, 26 marzo 2013)

Lo ha anticipato anche il senatore Pdl Domenico Scilipoti, intervistato da Liberoquotidiano: “Serve senso di responsabilità, in Parlamento c’è gente disposta a votare Bersani”. E proprio su questo “senso di responsabilità” poggiano le residue speranze del segretario del Pd di potersi recare giovedì al Quirinale e garantire al presidente Napolitano di avere una maggioranza. Solida? Questo è chiedere troppo. Per il momento Pierluigi Bersani si accontenterebbe di mettersi in tasca la fiducia al Senato “a macchia di leopardo” (o giaguaro, per stare in tema): dieci grillini qua, qualche montiano là, un manipolo di pidiellini “laterali”. Oltre allo stesso Scilipoti, dunque, che insieme ad Antonio Razzi è il più celebre “ribaltonista”, anzi “responsabile” nella storia recente della Repubblica (nel 2010 salvò Berlusconi passando dall’Idv al centrodestra), è Repubblica a fare il toto-nomi di chi potrebbe saltare il fossato e far nascere il governo Bersani.

Chi sono gli autonomisti – Il serbatoio da cui il Pd potrebbe attingere voti preziosi, a Palazzo Madama, ci sarebbe già. E’ il Gad, il gruppo parlamentare Grandi Autonomie e Libertà, che conta su 10 senatori. Tutti uomini di centrodestra, cinque provenienti da Grande Sud e Movimento per le Autonomie di Gianfranco Miccichè e Raffaele Lombardo. L’ex ministro dello Sviluppo nel governo Berlusconi III assicura al quotidiano: “Faremo quel che ci dice il Cavaliere”. L’ipotesi è non di “franchi tiratori” al contrario, ma di un accordo politico “laterale”, con il Gal che vota compatto la fiducia e la Lega Nord che esce dall’aula. Fantapolitica. O, più facilmente, scenari più plausibili se Bersani fallisse al primo giro.

I grillini corteggiati – Quel che è certo è che gli sherpa democratici, Vannino Chiti in testa, stanno sondando ogni terreno. E oltre ai 10 autonomisti (gli altri 5 vengono 3 dal Pdl e 2 dalla Lega Nord) la partita si gioca, naturalmente, tra i grillini. E qui Bersani sta cercando di accelerare i tempi per assicurarsi il voto favorevole non del gruppo parlamentare (missione impossibile) ma di qualche “corrente” del Movimento 5 Stelle. D’altronde, la creatura di Beppe Grillo è politicamente eterogenea e alcune frange sono dichiaratamente vicine agli ambienti de sinistra. Ci sono i senatori vicini all’agenda rossa di Salvatore Borsellino (hanno già votato per Grasso presidente tradendo i diktat di Beppe Grillo…) e quelli che guardano con simpatia al movimento Libertà e giustizia del costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, nome che ritorna ogni giorno ora per la squadra di governo ora per il Quirinale. Sono loro, più ancora degli autonomisti d’area Pdl, gli onorevoli chiave perché Bersani possa andare a Palazzo Chigi.


Sui media Grillo non ha affatto torto
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 26 marzo 2013)

Per anni Beppe Grillo è stato accarezzato, sostenuto, blandito, aiutato e guardato con la massima simpatia dal sistema mediatico tradizionale. Che lo considerava come una sorta di fenomeno da baraccone da tenere distinto rispetto al novero dei comici organici come vengono adesso catalogati i vari Crozza, Dandini, Littizzetto e via di seguito. Cioè come componenti a pieno titolo della nomenklatura politicamente corretta a cui spetterebbe per una curiosa volontà divina il compito di illuminare le menti del popolo bue e guidare il paese. Ma che, sia pure con la sua diversità, andava benedetto e favorito in quanto nemico dichiarato degli impresentabili del centrodestra. Non importava che Grillo proclamasse a gran voce di essere nemico irriducibile del sistema. Non solo quello politico ma anche quello mediatico dipendente dal primo. L’importante era che il comico genovese attaccasse lo psiconano Berlusconi per far scattare in suo favore la regola secondo cui il nemico del mio nemico è automaticamente mio amico. Ora questa regola ha improvvisamente trovato una applicazione opposta. Grillo si rifiuta di dare i propri voti indispensabili per il governo Bersani? Ecco che il nemico del mio nemico è diventato di colpo l’amico del mio nemico.

Ed , anzi, visto che senza i voti del M5S il sogno di Bersani sfuma, ecco che l’amico del nemico è diventato il nemico più acerrimo del Pd e del sistema mediatico che lo sostiene. Di qui i primi dossier sui giornali d’area che sputtanano il leader grillino ed i suoi amici e sostenitori, le massicce incursioni nella rete dei militanti Pd che si spacciano per votanti del M5S per dividere, lacerare, spaccare il popolo dei grilli contestatori, le campagne di sdegno, condanna ed esecrazione dei grandi media contro Grillo ed i suoi parlamentari che sbattono la porta in faccia a quello che considerano un giornalismo prezzolato. Cioè il giornalismo pagato non solo dai partiti tradizionali ma anche dai grandi poteri che esprimono la nomenklatura politicamente corretta alla guida del paese. Grillo va demonizzato per le porte in faccia ai media ? Niente affatto. Al contrario, al leader del Movimento Cinque Stelle va riconosciuto il merito di comportarsi nei confronti della stragrande maggioranza della categoria giornalistica come il bambino della favola che rompe le convenzioni e denuncia che il re è nudo.

Grillo, infatti, svela ciò che tutti sanno da sempre. Cioè che i grandi media o sono controllati direttamente dai partiti tradizionali (come è il caso della Rai) o sono al servizio di grandi banche e grandi gruppi industriali e finanziari. Ed avendo scoperto di non aver bisogno della mediazione dell’informazione tradizionale per diffondere le proprie idee ed, anzi, che il rifiuto di questa mediazione aumenta all’infinito l’attenzione ossessiva dei media nei suoi confronti, non ha alcuna difficoltà a trattare a pesci in faccia chi considera comperato, venduto, infido ed inaffidabile. Per questo suo atteggiamento Grillo viene ferocemente bacchettato. In questa faccenda, però, il problema non è il comportamento del leader del M5S ma la reazione stolida dalle gran parte della categoria giornalistica. Che reagisce all’insegna del più sciocco perbenismo nei confronti di chi proclama che alla fine della democrazia rappresentativa e all’avvento della democrazia diretta non può non corrispondere la fine della informazione mediata e l’avvento dell’informazione diretta. E si rifiuta di ammettere che l’accusa mossa da Grillo nei suoi confronti di essere parte integrante e decisiva di una casta ormai esaurita da troppi decenni di potere incontrollato è fin troppo centrata. Troppo comodo fare i rivoluzionari a parole con alle spalle la copertura del servizio pubblico radiotelevisivo, dei componenti del patto di sindacato della Rcs , degli interessi di De Benedetti , di Berlusconi , di Caltagirone ! Il re è nudo. Ed i suoi cortigiani pure.


Grasso, perchè non condivido la sua idea sulla nomina a procuratore
di Alessio Liberati
(da “il Fatto Quotidiano”, 26 marzo 2013)

Ieri ho seguito con interesse la trasmissione televisiva in cui Piero Grasso rispondeva, senza contraddittorio, alle critiche rivoltegli da Marco Travaglio.

Rammento alcuni punti fermi riconosciuti da entrambi: la norma che ha impedito la valutazione finale di Giancarlo Caselli è stata una norma “ad personam”. Grasso si è trovato a concorrere da solo, a causa della applicazione di questa norma, a procedura già aperta. Caselli era l’unico candidato forte contro Grasso. Grasso non ha ritirato la propria candidatura, ma ha ben accettato la nomina.

Partendo da questi dati di fatto riconosciuti dall’ex collega Grasso, tra le tante affermazioni, una in particolare mi ha colpito: la responsabilità della mancata partecipazione alla procedura sarebbe stata secondo Grasso del Csm, il quale nonostante una richiesta formulata da ben 13 consiglieri del Csm stesso non avrebbe trattato in seduta straordinaria la procedura, prima dell’entrata in vigore della norma “anti-Caselli”.

Bisogna però considerare che di fronte a comportamenti di favore (ancorché non richiesti) – e tale certamente è stata negli effetti la norma di cui parliamo – possono essere tenuti diversi atteggiamenti.  In questo caso Grasso ben poteva ritirare la propria candidatura e azzerare la procedura, rimettendosi in corsa con altri. Personalmente io avrei fatto così, sia per una questione di dignità personale (mai avrei voluto che qualcuno mi additasse come un “favorito”, ancorché senza alcuna mia richiesta, a maggior ragione perché, per quanto ha spiegato, è convinto che avrebbe vinto comunque quella procedura), sia per   lanciare un messaggio di solidarietà e di protesta contro una norma chiaramente incostituzionale (come tale poi censurata, infatti, dalla Corte Costituzionale) con la quale la politica ha interferito pesantemente sulla nomina di uno dei posti più delicati per la magistratura italiana, quale certamente è la procura nazionale antimafia.

Con tutta la simpatia e la stima che provo per ogni collega, credo sia incontestabile che Pietro Grasso ha invece deciso di avvantaggiarsi di una norma incostituzionale e dell’effetto che questa ha provocato in danno di un collega.  Potrebbe essere calzante una metafora calcistica per comprendere cosa sia accaduto: è come se durante una partita di calcio, dopo il pareggio del primo tempo, la federazione calcistica cambi le regole ed escluda tutti i giocatori della squadra avversaria (per un qualsiasi motivo). La partita continua e la squadra favorita dalle nuove regole vince segnando un goal a porta vuota.

La partita è regolare (anche se poi quelle nuove regole verranno annullate) e la squadra vincitrice non ha chiesto nulla in suo favore. Ma è davvero una vittoria, o, piuttosto, il fair play avrebbe imposto di fermarsi dopo il primo tempo?


Il Pdl prepara il dopo Bersani con un nome che piace a Napolitano
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 26 marzo 2013)

Silvio Berlusconi resterà a casa e questo pomeriggio non incontrerà Pier Luigi Bersani a Montecitorio. Sospeso tra l’idea di elezioni anticipate (che non lo preoccupano) e l’eventualità non remota che alla fine Giorgio Napolitano sciolga l’impasse imponendo un governo di scopo (o del presidente), il Cavaliere ieri sera si è fatto convincere dell’opportunità di non incontrare il segretario del Pd. “E’ più facile se non ci sei”, gli ha detto anche Angelino Alfano dopo essersi consigliato a lungo con la controparte avversaria, con Enrico Letta, l’ambasciatore del Pd alla corte di Palazzo Grazioli. E il Cavaliere, pur molto tentato dall’incontro con Bersani, alla fine ha annuito, ha detto che non andrà (salvo sorprese), segno che il negoziato forse lo vuole tentare sul serio, malgrado tutto, malgrado sia una missione quasi impossibile. E difatti il vecchio leader ieri ha dettato le regole d’ingaggio con le quali Alfano e Roberto Maroni – insieme – dovranno confrontarsi con il segretario del Pd. Berlusconi non è contrario a un governo guidato da Bersani, un governo di centrosinistra, ma chiede garanzie sulla composizione di questo futuribile esecutivo. Chi sarà il ministro della Giustizia? E chi il ministro delle Comunicazioni? Il Cavaliere vorrebbe anche – ma questo gli è già stato garantito – entrare nella partita per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Enrico Letta è il regista: “L’elezione deve, ripeto deve, avvenire con un coinvolgimento molto largo e non per qualche voto in più…”. Fuori di metafora, a Palazzo Grazioli insistono per la rielezione di Napolitano, vogliono pure essere certi che i ministeri “chiave” non siano occupati da nemici e chiedono rassicurazioni sul fatto che gli otto punti di Bersani possano essere modificati. “Ma non è tempo di espedienti”, dice Maurizio Gasparri. “Ci vuole una chiara assunzione di responsabilità politica”, dice il vicepresidente del Senato. Tutto dovrà funzionare alla luce del sole, il Pdl voterebbe la fiducia, niente astensioni tattiche, niente giochi sul numero legale. “In caso c’è sempre il piano ‘N’. N come Napolitano”.

“Dopo Bersani c’è il diluvio o si può tentare ancora qualcosa?”, si chiede Mariastella Gelmini, il vicecapogruppo del Pdl alla Camera. Il piano “N” del Cavaliere trova forza nei contatti diretti avuti con il Quirinale negli ultimi giorni, nel loro ultimo colloquio il presidente della Repubblica ha detto a Berlusconi di essere intenzionato a promuovere un governo di scopo, una specie di nuovo esecutivo del presidente (ma non tecnico), con un maggiore impegno diretto da parte dei partiti: un governo misto di tecnici e politici. Il capo dello stato potrebbe avviarlo anche subito, una volta fallita l’esplorazione di Bersani, e senza nemmeno ricorrere a nuove consultazioni.

“Dopo Pier Luigi cosa c’è?”, si chiede retoricamente anche Gasparri. Nel Pdl hanno la certezza che Napolitano abbia la forza per imporsi sul Pd qualora il segretario incaricato fallisse, sono sicuri che nel Partito democratico – alla fine – la maggioranza dei gruppi parlamentari e dei dirigenti non vorrà andare a votare ma troverà nelle pressioni del capo dello stato motivazioni sufficienti per mettere in minoranza la linea di Bersani. Linea riassunta così: o me o urne. “C’è lo spread che è ritornato a salire pericolosamente, e c’è anche l’urgenza della responsabilità nazionale”, dicono nel Pdl (e c’è chi, tra gli uomini di Matteo Renzi, lo dice anche nel Pd). Così qualcuno sussurra che nei dedali sotterranei che collegano il Pd e il Pdl già si stia trattando sulla natura del prossimo governo del presidente che per Berlusconi potrebbe essere presieduto dall’attuale ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri. Con un programma minimal, ma impegnativo e studiato anche per contenere l’esondazione di Beppe Grillo. E’ l’idea del Quirinale ed è pure quello che da tempo si sente dire in certi ambienti del Pd: tre o quattro punti condivisi sull’economia, sulla riduzione del numero dei parlamentari, sulla riforma della legge elettorale. Poi il voto. “Ci vuole un governo di scopo”, ripete da tempo Luciano Violante, uno dei tanti che nel Pd è già iscritti alla “corrente” del capo dello stato. “Anche noi pensiamo a una legislatura di pacificazione”, dice l’ex ministro berlusconiano Annamaria Bernini.

Ma il governo del presidente è ancora una seconda opzione, l’ultima prima del voto (a giugno però, non a ottobre). Riuniti i suoi deputati, Berlusconi ha confermato di essere disposto a vedere nascere un governo Bersani, ma vuole trattare, e per alzare la posta ha detto – ma è poco più di una boutade – che “Alfano dovrebbe essere il vicepremier di Bersani”. Ma non è quello che il Cavaliere vuole sul serio. Al contrario a lui non dispiace affatto l’idea di restare fuori, vuole avere un potere d’interdizione. “Coltiviamo un’ipotesi di buon senso”, ha confermato Alfano a “Porta a Porta”: “Loro non hanno i voti per fare un governo, noi non li abbiamo per eleggere un presidente della Repubblica”.


La solitudine del leader e i tanti malumori sopiti
di Federico Geremicca
( da “La Stampa”, 26 marzo 2013)

Venerdì 22 marzo magari era tardi, Bersani ebbe l’incarico al calar del sole e forse qualcuno non ebbe tempo o era impegnato in riunioni chissà dove. Ma poi vennero il sabato e la domenica: e tutto, però, continuò a tacere. Silenziosa Rosy Bindi, silenzioso Massimo D’Alema, zitti altri leader del peso di Walter Veltroni e Franco Marini. A volte, la solitudine di un leader la si può far trasparire anche così: evitando qualunque commento, e perfino un semplice augurio – un in bocca al lupo – al segretario che parte in guerra per la sua missione impossibile.

Anche la Direzione di ieri – che pareva esser diventata la sede madre di ogni decisione, il luogo in cui il Pd avrebbe dovuto dire «o Bersani o morte », ha trasmesso la stessa sensazione: un solo intervento, meno di un’ora in tutto (comprese introduzione e replica), assenze numerose e alcune eccellenti, Renzi (a fare il sindaco), D’Alema (a Parigi per impegni), Veltroni (ancora con qualche problema di salute) e si potrebbe continuare. Qualcuno si attendeva battaglia intorno alla domanda delle domande: ma se Bersani fallisse, che si fa? La battaglia non c’è stata: tutto rinviato alla prima occasione utile…

Non è un mistero, infatti, la circostanza che nel Pd le acque siano agitate e molti non abbiano condiviso granché la linea proposta da Bersani subito dopo il voto: e cioè, un governo per il cambiamento, che vuol dire mai più con Berlusconi, a meno che nella partita non ci siano anche i voti di Beppe Grillo. E ancor di meno hanno condiviso l’approdo che il segretario vorrebbe per tale linea: se io fallisco si torna al voto. Qualcuno (D’Alema) non ha condiviso per ragioni politiche, considerando un errore dire pregiudizialmente no ad un confronto con il Pdl. Altri non hanno condiviso – ma hanno taciuto – per ragioni che vedono sommate perplessità politiche e delusioni e rancori difficili da digerire.

Non c’è da scandalizzarsene, visto che la strategia che ha portato Bersani fino all’incarico di formare un governo, ha lasciato morti e feriti nel quartier generale del Pd. C’erano state – all’inizio – «rinunce elettorali » (Veltroni, D’Alema, Turco…) faticose da metabolizzare; poi la vicenda dei nuovi presidenti di Camera e Senato (con la grande delusione subita da Dario Franceschini e Anna Finocchiaro), infine l’elezione dei nuovi capigruppo, con la scelta a sorpresa di Zanda e Speranza , che ha infoltito la schiera di chi oggi ce l’ha con Bersani. Ma poiché – come Enrico Letta ha annotato aprendo la Direzione – «il tentativo di Bersani senza unità del Pd è impossibile », nemmeno ieri malesseri e dissensi sono venuti allo scoperto. E in fondo, solo di questo si tratta: di farli emergere. Perché che esistano, Bersani lo sa: meglio ancora, lo considera scontato. Del resto, far «girare la ruota » – come il segretario ripete – è operazione spesso dolorosa. E talvolta perfino rischiosa.

E così, il Pd osserva Bersani alle prese con la sua missione impossibile e lo fa con una passione e una partecipazione impalpabili. Cosa spera la maggioranza del partito? Difficile dirlo, in considerazione delle tante partite aperte tra i democratici (dal Quirinale fino alla possibilità di elezioni a giugno). E in fondo, la forza del segretario oggi sta soprattutto qui: nelle debolezze e nelle divisioni di chi – più o meno scopertamente – lo avversa. C’è chi vorrebbe che il governo nascesse (i bersaniani) ma magari per durare pochi mesi (è quel che sperano i «giovani turchi » ed i renziani); c’è chi vorrebbe che il governo non nascesse affatto e se ne varasse uno «del Presidente » (i veltroniani, i dalemiani e gran parte di quella che fu la maggioranza che elesse Bersani e lo ha poi sostenuto alle primarie), e c’è – infine – chi direbbe sì a qualunque ipotesi che tenga Renzi lontano (ma fino a quando?) dal quartier generale…

Una pentola a pressione, insomma, nella quale alle delusioni da «ruota che gira » si vanno sommando preoccupazioni politiche e timori personali. Ma è già noto a tutti il passaggio nel quale il coperchio della pentola potrebbe saltare: l’eventuale naufragio del tentativo Bersani. A quel punto, il Pd si ritroverà di fronte a un bivio micidiale: seguire Napolitano nel probabile tentativo di dare comunque un governo al Paese o stare sulla linea del segretario (dopo di me, solo il voto). Difficile dire come finirà: ma secondo alcuni, in nome della chiarezza, sarebbe già molto farlo cominciare…


Marò, Emiliano: “Sono stati costretti a tornare in India?”
di Redazione
(da “Libero”, 26 marzo 2013)

Sul caso marò c’è un retroscena inquietante. A rivelarlo è il sindaco di Bari, Michele Emiliano. Il primo cittadino voleva chiamare Salvatore Girone per convincerlo a restare in Italia. Ma Emiliano la sera del 21 marzo riceve una telefonata da palazzo Chigi. E’ lo stesso Emiliano a raccontarlo: “La sera in cui aspettavo Salvatore Girone nella sua abitazione, quando si è saputo che ero lì e che probabilmente avrei interferito nella scelta di tornare, il presidente del Consiglio Mario Monti mi ha chiamato pregandomi di non interferire sulla volontà del sergente Girone”.

Costretti a tornare in India? – Emiliano è un fiume in piena e ripercorre quella serata in cui i due marò pugliesi, dopo essere stati convocati a Roma, rientrarono velocemente nelle loro case per poi partire e far ritorno in India. Emiliano quella sera obbedì al Prof: ”Non ho minimamente interferito perchè il presidente del Consiglio mi ha dato questo indirizzo e io l’ho rispettato”. ”Ovviamente – ha aggiunto – ho detto al presidente del Consiglio che mi auguravo che come il sindaco e i familiari non avrebbero interferito sulla volontà di Girone in una direzione, nessuno avesse fatto la stessa operazione al contrario”. ”Perchè – ha concluso – laddove fosse stata fatta questa operazione, si trattava di una attività secondo me suscettibile di una valutazione penale”.

Denuncia alla procura – Insomma Emiliano su quelle ore frenetiche non ci vede chiaro e vuole capire cosa è successo. Emiliano chiede dunque che la procura militare e la procura di Roma indaghino per capire ”chi e con che mezzi ha convinto Girone e Latorre a tornare in India nonostante la situazione infernale che era stata creata a causa delle incertezze della nostra diplomazia e delle incertezze del nostro governo”. Il sindaco è determinato e ha il sospetto che i due fucilieri di marina siano stati messi sotto pressione da qualcuno. Così dalle parole è passato ai fatti. ”Ho informato il procuratore militare De Palma – ha detto – del fatto che Salvatore Girone è partito per Roma con la ferma volontà di non ripartire per l’India ed è tornato invece, chissà per quale ragione, convinto di dovere partire ad ogni costo”. ”Ci tengo che questa cosa sia accertata – ha aggiunto – e la mia e’ una vera e propria denuncia, perchè se Salvatore ha deciso di sua spontanea volontà va tutto bene, ma se qualcuno avesse anche semplicemente prefigurato un danno per lui e/o per la sua famiglia o per la sua carriera per indurlo a partire, ci troveremmo di fronte a una situazione suscettibile di valutazione penale”.


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Bart