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Berlusconi, a vertice Pdl debutta Marina. “Se si vota a ottobre toccherà a lei”

3 Agosto 2013

di Alberto D’Argenio
(da “la Repubblica”, 3 agosto 2013)

ROMA – È ora di pranzo quando a Palazzo Grazioli va in scena quella che per molti è stata la riunione dell’investitura: Marina Berlusconi, per la prima volta, prende parte a un summit tutto politico, nel quale le aziende di famiglia non c’entrano nulla, nel quale si parla solo di governo, di Pdl, di elezioni e della rinascita di Forza Italia. Intorno al tavolo ci sono, ovviamente, il padre Silvio, il segretario Alfano, il plenipotenziario Verdini, la pasionaria Santanché e i capigruppo Brunetta e Schifani. Da lì a poche ore Silvio Berlusconi avrebbe dato l’aut aut a Napolitano e al governo: o mi concedi la grazia o andiamo al voto. Ed è a ottobre che ora il Cavaliere e il suo partito puntano, anche se ancora sperano nell’atto di clemenza, tanto che domani pomeriggio, quando Schifani e Brunetta saranno da Napolitano a chiederla, ci potrebbe essere una manifestazione organizzata dalla Santanché in Piazza Santi Apostoli. Ma se il tentativo andasse male, l’unico candidato da mettere in campo in tre mesi sarebbe proprio la presidentessa di Mondadori.

Il nome della figlia maggiore del Cavaliere gira da settimane, tanto che si parlava di un suo “corso di apprendistato politico”, puntualmente smentito come ogni indiscrezione sul suo futuro, con Paolo Del Debbio. Ma il nome circola. Ad esempio ieri mattina la Santanché in televisione dichiarava: “Marina nostra leader? Mi andrebbe benissimo, ne sarei entusiasta”. A questo punto, dopo l’accelerazione alla crisi impressa ieri sera, le riflessioni di Berlusconi sul suo successore dovranno trovare una risposta in tempi brevi. E l’ipotesi di Marina è l’unica davvero praticabile anche se padre e figlia nutrono seri dubbi sul suo lancio in politica. Un’idea dei discorsi che si stanno affrontando in casa Berlusconi la dà il sottosegretario Michaela Biancofiore, molto vicina alla famiglia e amica personale di Marina: “Lei non vuole candidarsi, il padre ha paura di infliggerle le stesse sofferenze che sono toccate a lui, ma se si vota a ottobre non ci sono alternative. Suo malgrado si dovrà sacrificare. D’altra parte è il candidato che vorremmo, è l’unica persona rispettata da tutti nel partito, è stimata nel mondo, è una madre di famiglia inattaccabile”.

Berlusconi ai fedelissimi che frequentano la sua corte va ripetendo: “Non voglio che mia figlia soffra come ho dovuto soffrire io”. Il timore, nell’ottica del Cavaliere, è che “la persecuzione giudiziaria che hanno riservato a me ora tocchi anche a lei”. Certo nel partito c’è chi si chiede se Marina abbia l’appeal per guidare il centrodestra, chi sottolinea “che non ha il carisma del padre”. Ma nonostante questi dubbi praticamente tutti i big del Pdl confermano che in caso di voto ravvicinato alla fine la scelta cadrà su di lei. E sarà “il candidato di guerra”. Questo il ragionamento di un ex ministro del Pdl: “Se il governo cade e si vota a ottobre la scelta è obbligata, toccherà alla primogenita. Anche perché non abbiamo nessun nome alternativo. Se invece Napolitano riuscirà a fare un esecutivo composto da Pd e Movimento 5 Stelle per riscrivere la legge elettorale è certo che faranno anche una nuova norma sul conflitto di interessi. A quel punto si voterebbe a giugno, Marina sarebbe bruciata e Berlusconi dovrebbe trovare un nuovo successore”. Che, dicono in molti in un partito dove i veleni non si lesinano, non sarà Alfano. A maggior ragione dopo il caso Shalabayeva. E non sarebbe nemmeno Guido Barilla, il rampollo di una delle più floride realtà imprenditoriali italiane con il quale in queste settimane Berlusconi si è intrattenuto in lunghe telefonate, ma che ieri ha detto di non voler scendere in politica.

L’idea che si sta facendo strada per l’eventuale voto a ottobre dunque è quella di rilanciare Forza Italia, di affidarla a Marina, con la quale oltretutto ci sarebbe il vantaggio di poter mettere il nome “Berlusconi” nel simbolo e sulla scheda elettorale, e di lasciare che Silvio, anche dai domiciliari, faccia “il padre nobile” del partito in stile Grillo. Un partito, racconta un forzista di vecchia data, che a quel punto sarebbe infarcito di pasdaran e amazzoni. Insomma, di fedelissimi. “In questo scenario – spiega – Berlusconi punta anche al 15%, l’importante è tenere una presenza rilevante in Parlamento in grado di salvaguardare i suoi interessi e le sue aziende”. E le aziende appunto? A quel punto potrebbe tornare a occuparsene lo stesso Silvio, con un passaggio di testimone con la figlia che rappresenterebbe la perfetta chiusura del cerchio dopo vent’anni di vita politica.


Il trauma che spiana la strada alle elezioni
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 3 agosto 2013)

Per mesi si è sostenuto che solo un trauma forte avrebbe potuto costringere il paese a reagire in qualche modo allo stato comatoso in cui versa a causa della depressione economica e dalla frantumazione della politica. Ora il trauma si è verificato, sotto forma di una sentenza di casta pronunciata ottusamente dalla Cassazione per non sconfessare l’operato dei magistrati milanesi e per evitare una frattura dalle conseguenze pesanti all’interno della corporazione delle toghe. I giudici del Palazzaccio di Roma non si sono posti il problema delle conseguenze generali della loro decisione. Hanno badato solo al loro “particulare”. Cioè alla esigenza di non certificare che il cosiddetto “rito ambrosiano” è fuori delle regole di una normale giustizia giusta.

Ma così facendo hanno inconsapevolmente accelerato a dismisura il processo di chiarimento politico che era stato praticamente congelato dal governo delle larghe intese guidato da Enrico Letta. Chi dice che il governo regge ha ragione. Ma solo per quanto riguarda il resto dell’estate. La sentenza di condanna definitiva di Silvio Berlusconi è di fatto una sentenza di condanna a morte per l’attuale esecutivo. Ed il fatto che possa essere eseguita all’inizio dell’autunno sia per quanto riguarda la esclusione del leader del Pdl dal Senato, sia per la defenestrazione di Enrico Letta da Palazzo Chigi, non cambia la sostanza delle cose. Non sarà di sicuro il condannato Berlusconi a provocare la caduta del condannato Enrico Letta. Il Cavaliere (almeno fino a quando non gli verrà ritirata anche l’onorificenza) continuerà a sostenere la coalizione senza forzature o cedimenti di sorta. Non per generosità ma per semplice convenienza. Perché sa bene che a togliere la spina alle larghe intese ci penserà il Pd quando si tratterà di votare per l’espulsione parlamentare del leader del centro destra. Pier Ferdinando Casini si è augurato che Berlusconi si dimetta dal Senato prima che il Pd decida di rompere l’alleanza di governo votando la cacciata del Cavaliere insieme a Sel e Cinque Stelle. Ma non si capisce perché mai il leader del Pdl dovrebbe togliere la castagna bollente dalle mani del Pd.

Se la strada della fine delle larghe intese è segnata e se alla fine di questa strada non c’è che il ricorso alle elezioni anticipate nella prossima primavera, nell’ottica di Berlusconi tanto vale che il cerino della crisi rimanga nelle mani di un Pd che in quel periodo sarà aggredito in continuazione da Sel e Cinque Stelle. E, soprattutto, sballottato dalle tensioni provocate dall’imminenza di un congresso che potrebbe concludersi con l’incarico a Matteo Renzi di dare il colpo di grazia al Cavaliere posto ai domiciliari in un voto anticipato al prossimo aprile. In sostanza, quindi, la Cassazione ha spianato la strada alla fine delle larghe intese ed alle elezioni anticipate. Ed ora che la frittata è fatta non si vede come il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed il Presidente del Consiglio Enrico Letta possano fermarne gli effetti.

E non si vede soprattutto perché mai Berlusconi dovrebbe perdere l’occasione di compiere l’ultima cavalcata elettorale alla guida di un popolo di centro destra ormai definitivamente convinto della persecuzione giudiziaria e del rischio di finire definitivamente nelle mani di chi vuole realizzare lo stato di polizia tributaria e la repubblica delle toghe. Chi grida scompostamente di gioia per la condanna del Cavaliere e lo da ormai per morto e sepolto non ha ancora considerato che alle prossime elezioni anticipate Berlusconi sarà ai domiciliari, simbolo vivente del rischio che grava su tutti quegli italiani che si oppongono alla deriva autoritaria della sinistra giustizialista. Come si comporterà il Tribunale di Milano nei confronti del condannato eccellente leader di uno dei principali partiti del paese? Oltre alla libertà personale gli toglierà anche il diritto alla parola, magari sotto forma di messaggi televisivi o via internet? E quale impatto avrà sull’opinione pubblica nazionale ed internazionale una campagna elettorale segnata dalla presenza del leader di Forza Italia arrestato e proteso a diventare il simbolo ed il leader non solo del centro destra ma di tutti i perseguitati ed i tartassati d’Italia?


Prima di tutto viene il Paese
di Ferruccio de Bortoli
(dal “Corriere della Sera”, 3 agosto 2013)

Confidavamo ieri, commentando la sentenza della Cassazione, che prevalesse il senso di responsabilità. Constatiamo che l’emotività ha preso il sopravvento. Il governo Letta rischia di essere travolto. E il Paese trascinato in un buio baratro istituzionale. Non deve e non può accadere. L’Italia ha un drammatico bisogno di curare i propri mali, di non trasmettere al mondo l’immagine di un veliero alla deriva, ammorbato da una pestilenziale sovrapposizione dei poteri e piegato da una ventennale guerra civile. Proprio nel momento in cui affiorano segnali di ripresa – e famiglie e imprese possono coltivare qualche modesto motivo di fiducia – una crisi avrebbe un costo spropositato e ingiusto.

L’amarezza del Pdl è comprensibile, la polemica anche dura nei confronti della magistratura fa parte della più aspra dialettica politica. Lo stato d’animo di Berlusconi, al quale va riconosciuto di essersi comportato da leale sostenitore delle larghe intese, è umanamente giustificato. Ma le sentenze vanno rispettate. A maggior ragione da parte di un uomo politico di esperienza, con la sua storia, pur contestata, con la sua lunga permanenza al governo. Uno Stato di diritto si regge sulla separazione dei poteri e sul principio costituzionale di uguaglianza, anche e soprattutto di fronte alla legge. La saggezza dovrebbe consigliargli di accettarne le conseguenze, seppur ritenute ingiuste. Di dimettersi da senatore prima della presa d’atto dell’Aula.

Nessuno gli nega la libertà di condurre la propria battaglia politica anche al di fuori del Parlamento e di riproporsi, con la rinascita di Forza Italia, come leader di una coalizione ai suoi elettori, ritrovando il consenso, assai largo, che ha sempre avuto. Subordinare, fin da subito, la tenuta del governo a una riforma della giustizia, indispensabile ma possibile solo lungo il difficile cammino aperto dalle pur fragili larghe intese e dal lavoro già compiuto dai saggi, appare un gesto di stizza politica, una reazione di impulso, più che una mossa meditata e consapevole come ci si aspetterebbe da un ex presidente del Consiglio e da una forza di governo. La pretesa di ottenere una grazia, la cui concessione spetta esclusivamente al capo dello Stato ed è rigidamente regolata per legge, assomiglia a un moto irrituale e scomposto, a una pressione indebita, inutile nella sostanza, pericolosa nella forma, che darebbe al mondo la spiacevole impressione che atti meditati – e per loro natura decisi a mente fredda e lontano dagli eventi (altrimenti suonerebbero come una delegittimazione della magistratura) – siano possibili con uno sfondamento quirinalizio di porte.

Il senso di responsabilità di accettare una sentenza, anche se ritenuta l’epilogo di un accanimento giudiziario, ma ormai definitiva ed esecutiva, senza trascinare nella propria vicenda individuale il governo e il Paese, darebbe a Berlusconi e al centrodestra ancora più argomenti per richiedere consenso e approvazione da parte dei propri elettori. Ma il voto anticipato, come conseguenza di un giudizio personale, farebbe pagare al Paese intero pene accessorie tanto gravi quanto insopportabili e ingiuste. Con questa pessima legge elettorale non risolverebbe nulla. Il vincitore, ammesso che vi sia, nel febbraio scorso non vi è stato, governerebbe tra le macerie e in una emergenza ancora più grave di quella attuale che non consentirebbe alcuna riforma, tantomeno della giustizia.


Perché il Pdl è “adatto” a stare al governo
di Bill Emmott
(da “La Stampa”, 3 agosto 2013)

Dopo che l’«Economist » pubblicò nel 2001 la famosa copertina con il titolo su Berlusconi «unfit » a guidare l’Italia, mi è stato fatto notare che questa parola non ha un equivalente preciso in italiano. Può darsi. Ma dopo la decisione della Corte di Cassazione, in molti continuano a chiedermi se un partito guidato da Berlusconi sia ora «inadatto » a far parte del governo Letta. Per quanto paradossale possa sembrare, la mia risposta è che il Pdl è «adatto » a far parte dell’attuale governo. Ma non necessariamente per molto tempo.

I significati di «unfit », che si traduca come «inadatto » oppure no, sono diversi a seconda del caso. Sul fatto che Berlusconi fosse «inadatto » a guidare l’Italia non avevamo nessun dubbio a causa del suo conflitto di interessi. Ma poi si è mostrato incapace anche in un altro senso: perché non è stato in grado di riformare né risollevare l’Italia mentre era a Palazzo Chigi. La presenza del Pdl nel governo Letta suscita però dubbi su un altro tipo di idoneità. Dopo tutto, qual è lo scopo per cui è nato il governo Letta?

È stato concepito come la soluzione a quasi tre mesi di stallo dopo le elezioni di febbraio. Non è stato pensato per una riforma rivoluzionaria del Paese, piuttosto come uno strumento per avere stabilità immediata in una situazione di grandi instabilità.

Quindi, la domanda che ci si dovrebbe porre adesso è questa: la presenza del Pdl aiuta o ostacola il processo di riforme politiche che il presidente Napolitano ha chiesto al governo quando è nato nell’aprile scorso? La conferma della condanna a Berlusconi non cambia la risposta a questa domanda, a meno che il Pdl decida di cambiare il proprio atteggiamento.

Solo se il Pdl decidesse di cambiare, contestando in qualche modo la condanna del suo leader, sfidando la magistratura, bloccando le riforme e avanzando ulteriori richieste, diventerebbe chiaramente «inadatto » agli scopi dell’attuale governo. Se lo fa, il risultato più probabile, e preferibile, sarebbe quello di nuove elezioni, anche se ci potrebbe essere il tentativo di formare un nuovo governo.

L’establishment politico, che nel caso italiano tende a includere il media-system con le grandi corazzate dell’informazione, è sempre contrario all’idea di nuove elezioni. Porterebbero nuove incertezze, comporterebbero il rischio di nuove interruzioni e potrebbero favorire ancora una volta outsider come Beppe Grillo. I governi stabili sono preferibili. Tuttavia, queste non sono buone ragioni per opporsi a nuove elezioni se l’alternativa è la paralisi politica.

La ragione migliore per opporsi a eventuali nuove elezioni è che si terrebbero con la vecchia legge elettorale, con tutte le sue note carenze. La più seria delle quali è che grazie al premio di maggioranza, il risultato produrrebbe una scossa e forse un esito scandalosamente anti-democratico. Quindi, come osservatore che non fa parte dell’establishment politico italiano, io voterei per continuare con il governo Letta fino a che non si approvi una nuova legge elettorale.

Il Pdl è disponibile ad appoggiare una riforma del genere o a fare i compromessi necessari, rispettando la decisione della Cassazione? Nessuno al momento lo sa. L’unico modo di scoprirlo è provarci.

Alcuni membri del Partito democratico non saranno certo d’accordo o perché credono che candidarsi contro un partito guidato da un condannato porterebbe un vantaggio elettorale, o perché temono di coprirsi di vergogna per aver collaborato con il Pdl nella coalizione.

Se il governo non combinerà nulla, quest’ultima preoccupazione sarebbe giustificata. Ma l’idea di poter avere un vantaggio elettorale rischia di ripetere lo stesso errore commesso dai suoi oppositori negli ultimi 20 anni: quello di sottovalutare Silvio Berlusconi.

Negli Anni Sessanta, il grande presidente riformatore americano, Lyndon B. Johnson, aveva un’ottima, seppur volgare, frase per descrivere questo tipo di situazione: «Meglio averli dentro la tenda che pisciano fuori, piuttosto che averli fuori che pisciano dentro. Almeno per un po’ ».

(Traduzione di Merope Ippiotis)


Lo scacco matto di Re Giorgio. No alla grazia, sì alla riforma
di Massimiliano Scafi
(da “il Giornale”, 3 agosto 2013)

La Borsa tiene e lo spread è a quota 261, il minimo da due mesi. Vanno bene sui mercati pure i titoli decennali italiani, ma le buone notizie per Palazzo Chigi finiscono qui. Dalla Val Fiscalina Giorgio Napolitano osserva infatti con una crescente preoccupazione il grafico della febbre politica, che si è impennato e rischia di salire ancora.
E siccome «quando tutto si muove, la cosa migliore è stare fermi », il capo dello Stato ostenta un sorprendente ottimismo: «La vita va avanti ».

E il governo, andrà avanti? Reggerà alla tenaglia, resisterà all’ira del Pdl e al mal di pancia del Pd? Enrico Letta è in contatto costante e sottopone al presidente ogni aggettivo. In mattinata però si va vivo anche l’altro Letta, lo zio Gianni. La casa brucia, è l’ora dei pompieri. L’Eminenza Azzurrina sonda gli umori di Napolitano, vuole capire se per il Cav ci sono ancora vie di uscita. Nei prossimi giorni, dice, i capigruppo del Pdl Brunetta e Schifani saliranno sul Colle con le firme di tutti i parlamentari per chiedere ufficialmente la grazia.
Napolitano però, che non vuole «alimentare false illusioni », scarica la questione sul Guardasigilli. «È la legge – scrive in una comunicato – a stabilire quali sono i soggetti titolati a presentare la domanda ». La sua posizione è nota. Ha già definito l’idea un «analfabetismo costituzionale » perché il Quirinale non è una Corte di quarto grado, perché servirebbe comunque l’apertura di una pratica del ministero della Giustizia e perché, per la legge, prima della clemenza almeno un minimo di pena bisogna scontarla. Quello che invece si può fare, dirà ai plenipotenziari del Pdl, è dare corpo al suo invito a caldo, subito dopo la sentenza, a mettere mano all’universo della giustizia. Berlusconi, spiega, non deve considerarla una beffa, o un contentino, o un’apertura fuori tempo massimo. Semmai è una mano tesa a un centrodestra emotivamente scosso. Certo, lo scenario è ancora vago e impalpabile, la possibilità remota: però, chissà, una riforma di sistema potrebbe preludere a una possibile amnistia. Oppure, come propone Flavio Cirillo, Pdl, sottosegretario all’Ambiente, a un ripristino dell’immunità parlamentare. Va bene la separazione dei poteri, ma la politica deve poter difendere la sua autonomia. Una cosa è certa, le toghe vanno contenute: Napolitano è d’accordo, infatti subisce un duro attacco da parte dell’Anm.

Tutto ciò però è subordinato alla tenuta del quadro politico che si sta sfilacciando. Da Roma in serata arrivano venti di guerra. Silvio Berlusconi riunisce deputati e senatori, parla di voto anticipato, «dobbiamo trovare la strada migliore per arrivare alle elezioni e vincerle », ma anche di «interesse del Paese ». Angelino Alfano è pronto a ritirare la delegazione del Pdl dal governo. Per non parlare della voglia matta del Pd di sganciarsi dall’alleanza con il Cavaliere. Per Guglielmo Epifani «dopo la sentenza si apre una fase nuova ».
Dunque Letta è appeso a un filo. Napolitano, un paio di settimane fa, l’aveva quasi previsto quando invitava a «sgombrare il capo da sovrapposizioni improprie » tra il processo del Cav e il governo. «Bisogna proseguire con maggiore e non minore coesione, sapendo che esitazioni da un lato o forzature dall’altro, esibite polemicamente, possono far sfuggire al controllo delle stesse forze di maggioranza la situazione ». Ecco, appunto, la situazione sta sfuggendo di mano, forse anche di là delle intenzioni.
Serve un altro miracolo. Re Giorgio ci proverà da stasera, quando tornerà a Roma per salvare le larghe intese. Il presidente è convinto che a questo governo non ci siano alternative e che altre maggioranze, magari con i grillini per cambiare la legge elettorale, siano impraticabili. O Letta o Letta, perché le elezioni, sei mesi dopo il voto di febbraio, sono «un azzardo ».


Altro che fine di Berlusconi. E se al capolinea fosse il Pd?
di Fabrizio Rondolino
(da “il Giornale”, 3 agosto 2013)

La fine di Berlusconi è un tema ricorrente della politologia italiana almeno a partire dal giorno in cui annunciò la discesa in campo. L’indomani, infatti, molti commentatori e tutti i leader del centrosinistra si dissero certi che il Cavaliere si sarebbe schiantato alle urne.
Vinse le elezioni ma in pochi mesi, fra avvisi di garanzia e ribaltoni leghisti, finì all’opposizione: e di nuovo tutti a scommettere sulla sua fine. È andata così fino a ieri pomeriggio, e la statistica suggerisce che continuerà così per un altro bel pezzo.

Bisognerebbe invece chiedersi se non siamo alla fine del Pd. Il partito che D’Alema un giorno definì con sarcasmo un «amalgama mal riuscito » è oggi qualcosa di molto diverso, e molto peggiore: un campo di battaglia permanente, dove almeno tre grandi eserciti e una miriade di capitani di ventura intrecciano alleanze, muovono guerra, ordiscono tradimenti, firmano tregue precarie e subito ricominciano a combattere. La posta in palio è, naturalmente, la leadership: ma lo scontro è talmente profondo e radicale – perché in gioco c’è la sopravvivenza di un’intera generazione e di una cultura politica che ha segnato il Novecento italiano – da far temere che il risultato finale non possa che essere un’esplosione. La condanna di Berlusconi in Cassazione è destinata ad accelerare questo processo e non per caso ha già innescato una violenta polemica interna. Ugo Sposetti, un veterano che conosce bene il suo partito, nei giorni scorsi ha profetizzato l’apocalisse: «Il partito non reggerà l’urto e salterà in aria come un birillo – ha detto – Siamo politicamente annientati, nessuno ha ragionato di questa vicenda sul piano politico: per noi sarà una botta tremenda e il partito imploderà ». Il motivo, del resto, è semplice: non soltanto il Pd, ma l’intera sinistra della Seconda Repubblica si è fondata e radicata su un unico, imprescindibile principio condiviso: l’antiberlusconismo. E in nome di questo principio ha sempre accettato passivamente le scelte della magistratura. Come si può dunque restare al governo con un «delinquente » (come ha elegantemente titolato ieri il Fatto), e magari persino metter mano con lui alla riforma della giustizia, come suggerisce Napolitano?

I tre eserciti che si muovono nel Pd si sfideranno proprio su questo terreno. Il primo, guidato da Enrico Letta, ha Napolitano come presidente onorario e, com’è ovvio, farà di tutto per difendere il governo. Ma potrebbe provare a fare qualcosa di più: costruire intorno al governo una specie di super-Scelta civica che raccolga, insieme ai montiani, i cosiddetti «moderati » del Pd e del Pdl. Contro questo disegno si muove il secondo esercito, quello di Renzi, che tuttavia ha anch’esso ambizioni che travalicano il recinto stretto del Pd, sempre più considerato dal sindaco di Firenze una bad company di cui liberarsi al più presto. Renzi, che ha già cercato l’affondo con il caso Alfano, proverà ancora a lavorare per le elezioni anticipate, e lo farà – per un curioso paradosso della cronaca – sfruttando proprio il cavallo di battaglia dei suoi avversari interni, l’antiberlusconismo.

Il terzo esercito, un po’ raccogliticcio e guidato pro tempore da Epifani, è incerto sul da farsi. Rappresenta la tradizione e la continuità di una cultura politica e di un gruppo dirigente, è diviso al proprio interno ma compatto nel seguire l’istinto di sopravvivenza, vede in Renzi il nuovo Craxi (se non il nuovo Berlusconi) e dunque difende il governo, ma teme il disegno di Letta e non ha rinunciato al progetto di una «cosa rossa », magari guidata da Barca, che annetta Vendola e faccia concorrenza a Grillo. È interessante notare come tutti e tre gli eserciti, in un modo o nell’altro, abbiano un orizzonte che oltrepassa il Pd attuale. Fra gli accampamenti dei generali si muovono poi vecchi e nuovi capitani di ventura: suggeriscono alleanze, tessono intrighi, promuovono mediazioni. Non hanno ancora deciso da che parte stare, ma lavorano tutti con l’obiettivo di salvarsi la pelle e conservare una parte anche nel prossimo spettacolo: dal navigatissimo D’Alema al neogiovane Pippo Civati, dallo scaltro Veltroni all’inaffondabile Bindi, nel Pd è tutto un fiorire di iniziative, proteste, riunioni, interviste. E mentre la truce profezia di Sposetti si fa ogni giorno più concreta, il Pd non riesce neppure a fissare una data e a scrivere un regolamento per il congresso.


Napolitano pensa alle dimissioni
di Redazione
(da “Libero”, 3 agosto 2013)

Subito dopo la sentenza Mediaset i rumors che trapelavano da Palazzo Grazioli davano conto di un Silvio Berlusconi “pompiere”, che chiedeva ai suoi di “stare calmi”. Passano poche ore e il quadro viene completamente rovesciato, passando per il videomessaggio del Cav e fino ad arrivare all’ultimatum di venerdì sera: “Riforma della giustizia o cade il governo”. Poche ore ancora, e Sandro Bondi parla di “guerra civile“, mentre i falchi del Pdl, che hanno ormai avuto il sopravvento, annunciano: “Chiederemo la grazia a Giorgio Napolitano“.

L’ultimatum – Il Colle osserva con irritazione. La strada della grazia, per una serie di ragioni istituzionali e giuridiche, appare impercorribile. Re Giorgio, però, non gradisce il clima incendiario alimentato dal Pdl. E secondo quanto riportato da Dagospia, nella notte si sarebbe fatto sentire a via del Plebiscito. Semplice il messaggio, le cui potenziali conseguenze sono drastiche: basta con le minacce o mi dimetto. “Fermatevi prima che sia troppo tardi – riporta tra virgolette Dagospia -. Le mie dimissioni sono già scritte, e poi farete i conti con un mio successore sicuramente meno garantista di me e, per quel che ne capisco, anche con una nuova maggioranza che a quel punto finirà per asfaltare anche un centrodestra allo sbando con ritorsioni e risentimenti interni irrisolvibili”

La rabbia – La voce dal Colle ha aggiunto che “è profondamente sbagliato chiedere la grazia in questo modo, cosa che denota anche una superficialità stupefacente in fatto di regole e procedure, sbagliata la manifestazione di domani sera a piazza Santissimi Apostoli, sbagliati i sit in davanti al Quirinale, che non solo non può essere ma non può nemmeno apparire come un luogo dove con la minaccia si cercano di ottenere risultati impossibili. È di fronte a tali irresponsabili pretese la reazione a difesa dell’istituzione è ferma e non ammette deroghe. Per molto meno, tra l’altro, altri capi dello Stato hanno rischiato l’impeachment“.

Speculazione – Secondo il Quirinale, infatti, “sono ben altri i procedimenti giudiziari ancora  in corso che possono essere ancor più devastanti e che un clima di scontro, o peggio di irresponsabile caduta del governo non farebbe altro che accelerare ancor di più nel loro iter”. I riferimenti sono al processo Ruby e a quello sulla presunta compravendita di senatori. Il Colle avrebbe poi insistito sul “rischio Italia“, ossia sull’aumento esponenziale dell’esposizione alla speculazione che potrebbe seguire una caduta del governo: i già pochi investitori internazionali si ritirerebbero. E le conseguenze le pagherebbero anche le aziende di Berlusconi.


Quell’Epifani in tv sembrava Breznev
di Paolo Pillitteri
(da “L’Occidentale”, 3 agosto 2013)

C’era da restare di sasso alla visione del segretario Pd subito dopo la sentenza. Di sasso, come ammutoliti, per l’impressione di vecchio Pci, peggio ancora Pcus, irradiata da una lettura di un comunicato stampa simile ad una risoluzione del Cremlino o del vecchio Pci togliattian-secchiano. Non uno, non due, ma ben tre personaggi con aria compunta e severa due dei quali a fianco di Epifani/Breznev che scandiva, accanto alla sentenza, i diktak del suo partito. Mamma mia che impressione. Un segretario di tradizione socialista che, spinto davanti ai microfoni dalla necessità di tacitare l’ennemi a gauche,assume il ruolo di Breznev per seppellire il nemico col tono dell’ecrazes l’infame.Manco fossimo in un passaggio rivoluzionario o, peggio ancora, in un tribunale del popolo, parallelo alla Cassazione.

È un vizietto, questo dello spiccare condanne come moniti, dell’integrare quelle della Magistratura, come a mettersi in prima fila a magnificarla, petto in fuori e pancia in dentro, toni declamatori e definitivi cui segue la tradizionale giaculatoria: le sentenze si rispettano. Solo che, stavolta, il trio alla Vischynskj ha voluto aggiungere un particolare, un surplus, come a voler chiudere la pratica Cav, a metterci una pietra tombale: la condanna, diceva, va non solo rispettata ma applicata. Applicata, in fretta, illico et immediate, superando in questo lo stesso dispositivo della Suprema Corte. Il tono,così compreso nella sua severità, dell’improvvisato tribunalino del popolino del Pd si è fatto ancora più grave come di chi si accinge a entrare nella storia, di aggiungere un tassello finale ai venti anni di corsa alla lepre, o al cinghialone. Appunto, il cinghialone, ricordate? Ritornavano nelle scansioni del gruppetto l’acre sapore di caccia grossa lontana, di venti anni fa, quando la presa di mira del cinghialone era in pieno svolgimento e il circo mediatico giudiziario imponeva i ritmi e le cadenze dell’inseguimento mortale, della cattura, e, infine, della esecuzione del capro espiatorio.

Forse i tre non se ne sono nemmeno accorti di recitare un remake dell’orrore che, tra l’altro, avrà una ricaduta devastante sulla politica, esattamente come allora, esattamente come quando l’annientamento del leader socialista ridusse la politica ad un ruolo ancillare, e il paese a un destino declinante dal quale non si è più ripreso. Anche allora sembrava che l’eliminazione per via giudiziaria – e non politica – di un cardine fondamentale dell’assetto politico, aprisse vaste praterie, strade larghe e immensi orizzonti ad una sinistra,ovviamente miracolata dalle Toghe e finalmente libera di cogliere i frutti che mai prima era riuscita a catturare. Invece, come si sa, andò diversamente e il nuovo attore politico disceso in campo dalla trincea del lavoro, sbaragliò la gioiosa macchina da guerra. Ma la sinistra è fatta così,deve sempre tener buoni quelli che stanno più a sinistra di lei, la base recalcitrante, i compagni che non ne possono più del Cav e che “non li teniamo più a stare al governo con un condannato dalla Cassazione”, come dice il refrain del coro greco piddino. Soprattutto questa sinistra, intossicata dal giustizialismo e dall’odio ventennale contro il Cav, non può non ringraziare quelle Toghe che hanno tolto di mezzo l’eroico ingombro, l’ossessione della loro vita. Sarà una nostra sensazione, e dunque non facciamoci caso più di tanto, ma la bomba della Cassazione è piombata sul paesaggio politico italiano provocando un effetto ground zero dove, però, i più a rischio sono proprio i sinistri. Certo, il Pdl si aggira sotto shock, un po’ come i superstiti delle Twin Towers girando come zombie intorno al cratere dove è finito il Cavaliere.

E da quel cratere bisognerà pur ricominciare. Eppure, l’effetto collaterale dell’esplosione sarà ben presto, ben prima che si possa credere, tremendamente contagioso per gli esultanti di oggi. Non hanno una politica per il paese, non hanno una visione dell’Italia, non hanno un partito unito ma rissoso, non hanno leader capaci di indicarci un orizzonte nuovo. E adesso non hanno più l’interlocutore politico, l’altra gamba del sistema, l’elemento indispensabile per costruire qualcosa. E il bello è che questa gamba mancante è tale fino a un certo punto. Se si mantengono i nervi saldi, se si bloccheranno falchi e falchesse, se si eviterà di andare a testa bassa contro la magistratura, se si cercherà la via della mediazione, della proposta, delle riforme, i giochi si possono riaprire e i fili si possono riannodare. Dopotutto, dopo Ground Zero, la vita è ricominciata.


Così infangava Berlusconi il giudice che l’ha condannato
di Stefano Lorenzetto
(da “il Giornale”, 3 agosto 2013)

Questo è l’articolo più difficile che mi sia capitato di scrivere in 40 anni di professione. Un amico magistrato, due avvocati, mia moglie e persino il giornalista Stefano Lorenzetto mi avevano caldamente dissuaso dal cimentarmi nell’impresa. Ma il cittadino italiano che, sia pure con crescente disagio, sopravvive in me, s’è ribellato: «Devi! ».

Dunque eseguo per scrupolo di coscienza.
In una nota diramata dal Quirinale dopo la condanna definitiva inflitta a Silvio Berlusconi, il capo dello Stato ci ha spiegato che «la strada maestra da seguire » è «quella della fiducia e del rispetto verso la magistratura ». Ebbene, signor Presidente, qui devo dichiarare pubblicamente e motivatamente che fatico a nutrire questi due sentimenti – fiducia e rispetto – per uno dei giudici che hanno emesso il verdetto di terzo grado del processo Mediaset. Non un giudice qualunque, bensì Antonio Esposito, il presidente della seconda sezione della Corte suprema di Cassazione che ha letto la sentenza a beneficio delle telecamere convenute da ogni dove in quello che vorrei ostinarmi a chiamare Palazzo di Giustizia di Roma, e non, come fa la maggioranza degli italiani, Palazzaccio.
Vado giù piatto: ritengo che il giudice Esposito fosse la persona meno adatta a presiedere quell’illustre consesso e a sanzionare in via definitiva l’ex premier. Ho infatti serie ragioni per sospettare che non fosse animato da equanimità e serenità nei confronti dell’imputato. Di più: che nutrisse una forte antipatia per il medesimo, come del resto ipotizzato da vari giornali. Di più ancora: che il giudice Esposito sia venuto meno in almeno due situazioni, di cui sono stato involontario spettatore, ai doveri di correttezza, imparzialità, riserbo e prudenza impostigli dall’alto ufficio che ricopre.

Vengo al sodo. 2 marzo 2009, consegna del premio Fair play a Verona. L’avvocato Natale Callipari, presidente del Lions club Gallieno che lo patrocina, m’invita in veste di moderatore-intervistatore. È un’incombenza che mi capita tutti gli anni. In passato hanno ricevuto il riconoscimento Giulio Andreotti, Ferruccio de Bortoli, Pietro Mennea, Gianni Letta. Nel 2009 la scelta della giuria era caduta su Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Cassazione. Nell’occasione l’ex giudice istruttore dei processi per l’assassinio di Aldo Moro e per l’attentato a Giovanni Paolo II giunse da Roma accompagnato da un carissimo amico: Antonio Esposito. Proprio lui, l’uomo del giorno. Col quale condivisi il compito di presentare un libro sul caso Moro, Doveva morire (Chiarelettere), che Imposimato aveva appena pubblicato.
Seguì un ricevimento all’hotel Due Torri. E qui accadde il fattaccio. Al tavolo d’onore ero seduto fra Imposimato ed Esposito. Presumo che quest’ultimo ignorasse per quale testata lavorassi, giacché nel bel mezzo del banchetto cominciò a malignare, con palese compiacimento, circa il contenuto di certe intercettazioni telefoniche riguardanti a suo dire il premier Berlusconi, sulle quali vari organi di stampa avevano ricamato all’epoca della vicenda D’Addario, salvo poi smentirsi. Il presidente della seconda sezione penale della Cassazione dava segno di conoscerne a fondo il contenuto, come se le avesse ascoltate. Si soffermò sulle presunte e specialissime doti erotiche che due deputate del Pdl, delle quali fece nome e cognome, avrebbero dispiegato con l’allora presidente del Consiglio. A sentire l’eminente magistrato, nella registrazione il Cavaliere avrebbe persino assegnato un punteggio alle amanti. «E indovini chi delle due vince la gara? », mi chiese retoricamente Esposito. Siccome non potevo né volevo replicare, si diede da solo la risposta: «La (omissis), caro mio! Chi l’avrebbe mai detto? ».

Io e un altro commensale, che sedeva alla sinistra del giudice della Cassazione, ci guardavamo increduli, sbigottiti. Ho rintracciato questa persona per essere certo che la memoria non mi giocasse brutti scherzi. Trattasi di uno stimato funzionario dello Stato, collocato in pensione pochi giorni fa. Non solo mi ha confermato che ricordavo bene, ma era ancora nauseato da quello sconcertante episodio. Per maggior sicurezza, ho interpellato un altro dei presenti a quella serata. Mi ha specificato che analoghe affermazioni su Berlusconi, reputato «un grande corruttore » e «il genio del male », le aveva udite dalla viva voce del giudice Esposito prima della consegna del premio.
Non era ancora finita. Sempre lì, al ristorante del Due Torri, il giudice Esposito mi rivelò quale sarebbe stato il verdetto definitivo che egli avrebbe pronunciato a carico della teleimbonitrice Vanna Marchi, la quale pareva stargli particolarmente sui didimi: «Colpevole » (traduco in forma elegante, perché il commento del magistrato suonava assai più colorito). Infatti, meno di 48 ore dopo, un lancio dell’Ansa annunciava da Roma: «Gli amuleti non hanno salvato Vanna Marchi dalla condanna definitiva a 9 anni e 6 mesi di reclusione emessa dalla seconda sezione penale della Cassazione ». Incredibile: la Suprema Corte, recependo in pieno quanto confidatomi due giorni prima da Esposito, aveva accolto la tesi accusatoria del sostituto procuratore generale Antonello Mura, lo stesso che l’altrieri ha chiesto e ottenuto la condanna per Berlusconi. Ma si può rivelare a degli sconosciuti, durante un allegro convivio, quale sarà l’esito di un processo e, con esso, la sorte di un cittadino che dovrebbe essere definita, teoricamente, solo nel chiuso di una camera di consiglio?

Capisco che tutto ciò, pur supportato da conferme testimoniali che sono pronto a esibire in qualsiasi sede, scritto oggi sul Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi possa lasciare perplessi. Ma, a parte che non mi pareva onesto influenzare i giudici della Suprema Corte alla vigilia dell’udienza, v’è da considerare un fatto dirimente: alcuni dettagli dell’avventura che m’è capitata a marzo del 2009 li avevo riferiti nel mio libro Visti da lontano (Marsilio), uscito nel settembre 2011, dunque in tempi non sospetti, considerato che la sentenza di primo grado a carico di Berlusconi è arrivata più di un anno dopo, il 26 ottobre 2012, ed è stata confermata dalla Corte d’appello l’8 maggio scorso. Senza contare che il collegio dei giudici di Cassazione che ha deliberato sul processo Mediaset è stato istituito con criteri casuali solo di recente.
A pagina 52 di Visti da lontano, parlando di Imposimato (che non ha mai smentito le circostanze da me narrate), scrivevo: «Una sera andai a cena con lui dopo aver presentato un suo libro. Debbo riconoscere che sfoderò un’affabilità avvolgente, nonostante le critiche che gli avevo rivolto. Era accompagnato dal presidente di una sezione penale della Cassazione sommariamente abbigliato (cravatta impataccata, scarpe da jogging, camicia sbottonata sul ventre che lasciava intravedere la canottiera). Il quale, forse un po’ brillo, mi anticipò lì a tavola, fra una portata e l’altra, quale sarebbe stato il verdetto del terzo grado di giudizio che poi effettivamente emise nei giorni seguenti a carico di una turlupinatrice di fama nazionale. Da rimanere trasecolati ».
Allora concessi al mio occasionale interlocutore togato una misericordiosa attenuante: quella d’aver ecceduto con l’Amarone. Da giovedì sera mi sono invece convinto che, mentre a cena sproloquiava su Silvio Berlusconi e Vanna Marchi, era assolutamente lucido nei suoi propositi. Fin troppo.


In piazza contro questi magistrati
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 3 agosto 2013)

Altro che rispetto della magistratura, categoria incapace di fare pulizia al suo interno. Il rispetto non è un atto dovuto per legge, è un valore che va conquistato con fatti e comportamenti.
E questi magistrati non meritano la nostra stima e neppure il nostro silenzio. Si sono autoproclamati divinità intoccabili ma di sacro non hanno neppure l’osso. Sono uomini come noi, spesso peggio di noi. Alcuni sono persone per bene, altri veri mascalzoni, altri corrotti, altri ancora depressi, incapaci, megalomani in una percentuale identica a quella di tutte le categorie umane e professionali. Basterebbe ricordare il caso Ingroia, degno successore di Di Pietro, D’Ambrosio, Emiliano e tanti magistrati che sono passati con sospetta disinvoltura dalla magistratura alla politica.

E che dire di Antonio Esposito, il presidente del collegio della Cassazione che ha confermato la condanna a Silvio Berlusconi? Come oggi raccontiamo e documentiamo, tempo fa questo signore intrattenne gli ospiti di una serata del Lions club pronunciando sfottò contro Berlusconi, svelando presunti segreti d’ufficio di una inchiesta sul Cavaliere e anticipando una sentenza (quella su Vanna Marchi) che avrebbe emesso giorni dopo. Capito in che mani siamo? Uno così merita il nostro rispetto? Io dico di no. Altro che Cassazione tempio della giustizia. Qui siamo al mercato, al postribolo. Il guaio è che con le loro follie, oltre che rovinare vite, stanno per far cadere il terzo governo in 18 anni senza ovviamente pagare pegno. Peggio, con l’arresto di Berlusconi stanno minando in modo irreparabile la democrazia.
Solo una boriosa e inadatta presidente della Camera, Laura Boldrini, poteva sostenere che la conferma della condanna sarebbe stato un fatto privato. Prepari le valigie, signora presidente, perché anche lei sta per andare a casa e non credo tornerà al prossimo giro su quello scranno. Non ci mancherà, e glielo diranno chiaramente le migliaia di persone che domani sfileranno a Roma alla manifestazione organizzata dal Pdl in difesa del presidente Berlusconi, della democrazia e della libertà.


Un simbolo per tutte le ingiustizie
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 3 agosto 2013)

Gli italiani non avevano un simbolo comune su cui convogliare la rabbia per le ingiustizie patite da ciascuno: i reati subiti e non puniti, i reati puniti e non commessi, le sfacciate disparità di trattamento, i ritardi e le disfunzioni dei processi, le persecuzioni nel nome della Legge e del Fisco, più il vittimismo.

Ora la magistratura, dopo un lungo e assurdo percorso, li ha accontentati: con Berlusconi in carcere l’ingiustizia patita da ciascuno trova un testimonial vistoso e una causa comune. Un paese in ginocchio, con una maggioranza cagionevole, riceve il colpo di grazia. Nessun senso dello Stato e del Bene Comune, nessuno sforzo di chiudere con equilibrio una feroce partita che ha sfasciato l’Italia. Intanto i corvi, le jene e le carogne maramaldeggiano a mezzo stampa. E invece è un dramma per tutti, a cominciare dalla sinistra, surrogata dai giudici nel liquidare con la forza l’era berlusconiana (col rischio di resuscitarla più cazzuta che pria). Ora il Pd si vede costretto a governare con un condannato in via definitiva o a sfasciare il governo e dunque il Paese con una chiamata folle alle urne. E la destra si vede obbligata a stringersi intorno al Capo. Di lui, il condannato, non dirò niente, anzi la butterò sul comico che è l’unica via d’uscita dal tragico kafkiano. Se andrà in carcere, in pochi mesi lo acclameranno direttore del carcere. Se sarà costretto ai domiciliari rifonderà la Casa delle Illibertà. Se sarà affidato ai servizi sociali dovrà aiutare le coetanee ad attraversare la strada. Che pena.


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1 commento

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