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Per capire il Pd basta osservare Epifani

3 Agosto 2013

Si potrebbe dire di Epifani ciò che si dice di qualcuno che non riesce a mantenere un segreto: Teniamolo all’oscuro. Di solito questo tipo di individuo viene tenuto fuori, infatti, da ogni strategia, poiché può lasciarla trasparire all’avversario dal proprio ingenuo comportamento e dalle proprie avventate parole.

Ma, ahimè, per gli strateghi del Pd Epifani è il loro segretario e appare difficile isolarlo e cucirgli la bocca; così se un politico avveduto vuol capire ciò che sta maturando nel Pd, basta che tenga d’occhio l’ imprudente, suo malgrado, segretario.

La prima mossa sbagliata e rivelatrice, Epifani l’ha fatta, sulla scacchiera del gioco politico, con la sua dichiarazione a pochi minuti dalla lettura della sentenza con cui la cassazione rendeva la condanna di Berlusconi per i diritti Mediaset definitiva.

La tempestività della presa di posizione e la durezza del comunicato, hanno tradito, non solo il legame tra le fonti della cassazione e il Pd, di cui solo gli sciocchi dubitano ancora, ma il marasma che si agita all’interno del Pd. È risaputo che il governo delle larghe intese non è gradito a molti dirigenti ed elettori del Pd, e che Epifani sta faticando molto per tenerli a bada. Senza lo stressante lavorio suo e dei lettiani, il governo sarebbe già caduto da un pezzo, sotto la spinta di quel Renzi che ormai è preso dalla fregola di guidare non solo il partito ma anche il prossimo governo, in ciò sfortunatamente appoggiato da Scalfari e da Repubblica, che, come ormai è stato provato da casi precedenti, portano iella e il loro sostegno può essere assimilato all’abbraccio della morte, ovviamente politica. Ma tant’è. Il giovane fiorentino ormai scalpita a più non posso e non vi è dubbio che la sentenza della cassazione gli ha offerto un assist meraviglioso.

Un assist atteso, e in qualche modo trapelato. Così Epifani si è visto messo con le spalle al muro e, l’antiberlusconismo con cui si è nutrito in questi anni, ha prevalso in lui, e ha capito che l’unica mossa da fare per evitare la spaccatura del suo partito nello stesso momento in cui la sentenza di condanna era pronunciata, era quella di una dichiarazione con la quale il Pd si schierava decisamente dalla parte della magistratura e dettava al parlamento e al governo il suo diktat: Berlusconi, nel rispetto della sentenza, deve essere cacciato.

Questa prima mossa manifestava così pubblicamente l’impazienza del Pd di far cadere il governo, visto che una dichiarazione così dura, e ancorata e aggrappata all’assist offerto dalla sentenza, non poteva che avere una reazione altrettanto dura dal Pdl, che infatti nella stessa serata ha richiamato il segretario del Pd all’ordine, ossia a non dettare ciò che deve o non deve fare il Pdl, che nelle ore successive assumeva infatti all’unanimità una decisione in linea con la forzatura del segretario Epifani.

La strafottenza di quest’ultimo, se è servita a ricompattare il Pd lacerato al suo interno, ha prodotto l’irrigidimento del Pdl e l’assunzione di una risposta altrettanto severa.
Quella di Epifani è risultata, dunque, e in un veloce lasso di tempo, ciò che era: una provocazione finalizzata a creare le condizioni propizie per una rottura.
Se ci sarà la crisi, non si potrà fare a meno di risalire a questo episodio per capire chi ha fatto la prima mossa per incrinare le larghe intese.

La seconda mossa che Epifani ha sbagliato sulla scacchiera della politica, è stata la sua replica alla dura risposta del Pdl. La scelta del Pdl di pretendere dal governo l’immediata riforma della giustizia, pena la sua decadenza, ha ricevuto il no deciso di Epifani, e ciò nonostante che lo stesso capo dello Stato, nel suo messaggio seguito alla sentenza di condanna, abbia evidenziato la necessità di procedere a questa riforma, valorizzando il lavoro già svolto dai saggi da lui nominati nel marzo scorso.
La risposta di Epifani la potete leggere qui e il suo nucleo è racchiuso in queste parole:

«Non ci facciamo trascinare nella rissa e rispondiamo colpo su colpo se si supererà la soglia. Una riforma della giustizia come vorrebbero loro se la scordano: vogliono piegare a loro uso e consumo scelte che né questo governo né noi vogliamo fare ».

Dunque, il messaggio di Napolitano è respinto, e l’appoggio alla magistratura – di cui anche nelle scorse settimane il Pd aveva ravvisato la necessità di una riforma – è diventato totale e incondizionato.
Un mutamento di posizione che può essere spiegato in un solo modo: il Pd desidera approfittare di tutti gli spazi offerti dalla sentenza della cassazione, per far cadere il governo.
Con due mosse durissime, ma intrise di ingenuità, il Pd si è guadagnato il primo posto nella classifica di coloro che, come i renziani, i vendoliani e i grillini, lavorano unicamente per la caduta del governo.

Ieri a In Onda la Bindi ha fatto di tutto per trasferire questa volontà di rottura sulle spalle del Pdl, dimenticandosi che lei stessa (qui), antiberlusconiana d’antan, fu la prima che si ribellò alle larghe intese, e il suo balbettio in trasmissione e la sua incoerenza sono stati complementari ai due errori commessi da Epifani.

Se si voleva passare il cerino della responsabilità della caduta del governo al Pdl, la strada era ben altra: vale a dire quella di attendere le decisioni del Pdl, il partito colpito duramente dalla sentenza.
La fretta, dice il proverbio, fa partorire alla gatta i gattini ciechi.
Con la sua improntitudine Epifani ha dato al Pdl la mossa dello scacco matto: ossia che il diktat di Epifani non poteva che essere respinto al mittente per la sua durezza e la sua pretesa di impartire ordini al Pdl.

Ho l’impressione che, proprio per la troppa fretta di Epifani e del Pd, la situazione sia sfuggita di mano e ormai le posizioni dei due partiti di maggioranza, da cui dipendono le sorti del governo Letta, siano diventate inconciliabili e nessun passo indietro sia più possibile tanto per l’uno che per l’altro.


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Bart